Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Giovedì, 02 Febbraio 2017

LAMEZIA TERME C'è un terminal che per molti diviene punto di riferimento certo e quotidiano. Non parliamo dei pendolari dei voli d'affari o degli uomini della politica nostrana che fanno spola da Roma o Milano e che hanno scelto lo scalo di Sant'Eufemia come punto di partenza e arrivo dei loro viaggi. Ma di una categoria sicuramente più abbietta di cittadini che ha trovato l'area dove sorge l'aeroporto di Lamezia Terme quale sito ideale dove far "atterrare" i rifiuti.

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(I sacchi d'immondizia indifferenziata nei pressi dell'aeroporto di Lamezia)

Le immagini che arrivano da questa area dimostrano come ormai attorno allo scalo lametino sorga una vera e propria discarica a cielo aperto dove cumuli di immondizia indifferenziata si sommano quotidianamente. Frutto di una gestione, o meglio, di una mentalità alla carlona che preferisce abbandonare i rifiuti domestici e non solo a bordo strada piuttosto che differenziarli e conferirli correttamente negli appositi contenitori.

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(I contenitori della raccolta differenziata ricolmi di rifiuti di ogni sorta)

E la scelta del luogo – lo scalo aeroportuale più importante della Calabria, dunque una sorta di porta d'ingresso per chi arriva nella nostra regione – si rivela di più un gesto di autodemolizione dell'immagine della Calabria. Una sorta di vero e proprio schiaffo. Con l'aggravante che in questo caso lo schiaffo lo si dà anche a se stessi. Insomma un biglietto da visita da presentare a chi decide di scegliere la Calabria come meta di un viaggio. Alla faccia dei 63 milioni e rotti di investimenti previsti per rendere più funzionale questa struttura.

Roberto De Santo
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  • Occhiello

    Cumuli di rifiuti indifferenziati assediano l'aeroporto internazionale di Sant'Eufemia. Un "ottimo" biglietto da visita per chi decide di scegliere la Calabria come meta di un viaggio

COSENZA Un linguaggio in codice - ma per gli inquirenti inequivocabile - quello usato dai pusher cosentini. Sono diversi gli episodi contestati e finiti nell'ordinanza di custodia cautelare dell'operazione che ha sgominato una organizzazione dedita al traffico di droga nella città di Cosenza. Un'indagine partita dalla denuncia di una mamma che ha segnalato ai carabinieri della stazione di Cosenza nord l'attività di spaccio del figlio. Un'intensa attività investigativa ha portato, giovedì mattina, alla esecuzione di 35 misure cautelari emesse dal gip Giusy Ferrucci, su richiesta della Procura. Dieci persone sono finite in carcere, sedici ai domiciliari e per nove è stato emesso un obbligo di dimora. I magistrati hanno ribadito - anche in conferenza stampa - che non ci sono collegamenti con la criminalità organizzata, ma alcuni degli indagati si preoccupavano di occuparsi di recuperare i proventi dell'attività di spaccio per presunti esponenti delle cosche.
Dalle numerose conversazioni intercettate è evidente come tra di loro gli spacciatori cercavano di usare un linguaggio in codice, come «botta» per indicare lo stupefacente appena acquistato. Dalle conversazioni captate gli inquirenti sono riusciti a individuare quantitativo e prezzo della droga, dai quali era desumibile anche la natura della sostanza stupefacente ceduta, ovvero la cocaina, indicata in altre conversazioni con il termine «cocozza».

