Mafia e democrazia: l’intreccio putrido nel saggio di Cavaliere

di Romano Pitaro*

Venerdì, 17 Marzo 2017 12:41 Pubblicato in Società
La copertina del libro di Claudio Cavaliere La copertina del libro di Claudio Cavaliere

Il mio amico Claudio Cavaliere (di recente è stato consulente della Commissione istituita dal Senato - presieduta da Doris Lo Moro - sulle intimidazioni agli amministratori comunali che ha concluso i suoi lavori a febbraio 2015 e prodotto un interessante dossier) si è spremuto le meningi. Ed ha prodotto “la democrazia mafiosa” (sottotitolo: mafia e democrazia nell’Italia dei Comuni - 1946/1991; prefazione di Nicola Gratteri). Da par suo, conoscendo profondamente splendori e miserie degli enti locali, essendo stato - tra l’altro - per anni segretario della Lega delle Autonomie calabrese (per la quale curava l’utilissimo “Rapporto sui Comuni” sporcati dalla criminalità organizzata), s’è impegnato in un faticoso ‘corpo a corpo’ con la storia, la sociologia, l’aneddotica e soprattutto con l’evoluzione legislativa in materia.
Dalle elezioni amministrative del 1946, il libro passa in rigorosa rassegna la storia dei Comuni italiani, di quelli sciolti anticipatamente «con motivazioni più o meno bislacche», e spiega perché sono occorsi quarantacinque anni prima di approdare alla legge sugli scioglimenti per mafia del 1991. La domanda è pertinente: «Perché proprio in quell’anno, dopo quarantacinque anni di storia repubblicana, quasi si fosse stati colti alla sprovvista? Forse prima la mafia, nelle sue declinazioni regionali, non aveva già gestito direttamente istituzioni, risorse, enti pubblici e quant’altro?» Ne viene fuori un affresco a tratti sorprendente con riferimento agli anni immediatamente successivi alla nascita della Repubblica, quando in Italia sembrava vigere «il reato di essere sindaco», da una famosa espressione di un discorso svolto a Bologna nel 1951 dal sindaco Giuseppe Dozza, in cui l’attenzione era esclusivamente rivolta all’operato dei sindaci di sinistra. I quali venivano regolarmente denunciati, incriminati, rimossi e addirittura incarcerati; non tanto perché commettevano reati, ma perché svolgevano la loro attività a favore dei propri cittadini. In una parola, perché facevano politica.
Il lavoro di Cavaliere richiama "Democrazie mafiose" del ‘69, ma se nette sono le differenze per via del fatto che il «giacobino di estrema destra» Panfilo Gentile aveva come bersaglio «la democrazia manipolata da gente priva di competenza e carrierista»; «il progresso ipocrita» e «l'ingenua fiducia che mette ipoteche sul futuro mentre spartisce il potere nel presente», analogie si ravvisano con le frequenti corrosive critiche «alla spartizione delle tessere» e «all’inquinamento del sottogoverno». In fondo, anche quest’altro «italiano scomodo» e «politicamente scorretto», sosteneva, mentre denunciava «il pesante e costoso statalismo filantropico, utilizzato poi dai partiti a scopo clientelare e mafioso», che tutte le democrazie tendono ad essere mafiose.
Il libro edito da Pellegrini (pp 255 costa 16 euro e sarà in libreria il 6 aprile) tiene, per la sua lucidità sintattica, il rigore analitico e la compostezza culturale. Se non c’è dubbio che «la mafia è un fattore strutturale del potere in Italia, mai percepito come un potere che si pone in alternativa allo Stato» (“Atlante delle mafie” di Ciconte, Forgione, Sales). E che le mafie sono protagoniste di un pezzo della storia italiana, quasi «una specie di autobiografia della società italiana e meridionale nel loro insieme», Claudio Cavaliere documenta come la mafia non si contrapponga allo Stato, ma lo “ibrida”. E  l’intreccio con il sistema delle autonomie locali ne dà la cifra come “forma di governo”: governo dei territori e quindi delle quotidianità più vicine ai cittadini. E descrive, per filo e per segno, nascita e sviluppo di questa solo apparentemente paradossale “democrazia mafiosa”. C’è lo sforzo, peraltro utile a ristabilire un confronto critico che non polverizzi il nesso logico-sintattico, ancorché il principio di non contraddizione, di eliminare dalla discussione sulla mafia correlata alle attività delle amministrazioni comunali, sovrastrutture sulfuree, orpelli sanguinolenti e ciance di vario segno, che distraggono l’attenzione dal ruolo svolto dalle classi dirigenti del Paese per sancire le ragioni del successo delle mafie.  Lo diceva Borsellino: «Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene» della mafia. Spesso, tuttavia, si scivola nella retorica più  uggiosa, come quando si coinvolgono i bambini delle scuole elementari per farli sbadigliare di fronte all’ennesimo predicatore convinto che il suo appello antimafia possa guidare il popolo al cambiamento. O nel racconto immaginifico. Niente di tutto ciò, in «la democrazia mafiosa». Il taglio è scientifico ma accessibile, mai pedagogico o predicatorio, corposa la bibliografia utilizzata, originale lo sguardo su più irrisolte questioni e vicende per giungere all’introduzione di un concetto alquanto inquietante: la democrazia mafiosa. Che fa a pezzi i consolatori e assolventi canoni di “infiltrazione” e “condizionamento” che eludono la domanda chiave: «La democrazia può generare problemi?». Per giungere alla domanda più urticante: «E se la mafia si fosse imposta non a dispetto della democratizzazione della vita politica, ma a causa di essa?».

*Giornalista