Pietro Bellantoni

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Sanità, il governo tiene in stand by Oliverio e De Luca

Mercoledì, 28 Giugno 2017 19:01 Pubblicato in Politica

ROMA Sulla nomina dei commissari alla Sanità, tra cui quello calabrese, il governo decide di non decidere. E di evitare un colpo di mano che potrebbe scatenare reazioni a catena, la più pericolosa delle quali sarebbe una crisi di governo. Il Consiglio dei ministri chiude la seduta di oggi senza affrontare il nodo che riguarda la designazione del governatore campano Vincenzo De Luca e, per via incidentale, anche quello calabrese, Mario Oliverio. Un emendamento inserito nell’ultima legge di bilancio consente ai presidenti di Regione di assumere contemporaneamente anche la carica di commissario. E pare che nelle ultime ore il premier Paolo Gentiloni abbia fatto parecchie pressioni affinché De Luca fosse finalmente nominato al vertice della sanità della sua regione. Un desiderio che, però, sembra trovare la ferma opposizione di chi (assieme al titolare dell’Economia, Pier Carlo Padoan) quell’atto di nomina dovrebbe firmarlo e ratificarlo: il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Che, in accordo con i vertici del suo partito, Alternativa popolare, pare avere altre idee in merito alla gestione della sanità in due regioni sottoposte a Piano di rientro dal debito.
Gli alfaniani non vedono di buon occhio l’ascesa di De Luca, a cui preferirebbero un profilo più “tecnico”. Lorenzin avrebbe infatti avanzato la proposta di nominare l’ex commissario prefettizio di Roma Francesco Paolo Tronca, ipotesi subito scartata dal Pd e da Gentiloni. Lorenzin, tra l’altro, si trova in una situazione scomoda, dal momento che era stata proprio lei la fautrice della legge, poi abrogata, che impediva il doppio incarico per i governatori. Ma il più strenuo oppositore alla nomina di De Luca (e quindi, per derivazione, di Oliverio) sarebbe il sottosegretario calabrese Tonino Gentile, supportato da un nutrito drappello di senatori di Ap del Sud. Da qui l’impasse delle ultime ore, che produce riflessi anche in Calabria: è chiaro che, senza il placet a De Luca, Oliverio non può sperare di ottenere la nomina inseguita fin dal giorno del suo insediamento alla guida della Regione.  
Il governo ha dunque optato per la soluzione “prendere tempo”, in modo da ricucire lo strappo e trovare una soluzioni condivisa che eviti tensioni in una maggioranza già di per sé traballante. La “pratica commissari”, secondo alcune indiscrezioni, stava per arrivare “fuori sacco” al Cdm di oggi, ma è stata bloccata per tempo. Il problema, tuttavia, è destinato a ripresentarsi nei prossimi giorni. De Luca e il Pd aspettano risposte. E anche Oliverio sta alla finestra, fiducioso.

Pietro Bellantoni
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Migranti, Fi chiede lo stato d'emergenza

Mercoledì, 28 Giugno 2017 18:03 Pubblicato in Politica

COSENZA «Diecimila sbarchi in 4 giorni confermano che la situazione è gravissima e che il governo deve assumersi la responsabilità di dichiarare lo stato di emergenza». Lo afferma Jole Santelli di Forza Italia. «Ci vogliono misure immediate – dice Santelli – che vadano dalla obbligatoria presenza a bordo di uomini delle forze dell'ordine su ogni Ong (pena divieto di attracco), alla revisione immediata delle posizioni dei migranti, mantenendo solo quanti siano realmente rifugiati provenienti da zone di guerra. Non si può continuare a scaricare su istituzioni periferiche ed enti locali – continua la nota – abusando del loro ruolo. L'Italia oggi è l'outlet del Mediterraneo – conclude Santelli – in un'Europa che, invece, pratica " prezzi fissi" e non si occupa dei disagi vissuti dalla popolazione italiana» . 

