Politica

Cronaca

Società

Sport

Corriere della Calabria

ROMA Sono passati quasi quarant'anni da quel 16 marzo del 1978 in cui il segretario della Democrazia cristiana Aldo Moro veniva sequestrato da una colonna delle Brigate Rosse, che lo ucciderà 55 giorni dopo. Da allora, decine di processi e commissioni di inchiesta hanno tentato – chi più, chi meno – di comprendere come sia maturato quel piano e chi sia intervenuto nelle fallimentari trattative per la liberazione del politico. Nessuna è giunta mai ad una verità definitiva. L'ultima commissione bicamerale d'inchiesta che abbia lavorato sul tema non fa eccezione, ma – forse – un passo avanti è stato fatto, perché se c'è una cosa che emerge - chiaramente – dalla relazione finale a firma del presidente Beppe Fioroni, è che su alcune delle piste emerse gli approfondimenti sono ancora in corso. E si tratta di piste che – tutte – portano in Calabria.


LE RIVELAZIONI DEL PENTITO MORABITO Non è la prima volta che l'ombra dei calabresi, o meglio della 'ndrangheta calabrese, emerge dalle pieghe del delitto Moro. Uno dei primi a parlarne era stato il pentito Saverio Morabito, capostipite della magra dinastia dei collaboratori di 'ndrangheta in Lombardia, che senza esitazione aveva collocato anche Antonio Nirta "Due Nasi" fra i componenti del commando che il 16 marzo ha bloccato l'auto di Moro per sequestrare il politico. Un'informazione mai seriamente valorizzata né approfondita - come ammesso in commissione dallo stesso Antonio Marini, oggi procuratore generale presso la Corte d'appello di Roma, ma in passato più volte titolare dell'accusa nei processi riguardanti il cosiddetto caso Moro - e oggi probabilmente impossibile da confermare a meno che non saltino fuori nuove prove e nuove foto che diano nome e volto a quelle otto persone in più che, stando alla ricostruzione della commissione, avrebbero partecipato al sequestro.


I CONTI NON TORNANO E LE FOTO NEPPURE «Almeno 20 persone, con ruoli attivi e omissivi, hanno agito quel 16 marzo del 1978 e non tutte erano delle Br. E non dodici, come finora accertato dall'autorità giudiziaria» ha confermato al riguardo il deputato Pd Gero Grassi, ma sulla loro identità ancora buio pesto. Di certo, alcuni potrebbero essere uomini delle 'ndrine ha sottolineato l'ex presidente della Camera Luciano Violante, che davanti alla commissione ha ricordato come siano ufficialmente "sparite" alcune foto imbarazzanti per i clan calabresi scattate nell'immediatezza dell'agguato di via Fani. A rivelarlo, nel corso di una conversazione telefonica intercettata, è stato l'ex deputato Benito Cazora, morto nel 1999 senza mai essere stato ascoltato da una commissione d'inchiesta sul caso Moro. Otto giorni dopo il rapimento, Cazora è al telefono con Sereno Freato, storico segretario del politico sequestrato, cui chiede le foto del 16 marzo perché «dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio... noto a loro».


L'AMBIGUO RUOLO DI CAZORA Un dettaglio su cui sembra non ci siano mai stati i dovuti approfondimenti, come sembrano essere passate in sordina le altre puntuali informazioni sul covo di via Gradoli arrivate dal parlamentare, indicato nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare del 2006 come l'uomo incaricato dalla Dc di tenere i contatti con le 'ndrine calabresi. È in quel documento che si legge chiaramente «un ulteriore tentativo di utilizzare la criminalità organizzata – in questo caso la 'ndrangheta – per liberare Moro era riferibile alle attività Benito Cazora, parlamentare della Dc e del suo referente Salvatore Varone, che avrebbe promesso di fornire informazioni in cambio di agevolazioni per se´ e per i suoi familiari. Il Varone avrebbe portato il Cazora sulla Cassia all'altezza di via Gradoli, dicendo che quella era l'area in cui si trovava il covo in cui era sequestrato l'on. Aldo Moro ma la notizia passata al questore De Francesco non aveva conseguito risultati utili».