I LEGAMI CON MARCO PERNA Lo spaccio ha visto coinvolti diversi giovani, sia come pusher che come assuntori di droga, ma anche personaggi di caratura criminale. Uno degli indagati, Ernesto Mele, si sarebbe anche occupato di procurare il provento delle attività di spaccio aiutando Marco Perna (figlio del presunto boss) - nel periodo in cui lui era detenuto - a riscuotere le somme dovute da Denis Pati quale corrispettivo degli acquisti della droga e «facendosi consegnare da Gabriele Pati (nell'interesse di Denis Pati) mensilmente una somma di denaro che ammontava a 400-500 euro». In conversazioni, intercettate dal settembre 2015 al febbraio 2016, nelle quali venivano manifestate le preoccupazioni di Gabriele Pati per il debito contratto da suo figlio Denis che aveva ricevuto ingenti quantitativi di droga da spacciare ma non aveva provveduto al pagamento del corrispettivo. Pati riferisce al figlio Salvatore e alla moglie che il debito di Denis è stato in realtà contratto con "Marcuzzo" (trattasi, come emergerà in seguito, di Marco Perna), il quale a seguito del mancato pagamento avrebbe incaricato i suoi "gregari" (tra cui, appunto, Andrea Minieri ed Ernesto Mele) di riscuotere, ciascuno per una determinata quota, il denaro dovuto da Denis (Mele dovrà riscuotere la somma di euro 6.100). Gabriele Pati informa la moglie che dovrà incontrare alcune di queste persone e, nell'occasione, rappresenterà l'impossibilità di reperire la somma di 6mila euro entro tre giorni chiedendo di effettuare un pagamento mensile di 500 euro. Gabriele Pati riferisce al figlio Salvatore che Ernesto Mele è molto arrabbiato per il mancato pagamento del debito e ha minacciato di prelevare Denis per costringerlo a commettere qualche furto così da poter pagare il debito. Gabriele Pati si lamenta del fatto che Marco Perna, con il quale Denis Pati ha contratto il debito, al fine di recuperare il denaro ha coinvolto altre persone, che poi avrebbero minacciato Denis.

Mirella Molinaro
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Giovedì, 02 Febbraio 2017 23:08

IL SONDAGGIO | Torna il borsino della politica

LAMEZIA TERME Ritorna il nostro borsino della politica. La rilevazione che il Corriere della Calabria propone in collaborazione con l'istituto di ricerche statistiche Demoskopika si incarica di misurare ogni mese il feeling dei cittadini con la giunta regionale. Lo facciamo, questa volta, pochi giorni dopo il report presentato dal governatore Mario Oliverio. Un appuntamento atteso, assai elogiato da alcuni consiglieri di maggioranza, criticato da molti altri osservatori. Vi chiediamo di tornare a valutare l'operato del presidente e della squadra di assessori tecnici che guida la Calabria in una congiuntura difficile.
Per alcuni giorni (fino al raggiungimento di un campione adeguato all'analisi), sul nostro sito, sarà possibile votare, cliccando nello spazio "Polling Regione" sulla colonna destra, sotto la rubrica Omissis. CLICCANDO SU QUESTO LINK, ciascuno potrà – una volta soltanto per ogni postazione web – manifestare il proprio gradimento per il presidente della giunta e per i suoi assessori. Dopo la prima fase di raccolta dati, Demoskopika li elaborerà per restituire ai lettori i risultati della rilevazione.
Poi, questa elaborazione sarà diffusa sul sito del Corriere della Calabria assieme all'analisi dei dati. In questa seconda fase servizi, interviste e reazioni correderanno le cifre per spiegare il risultato e scandagliare i motivi della maggiore o minore affezione dei calabresi.
È un esperimento innovativo, che mette assieme le nuove tecnologie e il rigore dell'analisi per offrire uno strumento ulteriore per la comprensione delle dinamiche della politica calabrese.
POLLING REGIONE viene realizzato attraverso la somministrazione di un questionario online con metodo CAWI, su un campione rappresentativo di maggiorenni residenti in Calabria. Al fine di garantire una maggiore rappresentatività della popolazione e ridurre le distorsioni del web, i dati saranno successivamente ponderati rispetto alle variabili di genere, età e zona di residenza dell'intervistato.

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  • Occhiello

    Torna la nostra rilevazione sul presidente e i suoi assessori. Tutti i mesi misuriamo, assieme a Demoskopika, il feeling tra i cittadini e il Palazzo della politica – VOTA OLIVERIO E GLI ASSESSORI