«SITUAZIONE ALLARMANTE» Sull’argomento ha preso posizione anche il capogruppo di Fi in consiglio regionale Alessandro Nicolò, che condivide la richiesta di Santelli: «Il fenomeno dei flussi migratori è una questione allarmante rispetto alla quale il governo nazionale non può più permettersi di tergiversare. Serve, così come richiesto dalla deputata e coordinatrice regionale Fi Santelli, una commissione parlamentare di inchiesta. La situazione è ormai al collasso. Si dichiari lo stato di emergenza, anche alla luce della richiesta formale del governo al rappresentante Ue per la grave situazione contingente. L'Europa non può continuare a voltarsi dall'altra parte». «Gli ultimi dati – prosegue – pongono delle serie riflessioni sulle misure da adottare per contenere il fenomeno; in particolare procedendo alla revisione immediata delle posizioni dei migranti; garantendo la permanenza sul territorio solo a quanti siano realmente rifugiati politici provenienti da zone di guerra. Il peso di una questione ormai divenuta insostenibile non può gravare esclusivamente sugli Enti locali e sull'associazionismo. Né è tollerabile che si utilizzi la logica dello scaricabarile a danno della Calabria, cerniera di collegamento con l'Europa, e delle altre regioni del Sud». «Nel nostro Paese c'è chi lucra sui drammi altrui e gestisce in modo vergognoso l'ospitalità. Tutte le forze politiche – conclude Nicolò – sono chiamate a fare luce su distorsioni e criticità nonché sui gravissimi errori commessi che stanno generando confusione tra i dati relativi ai veri rifugiati politici rispetto a quelli afferenti la mole di clandestini che giungono sulle nostre coste». 
Dello stesso avviso anche il coordinamento provinciale di Crotone di Forza Italia: «Se diecimila sbarchi in 4 giorni non confermano che la situazione è gravissima e che il governo deve assumersi la responsabilità di dichiarare lo stato di emergenza non vediamo cosa debba ancora accadere. La questione migranti è ormai una priorità nazionale ed europea. L'Italia, ed in particolare gli enti locali interessati, non possono continuare a rimanere soli e abbandonati. Servono misure forti e urgenti. Siamo e saremo sempre per l'accoglienza e per la solidarietà tra i popoli ma non possiamo permetterci il lusso che il finto buonismo di questo fantomatico csx  radical chic continui nella sua pratica quotidiana del non fare. Le belle parole non servono. Il governo ha il dovere di fare e fare bene. L'unica consolazione che ci rimane dinanzi a tale inerzia governativa è la fine di questa legislatura quando il centro destra tornerà al governo del Paese».

Caos Villa, il ministro: «Legittima l'azione di Siclari»

Mercoledì, 28 Giugno 2017 16:44 Pubblicato in Politica

VILLA SAN GIOVANNI «Il sindaco di Villa San Giovanni ha legittimamente proceduto alla nomina del suo vicesindaco». È quanto ha affermato oggi alla Camera il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro rispondendo a una interrogazione presentata dalla deputata del M5S Federica Dieni. La vicenda riguarda quanto avvenuto all’indomani delle elezioni amministrative nella cittadina dello Stretto, che hanno decretato la vittoria del sindaco Giovanni Siclari. Il neo primo cittadino, nel novembre 2016, era stato condannato, insieme con gli altri ex membri della giunta La Valle, per abuso d’ufficio in merito ad alcune concessioni a favore di uno stabilimento balneare che sorgeva in una zona demaniale. La condanna aveva fatto scattare la sospensioni per tutti gli amministratori coinvolti, tra cui Siclari, che, nel frattempo, erano entrati a far parte della nuova amministrazione guidata da Antonio Messina. Le successive dimissioni della maggior parte dei consiglieri comunali aveva poi sancito la fine anticipata della consiliatura e l’arrivo di un commissario prefettizio. 
Subito dopo la proclamazione, avvenuta il 12 giugno scorso, Siclari ha nominato come vicesindaco Maria Grazia Richichi. Il giorno dopo, il prefetto di Reggio ha notificato il nuovo provvedimento di sospensione ai danni del nuovo sindaco. Proprio le circostanze relative all’immediata designazione del vicesindaco avevano alimentato i dubbi delle forze di opposizione, convinte che Siclari, già sospeso, non avrebbe potuto procedere con la nomina. Secondo Finocchiaro, che ha risposto al question time in sostituzione del ministro dell’Interno Marco Minniti, «sembra ragionevole ritenere che il sindaco abbia legittimamente proceduto alla nomina del vicesindaco». Questo perché «la giurisprudenza ha affermato che la sospensione decorre dalla comunicazione del prefetto», in questo caso avvenuta il 13 giugno, il giorno successivo alla proclamazione degli eletti e alla nomina di Richichi da parte di Siclari. Il ministro, dopo aver chiarito che eventuali profili di illegittimità «possono essere fatti valere in sede giurisdizionale», ha sottolineato come la questione presenti comunque alcune zone d’ombra: la vicenda di Villa San Giovanni, insomma, presenta «profili molto gravi, perciò la Prefettura assicurerà la massima vigilanza sul funzionamento dell’ente».

