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Corriere della Calabria
Domenica, 13 Dicembre 2015 22:37

Giubileo, aperte le porte Sante in Calabria

CATANZARO Grande commozione durante le cerimonie, in tutte le diocesi della Calabria sono state aperte le porte Sante. Le prime ieri a Reggio Calabria, Locri e Rossano. Molti saranno i luoghi dove poter ottenere l'indulgenza per il Giubileo della misericordia. I vescovi calabresi hanno evidenziato il significato religioso del Giubileo invitando tutti alla conversione, mentre da domani iniziano le celebrazioni nelle parrocchie.

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    Iniziano da domani le celebrazioni nelle parrocchie

LAMEZIA TERME Si è concluso per la serie D il 18esimo turno di campionato del girone I. Il Vigor Lamezia fa lo sgambetto al Siracusa, che da prima della classe adesso scivola al secondo posto. Finisce 1 a 0 in casa dei calabresi: rete di Malerba al 15’. La Vibonese perde 2 a 1 fuori casa con la Cavese, vantaggio di De Rosa al 11’ e raddoppio di Sabatucci al 42’. Cuomo all’86’ segna il gol della bandiera per i calabresi, ma sfuma l’occasione per portarsi al quarto posto. Con i tre punti, invece, la squadra campana conquista la vetta. Bene Reggio Calabria che batte fuori casa Gelbison VdL e si porta al sesto posto in classifica con 27 punti. Finisce 2 a 0 per gli amaranto, gol di De Bode al 45’ e Zampaglione al 90’. Giornata positiva anche per il Rende che ha ospitato i siciliani del Marsala vincendo 2 a 0 con le firme di Fiore al 2’ del primo tempo e Faraco all’89’. Il Roccella deve accontentarsi di un solo punto pareggiando in casa 1 a 1 contro il Gragnano: in vantaggio i campani al 45’ con Baleotto, ma all’87’ ci pensa Coluccio a salvare i calabresi. Male infine la Palmese, che ha perso 1 a 0 in casa dell’Aversa Normanna, rete di Diallo al 6’.

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    I risultati della 18esima giornata. Pareggio tra Rende e Marsala

