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Corriere della Calabria
Mercoledì, 30 Dicembre 2015 21:13

«Alla Regione deficit di democrazia»

«L'anno istituzionale e politico è stato purtroppo chiuso in Consiglio regionale, nel corso della seduta di lunedì scorso, nel peggiore dei modi». Lo afferma in una nota il presidente del gruppo di Forza Italia Alessandro Nicolò. «Ma com'è possibile - aggiunge -che dopo un anno di legislatura, dopo tanti proclami in direzione del rinnovamento e della discontinuità col passato e dinanzi ad una regione stremata dalla crisi più acuta dal dopoguerra, la giunta regionale presenti un bilancio senz'anima, cieco e sordo rispetto ai bisogni della Calabria? Nel mio intervento in Aula ho indicato, con cognizione di causa, limiti e carenze di una manovra economica asfittica e priva di prospettiva, ma ciò che assume una gravità inaudita è il modus operandi, non più saltuario ma diventato ormai consuetudine, di questa giunta regionale che, anche quando si discute di temi centrali come il bilancio di previsione, anziché aprirsi al confronto con le istanze politiche, le forze sociali, l'associazionismo, si chiude a riccio, salta ogni interlocuzione ed ogni audizione, e considera il consiglio regionale come la buca delle lettere dove infilare provvedimenti sigillati e inamovibili. Qui c'è un grave problema di democrazia, ancorché di merito dei singoli provvedimenti, su cui invito lo stesso presidente del consiglio regionale, che dovrebbe essere garante delle prerogative dei singoli consiglieri di maggioranza e di opposizione, a fare una riflessione seria e da condividere nelle prima riunione della conferenza dei capigruppo. Questo modo di procedere del governo della Regione acuisce le criticità del regionalismo calabrese, perché strozzando il dibattito e annullando confronto e partecipazione si vanifica la stessa utilità dell'istituzione e della politica».
«Manca - prosegue Nicolò - tuttora, e direi quasi drammaticamente se si considera la condizione di fragilità sociale della Calabria, una visione d'insieme delle questioni economiche in campo che è il riflesso dell'assenza nel governo della Regione di una strategia dello sviluppo calabrese. Le risorse disponibili, quelle regionali, nazionali e comunitarie, non possono più essere impiegate "a pioggia". Se si intende per davvero affrontare le emergenze, occorre finalizzarle allo sviluppo produttivo ed in tal senso un ruolo decisivo ha la condivisione delle scelte con tutte le istanze rappresentative della Calabria. Piuttosto che giustificare i percorsi assistenziali su cui la giunta ancora insiste, definendo il bilancio ingessato e non discutibile, bisognerebbe che ci si dicesse qual è l'idea di sviluppo che si ha in mente per far fare alla nostra regione il salto di qualità che il mondo produttivo e le forze sociali richiedono con più che legittima insistenza. Il punto è che, così procedendo, non si va da nessuna parte. Perciò si è preoccupati anche e soprattutto per la partita dei fondi comunitari, perche' sarebbe l'ennesima beffa, se ora, dopo tanti proclami ottimistici, la Calabria perdesse centinaia di milioni di euro. Le notizie che circolano sull'ipotesi che una consistente parte dei fondi comunitari 2007-2013 non giunga in Calabria per incapacità programmatoria della Regione, in particolare per ciò che concerne le risorse del Fesr (Fondo europeo per lo sviluppo regionale), sono preoccupanti e destano allarme. La Calabria, come sostengono imprenditori, sindacati ed associazioni e come documentato prestigiosi centri studi inclusi Istat e Bankitalia, è la cenerentola del Paese, una regione attraversata da emergenze sociali che la rendono la più povere d'Italia. Dinanzi a questo quadro economico e sociale, perdere risorse ingenti che andrebbero utilizzate con immediatezza per abbattere il divario Nord-Sud e colmare il deficit infrastrutturale, sarebbe imperdonabile. Così come è fondamentale, che le risorse da utilizzarsi e quelle della programmazione 2014-2020 non siano, ancora una volta, impiegate secondo logiche clientelari e di parte. Auspico quindi che la prima seduta del consiglio regionale del 2016 sia dedicata alla gestione dei fondi comunitari e della spesa in generale. La Calabria, segnatamente i consiglieri regionali di maggioranza e di opposizione, si attende dal presidente Oliverio due chiare rassicurazioni: a) che non si perdano importanti risorse e ci si dica come si sta procedendo; b) che l'utilizzazione dei fondi comunitari non sia indirizzata ad accontentare questo e quello o ad incrementare pacchetti elettorali in vista anche dei prossimi appuntamenti per il rinnovo di varie amministrazioni comunali, ma finalmente finalizzata al rilancio dello sviluppo e dell'occupazione».
«Il gooverno Renzi - conclude - con il Masterplan per il Sud ha letteralmente preso in giro il Mezzogiorno, se ora la Calabria e le sue forze politiche non si assumono la responsabilità di cambiare approccio nei confronti della spesa pubblica, rischiamo veramente di diventare la regione piu' marginale, non solo del Paese ma dell'Europa».