DIENI: «CALPESTATE LE REGOLE» «Il governo è complice di chi a Villa San Giovanni ha voluto calpestare le regole». È quanto ha affermato la deputata del M5S Federica Dieni dopo la risposta di Finocchiaro. «Non vi è dubbio – ha spiegato - che la legge Severino abbia alcuni limiti, dato che non prevedeva casi come quello registrato a Villa San Giovanni. Immagino che si ritenesse che la decenza dovesse impedire che qualcuno che fosse già sospeso, o in condizioni tali da venire immediatamente sospeso, come un condannato per abuso d’ufficio, si candidasse per fare il sindaco. Ebbene la nostra classe politica non è decente, e non è certo una scoperta. Questo caso si è prodotto e non si può far finta di nulla. Non possiamo tollerare che attraverso un escamotage, condito da una buona dose di ignavia da parte di chi doveva vigilare, si possa aggirare una legge che era nata per fare da argine contro l’occupazione delle istituzioni da parte dei condannati. E se questo governo non intende fare nulla, allora è complice. Complice del tentativo di smantellare gli argini contro il dilagare della corruzione nella politica, complice nell’infrazione continua delle regole da parte di chi occupa posizioni di potere. Tutti siamo uguali dinanzi alla legge e non può essere che la politica sia più uguale degli altri. Il caso di Giovanni Siclari che, da condannato e sospeso, del tutto indisturbato si fa eleggere e nomina una sostituta per guidare un Comune, getta infamia sulle istituzioni perché è uno schiaffo allo Stato di diritto e al primato della legge. E la questione della competenza è relativa, perché spettava alle strutture di governo sul territorio, al prefetto, non consentire che la nomina del vicesindaco venisse effettuata, intervenendo immediatamente per ricordare che la sospensione operava dall’istante in cui il Siclari veniva proclamato sindaco. Non è stato fatto e ora si è dato avvio a un’amministrazione illegittima». 
L’avvallo di questa situazione da parte dell’esecutivo – ha detto la deputata 5 stelle concludendo la sua risposta - «è la prova che non c’è interesse alcuno per impedire che, una sassata dopo l’altra, si abbattano le norme che ancora frenano l’invasione di corrotti e corruttori nella cosa pubblica. Potete usare belle parole, ma alla fine sono i fatti a definirvi. E il fatto evidente a tutti oggi è che di fronte allo stupro del diritto decidete di girarvi dall’altra parte».