CATANZARO Il procuratore generale Carlo Modesino ha chiesto, nel corso della propria requisitoria la conferma di 20 condanne sulle 21 posizioni presenti nel processo d'appello "Perseo" contro intranei e affiliati alla cosca Giampà di Lamezia Terme. Il pg ha riformulato la condanna per un solo imputato, Giovanni Scaramuzzino, condannato in primo grado, con rito ordinario, a 3 anni di reclusione. Modestino ha invocato per Scaramuzzino 12 anni di reclusione, riconsiderando il capo 11 bis (concorso esterno in associazione mafiosa) per il quale l'imputato era stato assolto in primo grado. Per quanto riguarda le altre richieste di condanna, sono stati invocati 16 anni di reclusione per Antonio Curcio; 15 anni per Antonio De Vito; 12 anni per Vincenzo Arcieri; 12 anni per Franco Trovato; 10 anni per Antonio Donato; 8 anni per Fausto Gullo; 13 anni per Giuseppe Grutteria; 9 anni per Giuseppe Notarianni; 10 anni per Antonio Voci; 4 anni Pino Scalise; 7 anni per Antonio Notarianni; 7 anni per Davide Giampà; 9 anni per Andrea Crapella; 6 anni per Giancarlo Chirumbolo; 6 anni Domenico Curcio; 5 anni e 2 mesi per Eric Voci; 5 anni per Carmen Bonafè; 6 anni e 6 mesi per Michele Muraca; 9 anni per Vincenzo Perri e 4 anni per Carlo Curcio Petronio.

Alessia Truzzolillo
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  • Occhiello

    L’avvocato lametino era stato prosciolto in primo grado dall’accusa di concorso esterno e condannato a 3 anni. Il procuratore generale ha chiesto la conferma delle altre 20 condanne

CROTONE Le lunghe file al botteghino per assicurarsi un biglietto valido per il match Crotone -Juventus hanno scoraggiato molti, ma adesso per tifosi e no si apre una nuova speranza. Il sindaco di Crotone, Ugo Pugliese, ha autorizzato il Crotone ad utilizzare lo stadio comunale a piena capacità. All'Ezio Scida ci sarà dunque posto per 16.108 posti. «Il sindaco - si legge in una nota del Comune - preso atto che la nuova struttura della curva sud, realizzata dall'Amministrazione comunale in aggiunta a quella già esistente, è stata completata e che è stata acquisita la certificazione relativa al collaudo statico con esito favorevole per tutta la capienza disponibile, pari a 2.065 spettatori, ne ha autorizzato l'apertura per la gara di mercolediì prossimo. Pertanto la capienza complessiva dello stadio, in occasione dell'atteso evento sportivo, sarà di 16.108 posti».

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  • Occhiello

    Il sindaco Ugo Pugliese ha autorizzato l'apertura della nuova curva sud per il match dell'8 febbraio. Per la prima volta stadio a piena capacità

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REGGIO CALABRIA «È attraccata, nella mattinata odierna, nel porto di Reggio Calabria, la nave "U. Diciotti Cp 941" con a bordo 754 migranti (575 uomini, 24 donne e 155 minori), provenienti da vari Paesi africani». Lo comunica una nota della Prefettura di Reggio. «Sono in corso le operazioni di primo soccorso ed assistenza, coordinate dalla Prefettura di Reggio Calabria, e prestate dal personale della Polizia di Stato, dei carabinieri, della Guardia di finanza, del Comune capoluogo, della polizia provinciale, della Capitaneria di porto, dell'Usmaf del Suem 118 e dell'Azienda ospedaliera, della Croce rossa italiana, dai Cavalieri dell'Ordine di Malta, dal coordinamento Migranti della Caritas, da varie altre associazioni di volontariato. Al momento dello sbarco - spiega la nota - i migranti sono stati sottoposti alle prime cure sanitarie da parte del personale medico presente sul posto e assistiti dalle Associazioni di volontariato. Le Forze di Polizia stanno procedendo alle operazioni di fotosegnalamento. I migranti con patologie cutanee o con pediculosi sono stati prontamente sottoposti alle prime cure presso un'unità mobile di "decontaminazione" fornita anche in occasione di questo sbarco dalla Regione Calabria su richiesta di questa Prefettura. In base al Piano di riparto predisposto dal ministero dell'Interno i migranti saranno trasferiti in altre province».

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    Sono 155 i minori sbarcati questa mattina. Dopo i soccorsi saranno distribuiti in altre province

Giovedì, 02 Febbraio 2017 19:20

Il nuovo corso di laurea e gli errori di Crisci

Questa nota è apparsa su Radio Arca, un collettivo di riflessione e scrittura su temi prevalentemente (dunque non solo) legati all'Università della Calabria di cui fanno parte professori, ricercatori, studenti e membri del PTA dell'Università della Calabria.