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    Il commento tranchant del capogruppo forzista Nicolò: «Questa giunta regionale considera il Consiglio una buca delle lettere dove infilare provvedimenti sigillati e inamovibili»

Mercoledì, 30 Dicembre 2015 21:06

«Calabresi irretiti da Oliverio»

CATANZARO «A leggere il programma di governo di Oliverio per la Regione, il 2015 doveva segnare l'inizio della svolta e di una rivoluzione epocale per la Calabria. Un vero e proprio libro dei sogni, quello di Oliverio». Lo sostiene, in una nota, la vice coordinatrice regionale di Forza Italia, Wanda Ferro. «La Calabria, aveva detto Oliverio - aggiunge Wanda Ferro - sarà un luogo di decisione da cui far partire una rivoluzione, una occasione per ritrovare il senso del futuro, per garantire il diritto al lavoro, alla salute e alla cultura, una regione solidale in contrasto con anni di politiche pubbliche inefficaci e improduttive. Addirittura, secondo Oliverio, la Calabria si sarebbe candidata a contribuire alla ripresa dell'intero Paese ed avrebbe assunto una collocazione non più marginale persino in Europa. E tutto sarebbe stato fatto in fretta, non c'era tempo da perdere. Ed invece, eccoci qui a prendere atto delle promesse tradite di Oliverio che si mostrano in tutta la loro inequivocabile e cruda limpidezza nei volti amareggiati, delusi e sofferenti dei calabresi. Anche se è trascorso soltanto poco più di un anno di governo, occorrerebbero tanti volumi di un'enciclopedia per elencare tutti i fallimenti di Oliverio e non v'è anche un solo rigo di una pagina in cui si possa rinvenire un pur minimo accenno di concretezza, di una cosa fatta per i calabresi, di una promessa mantenuta, di una buona intenzione. I calabresi, anche molti di quelli che hanno contribuito all'indiscusso successo elettorale del governatore, si sentono irretiti per essere stati illusi da un presidente che si è dimostrato non all'altezza anche solo di affrontare le emergenze e che in un solo anno di governo ha portato la Calabria ad essere l'unica regione a chiudere con il segno meno e a non risentire neppure dei timidi segnali di ripresa che hanno caratterizzato tutte le altre regioni d'Italia».
«Occorre una seria riflessione - dice ancora la vice coordinatrice regionale di Forza Italia - su cosa programmare per tentare di rimettere in piedi la Calabria, ma occorre, ancor prima, un bagno di umiltà di tutti i decisori politici: non è più tollerabile assistere inermi all'euforia del governatore Oliverio che esulta ed esalta il lavoro della giunta di fronte al rapporto sull'economia della Calabria della Banca d'Italia che, lungi dall'offrire spazio a facili entusiasmi, disegna un quadro disastroso per la nostra Regione. Occorre rinunciare alla facile demagogia, scendere dal piedistallo del privilegio, stare tra la gente ed ascoltare i loro bisogni trasformandoli in programmi di governo da realizzare in tempi brevissimi. D'altronde è lo stesso auspicio che proviene da autorevoli esponenti della maggioranza di governo che, in sede di approvazione della legge di Stabilità 2016, hanno avuto modo di affermare che dalla giunta Oliverio non sarebbero arrivate "risposte concrete" e che il bilancio approvato dal consiglio regionale si preoccupa solo di fornire "un'apparente calma sociale", laddove servirebbe invece uno "choc economico capace di invertire la tendenza". Questo è il regalo sotto l'albero che Oliverio ha offerto ai calabresi».
«Da parte mia - conclude Wanda Ferro - auguro a tutti i calabresi, anche a quelli che hanno ritenuto di votare per Oliverio, che il 2016 possa illuminare la mente e l'anima di chi è stato chiamato a governare la nostra regione, sì da alleviare le tante angosce che ci fanno sentire spaesati e che, nell'indifferenza di molti, rischiano di compromettere finanche la normale quotidianità».