Sversamento rifiuti, scagionato l'ex socio della Leonia

Mercoledì, 28 Giugno 2017 15:17 Pubblicato in Cronaca

REGGIO CALABRIA Cadono tutte le accuse nei confronti dall’ad livornese di Ecotherm, Angelo Mannucchi. Il numero uno dell’ex socio privato della Leonia, difeso dall’avvocato Sergio Laganà e in primo grado già assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, è stato riconosciuto innocente rispetto alle contestazioni di abuso d’ufficio e sversamento illecito di rifiuti che in primo grado gli erano costate una condanna a un anno e due mesi di carcere. Così ha deciso la Corte d’appello di Reggio Calabria, riformando la sentenza di primo grado del processo con rito abbreviato “Athena 49%”, meglio conosciuto come procedimento Leonia. Ridimensionate anche le pene inflitte agli altri imputati, tutti ex dipendenti della Leonia, accusati di diversi episodi di truffa e peculato. Passa da 4 anni a 2 anni e 6 mesi la pena inflitta a Roberto Lugarà, mentre per Francesco Minniti e Antonio Ursino, la Corte ha considerato «la prevalenza delle circostanze attenuanti sulla contestata aggravante» per questo ha condannato Minniti a 4 mesi di carcere e 100 euro di multa in luogo dell’anno di reclusione rimediato in primo grado, e Ursino a 10 mesi di carcere e 300 euro di multa, al posto della condanna ad 1 anno e 4 mesi di carcere e mille euro di multa del primo grado. In ogni caso, Lugarà, Ursino e Minniti dovranno risarcire le parti civili, cioè il Comune di Reggio Calabria e Leonia spa. Una sentenza che non inficia l’assunto portante dell’inchiesta: la società mista Leonia era infiltrata dalla ‘ndrangheta. 
Eseguita nell’ottobre 2012, all’indomani dello scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose, l’inchiesta Athena 49%  ha svelato come fin dal 2001, i Fontana – storica 'ndrina della periferia nord di Reggio Calabria – si sarebbe fatta strada all'interno della Leonia, gestendo per anni appalti milionari. Grazie a Bruno De Caria – insospettabile testa di legno messa a capo della stessa società – per anni il clan ha avuto saldo in mano quello che gli inquirenti non hanno timore a definire «il controllo strutturale delle imprese impegnate nello specifico settore della raccolta dei rifiuti, tra le quali la società mista pubblico-privata Leonia spa, partecipata al 51% delle azioni dal Comune di Reggio Calabria». Una colonizzazione – sottolineano i magistrati – portata avanti dai vertici decisionali della 'ndrina e dai loro compiacenti prestanome, il cui risultato sarebbe stato «un pervasivo potere di condizionamento e controllo di tipo mafioso sul “comparto ambientale” o “comparto rifiuti” di Reggio Calabria». Un potere adesso incrinato dall'indagine lunga e complessa della Dda reggina, che già nel lontano 2001 era stata in grado di documentare l'inserimento della 'ndrina dei Fontana nel ricco e lucroso comparto ambientale, attraverso la Semac srl, società alla quale era ed era stata affidata la «manutenzione dei mezzi meccanici» della Leonia. Una pista poi confermata dalle due distinte indagini svolte in parallelo da Gico e squadra mobile, e dalle straordinariamente coincidenti dichiarazioni di diversi pentiti.

Alessia Candito
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COSENZA «La città sarà un grande scenario all'aperto». Così il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto ha presentato alla stampa il cartellone degli eventi estivi nell'ambito della nuova edizione del Festival delle invasioni che quest'anno ha il sottotitolo "Confluenze sul lungofiume", che andrà in scena dal 29 giugno al 30 settembre (alla fine del servizio, cliccando sul link, si può scaricare il programma). Il sindaco ha spiegato il perché dell'idea delle confluenze grazie anche all'ormai storica esperienza dell'assessore Rosaria Succurro e alla super visione del vicesindaco Jole Santelli.
«Manifestazioni del genere - ha detto il sindaco - nascono sempre più per evitare lo spopolamento estivo ma soprattutto rendere la città più vivibile in questo periodo. La ricchezza si produce anche in questo modo e non solo con programmi come Garanzia giovani. Il territorio deve essere competitivo». Il vicesindaco Santelli ha voluto dare una "connotazione molto social" al Festival e ha ribadito l'importanza del lavoro di squadra: «È stato un lavoro realizzato con la collaborazione di tutti. Vorrei porre l'importanza sul titolo della manifestazione "Confluenze" perché si tratta di un luogo simbolico. Si è spostato il lungofiume per valorizzare la città e la musica diventa un incubatore di eventi. È stata scelta una musica di accompagnamento che abbraccia tutti i gusti: dalla musica classica - sia locale che nazionale - a generi musicali per i più giovani». 
Il Festival sarà inaugurato il 29 giugno con Ahmad, conosciuto in tutto il mondo come il "pianista di Yarmouk", il campo palestinese alle porte di Damasco. La musica di Ahmad, un inno alla pace, diventa la filosofia portante di Confluenze-Festival delle invasioni. Il programma è stato illustrato nei dettagli dal dirigente della Cultura Gianpaolo Calabrese: «Si valorizzeranno molto il centro storico e i giovani talenti calabresi. Ci saranno poi Gavino e Michela Murgia che ci racconteranno il mito di Alarico. Diverse saranno le presentazioni dei libri». 
«Un cartellone così importante - ha detto l'assessore alla Cultura Rosaria Succurro - non è solo valorizzazione dei luoghi ma è soprattutto un percorso. Confluenze non è solo un luogo fisico ma simbolo di una scelta politica, filosofica, artistica». Presenti in aula gli artisti dei BocsArt. 
Il 12 luglio ci sarà il concerto di Francesco Gabbani. Nella parte antica della città dal 17 luglio al 21 luglio ci sarà una staffetta tra eventi musicali e spettacoli con incursioni nel teatro di Saverio La Ruina e nei "Racconti del mito" dei sardi Gavino e Michela Murgia. 
«Anche ad agosto - ha aggiunto l'assessore Succurro - ci saranno tante iniziative per tutto il mese che faranno rivivere i quartieri con momenti musicali ed enogastronomici». 