Per questo governo la lotta alla ‘ndrangheta non è una priorità, ma uno slogan. Vuoto. Come vuote sono le misure adottate per tentare quanto meno di infastidire quei clan che da tempo si sono mangiati il futuro di questo Paese. Come vuote sono parole, atteggiamenti e iniziative di politici locali e aspiranti tali, che nel limbo del “contrasto ma non troppo” trovano terreno fertile per coltivare il proprio personale orticello. Non si può dedurre altro dalla squallida banalizzazione delle future amministrative a Platì, roccaforte storica della ‘ndrangheta della Locride, oggi derubricata al rango di case history motivazionale da convention aziendale anni Ottanta. Ma la ‘ndrangheta è una cosa seria e la lotta alla ‘ndrangheta una cosa ancora più seria, che merita –per i morti che è costata e i vivi che quotidianamente ci si sacrificano -  quanto meno serietà.  E rispetto.
Ma non c’è nessun rispetto per la Calabria e per i calabresi che ogni giorno provano a tenere la ‘ndrangheta lontana dalle proprie esistenze, nel pensare di poter strappare alle ‘ndrine una delle loro roccaforti storiche con una candidatura catapultata dall’altro e buona solo per strappare titoli di giornale. Non c’è rispetto per la Calabria e per i calabresi che ogni giorno tentano di costruire qualcosa in un deserto di opportunità dove i servizi minimi essenziali sono un miraggio pagato a caro prezzo e i diritti diventano un favore, nel proporre un’operazione di facciata come soluzione a un vulnus democratico ormai divenuto ferita storica. Non c’è rispetto per i cittadini di Platì, quelli che in silenzio hanno provato a resistere e lottare, quelli che magari sono partiti per non piegarsi e adesso si vedono trattati come sudditi, incapaci di governarsi, dunque necessariamente da commissariare. Per la classe politica che abita questi territori non è un problema. Del resto, sono o sono state commissariate la sanità, il ciclo dei rifiuti, piccoli e grandi centri e persino una serie di partiti, non ultimo il Pd.
Ma  per chi vive questi territori, per chi la ‘ndrangheta la paga quotidianamente sulla propria pelle in termini di futuro negato, libertà coartata, di rischio tangibile, concreto, la strategia del Pd calabrese per Plati glorificata dalla  piazzata di Renzi alla Leopolda è un insulto. E la cosa ancor più grave è che a permettergli – estasiata – di farlo è stata una giovane calabrese che aspirerebbe a rappresentare i suoi conterranei.
Da tempo Anna Rita Leonardi sgomita dentro e fuori il partito per crearsi il proprio personalissimo posto al sole. Ci ha provato con buona lena - ma invano - l’anno scorso alle amministrative di Reggio Calabria, ci ha provato – e ha regolarmente informato i suoi follower sui social a colpi di selfie  - all’interno del Pd,  ci sta riprovando adesso a Platì. Ma è una mossa che non le fa onore. Non è un atto di coraggio. È un giochetto miope e gretto che si i inscrive a pieno titolo nel corposo libro dei tradimenti che questa terra  è periodicamente costretta a sopportare.  
Da decenni – storicamente, almeno dai tempi del pacchetto Colombo – i calabresi sono stati costretti a vedere i propri politici barattare le speranze del proprio territorio in cambio di  carriere personali. Nel frattempo, la ‘ndrangheta applaudiva, paga per l’ennesima volta di non avere alcun fastidio.  I clan sanno perfettamente che le telecamere restano accese solo un po’, le passerelle prima o poi vengono spostate e loro possono continuare a governare con pugno di ferro in guanto non sempre di velluto una terra a cui questo Stato ha rinunciato. E da tempo.
Certo, nei discorsi ufficiali – a breve arriverà anche quello solenne di Capodanno – la lotta alle mafie è una priorità assoluta. Nel frattempo, nel silenzio delle aule delle commissioni parlamentari si smantellano i codici, si decide o si agevola lo smantellamento delle procure, si fanno orecchie da mercante ai consigli legislativi e non di quei magistrati che in prima linea ci stanno davvero, si perdono o si dimenticano le richieste disperate di uomini e mezzi che arrivano da territori come quello di Reggio Calabria, dove anno dopo anno, l’inaugurazione dell’anno giudiziario è un cahiers de doléances per magistrati seppelliti da fascicoli,  cancellieri allo stremo, gip e tribunali sull’orlo dell’esaurimento nervoso,  uomini delle forze dell’ordine insufficienti per fronteggiare un’emergenza che da anni è abbondantemente annunciata. Ma non importa a nessuno.
Non importa alla politica nazionale che disinnesca ogni tentativo di mettere in pericolo i capitali delle mafie – giace abbandonata in qualche cassetto romano la proposta di tagliare fuori dagli appalti pubblici qualunque impresa che abbia uno o più piedini in un paradiso fiscale blindato –  e gelosa nasconde ancora i segreti sulle trattative con lo Stato che dalla stagione dei sequestri in poi hanno reso la ‘ndragheta così forte. Non importa ai politici locali, che possono limitarsi a misure di facciata che non mettano in discussione il “quieto vivere” con i clan, salvo poi a turno dichiararsi “sconvolti ma certi di poter affermare la propria assoluta estraneità” quando questa o quella inchiesta ne svela le amicizie pericolose con uomini delle ‘ndrine.
Importa però ai calabresi. A chi è rimasto, a chi è tornato, a chi si è intestardito e non vuole andare via, a chi rimpiange di non volerlo  fare. A chi non si rassegna alle verità negate, alle versioni ufficiali. A chi ancora chiede perché nei cestini di piazza della Loggia c’era l’esplosivo della Laura C e perché la Lega abbia scelto i canali di riciclaggio del clan De Stefano per creare i propri fondi neri,  a chi si interroga sul vero significato della stagione dei sequestri  come sulla peso della liquidità criminale nel sistema bancario italiano, a chi pretende ancora verità sulla morte dei cinque anarchici del sud  e sul significato di Expo e di altri eventi e grandi opere. A chi ancora vuole ancora sapere perché la Calabria è stata svenduta. In teoria, sono queste le domande che dovrebbero orientare l’azione di ogni politico calabrese che si proponga di combattere le ‘ndrine, ma è probabile che molti non ne intuiscano neanche il nesso. E non a caso alle domande dei calabresi continua a rispondere soltanto l’eco delle proprie voci.      