COSA HANNO FATTO I FRATELLI VARONE? Inoltre, si sottolinea, «Cazora aveva inoltre ricevuto la contrarietà dell'on. Francesco Cossiga a continuare nelle sue ricerche. Da talune testimonianze sembra che Frank Coppola si sia interessato anche di dissuadere uno dei fratelli Varone a collaborare nelle ricerche di Moro poiché quest'ultimo "doveva morire"». E la conferma che i fratelli Varone e Frank Coppola, uomo dei clan di Cosa Nostra, possano aver avuto un ruolo nel caso Moro è arrivata anche da un'altra fonte, rivelatasi negli anni una preziosa quanto controversa miniera di informazioni: il terrorista nero dissociato Vincenzo Vinciguerra. Sarà lui a raccontare al magistrato Luigi De Ficchy le confidenze dello 'ndranghetista Rocco Varone, che nei giorni di comune detenzione gli avrebbe rivelato di essere stato avvicinato da Cazora per avere notizie sul luogo di detenzione di Aldo Moro, ma che ogni eventuale collaborazione con il politico Dc sarebbe stata stroncata dai vertici dei clan. Secondo quanto ricostruito dalla commissione, Varone sarebbe stato convocato a Pomezia a casa di Frank Coppola, boss italoamericano per lungo tempo braccio destro di Lucky Luciano, dove un'altra persona - allo stato senza nome né volto - gli avrebbe chiesto di interrompere le ricerche, offrendogli in cambio anche dei soldi.


LE CONFERME DI BUSCETTA Ma che Coppola avesse messo il veto a qualsiasi collaborazione degli uomini dei clan con chi in quei giorni stava cercando il segretario della Dc sequestrato, lo ha confermato anche Ugo Bossi, personaggio della malavita milanese che nel marzo 1980 rivela al giudice istruttore Italo Ghitti di essere stato sollecitato a raccogliere informazioni sul sequestro da Edoardo Formisano, consigliere regionale del Msi laziale. Un progetto che Bossi tenta di portare a termine tramite Tommaso Buscetta, il quale nel 1984 rivela a Giovanni Falcone «poco dopo il sequestro dell' on. Moro, Ugo Bossi, presentatomi da Francis Turatello, mi chiese se ero disponibile per prendere contatti, in carcere, coi detenuti politici e precisamente con le Brigate Rosse per vedere se era possibile qualche spiraglio per salvare l' uomo politico. Io, per puro spirito umanitario, acconsentii ad interessarmi e Bossi mi rispose che a breve sarei stato trasferito a Torino, dove avrei potuto incontrare Curcio e altri detenuti». Il piano non andrà in porto anche perché sarà lo stesso Bossi a fare un passo indietro proprio su sollecitazione di Coppola, presentatosi a Milano per ordinare all'uomo di desistere da ogni tentativo.


L'OMBRA LUNGA DI FRANK COPPOLA Ma quello di Coppola è un nome che torna anche in un'altra circostanza poco chiara che ha a che fare con il sequestro Moro. Si tratta del mistero del Bar Olivetti, situato a via Fani proprio nei pressi del luogo dell'agguato del 16 marzo 1978. Per la commissione – che al riguardo si è ripromessa di approfondire – non è chiaro se il locale fosse aperto e se e in che misura sia stato utilizzato da membri del commando per nascondersi, ma soprattutto non sono per nulla chiari i rapporti fra uno dei proprietari, Tullio Olivetti, e la mafia. Curiosamente uscito assolto da tutti i procedimenti che lo hanno visto coinvolto per traffico d'armi, tanto da spingere i componenti della commissione ad affermare che «la sua posizione sembrerebbe essere stata 'preservata' dagli inquirenti e che egli possa avere agito per conto di apparati istituzionali ovvero avere prestato collaborazione», in quegli anni Olivetti, è nel consiglio di amministrazione che gestisce l'omonimo bar insieme a Gianni Cigna e la moglie Maria Cecilia Gronchi, figlia dell'ex presidente della Repubblica. Ma quella non sembra essere la sua unica attività, se è vero che il suo nome appare negli atti di indagine accanto a quello del boss Frank Coppola. A metterli in relazione è stato Luigi Guardigli, amministratore della Ra.co.in società di compravendita di armi per Paesi stranieri. «Tullio Olivetti - si legge nella relazione della commissione - venne subito indicato da Guardigli come trafficante d'armi e di valuta falsa (aveva riciclato 8 milioni di marchi tedeschi, provento di un sequestro avvenuto in Germania) che vantava alte aderenze politiche, era in contatto con ambienti della criminalità organizzata; in una circostanza, nella villa di una persona presentatagli proprio da Tullio Olivetti, Guardigli aveva trovato ad attenderlo il mafioso Frank Coppola che gli aveva chiesto di dare seguito ad una richiesta di armi fattagli da tale Vinicio Avegnano, in stretti rapporti con ambienti neofascisti e con quelli, non meglio precisati, dei Servizi, anch'egli indicato come amico di Olivetti».