 


Mirella Molinaro
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Acheruntia, è il turno dei testimoni delle difese

Martedì, 27 Giugno 2017 12:57 Pubblicato in Cronaca

COSENZA Hanno sfilato, nell'aula 9 del Tribunale di Cosenza, i testimoni della difesa degli imputati del processo "Acheruntia", il procedimento che si sta svolgendo a Cosenza per gli indagati per i quali la Dda di Catanzaro aveva disposto il giudizio immediato. Sul banco degli imputati ci sono l'ex consigliere comunale di Acri, Angelo Gencarelli, Giampaolo Ferraro e Giuseppe Perri, ritenuto dagli inquirenti il reggente della cosca sul territorio acrese. 
Acheruntia è l'inchiesta della Procura antimafia che nel luglio del 2015 ha provocato un terremoto politico ad Acri. Tra le persone coinvolte anche l'ex assessore regionale all'Agricoltura Michele Trematerra. Il collegio del Tribunale di Cosenza (presidente Enrico Di Dedda), martedì mattina, ha ascoltato alcuni testimoni della difesa di Ferraro, difeso dall'avvocato Lucio Esbardo. Dopo il brigadiere Gabriele Fusaro, il collegio ha ascoltato Laura Capalbo che all'epoca dei fatti aveva un'attività commerciale ad Acri. La donna ha precisato che Ferraro le aveva chiesto "gentilmente" di installare le macchinette nel suo locale. Ha ribadito di non avere mai ricevuto pressioni. Rispondendo poi alle domande del pm Domenico Assumma, la teste ha detto di non avere mai saputo dell'episodio in cui Ferraro avrebbe preso a schiaffi suo zio. La difesa di Gencarelli, gli avvocati Antonio Quintieri e Matteo Cristiano, hanno ascoltato l'ingegnere Elio Feraudo, in passato in servizio al Comune di Acri. Il teste ha ribadito di conoscere Gencarelli perché è stato consigliere comunale. A lui è capitato - ha detto - «che quando nevicava molto anche Gencarelli ci segnalava alcune imprese che non avevano fatto domanda per coinvolgerle nei lavori. Questo perché perché ditte non sempre erano a conoscenza. Non mi risulta - ha aggiunto - che Gencarelli avesse conoscenze in ambito criminale». Rispondendo alle domande del pm, l'ingegnere Elio Feraudo ha detto di non conoscere Rinaldo Gentile e di conoscere solo di vista Perri. «Non ho mai sentito parlare - ha detto Feraudo - della ditta "La fungaia"», che il pm ha ricordato al teste essere di Gencarelli. La difesa di Gencarelli ha rinunciato a sentire tutti gli altri testi della sua lista. Il processo è stato aggiornato al prossimo 13 luglio per l'esame degli imputati. 

mi. mo.