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    di Alessia Candito

REGGIO CALABRIA «La strada del Giubileo e' tracciata. Misericordia sì, ma nella conversione del cuore e nel cambiamento della vita. E tutto questo a livello personale e di riverbero a livello ecclesiale e sociale». Ha affermato l'arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, Giuseppe Fiorini Morosini. «Dobbiamo - ha aggiunto - saper accogliere il dono della misericordia. Dio ci ha rivelato il suo volto attraverso la misericordia. Come possiamo accogliere questo dono? Aprendoci alla conoscenza di Dio e della sua Parola. Al dono della misericordia deve corrispondere l'impegno della conversione. Non si intenda per misericordia l'essere tranquillizzati sui propri comportamenti. Accogliamo l'invito del Papa e portiamo l'annuncio del vangelo della misericordia dappertutto, fino alle estreme periferie, geografiche ed esistenziali. Certamente siamo impotenti, come singoli, dinanzi alla distruzione del nostro pianeta. Ma per la difesa del nostro territorio possiamo educarci tutti al rispetto dell'ambiente, del nostro verde, del nostro mare, della bellezza dei nostri monti, rispettando le regole della raccolta dei rifiuti. La cultura della sobrietà è un atto di misericordia verso la natura. Il fenomeno della corruzione - conclude - dilaga in mezzo a noi; ce ne accorgiamo solo quando siamo toccati in prima persona da essa. Ce ne dimentichiamo quando sono in gioco i nostri interessi privati. È atto di misericordia verso la collettività assumersi la responsabilità di scelte libere, ponderate e pulite, soprattutto quando siamo chiamati a dare la nostra fiducia a chi deve guidarci, rappresentarci o amministrarci. È atto di misericordia non sostenere candidature di persone che hanno già dato segni di cattiva amministrazione, barattando il nostro voto con la promessa di favori, che, proprio perche' tali, quasi sempre sono destinati ad essere disattesi».

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    L'arcivescovo di Reggio Calabria-Bova: «Atto di misericordia verso la collettività assumersi la responsabilità di scelte ponderate e pulite»

CATANZARO Dopo 10 giorni di ricovero in ospedale non ce l'ha fatta Antonio Gaglioti, l'operaio di 49 anni rimasto ferito in un incidente sul lavoro. Il 3 dicembre scorso era caduto da un'impalcatura di alcuni metri d'altezza nello stabilimento della Giacinto Callipo Conserve Alimentari di Maierato, dove lavorava come meccanico. Trasportato all’ospedale Pugliese di Catanzaro con l’elisoccorso subito dopo l’incidente, le condizioni dell'uomo erano apparse immediatamente molto gravi avendo riportato diversi profondi traumi alla testa e al torace. Dal momento del suo ricovero era in coma, ma nelle scorse ore la situazione clinica e' peggiorata.

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    L'uomo era caduto da un'impalcatura mentre lavorava

ARENA I carabinieri hanno ritrovato armi, munizioni e materiale rubato in un casolare abbandonato in località Berrina, in provincia di Vibo Valentia. Si tratterebbe di un fucile calibro 12 con matricola abrasa, cinque cartucce per lo stesso caricate a pallettoni, quarantasette proiettili calibro 9 corto, un generatore di corrente ed altro. Il tutto e' stato sottoposto a sequestro e le armi inviate al Ris di Messina.