ARMI, MAFIE E SERVIZI Legami inquietanti e pericolosi, al pari di quelli emersi con i clan D'Agostino e De Stefano, che non verranno mai investigati perché Guardigli verrà bollato come «mitomane» da una perizia psichiatrica e messo da parte. Peccato che a eseguirla sia stato il criminologo Aldo Semerari, per la commissione «figura al centro di quella definita più volte Agenzia del crimine, cioè un crocevia di ambienti della banda della Magliana, della destra eversiva, della P2 e di organismi di intelligence». L'uomo sarà ucciso nel 1982. Il suo cadavere decapitato è stato ritrovato in un'auto parcheggiata nei pressi dell'abitazione del camorrista Vincenzo Casillo, braccio destro di Raffaele Cutolo. Una rivendicazione? Un messaggio? Non è dato sapere. Per i commissari però «il complesso di queste circostanze anche in considerazione dei rapporti tra Olivetti e Avegnano, impone ulteriori accertamenti sull'ipotesi che il primo fosse un appartenente o un collaboratore di ancora non meglio definiti ambienti istituzionali; sarebbe, infatti, circostanza di assoluto rilievo verificare un'eventuale relazione tra i Servizi di sicurezza o forze dell'ordine e Tullio Olivetti, titolare del bar di via Fani, 109».


LE RIVELAZIONI DI CUTOLO Allo stesso modo si ripropone come inquietante interrogativo il ruolo della 'ndrangheta nel sequestro Moro. Ad affermare con certezza che gli uomini delle 'ndrine siano stati coinvolti nel rapimento del politico è stato – di recente – anche il superboss Raffaele Cutolo, che qualche mese fa ha rotto il silenzio che accompagna da decenni la sua detenzione per dichiarare che le armi usate dal commando delle Brigate rosse venivano dall'arsenale della 'ndrangheta. «Quando ero nel carcere di Ascoli Piceno – ha rivelato Cutolo al procuratore Gianfranco Donadio - seppi che, in epoca immediatamente antecedente al sequestro Moro, ci furono ripetuti contatti di membri delle Br con ambienti 'ndranghetisti al fine di acquisire armi in favore dei terroristi». Armi - gli avrebbe rivelato un boss di 'ndrangheta con lui detenuto - da utilizzare per l'assalto in via Fani. «Avviai delle trattative con i brigatisti in carcere, ma a un certo punto Vincenzo Casillo (il suo braccio destro, ndr) mi disse: leva 'e mani. Seppi poi che Casillo lavorava anche per i servizi».


IL "DOPPIO OSTAGGIO" Un binomio – mafie e intelligence – che si ripropone insistentemente e cui il senatore Pellegrino – audito in commissione – sembra aver suggerito un'interpretazione che i parlamentari hanno voluto valorizzare nella relazione finale. «Il presidente Pellegrino – si legge in quegli atti - ha dichiarato di essersi formato il convincimento che, al di là delle operazioni di polizia da lui definite "di facciata", si fossero svolte trattative sotterranee, interrottesi però bruscamente; ha fatto riferimento a tale riguardo a contatti avviati con la criminalità organizzata (mafia, 'ndrangheta, banda della Magliana). A giudizio del senatore Pellegrino, il motivo del cambiamento di atteggiamento registrato in queste trattative ("torsione") andrebbe individuato nel contenuto del comunicato n. 6 delle BR, nel quale i rapitori – a differenza di quanto preannunciato nei comunicati diffusi all'inizio del sequestro – affermavano che non avrebbero reso pubblico quanto detto loro da Moro. Si tratta dell'ipotesi del "doppio ostaggio", secondo la quale la documentazione contenente le dichiarazioni di Moro ai suoi rapitori avrebbe costituito una sorta di secondo ostaggio, oltre allo stesso Moro». E forse un caso – o forse no – ufficialmente, l'unica copia del cosiddetto "memoriale" rinvenuta dagli investigatori è quella trovata nel covo di via Monte Nevoso a Milano, nonostante varie fonti abbiano nel tempo indicato come lo stesso documento fosse stato distribuito in copia alle varie "colonne" delle Br.