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    La forzista Wanda Ferro boccia senza appello il 2015 del governatore: «Occorrerebbero tanti volumi di un'enciclopedia per elencare tutti i suoi fallimenti»

CASTROVILLARI Il gip del tribunale di Castrovillari, Annamaria Grimaldi, non ha convalidato il fermo di Salvatore Buffone e di Cristian Dulan, ritenuti rispettivamente mandante ed esecutore materiale dell’omicidio di Carmine Avato, muratore di San Cosmo Albanese ucciso a colpi di calibro 7,65 nel petto, nella notte tra il 14 e il 15 novembre. Il gip – accogliendo parzialmente le richieste della difesa di Buffone, gli avvocati Chiara Penna e Massimiliano Coppa – ha escluso la sussistenza del pericolo di fuga. I due indagati restano comunque in carcere poiché il giudice per le indagini preliminari ha disposto un’ordinanza di misura cautelare ritenendo esistenti le altre esigenze cautelari, in particolare la reiterazione di altri delitti diretti tra i due indagati, uno contro l’altro. Questa esigenza nascerebbe dal fatto che, nelle sue dichiarazioni, Dulan manifesta una certa apprensione e paura nei confronti di Buffone. Infatti, secondo le indicazioni che il romeno avrebbe ricevuto dal mandante, dopo l’omicidio avrebbe dovuto disfarsi di tutto quello che poteva comprometterlo. Ma Dulan non obbedisce agli ordini. Si disfa dei vestiti, che butta «per strada, vicino ad un fiume, in posti differenti», ma non della pistola. «Lui mi aveva chiesto di buttare anche la pistola – dice Dulan – ma io non l’ho fatto perché temevo per la mia incolumità. Salvatore avendo conoscenze nell’ambito della criminalità poteva uccidermi o farmi uccidere».
Il gip scrive: «Alla luce di questi principi il pericolo di fuga nel caso di specie deve essere escluso: infatti per quanto attiene al Dulan, benché straniero, risulta regolarmente reisdente nel territorio italiano da diverso tempo e svolge attività lavorativa, inoltre, il predetto ha adottato un comportamento collaborativo con le forze dell'ordine; quanto al Buffone, la mera circostanza che egli abbia collegamenti con elementi della criminalità locale che, in astratto potrebbero fornire un supporto logistico in caso di latitanza, appare elemento insufficiente a fondare il pericolo di fuga non eregendo un vero e proprio inserimento in una compagine delinquenziale né la disponibilità di mezzi e di coperture [...]»

ARRESTI L’arresto di Salvatore Buffone 31 anni, cognato della vittima, e del romeno Cristian Dulan, 30, è avvenuto lo scorso 27 dicembre. Fin dall’inizio gli inquirenti hanno seguito la «pista familiare» ponendo una serie di intercettazioni telefoniche che hanno posto in relazione Buffone e Dulan. «Gravi dissidi familiari», ha detto il procuratore capo di Castrovillari, Eugenio Facciolla, avrebbero portato alla morte del muratore di San Cosmo. A dare una svolta alle indagini sarebbe stata una perquisizione nell’abitazione del romeno Dulan nella quale i carabinieri della compagnia di Corigliano hanno trovato una pistola calibro 7,65 che si dovrà ora accertare se sia stata o meno l’arma che ha ucciso Avato.
 