Al Rettore Magnifico dell'Università della Calabria

Non trova il rettore medesimo, che del senato presiede le adunanze, corretto rendere note ai membri del senato medesimo le determinazioni del Coruc in merito alle attivazioni/istituzioni di nuovi corsi di studio nel sistema universitario calabrese (considerato che il senato ha istruito e approvato l'istituzione di 4 nuovi corsi per l'anno accademico prossimo venturo)? Non trova corretto informare la comunità universitaria attraverso l'organo che la rappresenta, o direttamente, della configurazione dell'offerta formativa del sistema universitario calabrese per il prossimo anno accademico?
Risulta noto che nella seduta di ieri il Coruc ha richiesto di attivare un nuovo corso di laurea magistrale a ciclo unico in Scienze della formazione primaria (corso già presente nel nostro ateneo) con il voto favorevole del rettore Crisci, che mai si è consultato con il senato o altri organismi su una scelta del genere.
Aggiungo che il suddetto corso di laurea magistrale risulta proposto da una delibera del consiglio del dipartimento di Giurisprudenza ed Economia dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria: nulla ha avuto il nostro rettore da ridire sul fatto che nessun docente/ricercatore dell'area 10 e un solo docente dell'area 11 risultano incardinati in quell'ateneo? Chi sosterrà gli insegnamenti fondamentali di quel corso di studio, in stragrande maggioranza provenienti da quelle aree completamente assenti? Come si può pensare di attivare un corso di studio in un ateneo che risulta privo di quasi tutti gli insegnamenti di base e caratterizzanti (in quell'ateneo mancano storici, pedagogisti, letterati, linguisti)? Come si può votare a favore di una proposta del genere - anche prescindendo dall'obbligo morale a salvaguardare l'interesse del proprio ateneo - senza curarsi in alcun modo della qualità e della serietà dell'offerta formativa? Come si può predicare il miglioramento della didattica del proprio ateneo lasciando che la Regione Calabria offra a degli studenti un corso di studi allocato in una università priva dei settori scientifico-disciplinari che dovrebbero governarlo?
È consapevole il rettore che il mantenimento di equilibri politici non può fare premio sulla tutela del patrimonio culturale e formativo dell'ateneo?
È consapevole il rettore del rischio di duplicazione di tutti i corsi di studio che questo precedente determina? È consapevole il rettore della progressiva perdita di centralità e autorevolezza del nostro ateneo nel panorama della politica regionale dell'alta formazione che questa decisione testimonia?
Riservandomi di tornare in seguito sulla questione, lascio a ciascuno di noi la valutazione dei gravi rischi che corre l'integrità stessa del nostro ateneo, integrità che coloro che ne sono alla guida non sono evidentemente in grado di tutelare.

*Docente Unical

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    di Raffaele Perrelli*

ROSSANO Sugli scarichi fognari prende posizione l'amministrazione comunale guidata da Stefano Mascaro. «Nei giorni scorsi – è scritto in una nota – sono state notificate due informazioni di garanzia. Una al dirigente dei lavori pubblici Vincenzo Di Salvo, l'altra al sindaco Stefano Mascaro. Relative a fatti e circostanze, risalenti nel tempo. E per le quali l'attuale primo cittadino è chiamato a rispondere per responsabilità oggettiva. Per la sola funzione istituzionale pro tempore ricoperta. Gli atti si riferiscono a indagini in corso su scarichi fognari. Rispetto ai quali il Comune interverrà in ogni caso nei tempi più brevi possibili».
«Nessun incarico legale – si legge ancora - è stato conferito ma, così come previsto ex lege e dalla contrattazione collettiva nazionale, ci si è limitati a esprimere la prevista formula di gradimento rispetto al difensore nominato dal dipendente sottoposto a procedimento penale per fatti inerenti l'espletamento dei compiti d'ufficio; fatta salva, in conformità alle previsioni normative, l'insussistenza di conflitto di interesse tra la posizione del dipendente e quella dell'ente ed escludendosi, in tale ipotesi, che l'ente debba alla fine rimborsare le spese di difesa (il rimborso è consentito soltanto nei casi di assoluzione con formula piena e nella misura minima)».