"SI INDAGHI ANCORA" Misteri che si aggiungono a misteri, spingendo la commissione a concludere i propri lavori con una lista di nuovi "appunti" sugli approfondimenti ancora da fare, le indagini da svolgere, nella speranza che il tempo non abbia cancellato ogni indizio. «Gli accertamenti in corso e i relativi esiti parziali – avverte la commissione - sono tuttora coperti da segreto. In questa fase, si può riferire soltanto che – in relazione all'ipotesi che appartenenti a organizzazioni criminali siano stati ritratti in talune delle fotografie scattate il 16 marzo 1978 tra la folla presente in via Fani – la Commissione ha disposto l'acquisizione di tutto il materiale fotografico ripreso in quell'occasione dalle principali testate giornalistiche ed agenzie di stampa. Una volta completata l'acquisizione, il materiale sarà inviato al RIS dei carabinieri di Roma per lo svolgimento di accertamenti tecnici e delle opportune comparazioni». Un tentativo – forse estremo, forse tardivo – di restituire all'Italia un pezzetto di verità sulla propria storia che forse da troppo tempo le viene negato.


Alessia Candito
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Nella relazione finale della commissione bicamerale d'inchiesta emergono elementi che portano al ruolo svolto dai clan calabresi nel sequestro e assassinio dello statista democristiano. Aspetti sui quali sono in corso approfondimenti

Venerdì, 11 Dicembre 2015 22:03

Presidenti coraggiosi

CATANZARO Modifiche alla legge urbanistica, presa d'atto dell'osservazioni e del parere del Vas sul Quadro territoriale regionale a valenza paesaggistica (Qtrp) e alcune variazioni di Bilancio relative all'assestamento della fiscalità regionale per l'anno 2015. Sono le principali decisioni adottate dall'esecutivo regionale nel corso della riunione di giunta presieduta dal governatore Mario Oliverio con l'assistenza del segretario generale Ennio Apicella. È quanto comunica in una nota, l'ufficio stampa della giunta che annuncia anche la conferma dell'attuale commissario Antonio Belcastro alla guida dell'Azienda ospedaliera "Mater Domini" di Catanzaro. Una decisione adottata su proposta del presidente Oliverio d'intesa con il Rettore dell'Università di Catanzaro, «in attesa – si legge nella nota – delle decisioni da assumere in ordine all'unificazione del presidio ospedaliero universitario con l'Azienda ospedaliera "Pugliese-Ciaccio"». Nella stessa seduta, comunica l'ufficio stampa «è stata deliberata la costituzione di parte civile della Regione in due procedimenti penali a carico di due persone accusate di truffa aggravata e falso in materia di erogazione di contributi in agricoltura e di truffa aggrava per indebita percezione di incentivi alle imprese per incremento occupazionale e formazione».

LE MISURE DI ASSESTAMENTO DI BILANCIO «Su proposta del vicepresidente ed assessore al Bilancio Antonio Viscomi – si legge nella nota – sono state approvate una serie di variazioni di Bilancio relative all'assestamento della fiscalità regionale per l'anno 2015, all'assegnazione di fondi dallo Stato per la valorizzazione del patrimonio naturalistico e la promozione della conoscenza e la fruizione sostenibile, attraverso azioni di comunicazione ed informazione, oltre ad alcune variazione di bilancio compensative».

LA PRESA D'ATTO SUL QTRP «Su proposta dell'assessore alla Pianificazione territoriale ed urbanistica Franco Rossi – agggiungono dall'ufficio stampa della giunta – è stata deliberata la presa d'atto delle osservazioni e del parere motivato della "Vas" sul Quadro territoriale regionale a valenza paesaggistica (Qtrp) che sarà ora trasmessa al Consiglio regionale».

LE MODIFICHE ALLA LEGGE URBANISTICA Infine «su proposta dell'assessore alla Pianificazione territoriale ed urbanistica Franco Rossi e dell'assessore all'Ambiente Antonella Rizzo – conclude la nota –, è stato approvato un Disegno di legge su "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale n.19/2002, sulle norme per la tutela, governo ed uso del territorio - legge urbanistica della Calabria", che ora passa all'esame del Consiglio».

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Nel corso della seduta della giunta regionale sono state deliberate anche proposte di modifica alla legge urbanistica