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    Sottoposto a sequestro anche un fucile con matricola abrasa

CASSANO ALLO IONIO Ignoti sono entrati nella sede della Camera del Lavoro portando via dei computer ed un televisore. I ladri hanno poi messo a soqquadro le scrivanie, danneggiando e rovistando nei cassetti degli armadi. La refurtiva e' stata recuperata dai carabinieri e dai vigili urbani e restituita ai proprietari. Proseguono le indagini per individuare i responsabili del furto.

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    La refurtiva e' stata recuperata dalle forze dell'ordine. Ancora ignori gli autori.

REGGIO CALABRIA «L'accordo raggiunto a Parigi a conclusione della Conferenza internazionale sui mutamenti climatici dimostra in maniera inequivocabile come un cambiamento reale della società sia possibile». Lo afferma Nicola Irto, presidente del Consiglio regionale della Calabria, all'indomani dell'intesa tra 195 Paesi per la riduzione delle emissioni di gas serra e il contenimento del riscaldamento globale. Un tema su cui, proprio per iniziativa del presidente Irto, l'Assemblea di palazzo Campanella aveva assunto una propria posizione nelle scorse settimane. «Quella arrivata dalla Cop21, celebrata in una città blindata a poche settimane dalle stragi che l'hanno insanguinata, è stata una lezione di democrazia – segnala Irto - Una dimostrazione che i risultati arrivano, se supportati da un'azione unitaria, un fronte coeso e una capacità di iniziativa forte, ma leale e rispettosa». Per irto, «il documento finale della Cop21 richiama alcuni passaggi fortemente sollecitati 'dal basso' nella fase antecedente al vertice parigino. Lo abbiamo fatto anche noi, in Consiglio regionale, recependo ben volentieri l'atto d'impegno che era stato predisposto dalla Conferenza dei Presidenti, anche sulla base di sollecitazioni precise arrivate dalle più autorevoli associazioni ambientaliste del Paese. Nella seduta del 3 dicembre scorso, a Palazzo Campanella, abbiamo approvato una mozione finalizzata proprio a sensibilizzare i governi, a tutti i livelli, sulla necessità di attenzionare la questione del riscaldamento globale, mantenendolo entro i limiti dei due gradi». La Conferenza – ricorda il presidente del consiglio regionale «si è determinata nell'accettare la proposta sostenuta dall'Italia di contenere l'aumento nei limiti di 1,5 gradi. Un risultato positivo, in linea con le aspettative più ottimistiche. Come abbiamo già avuto modo di affermare l'azione per la riduzione dei gas serra deve vederci tutti protagonisti. Nessuna istituzione può tirarsi fuori di fronte a una sfida come questa, da cui davvero può dipendere il futuro del nostro pianeta. Il nostro Consiglio regionale ha recepito, su nostra proposta e con grande spirito di responsabilità, le considerazioni e le preoccupazioni sulla necessità di far fronte ai rischi che derivano per l'ecosistema dai cambiamenti in atto». Per Irto, si tratta di una minaccia «che purtroppo rischia di essere ancora più incombente in una regione come la Calabria, esposta a fenomeni come il dissesto idrogeologico e l'erosione costiera. Siamo soddisfatti del passo compiuto a Parigi ma anche consapevoli della necessità di farne molti altri in direzione di uno sviluppo sostenibile, come sollecitato da Papa Francesco nella sua enciclica 'Laudato si'»

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    Anche il Consiglio regionale aveva approvato una mozione per sensibilizzare i governi a mantenere il riscaldamento globale entro i due gradi. Per il presidente del consiglio regionale è un passo importante, ma bisogna«farne molti altri per uno sviluppo sostenibile» 

FIRENZE «Dopo la pubblicazione dei dati Svimez partito il dibattito sul Sud, ed è chiaro che noi abbiamo un problema Mezzogiorno, ma noi non possiamo più permetterci alibi. I problemi del sud si possono risolvere». È quanto ha dichiarato Matteo Renzi nel discorso di chiusura della sesta edizione della Leopolda, durante il quale ha anche invitato i suoi ministri a impegnarsi di più. «A Delrio ho detto: risolvi la questione della Salerno-Reggio Calabria se non vuoi che ti ci porti in auto. E guido io" che, scherzando ha sottolineato. «È un rischio». Per Renzi «si tratta di questioni da risolvere, anche perchè «i governatori sono tutti nostri. Se non le risolviamo, con che faccia ci ripresentiamo alle prossime elezioni?».