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    L'amministrazione chiarisce il ruolo del sindaco. E assicura: «Nessun incarico legale conferito» 

VIBO VALENTIA Quell'incontro doveva essere l'occasione per ricomporre un rapporto che si era incrinato. Almeno così se lo aspettava il manager Bruno Calvetta che, all'epoca, era direttore generale del dipartimento regionale Lavoro e aveva come assessore di riferimento un suo compaesano di Serra San Bruno, Nazzareno Salerno, consigliere regionale di Fi arrestato oggi nell'ambito di un'inchiesta sulle presunte ingerenze della 'ndrangheta nella gestione dei fondi europei. Erano amici, Calvetta e Salerno, e il loro rapporto era sembrato ancora più stretto da quando i calabresi avevano eletto Peppe Scopelliti alla guida della Regione. Dai primi mesi del 2014, però, qualcosa tra i due si rompe. Una rottura che non è solo una questione privata, ma è riconducibile a uno degli episodi centrali dell'inchiesta della Dda di Catanzaro che portato in carcere Salerno.

«CON ME HA SBAGLIATO IL SIGNORINO...» Già da aprile 2014 Calvetta lamenta una serie di "attacchi" subìti dall'allora assessore regionale: «Dopo ... dopo una disponibilità totale ... totale ... – si sfoga il manager parlando con Valerio Grillo, avvocato e già coordinatore provinciale del Pdl a Vibo, vicino a Salerno – per vederti attaccato così, che vuole fare "u fìssillo", che vuole fare il capo del cavolo ... non c'è ... che pensa che le persone le può manovrare come vuole, con me ha sbagliato il signorino ... hai capito?». Ancora più esplicita secondo gli inquirenti è la telefonata con un altro Grillo, Alfonso, all'epoca consigliere regionale della lista "Scopelliti presidente" e avversario interno di Salerno nel centrodestra scopellitiano: «Aahh ... io gli ho fatto una relazione contro ... eehh ... che ti tremano i polsi a leggerla ... questo è un soggetto che si vuole gestire tutte le cose da se, capito? Ma gestire, gestire eehh», avverte Calvetta. «Allora, io non ti chiedo di fare ... di fare, come dire ... colui il quale tradisce, perché non lo farei mai ... no eh ...», risponde Grillo, che ovviamente poi si dimostra interessato ai dettagli delle eventuali scorrettezze commesse da Salerno.

L'INCONTRO Quindi si arriva all'incontro, avvenuto la mattina del 16 maggio 2014 e documentato con pedinamenti e foto dagli investigatori del Ros di Catanzaro. Colpisce già il luogo prescelto: un assessore regionale e un importante manager non si incontrano in un ufficio pubblico, ma in un vivaio di un privato che si trova tra Vibo e Pizzo. E non sono soli, ma si incontrano alla presenza di due soggetti ritenuti vicini ai clan e coinvolti nell'inchiesta della Dda, Vincenzo Spasari e Gianfranco Ferrante. Calvetta e Salerno discutono animatamente alla presenza di Spasari, che tende a sostenere le ragioni del secondo. Per gli inquirenti si tratta di un'intimidazione bella e buona: Salerno vuole che la gestione del progetto sul Credito Sociale, sino a quel momento in capo al funzionario (a lui sgradito) Cosimo Cuomo, passi nelle mani di Vincenzo Caserta. E i desiderata dell'ex assessore vengono alla fine assecondati: «L'evidente stato di soggezione in cui è posto il Calvetta – si legge nelle carte dell'inchiesta – si evince dal contenuto di una telefonata (delle ore 11.11.49) che il predetto, immediatamente dopo essere uscito dal vivaio (ore 11.07) e mentre si trova in auto fra Spasari Vincenzo e Ferrante Gianfranco, effettua alla sua collaboratrice Bonafede Lucia». Senza neanche attendere di arrivare in ufficio, quindi, l'allora dg del dipartimento Lavoro chiede alla sua assistente di predisporre gli atti per far passare la responsabilità del Credito sociale da Cuomo a Caserta.