Venerdì, 11 Dicembre 2015 19:55

Successo di Iosonouncane al Morelli

COSENZA La penombra invade la platea lasciando intravedere sul palco soltanto due sagome attorniate da luci soffuse su uno sfondo amaranto e la voce suadente di una giovane cantante che accompagna quella di Jacopo Incani, alias Iosonouncane, durante la sua performance acustica. Accade giovedì sera al Teatro Morelli di Cosenza, durante una tappa (unica in Calabria), del tour "Die" dell'artista sardo in coppia con Serena Locci, promossa da "Rdo - Ragazzi di oggi", format nascente sulle giovani generazioni cosentine.
Il contrasto tra l'ambientazione calda del teatro e i versi taglienti ed essenziali delle sei tracce che compongono il disco è fin da subito evidente, ma stemperato dalla psichedelia delle musiche, le quali richiamano la storia dei due protagonisti, un uomo che ha paura di morire in mezzo ad un naufragio e una donna, probabilmente la sua, che teme di non rivederlo mai più. Lo stesso avviene con la riproposizione di alcuni brani del precedente lavoro, "La macarena su Roma" ("Torino pausa pranzo", "Il corpo del reato"), in cui argomenti come la precarietà e le ingiustizie sociali sono trattati col medesimo cinismo. L'esibizione è stata ulteriormente arricchita dall'emozionante interpretazione da parte di Incani del brano di Luigi Tenco "Vedrai vedrai", che ha senz'altro contribuito a scaldare ancor più i cuori del pubblico in sala. Soddisfatti gli organizzatori Marcello Farno, Roberto Vagliolise e Alessandro Ricci che, dopo l'impegno profuso nella realizzazione dell'evento e il riscontro più che positivo della serata, dichiarano di essere già al lavoro al secondo appuntamento: il 26 marzo sarà la volta del cantautore indie-pop Calcutta, altra occasione per creare uno spazio di socialità tra i ragazzi della città all'insegna della buona musica.

Chiara Fazio
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Al teatro cosentino la performance acustica di Jacopo Incani. Unica tappa in Calabria del cantante sardo

CATANZARO «Con la sottoscrizione dell'ipotesi di contratto decentrato relativo all'anno 2015 si chiude finalmente la stagione dei ritardi, iniziata nel 2012, consentendo all'amministrazione di poter ripartire in modo ordinato nel mese di gennaio 2016». Lo afferma in una dichiarazione il vicepresidente della giunta regionale Antonio Viscomi sulla sottoscrizione del contratto per il personale dirigenziale relativo all'anno 2015. «Per l'impegno profuso, caratterizzato sempre da uno spirito di massima collaborazione, pur nella diversità dei ruoli – prosegue – intendo esprimere il mio ringraziamento alle organizzazioni sindacali e ai dirigenti del dipartimento Organizzazione, risorse umane e controlli, seduti al tavolo delle trattative. Per la prima volta, dopo parecchi anni, i contratti integrativi sono stati sottoscritti unitariamente da tutte le sigle sindacali. A questo punto, chiuso il pregresso, è tutto pronto per approvare formalmente la riorganizzazione della struttura burocratica: sono stati definiti i criteri di pesatura delle nuove posizioni dirigenziali e il valore delle relative fasce economiche; inoltre, è stato avviato ed è già a buon punto il processo di definizione del piano della performance che dovrà essere concluso entro il mese di gennaio 2016, in modo tale che tutti i dirigenti possano avere assegnati gli obiettivi entro il mese di febbraio 2016, così come prevede l'ordinamento. La valorizzazione e il riconoscimento della essenziale funzione dei dirigenti passa anche attraverso la definizione di regole chiare e di impegni precisi sugli obiettivi da raggiungere, misurati attraverso una valutazione oggettiva assicurata dall'Oiv. Ai dirigenti tocca ora il compito di riscoprire l'orgoglio di servire la Calabria e la consapevolezza che anche dalle loro azioni quotidiane passa il futuro di questa terra. L'attenzione al contratto della dirigenza non esclude una pari attenzione per il personale del comparto. Alla conclusione della sessione negoziale per i dirigenti e' stata avviata la sessione dedicata al personale del comparto relativa agli anni 2014 e 2015. L'amministrazione ha presentato i decreti di costituzione dei fondi contrattuali per gli anni in questione ed e' stata avviata la discussione sui contenuti contrattuali ed approvata la ripartizione delle risorse. Le parti hanno poi concordato di accantonare una quota di risorse da destinare alle procedure selettive per la progressione economiche orizzontali; tuttavia, consapevoli della difficolta' e delle incertezze in materia, hanno ritenuto opportuno chiedere al Mef un parere sul punto della fattibilita' delle procedure medesime. Anche per il comparto, le organizzazioni sindacali hanno operato, dopo tanto tempo, in modo unitario». «A questo punto – conclude Viscomi – è possibile ripartire in modo ordinato nel mese di gennaio 2016 con una nuova sessione negoziale che dovra' tener conto degli indirizzi già definiti dalla Giunta ed orientati a sostenere sia l'innovazione organizzativa, per migliorare il servizio e ridurre i costi, sia la trasparenza e il merito nell'assegnazione delle risorse. Piccoli passi sulla strada di una Regione che il presidente Oliverio ha più volte auspicato come finalmente normale».