LE DICHIARAZIONI DI DULAN Dopo il ritrovamento dell’arma, della quale il 30enne avrebbe anche cercato di disfarsi all’arrivo dei militari, Dulan, difeso dall’avvocato Maria Gisella Santelli, ha cominciato a parlare. E di cose ne ha raccontate tante. Ha affermato di aver conosciuto Buffone circa tre anni fa tramite tale Giuseppe Fanelli (che è un pregiudicato) e i nipoti del defunto. La richiesta di uccidere il cognato sarebbe arrivata da parte di Buffone un mese prima del delitto. Dulan dice che non se la sente ma il presunto mandante insiste. «Salvatore mi ha minacciato se non avessi adempiuto a quello che mi chiedeva», afferma Dulan. Le indicazioni sulla vittima sono generiche: «Mi ha detto che è una persona parzialmente pelata e che viaggiava a bordo di una Opel Astra di colore grigio chiara». Secondo Dulan, Buffone fornisce anche le ragioni per le quali avrebbe voluto la morte di Avato: maltrattava la famiglia. Nell'ordinanza del gip, che ricostruisce i fatti alla luce dei dati investigativi forniti si evidenzia come subito dopo la morte di Avato, si sia proceduto ad ascoltare i parenti dell'uomo, appurando che questi risultava incensurato e scevro da connessioni con la criminalità comune e organizzata. Quello che si apprende dall'escussione del fratello Gennaro è che le uniche preoccupazioni di Avato fossero "da individuare nella crisi coniugale di quest'ultimo". La vittima da un anno e mezzo aveva intrapreso un persocrso di separazione con la moglie Maria Giulia Buffone, madre dei suoi tre figli, ai quali la donna avrebbe vietato di avere qualsiasi tipo di rapporto con il padre.
Dulan, nelle sue dichiarazioni spontanee, non specifica meglio in che modo Avato – che stava per divorziare dalla moglie – maltrattasse la famiglia, dice solo: «Io so che Salvatore è una persona pericolosa, so che lui spacciava e aveva amicizie in ambienti pericolosi. Lui spacciava assieme ai nipoti di Carmine Avato. Non l’ho mai visto frequentare persone pericolose». 
Eppure sulle paure di Dulan il giudice pone dei dubbi, soprattutto quando decide in merito alle esigenze cautelari. Per quanto riguarda il pericolo di reiterazione del reato "ricorre - scrive il gip - per entrambi gli indagati il concreto e attuale pericolo che se rimessi in libertà possano commettere altri delitti della stessa speciedi quelli per cui si procedeo con l'uso delle armi o di altri mezzi di violenza alla persona; tale pericolo è evincibile dalla estrama gravità dei fatti e delle circostanze dell'azione, alla cui base vi è per entrambe le parti un movente esile e squallido; invero sul punto si rileva che appare poco credibile che il Dulan abbia agito solo mosso dal timore del Buffone senza riuscire a trovare una via per sottrarsi alle sue pressioni e non invece per il misero compenso pattuito (500 euro, ndr); quanto al Buffone la motivaione dell'azione appare essere l'odio verso il cognato non determinato da comportamneti gravi dello stesso ma solo da spirito di sopraffazione e ingiutificato malanimo".
 