IL "BUON ESITO" DELL'INTIMIDAZIONE Per i magistrati il contenuto intimidatorio dell'incontro «è confermato anche, a valle, dal "buon esito" dello stesso, atteso che il Calvetta uscirà completamente di scena, assumendo un atteggiamento remissivo, all'opposto di quanto aveva sino a quel momento fatto; atteso che, laddove il Salerno non era riuscito, strumentalizzando i suoi poteri istituzionali di assessore e ordendo una vera e propria "guerra" fatta di "richiami" e "disposizioni scritte", è riuscito proprio grazie al "semplice" colloquio svoltosi alla presenza del Ferrante e dello Spasari». Insomma, secondo gli inquirenti Salerno avrebbe piegato Calvetta alla sua volontà sfruttando l'intervento delle due persone ritenute contigue ai clan. La vittima dell'intimidazione, indicata esplicitamente nelle carte come parte offesa, avrebbe poi spiegato agli inquirenti la sua remissività affermando di aver agito così quasi per sfinimento, come a dire: «"Basta, non ne posso più di combattere con una persona che mi porta a questi livelli, che faccia quello che vuole. Naturalmente non faccio atti illegittimi". Infatti non ho fatto un atto illegittimo», ha spiegato Calvetta ai pm. Il gip Giuseppe Perri ha invece letto la vicenda evidenziando come «il provvedimento amministrativo imposto al Calvetta dai tre coindagati, al di là se formalmente regolare, era un atto, non solo non dovuto, ma che lo stesso pubblico ufficiale riteneva ingiustificato e inopportuno, trovando palesemente il suo fondamento e la sua ragione determinante, non già nell'interesse pubblico, per come peraltro confermeranno i fatti successivi, ma esclusivamente nell'interesse privato del Salerno».

Sergio Pelaia
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CATANZARO «Io mi ricordo negli anni passati che Nazzareno Salerno un onorevole diciamo della politica e tramite Damiano Vallelunga chiese appoggio su Vibo Valentia a noi intesi come clan Lobianco di votarlo e noi abbiamo passato la parola ai vari clan, cioè Carmelo Lobianco e Pizzini...».
L'interrogatorio al collaboratore di giustizia Andrea Mantella risale al 26 settembre scorso. Davanti a Mantella ci sono il procuratore Giovanni Bombardieri e il sostituto Graziella Viscomi che hanno coordinato le indagini dell'operazione Robin Hood insieme al sostituto della Dda Camillo Falvo. 
Tra le accuse contestate al consigliere regionale Nazzareno Salerno e al collaboratore di giustizia Andrea Mantella c'è il voto di scambio elettorale politico-mafioso, manifestatosi «di seguito ad un accordo suggellato per il tramite di Damiano Vallelunga». Per l'accusa, «Salerno chiedeva appoggio elettorale alla famiglia mafiosa dei Lo Bianco e ai vari clan a esso federati, in relazione alle consultazioni per il rinnovo del consiglio regionale della Calabria del marzo 2010, alle quali si era candidato (e ove veniva, effettivamente, eletto). In particolare, Salerno prometteva danaro ed altre utilità (in particolare, posti di lavoro ed adozione di provvedimenti rientranti nella sua sfera di competenza) a personaggi della criminalità organizzata legati o comunque, vicini, al predetto Vallelunga (per il cui tramite avveniva l'accordo), fra cui la famiglia Lobianco, di cui Mantella Andrea era esponente di spicco in quanto parte della "società maggiore"». Per questo reato il gip Giuseppe Perri non ha riconosciuto la gravità indiziaria. Non è, in sostanza, tra quei reati che giovedì hanno aperto le porte del carcere per Nazzareno Salerno. Restano però cristallizzate tra le carte dell'operazione "Robin Hood" le parole del pentito Mantella. Incalzato dalle domande del pm Viscomi che vuole sapere a cosa si riferisce quando dice che Salerno "chiese appoggio", il collaboratore non esita: «Elettorale, per votarlo, in cambio ci diede dei soldi e dei posti di lavoro sia all'interno dell'ospedale di Vibo Valentia e sia ai depuratori, che io posso fare nomi e cognomi chi sono impiegati e chi ha dato...». Damiano Vallelunga, che guidava un locale nel Vibonese formato da sette 'ndrine, è stato ucciso a Piace il 27 settembre 2009 mentre usciva dalla chiesa di San Cosimo e San Damiano. 
Mantella ricorda che Salerno era «intimo amico di Damiano Vallelunga» e che «alcune volte si sono visti in agriturismo lì a Spatola dove ci incontravamo pure noi con questo Nazzareno Salerno. So che gli hanno bruciato qualche macchina, hanno fatto qualche intimidazione, il clan dei "Viperari" alla parte avversa di Nazzareno Salerno per farlo desistere a imporsi contro Nazzareno Salerno...».