Locri, il sindaco chiede il commissariamento dell'ospedale

Martedì, 27 Giugno 2017 12:16 Pubblicato in Politica

LOCRI Dopo l’incontro tenutosi ieri presso la sala del consiglio comunale di Locri tra i sindaci della Locride e i vertici dell’Asp 5 di Reggio Calabria, in merito alla critica situazione in cui versa l’ospedale della Locride, giunge lo sfogo del sindaco Giovanni Calabrese: «Il direttore generale dell’Asp, che tra commissario e direttore, è al vertice dell’Azienda ospedaliera da oltre un anno, dopo essersi presentato con oltre un’ora di ritardo all’incontro con i sindaci del territorio, non ha inteso affrontare le note e ataviche criticità che attanagliano il presidio locrideo. Nel lungo, disarticolato ed evanescente suo intervento, Brancati, tra lo stupore delle tante persone presenti nella sala consiliare, di tutto ha parlato tranne che dei problemi dell’ospedale di Locri».
«Il pessimo funzionamento di tutti i reparti e i pessimi servizi sanitari erogati ad oggi ai cittadini - continua -, non sembrano interessare il direttore generale. Lo stesso che non ha “digerito” l’intervento del sottoscritto e, soprattutto, quello del sindacalista Azzarà. Brancati prima ha impedito ad Azzarà di continuare il proprio appassionato intervento sulla situazione dell’ospedale e, non contento, si è voltato verso il sottoscritto dicendo: “Lei è il cialtrone che ha organizzato questa imboscata”, cercando anche di abbandonare la sala per sottrarsi a quello che doveva essere l’unico e solo argomento: cioè la grave situazione dell’ospedale. Ieri però Brancati, che è l’espressione del governo regionale, con il proprio atteggiamento, ha confermato i sospetti che non vi è nessuna intenzione di risolvere seriamente e concretamente i problemi dell’ospedale di Locri. Il grido d’allarme proveniente dalla Locride non sembra interessare la politica che con l’esclusione del consigliere Romeo risulta completamente assente dalla Locride, facendola ricomparire puntualmente solo in occasione di competizioni elettorali. Non si vedono e non si sentono i consiglieri regionali della provincia di Reggio Calabria; non si hanno notizie dei parlamentari calabresi, ad eccezione dell’onorevole Battaglia, che ieri ha chiesto la rimozione di Brancati in quanto non paga i fornitori dell’Asp, ma indifferente anche lui alle problematiche della sanità locale. Un Brancati anche vergognosamente spalleggiato da alcuni sindaci prostrati al potere per interesse lavorativo e per chiara parte politica».
«Dopo quasi quattro anni di battaglie sulle drammatiche condizioni dell’ospedale che hanno portato a numerose inchieste per presunte morti per “malasanità” - aggiunge Calabrese -, con personale stressato e mortificato da turni massacranti, con intestine lotte di potere all’interno di alcuni reparti, con quotidiane vicende di cronaca nera e cronaca rosa che destabilizzano quel che rimane di un ospedale che fino a qualche anno fa rappresentava un riferimento sanitario qualificato per l’intera Locride, assistiamo ancora una volta al teatrino della politica e al ping pong tra governo e Regione, frutto della guerriglia tra le varie componenti del Pd, il cui segretario nazionale è venuto nella Locride non per verificare i problemi seri, ma per deliziarsi con zeppole e nacatole. Non è vero che i problemi non si possono risolvere, è solo una questione di volontà. Dopo che il direttore generale ha palesato la propria incapacità ad affrontare i reali problemi dell’ospedale della Locride, nella qualità di sindaco della città di Locri, città che è stata obbligata al dissesto finanziario anche a causa del management ospedaliero che, non pagando i tributi, ha creato un buco nel bilancio comunale per oltre cinque milioni di euro, chiedo al ministro Lorenzin di commissariare la gestione dell’ospedale di Locri, staccandola dal controllo dell’Asp di Reggio Calabria e, nel contempo, chiedo al presidente Oliverio di sollevare con la massima urgenza il dottor Brancati dal gravoso compito di dg dell’Asp 5, per evitare che la sanità in provincia di Reggio Calabria venga trasformata in una macelleria per come fino ad oggi fatto da Brancati. È auspicabile anche che i consiglieri regionali e i parlamentari eletti con il consenso diretto e indiretto dei cittadini Locridei, vengano a rendersi conto della gravissima situazione dell’ospedale di Locri mettendosi a disposizione del territorio con l’obiettivo di trovare rapide, concrete e ragionevoli soluzioni. La Locride sta morendo, l’ospedale sta chiudendo e la politica regionale e nazionale continua a non proporre adeguate e rapide soluzioni».