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    La soddisfazione del vicepresidente della giunta regionale: «Per la prima volta, dopo parecchi anni, i contratti integrativi sono stati sottoscritti unitariamente da tutte le sigle sindacali»

CATANZARO Rito abbreviato e disposizione di una perizia psichiatrica sull'imputato Leonardo Procopio. Questo ha stabilito il gup nel corso dell'udienza preliminare sull'omicidio di Antonia Rotella, 90 anni, rimasta uccisa, il 22 agosto scorso, durante un tentativo di rapina nella sua abitazione, in via Turco a Catanzaro. Le accuse formulate nei confronti di Procopio – nella richiesta di giudizio immediato – dal pm titolare del fascicolo, Fabiana Rapino, sono di omicidio volontario – aggravato dall'aver agito con crudeltà e dalla condizione di minorata difesa della vittima – e rapina aggravata. L'imputato venne fermato, dai carabinieri del nucleo radiomobile di Catanzaro, poche ore dopo il ritrovamento del cadavere dell'anziana, grazie alla presenza delle telecamere di alcuni esercizi commerciali installate nei pressi dell'abitazione di Antonia Rotella. L'uomo, secondo la ricostruzione degli investigatori, aveva osservato le abitudini della donna per giorni per poi introdursi nell'abitazione in un caldo pomeriggio di agosto, quando questa si trovava sul pianerottolo. Dopo averla costretta a entrare in casa con lui l'avrebbe colpita, legata e imbavagliata per portare via un bottino da 2.000 euro in gioielli e 60 euro in contanti. Così, legata e imbavagliata, è stata trovata l'anziana qualche ora dopo dai propri parenti che non riuscivano ad avere sue notizie.

ale. tru.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    È quanto ha stabilito il gup nel corso dell'udienza preliminare sull'omicidio di Antonia Rotella, rimasta uccisa il 22 agosto scorso nella sua abitazione a Catanzaro

COSENZA Niente titoli e colloqui, ma scorrimento delle graduatorie esistenti. Il Tar di Catanzaro ribalta la situazione e annulla l'assunzione a tempo indeterminato di 16 infermieri dell'ospedale di Cosenza. La sentenza è stata emessa oggi e potrebbe determinare un piccolo terremoto tra tutto il personale sanitario regionale da anni in attesa di un contratto stabile. La questione è di metodo.
L'Azienda bruzia aveva disposto un avviso di mobilità interregionale per l'assunzione di 16 infermieri professionali, senza osservare le direttive del commissario alla Sanità Scura che aveva indicato, come priorità, lo scorrimento delle graduatorie ancora efficaci, come quella in vigore al Pugliese Ciaccio, valida fino al 31 dicembre 2016.

LA MOTIVAZIONE Secondo il Tribunale amministrativo (composto da Salvatore Schillaci, Nicola Durante e Francesco Tallaro) l'unica motivazione addotta dalla pubblica amministrazione per revocare la procedura di scorrimento in itinere «non appare idonea alla stregua di quanto esposto, nella misura in cui si limita a richiamare non meglio esplicitate "non soddisfacenti risultanze delle procedure ad oggi espletate di utilizzo di graduatorie concorsuali valide di altre Aziende del Ssr"». Né appare «soddisfacente» la motivazione offerta dai vertici dell'Annunziata, per i quali la mancanza di un accordo preventivo tra le varie Aziende nell'espletamento delle rispettive procedure di scorrimento avrebbe determinato «sovrapposizioni e confusioni», in quanto – sottolinea il Tar – «i medesimi soggetti collocati in graduatoria venivano indistintamente convocati dalle singole aziende ai fini della loro assunzione».
Questa presa di posizione, inoltre, farebbe «ricadere su soggetti incolpevoli gli effetti di un'asserita negligenza a loro non imputabile, creando in danno di costoro un'evidente e ingiustificata disparità, rispetto ai beneficiari delle assunzioni per scorrimento già realizzatesi in forza degli stessi atti poi revocati, i cui "effetti giuridici consolidati" sono stati espressamente fatti salvi dalla pubblica amministrazione». Per questi motivi il Tar ha accolto il ricorso e ha quindi annullato la procedura di mobilità e tutti gli atti succcessivi, riconoscendo le ragioni dei 16 infermieri (difesi dall'avvocato Antonello Sdanganelli) fondate sulla prevalenza dello scorrimento delle graduatorie in vigore rispetto a nuove selezioni. Significa che, salvo ulteriori impugnative, il personale sanitario assunto con la mobilità dall'Azienda ospedaliera cosentina dovranno cedere il posto ai presenti in graduatoria.