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    Nel discorso di chiusura della Leopolda, il premier si è detto convinto di poter risolvere i problemi del sud. «Anche perchè i governatori sono tutti nostri. Se non le risolviamo, con che faccia ci ripresentiamo alle prossime elezioni?».

Domenica, 13 Dicembre 2015 14:23

Ace Pellaro, storia di un centro abusivo

REGGIO CALABRIA Medicina solidale, ma anche abusiva. Il centro Ace di Pellaro (periferia sud di Reggio) è sì un presidio d'avanguardia, che fornisce prestazioni sanitarie semi-gratuite anche a chi non potrebbe permettersele e fonda buona parte della sua attività sul volontariato. Ma è anche una struttura illegittima, per certi versi sconosciuta alla Regione Calabria. Il Corriere della Calabria è in possesso di documenti esclusivi che ricostruiscono tutta la vicenda fino alla chiusura del centro. Provvedimento che negli ultimi giorni ha scatenato una ridda di polemiche, soprattutto di matrice politica, alimentate da chi ritiene che imprecisati «problemi burocratici» (così sono stati definiti) non possano arrestare le buone e quasi inedite pratiche di un istituto che, in una regione alle prese con una sanità disastrata, fornisce assistenza qualificata e servizi diagnostici fondamentali. Dal Pd al M5S, tutti hanno gridato allo scandalo. E infatti è in programma per domani, alla Cittadella regionale, un incontro tra il governatore Oliverio, il suo delegato alla Sanità Pacenza, il dg del dipartimento Salute Fatarella, il capogruppo regionale del Pd Sebi Romeo e il presidente del consiglio comunale di Reggio Delfino per tentare di far uscire l'Associazione calabrese di epatologia dall'«impasse burocratico».

LA STORIA Una situazione paradossale, dal momento che proprio la Regione ha sospeso l'attività di Ace, alla luce di un'accurata istruttoria durata diversi mesi e che ha dimostrato come il centro di Pellaro sia sempre stato sprovvisto delle autorizzazioni necessarie per portare avanti la sua pur mirabile attività sanitaria. Come se un medico senza laurea avesse continuato a operare per anni.
I dirigenti del dipartimento Salute si allertano per la prima volta lo scorso marzo, quando, grazie a una pubblicità su un quotidiano, scoprono che Ace gestisce due strutture, a Pellaro e a Cittanova (nei locali dell'ex ospedale), che non figurano nell'elenco dei centri sanitari autorizzati dalla Regione. I responsabili del servizio "Autorizzazioni e accreditamento", Vittorio Elio Manduca e Salvatore Lopresti, dispongono subito «l'immediato avvio dell'attività di vigilanza» da parte dell'Asp di Reggio e, contestualmente, chiedono ai Nas di avviare le indagini «al fine di rilevare eventuali irregolarità o fattispecie di reato».