LO SCELLERATO PATTO ELETTORALE Andrea Mantella continua ad usare la parola "onorevole" convinto che Salerno fosse «andato in Parlamento», convinto erroneamente che "onorevoli" siano solo i parlamentari. Secondo gli inquirenti «invero, le elezioni per il rinnovo del consiglio regionale (alla cui investitura consegue il titolo di "onorevole") ebbero luogo nelle date del 28 e 29 marzo 2010, sicché prima della morte del Vallelunga era già in corso la relativa campagna elettorale».
Di una cosa Mantella è certo: «Sì, Salerno glieli ha dati i posti di lavoro, quando ha preso il potere ha rispettato i patti sia economici e sia posti di lavoro». E così c'è chi è andato a lavorare per i depuratori di Porto Salvo, di Trapani, oppure all'ospedale. E, soprattutto, quelli della "società maggiore" hanno percepito del denaro. L'equazione per Mantella non fa una grinza: «È normale, abbiamo preso i soldi sennò chi glielo faceva il favore a Nazzareno Salerno?». I patti elettorali, racconta il collaboratore, prevedono sempre delle piccole faide: «Damiano Vallelunga appoggiava Nazzareno Salerno, un'altra fazione appoggiava tipo quell'altro sindaco... quegli altri dell'altra parte lì, e quindi c'erano degli attriti, praticamente degli atti intimidatori, tipo che gli hanno bruciato le macchine, gli hanno bruciato la casa di campagna, gli hanno ammazzato qualche cavallo». Dalle intimidazioni ai rivali si passa all'attacchinaggio. In questo caso la diffusione dei manifesti era controllata dal capo clan Carmelo Lo Bianco. «Faceva anche questo – racconta Mantella –, gli regalava 4/5.000 euro a dei tirapiedi, a dei ragazzetti così, gli regalava 2/3.000 euro: "Attaccate... riempite Vibo Valentia di manifesti". Così funziona, no?».

I "REGALINI" FUORI DAI SEGGI Il clan Lo Bianco, stando ai racconti di Mantella, voleva che si votasse per Salerno e lo faceva sapere in giro. Ma non solo, «davanti alle scuole – prosegue il collaboratore – Carmelo Lobianco ha messo sempre dei... diciamo di media età, dei ragazzi e delle persone che quando venivano quelli che noi avevamo contattato per il voto, gli dicevamo: "Mi raccomando, il voto, che poi ti faccio il regalino quando esci"». Per "scuole" si intendono gli edifici scolastici che vengono adibiti a seggi elettorali. 
Mantella fa anche i nomi di coloro che sono stati impiegati al depuratore, come premio per avere sostenuto la campagna a Salerno voluta da Vallelunga. Tra questi «al depuratore di Porto Salvo, c'è Domenico Lobianco il figlio di Carmelo Lobianco». Naturalmente sono assunzioni fittizie: «Sì. Ma sulla carta sono assunti, loro vanno solo a prendere i soldi a fine mese». Secondo gli inquirenti Le dichiarazioni del collaboratore in ordine alle assunzioni risultano perfettamente riscontrate dalle indagini condotte dal dal Ros unitamente al Comando provinciale carabinieri di Catanzaro e a quello della Guardia di finanza di Vibo Valentia. 
Alla fine della campagna elettorale, racconta Mantella, «Lo Bianco ci ha detto: "Ci sono dieci posti di lavoro e una parte di soldi, che volete il posto di lavoro o vi pigliate i soldi?"».

Alessia Truzzolillo
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