GLI EFFETTI La sentenza rischia di propagare i suoi effetti in tutte le Aziende sanitarie calabresi. Il prossimo 24 febbraio toccherà al Tar di Reggio Calabria esprimersi di nuovo sulla questione, come ha già fatto lo scorso 18 novembre, quando ha sospeso gli atti della selezione tramite mobilità.

Pietro Bellantoni
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Il Tribunale amministrativo accoglie il ricorso di 16 infermieri presenti in graduatoria. E ora la sentenza può provocare un terremoto in tutte le Aziende regionali

CATANZARO Il perno giuridico di uno degli agguati più efferati e cruenti della storia criminale della Calabria è sempre quello: la credibilità dell'unico testimone sopravvissuto alla tragedia. Torna in aula, nella Corte d'assise d'appello di Catanzaro, il processo sulla strage di San Lorenzo del Vallo a seguito della quale persero la vita due donne, madre e figlia, Rosellina Indrieri, 45 anni, e Barbara, 22. Il corpo della giovane, trovato riverso alla ringhiera di un balcone, è rimasto impresso come uno dei più macabri ricordi della cronaca nera calabrese. Per questo delitto sono stati condannati all'ergastolo, in primo grado, Domenico Scarola, 31 anni, e Salvatore Francesco Scorza, 35. Nel corso della sua requisitoria, venerdì, il sostituto procuratore generale Salvatore Curcio ha chiesto la conferma dei due ergastoli, ribadendo la bontà dell'operato della corte d'assise di Cosenza e confermando la credibilità del principale testimone e accusatore: Silas De Marco.

ANTEFATTO La strage di San Lorenzo del Vallo – avvenuta il 16 febbraio del 2011 – risponde, ha affermato Curcio nel corso della sua requisitoria, «ad un macabro rituale di morte»: la risposta all'uccisione di Domenico Presta, figlio ventenne del boss Franco «appartenente a quella elite ndranghetistica che ha imperversato per oltre 20 anni nel territorio cosentino». Il giovane Presta venne ucciso il 17 gennaio 2011 con una calibro 22 da Aldo De Marco, un commerciante di Spezzano albanese che da tempo aveva difficili rapporti di vicinato con i proprietari del negozio accanto, i figli del boss Presta. Domenico e i suoi amici, in particolare, più volte, stando alle testimonianze del commerciante, lo avrebbero vessato. I rapporti si era incrudeliti a tal punto da indurre De Marco, in una occasione, a denunciare un'aggressione fisica subita dai ragazzotti. La lite finale avvenne il 17 gennaio 2011 e finì in maniera fatale per il giovane Presta, ucciso a colpi d'arma da fuoco. Dopo l'omicidio Domenico De Marco andò a costituirsi. All'epoca il boss Presta era latitante: si nascondeva alla giustizia dal 2008. Ma il delitto del rampollo della cosca, sostiene l'accusa, andava lavato col sangue. La figura del boss – ha detto venerdì in aula il magistrato – non poteva subire una diminutio agli occhi dei suoi uomini e del territorio. Con Domenico De Marco dietro le sbarre, la ferocia della vendetta si sarebbe diretta contro la famiglia di suo fratello Gaetano. Salvatore Curcio sottolinea le modalità mafiose della strage: il rispetto della liturgia criminale che impone di rispondere alla scadenza del trigesimo della morte di Domenico Presta. Così il 16 febbraio 2011, un commando armato entra in casa di Gaetano De Marco, a San Lorenzo del Vallo, sfondando la porta con due colpi di fucile e una pedata. Erano da poco passate le 20, nel soggiorno si trovavano Silas De Marco, Rosellina Indrieri e la giovane Barbara. I killer, a volto coperto, imprecano qualcosa in dialetto roggianese e aprono il fuoco armati di fucile, mitraglietta uzi e pistola calibro 45. Le donne cercano riparo, invano, sul quel balcone che diventerà una trappola mortale. Silas viene colpito in casa ma sopravvive. Gaetano De Marco viene risparmiato: stava dormendo, ubriaco, in camera da letto. La sua ora scoccherà il 7 aprile 2011, quando verrà affiancato da due ignoti su una moto mentre guida.



IL TESTIMONE E IL PAESE MUTO «Ci scandalizziamo che Silas abbiamo deciso di parlare solo dopo l'arresto di presta e non diciamo niente se un'intera comunità non vede e non sente nulla. È vergognoso. È il risultato di un tessuto omertoso stratificato che ha contrassegnato non solo la famiglia De Marco ma un'intera comunità», ha detto oggi in aula Salvatore Curcio. Silas, infatti, ha iniziato a parlare con gli inquirenti solo dopo la cattura di Franco Presta, nella primavera del 2012. Non solo: Silas avrebbe parlato – indicando Scorza e Scarola come autori degli omicidi – rischiando anche di essere indagato per favoreggiamento per avere detto il falso subito dopo la strage (ossia di non aver riconosciuto nessuno). 