Consiglio, respinto il ricorso di Mangialavori

Martedì, 27 Giugno 2017 11:22 Pubblicato in Politica

REGGIO CALABRIA Giuseppe Mangialavori non tornerà in consiglio regionale. Il ricorso presentato dall’ex esponente della Casa delle libertà a Palazzo Campanella è stato respinto dal Consiglio di Stato. Mangialavori, eletto nel 2014 nel collegio Catanzaro-Vibo-Crotone, era stato estromesso dall’assemblea calabrese dopo che la Corte costituzionale prima e il Tar poi avevano riconosciuto il diritto di Wanda Ferro, miglior candidato presidente perdente, di ottenere un seggio in Consiglio. Subito dopo la decisione del Tribunale amministrativo, il medico vibonese aveva presentato ricorso davanti al Consiglio di Stato nei confronti della stessa Ferro, di Giuseppe Morrone, Nazzareno Salerno e Mario Magno. Secondo i legali di Mangialavori, Marcello Clarich e Stefano Luciano, a dover cedere il posto a Ferro avrebbe dovuto essere Nazzareno Salerno, nel frattempo finito in carcere (oggi è ai domiciliari) nell’ambito dell’inchiesta Robin Hood e sostituito a Palazzo Campanella da Mario Magno. Il seggio che spettava a Ferro, secondo questa interpretazione, non doveva essere individuato tra i 6 assegnati con il sistema maggioritario (tra cui l’ultimo era proprio quello di Mangialavori), ma tra i 24 assegnati con il metodo proporzionale (tra cui l'ultimo era quello assegnato a Salerno). La tesi difensiva non è però stata accolta dal Consiglio di Stato, che ha confermato la precedente decisione del Tar calabrese. 
«A parte il seggio occupato di diritto dal presidente della giunta regionale e quello attribuito al candidato alla carica di presidente della giunta regionale che ha conseguito un numero di voti validi immediatamente inferiore a quello del precedente – scrivono i giudici Lanfranco Balucani (presidente) e Pierfrancesco Ungari –, tutti i seggi vengono attribuiti alle liste circoscrizionali». Per il Consiglio di Stato, inoltre, «non sembra possa operarsi alcuna distinzione tra i 24 seggi attribuiti proporzionalmente e gli ulteriori 6 seggi attribuiti dall’Ufficio centrale circoscrizionale, ma deve riguardarsi solo all’ultimo dei seggi attribuito alle liste circoscrizionali collegate con il capolista della lista regionale proclamato alla carica di consigliere». 
Mangialavori attualmente è il coordinatore provinciale di Forza Italia a Vibo Valentia ed è molto apprezzato dai vertici del partito. Non è dunque affatto esclusa una sua candidatura alle prossime elezioni politiche. 