SMS PER UN DELITTO Il sopralluogo sul posto del delitto, davanti casa di Avato, Buffone e Dulan lo avrebbero fatto una settimana e un mese circa prima dell’omicidio. La pistola l’avrebbe fornita poi Buffone. «Ci incontrammo egli venne a prendermi a Corigliano Calabro. [...] Mi portava in un parcheggio e sul lato destro c’era un giardino di uliveto, dicendomi che era ottimo per nascondermi». Nel corso dell’interrogatorio a Dulan vengono mostrati gli sms che avrebbe scambiato con Buffone. Risalgono alla sera dell’omicidio. In uno c’è scritto: «Crii usciamo un po’ stasera ci facciamo un giro». Secondo Dulan, Salvatore Buffone lo voleva avvisare che Avato era uscito. «E vediamo a che ora», gli risponde Dulan, intendendo chiedere a che ora sarebbe tornato Avato a casa. La riposta criptata sarebbe stata: «Se domani devi andare a lavorare non ti preoccupare massimo mezzanotte siamo a casa».
Alle 22 Dulan prende la pistola, si mette in macchina e si dirige a San Cosmo Albanese. «Per raggiungere il luogo occorrono circa 15 minuti”, dice»
«Quella sera ero ubriaco – dice il romeno al pm Maria Grazia Anastasia –. Non ricordo se avevo il telefono acceso o spento. Dopo quei messaggi con Salvatore non ho avuto altri contatti prima del 18 novembre. [...] Quella sera mi ero sdraiato in terra e non ho visto nessuno transitare da quella strada. Dalla mia postazione riuscivo a vedere la macchina che arrivava». Dulan afferma che indossava un giubotto da lavoro scuro, pantaloni neri, guanti in lattice e un cappello di colore grigio abbassato sulla fronte. 
 
«VOLEVO SOLO FERIRLO» «Ho visto la macchina sopraggiungere – continua Dulan – . È sceso dalla macchina. Ho atteso che scendesse, sono andato verso di lui, volevo solo ferirlo. Non credo che lui mi abbia visto. Non l’ho visto in volto ricordo solo che era parzialmente pelato. Non ho fatto caso neanche agli indumenti che questi indossava. Prima di andare via l’ho visto in piedi per cui ritenevo solo di averlo ferito». 
 
500 EURO COME RIMBORSO SPESE Per il delitto Dulan avrebbe avuto in cambio 500 euro. Ma non erano soldi per il lavoro svolto. Erano, dice lui, «a titolo di rimborso spese per i miei movimenti».
Dulan ribadisce la sua paura nei confronti di Buffone, dice di avere paura. Dice: «Salvatore mi ha minacciato dopo aver mancato l’obbiettivo”. Avrebbe dovuto compiere il delitto entro il 17 «altrimenti sarei finito male». Ma lui, dice, non lo sapeva che il 18 c’era il divorzio di Avato. E poi afferma di essersi sentito spiato, seguito, di avere ricevuto telefonate da numeri sconosciuti, di avere trovato la porta di casa aperta. E ha cominciato a dormire con la pistola sotto al cuscino. Quella pistola che ora si dovrà verificare se è stata l’arma che ha ucciso, con quattro colpi al petto, Carmine Avato.
Alessia Truzzolillo
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  • Occhiello

    Le dichiarazioni dell'uomo assoldato per uccidere Carmine Avato. Il gip non convalida il suo fermo e quello del cognato della vittima (il presunto mandante) ma firma un'ordinanza di custodia cautelare in carcere