«SONO INNOCENTE» Si è sempre proclamato innocente Salvatore Francesco Scorza. E lo fa anche in aula, in collegamento da Tolmezzo, con una dichiarazione spontanea che è una vera e propria arringa difensiva. «Ho avuto una condanna – dice – per fatti che considero inconcepibili e di totale disprezzo». Secondo Scorza le accuse rivolte agli imputati da parte di Silas sono «una via di fuga per proteggersi da chi davvero gli ha inferto ferite forse mai guarite». Poi l'imputato passa al setaccio le contraddizioni sulle dichiarazioni del testimone: dal colore dei guanti in lattice dei killer – prima bianchi, poi marroni, poi grigi – alle dinamiche dell'agguato, fino ai colpi che gli sono stati sparato contro. «I riscontri dovrebbero essere oggettivi. E poi, se Silas mi conosceva tanto da avermi riconosciuto, doveva sapere che io non potevo cambiare voce e dialetto e imprecare in dialetto roggianese».
È sempre lui Silas, il perno di un processo difficile. E della sua credibilità si tornerà certamente a parlare nel corso delle arringhe difensive degli avvocati Lucio Esbardo, Luca Acciardi, Franz Caruso e Sergio Rotundo, il prossimo 11 febbraio.

Alessia Truzzolillo
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Requisitoria del sostituto procuratore generale nel processo per l'omicidio di Rosellina e Barbara Indrieri, madre e figlia. Un delitto efferato che rappresenterebbe la risposta all'uccisione del figlio del boss Franco Presta

Venerdì, 11 Dicembre 2015 18:36

Ai Carabinieri di Cosenza tre beni confiscati

LAMEZIA TERME Sono state stipulate le convenzioni per eseguire gli interventi su alcuni immobili confiscati alla 'ndrangheta a favore del comando provinciale dei carabinieri di Cosenza. Si tratta di tre casi in particolare. L'immobile di Antonio Del vecchio, per la cui ristrutturazione sono destinati circa 36 mila e 500 euro per essere utilizzato per le esigenze allocative del personale della compagnia dei carabinieri di Scalea. 70 mila euro sono invece per la ristrutturazione di un immobile di tre piani confiscato a Francesco Zito, destinato al personale della stazione dei carabinieri di Santa Maria del Cedro. Infine, 100 mila euro sono stati assegnati per la una villa e un immobile confiscato a Guido Africano e destinati al personale della stazione del carabinieri di Amantea.
Le convenzioni sono state sottoscritte nella mattinata di venerdì nel Salone degli stemmi della Prefettura di Reggio Calabria, alla presenza del prefetto Claudio Sammartino. con la partecipazione del comandante della Legione dei Carabinieri, generale di brigata Andrea Rispoli e il provveditore interregionale alle opere pubbliche Sicilia - Calabria, Vittorio Rapisarda Federico.
Il Prefetto ha evidenziato che: «Con la rifunzionalizzazione dei beni immobili del patrimonio criminale entrano nel patrimonio della società sana e vengono messi a disposizione delle forze di polizia e di coloro che in prima linea combattono la ‘ndrangheta diventando così luogo di legalità e ulteriore struttura di tutela a favore della popolazione».
Un'iniziativa del genere si era svolta lo scorso 11 settembre a Reggio Calabria con un finanziamento di circa 10 milioni di euro e il cui soggetto attuatore e gestore è stato individuato nel prefetto di Reggio Calabria. Così come questa di Cosenza, si inserisce nell’ambito del “Programma straordinario per la giustizia in Calabria”.
Nel caso reggino, le convenzioni sono state sottoscritte per: un vasto complesso immobiliare confiscato alla cosca Aquino di Gioiosa Jonica, uno della cosca Latella, uno della cosca Auddino nella zona di Melicucco, un immobile dei Cordì a Locri, un bene dei Iamonte di Melito Porto Salvo, immobili appartenenti alle cosche Accirinti e Bagalà, rispettivamente nei territori di Davoli Marina e Nocera Terinese e un bene nel comune di Amantea appartenuto alla cosca Africano.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Interventi a Scalea, Amantea e Santa Maria del Cedro. L'iniziativa rientra nell'ambito del “Programma straordinario per la giustizia in Calabria”, per la quale sono stati stanziati 9,5 milioni di euro

Pagina 1 di 5