IL COMMENTO DI MANGIALAVORI «Rispetto incondizionato per la decisione del Consiglio di stato che sancisce la mia definitiva decadenza dall’assise regionale. Quest’ultima, infatti, è conseguenza di una legge pasticciata e cervellotica». Così Mangialavori commenta la sentenza con cui il Consiglio di Stato ha respinto il suo ricorso. «Nonostante le prospettate buone ragioni difensive, il Vibonese così è privato del contributo del loro eletto (7400 i voti confluiti sulla mia candidatura). Durante l’esercizio del mandato – aggiunge Mangualavori – mi sono occupato, prioritariamente, di cultura, turismo, sanità, ambiente, trasporti, lavoro e ogni decisione è sempre stata orientata dalla necessità, morale prima ancora che politica, di porre in primo piano, nell’agenda del governo regionale, le ragioni di chi vive in una condizione di disagio o sofferenza. E ciò nonostante un’azione di governo tutt’altro che esaltante. L’amministrazione targata Oliverio si è dimostrata, infatti, totalmente priva di efficacia ed incisività; l’immobilismo e un orizzonte tutt’altro che profondo hanno scandito, fin qui, la sua azione di (non) governo. L’auspicio – conclude l'ex consigliere regionale – è che i rappresentanti della Calabria e soprattutto quelli del Vibonese difendano ogni comprensorio regionale e proiettino le loro iniziative verso obiettivi alti e concreti. Considero un privilegio avere offerto il mio tempo ed ogni risorsa politica e umana per la comunità calabrese. Un onore che rappresenterà l’incipit di nuove battaglie politiche per una Calabria definitivamente emancipata da ogni ritardo con la storia. Questa esperienza non mina neanche lontanamente la mia fiducia nella democrazia e della sua capacità di rendere omaggio, in modo ineguagliabile, alle legittime speranze dell’uomo».

Pietro Bellantoni
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Reggio, 28enne arrestato per spaccio di cocaina

Martedì, 27 Giugno 2017 10:34 Pubblicato in Cronaca

REGGIO CALABRIA Un 28enne di Reggio Calabria è stato arrestato per possesso e spaccio di droga. Il giovane, Antonio Sarica, già noto alle forze dell’ordine, è stato fermato la scorsa notte dai carabinieri dell’Aliquota radiomobile. I militari, al termine di una perquisizione personale, veicolare e domiciliare, lo hanno trovato in possesso di: 40 grammi di cocaina e di una ventina di banconote di diverso taglio, per una somma complessiva di 450 euro. Tutto il materiale è stato sequestrato. 
Sarica, al termine delle formalità di rito, è stato posto agli arresti domiciliari. 

Due condanne per l'omicidio del boss Femia

Lunedì, 26 Giugno 2017 19:16 Pubblicato in Cronaca

ROMA Due condanne e un'assoluzione. Con questa decisione si è chiuso il processo d'appello che vedeva Massimiliano Sestito e i fratelli Antonio e Francesco Pizzata imputati come componenti della “cellula” 'ndranghetista che nel gennaio 2013, in località Castel di Leva, all'estrema periferia di Roma, uccise il boss calabrese Vincenzo Femia. Dopo una lunga camera di consiglio è arrivata la condanna all'ergastolo di Sestito e a 25 anni di carcere di Francesco Pizzata (per quest'ultimo riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti del “metodo mafioso” e della premeditazione), e l'assoluzione «per non aver commesso il fatto» di Antonio Pizzata.
In primo grado i tre erano stati condannati tutti all'ergastolo. Femia era ritenuto personaggio di primo piano nella malavita della capitale, con diversi precedenti tra cui associazione mafiosa e appartenenza alla cosca di San Luca, conosciuta per la strage di Duisburg del 2007. Fu trovato morto il 24 gennaio 2013, ucciso con numerosi colpi di pistola mentre era dentro l'auto della moglie. Lo spessore criminale della vittima e le modalità dell'omicidio indussero gli investigatori a ricondurre il delitto a un contesto di tipo mafioso. Tutto rimase però oscuro fino a quando Gianni Cretarola, diventato collaboratore di giustizia (e per questi fatti giudicato separatamente col rito abbreviato), con le sue dichiarazioni fece luce sul delitto. Confessò di far parte della cellula 'ndranghetista e che il reale movente dell'omicidio era da ricollegare i contrasti insorti nella spartizione del mercato della droga nella capitale (160 chili di cocaina colombiana trasportati a Roma dalla Spagna nell'agosto 2012). Il compito del collaboratore (che, oltre a descrivere le modalità dell'azione, indicò i partecipanti e addirittura il numero dei colpi esplosi) era stato quello di accompagnare Femia al posto individuato per l'agguato.