Mercoledì, 30 Dicembre 2015 19:47

Buon anno Reggio. E che sia ribelle

Ciao Reggio. E brava, quindi ce l'hai fatta a sopravvivere ad un altro anno. Nessun terremoto ti ha mandata a gambe all'aria e sei anche riuscita a dribblare in corner l'alluvione che ha messo in ginocchio la Locride. Tu e tua commare l'Etna vi siete anche divertite. Alle nostre spalle, ovviamente. Grazie a lei, ti sei cosparsa il capo di cenere , ma io lo so che non ti penti di niente. Tronfia delle tue sciagure, ti presenti alle porte del nuovo anno, rassegnata – come sempre – a sopravvivere al tuo tempo senza viverlo, a lasciarlo – semplicemente – passare.
In tanti ti augurano di tornare "bella e gentile". Io no. Non ti voglio bella e gentile. Non puoi. Non sei pronta. Saresti solo "parata" e posticcia come quelle figlie tue che – incuranti dei 16 gradi che il tuo inverno finto regala – sfoggiano improbabili pellicce. Salme inamidate che indossano cadaveri in una celebrazione dell'apparenza che è il funerale di ogni senso di realtà. E tu Reggio, meriti più di questo. Per questo io non ti auguro di essere bella e gentile, ma scarmigliata e ribelle, liberata da quella guaina di perbenismo sciocco che induce a nascondere la polvere sotto il tappeto, a dire che va tutto bene, che tutto è normale, al massimo, che è tutto un complotto. Ma qui di normale non c'è nulla. E in troppi hanno di meglio da fare che perdere tempo a progettare colpi bassi nei confronti di una città che già si impegna a mandarsi al macero..
Città dolente che glorifica i golpisti nelle piazze e si gloria di quei moti che hanno reso grande solo la 'ndrangheta e segnato il matrimonio con il Paese peggiore, città schiava che si prostra a chi se l'è comprata con un paio di scarpe di marca, io ti voglio vedere scalza, ma dignitosa, buttare nel secchio il regalo di don Paolino De Stefano. Voglio che nessun boss e figlio di boss possa dire che cammini sulle scarpe di un clan. Voglio vederti – finalmente – rivendicare i tuoi diritti come tali e non questuarli come se fossero favori da chiedere a questo o quel "compare". Qui compari non ce ne sono. Ci sono padroni, anche poco lungimiranti, che ti schiacciano a un'emergenza che non è più tale perché dura da vent'anni. Che siano i rifiuti, l'acqua, la criminalità, la disoccupazione, la casa, la mobilità, la democrazia, da sempre siamo in emergenza. E non è più ferita, è cancrena.
Ti voglio sentire Reggio, mettere in piazza gli affari sporchi di quella tua autoproclamata classe dirigente divenuta tale grazie al matrimonio bastardo con i clan che ti schiacciano, ma incapace anche di dirigere se stessa, perché schiava e succube di chi quelle professioni le ha forgiate a proprio uso e consumo, fra una riunione di cappucci e un giro in barca alle isole, fra un tavolo di poker e un invito al tavolo nei locali giusti.
Ti voglio vedere insorgere Reggio. Ma non quando l'analisi dei dati ti sbatte in fondo alla classifica per qualità della vita. Voglio vederti mentre pretendi di guadagnare posizioni grazie a fatti concreti. È vero, qui c'è il mare e a Milano no, lo Stretto è un paesaggio da cartolina e abbiamo il chilometro più bello d'Italia. Ma devi essere onesta con te stessa, Reggio. In quel mare non ti puoi bagnare perché inquinato da liquami, scorie e forse rifiuti tossici che i clan non hanno avuto alcuna remora a sotterrare, i tuoi figli muoiono di tumore, il tuo lungomare è stato ristrutturato dalle ditte della 'ndrangheta e senza un mezzo proprio, nessuno degli abitanti delle tue colline può goderne, perché la società di trasporto pubblico è stata spogliata e mangiata da incuria, ruberie e incompetenza.
Ti voglio vedere combattere Reggio contro quei tuoi concittadini che trafficano uomini come se fossero bestie e non contro chi, di quel mercato infame, è solo umile e disgraziata merce, intrappolata nel limbo fra una casa in cui non può tornare e un continente fortezza in cui non riesce a entrare. E poi, cara la mia città, devi essere coerente. Tu lo sai cosa voglia dire emigrazione. Hai perso figli come sangue da un'emorragia infinita. Scappano dalla guerra silenziosa delle tue strade, dalla dittatura morbida dei "rispetti", dalla schiavitù discreta di chi ti vuole ultima e in tal modo facile riserva di braccia e di teste. Tu ti limiti a piangere lacrime di circostanza a Natale, Pasqua e feste comandate dei ritorni, o al massimo a bearti di gloria riflessa, quando uno dei tuoi mille figli costretti ad emigrare, diventa grande altrove. Ma ti voglio vedere sbattere i pugni sul tavolo e chiedere perché è stato costretto ad andare via, perché non ha avuto la possibilità di creare qualcosa nella propria terra. Perché – in fin dei conti – si è dovuto arrendere.
Ti voglio vedere Reggio. Perché dietro l'omertà, il silenzio, la scrollata di spalle, il «chisti simu» elevato a sistema e che giustifica tutto, dietro la rassegnazione, il razzismo becero, l'indignazione a comando e sempre intermittente – ne sono certa – ci sei ancora. Ma solo quando avrai il coraggio di spogliarti degli stracci che coprono le tue ferite e inizierai a mostrare le tue piaghe potrai guarire davvero. E sarai davvero. Lì smetterai di sembrare e sarai bellissima. Buon anno, Reggio.