LA RICHIESTA Sembra che il dipartimento abbia colto nel segno. Infatti, poco tempo dopo, il 14 maggio, il presidente di Ace, Carmelo Caserta, invia alla Regione una domanda di autorizzazione «all'apertura ed esercizio di attività sanitarie e socio-sanitarie». Un'ammissione: l'associazione, fino a quel momento, fornisce servizi non riconosciuti. Dalla Regione, però, arriva un secco niet: «Allo stato degli atti, non è possibile accogliere l'istanza». Il motivo è semplice ed è strettamente connesso al decreto 151 del 2013 (firmato dall'allora commissario alla Sanità, il governatore Peppe Scopelliti, e predisposto dal "vice" Andrea Urbani), che sospendeva tutti i procedimenti per il rilascio di autorizzazioni sanitarie. Un particolare è decisivo: lo stop – sottolinea nella sua nota di risposta il dirigente Lopresti – «resta efficace per tutte le istanze pervenute (o che perverranno) dopo il 19 dicembre 2013, in assenza dei nuovi piani di riassetto delle reti e sino all'adozione degli stessi». La richiesta di Ace, successiva a quella data, non può quindi essere accolta.

L'ESPOSTO Dovrebbe cambiare tutto e invece non cambia niente. Fino a quando in dipartimento (siamo al 7 luglio) non arriva un dettagliato esposto che denuncia la presenza, in tutta la provincia reggina, di almeno 16 strutture sanitarie non autorizzate dalla Regione. Tra queste figura anche il centro Ace.
Manduca e Lopresti, allora, tornano all'attacco e scrivono a Santo Gioffrè (a quel tempo ancora alla guida dell'Asp di Reggio), al dg del dipartimento Salute Fatarella e anche ai Nas. I toni sono perentori: «È necessario che il commissario straordinario dell'Asp di Reggio Calabria, competente per territorio e ai sensi della vigente normativa, attivi la propria commissione per l'autorizzazione e l'accreditamento ai fini dell'attività di vigilanza sulle strutture» segnalate nell'esposto.

IMMOBILE Gioffrè, però, resta immobile. Ad agire sono invece i Nas, che eseguono un accertamento ed elevano una multa di circa 24mila euro nei confronti del «trasgressore» Caserta, in qualità di presidente di Ace, «per aver aperto e attivato un poliambulatorio medico senza la prevista autorizzazione regionale», così come stabilito dalla legge regionale 24 del 2008. È ancora una volta il dipartimento a ingiungere il pagamento della sanzione e a chiarire i termini della questione e a riprendere i rilievi dei Nas. Caserta «apriva e attivava un poliambulatorio senza che per lo stesso sia mai stato rilasciato nulla osta igienico-sanitario o autorizzazione sanitaria»; «nella medesima struttura è stato accertato che vengono svolte procedure diagnostiche e terapeutiche di particolare complessità o che comportino un rischio per la sicurezza del paziente».

BASTA RICHIESTE La multa porta altre conseguenze. Il 9 novembre, infatti, il dipartimento invita il sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà, l'Asp e i Nas, a procedere alla chiusura della struttura di Pellaro. Questo perché alla sanzione pecuniaria è associata anche quella accessoria (come previsto dalla stessa legge 24), che stabilisce l'impossibilità di presentare altre richieste di autorizzazione per un periodo di tre anni e, infine, dispone «l'ordine di immediata chiusura della struttura sanitaria in quanto priva delle autorizzazioni di legge».

ALTRO TENTATIVO Caserta però non si rassegna e, il 16 novembre, chiede alla Regione di riattivare la procedura di autorizzazione già avanzata a maggio, quando dal dipartimento era arrivato il primo no sulla scorta delle disposizioni del decreto 151 che bloccava tutte le nuove "licenze".

CHIUSO Il centro Ace è, di fatto, ancora chiuso. In realtà, carte alla mano, ufficialmente non è mai stato aperto, non è mai esistito, malgrado la meritoria attività sanitaria.
Domani il vertice in Regione per uscire da una comunque spiacevole «impasse» determinata da «problemi burocratici». Che poi altro non sono che le norme regionali di riferimento. La politica potrà sovvertire le leggi e smentire i dirigenti che le hanno fatte rispettare?

Pietro Bellantoni
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    La struttura di medicina solidale è stata chiusa dalla Regione. Ma la politica tenta di salvarla, malgrado sia priva delle necessarie autorizzazioni di legge. Lo dimostra una multa inflitta dai Nas 

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