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    di Alessia Candito

Mercoledì, 30 Dicembre 2015 19:09

Tropea, beccati in auto con 300 proiettili

TROPEA Nell'ambito dei controlli del territorio in occasione delle festività di fine anno, i militari della Compagnia Carabinieri di Tropea hanno eseguito varie perquisizioni veicolari e domiciliari su tutto il territorio che abbraccia la Costa degli Dei.
Durante i controlli, a bordo di una Fiat Panda condotta da un trentenne di Tropea, i militari hanno rinvenuto più di 300 proiettili Calibro 45 occultati sotto il sedile del guidatore. Subito è scattata la perquisizione a casa del fermato, appartamento contiguo e comunicante con quello in uso al suocero dello stesso. E proprio a casa del suocero del giovane sono stati rinvenuti, ben occultati in un marsupio nascosto all'interno di una credenza, tra bicchieri ed album di famiglia: una pistola Marca Colt, Calibro 45, perfettamente funzionante e ben custodita e 100 munizioni calibro 45. Immediatamente sono scattate le manette per: Salvatore Trecate, classe 1983, già noto alle forze dell'ordine, e Francesco Medile, 60 anni. Entrambi sono di Tropea, rispettivamente genero e suocero (il primo ristoratore ed il secondo impiegato pubblico), accusati di detenzione illegale di arma clandestina e munizioni.

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    Un ristoratore e suo genero finiscono in manette dopo una perquisizione dei carabinieri 

Mercoledì, 30 Dicembre 2015 18:57

Solo parole sul futuro dell'agricoltura

In un delirio parolaio che oramai travalica il ridicolo, il governatore Oliverio gioisce dei risultati relativi alla spesa effettuata sul Psr 2007-2013. Ma di quali risultati sta parlando Oliverio? Si chiede il governatore quale impatto ha determinato il Psr 2007-2013 sugli indicatori della economia reale? Si chiede il governatore dove sono andati a finire quel paio di miliardi di euro spesi nel comparto? 
Se vivesse un po' di meno l'agricoltura da salotto ed un po' di più quella reale, si renderebbe conto che lo stato di salute dell'agricoltura calabrese è pessimo. Verrebbe a conoscenza, per esempio, che il volume delle esportazioni agroalimentari calabresi è inferiore di oltre venti volte alla media nazionale. Così come verrebbe a conoscenza del sostanziale blocco del credito in Calabria, che in tema di credito agrario registra il più basso volume d'Italia. Ancora, del sostanziale fallimento dei modelli di governance dei Pif e dei vari partenariati locali.
Quelli appena citati sono dati e valutazioni estrapolati, peraltro, dalla lettura del Psr 2014-2020, la cui approvazione è stata sbandierata con incomprensibile enfasi dal Governatore. E proprio a leggere il Psr (a proposito, la Calabria è arrivata sedicesima in Italia all'approvazione, altro che prima come erroneamente dichiarato da Oliverio) ci si rende conto del sostanziale fallimento dell'attuazione della vecchia programmazione 2007-2013. Quella stessa programmazione che, oggi, Oliverio si vanta addirittura di aver attuato, anzi di averne accelerato l'attuazione. 
Oliverio dovrebbe, invece, avere la onestà intellettuale di riconoscere che fino ad ora si è posto in clamorosa continuità con i suoi predecessori e di avere contribuito in modo determinante a sperperare risorse comunitarie e creare effetti distorsivi nel comparto agricolo, in una logica di erogazioni a pioggia slegate da un approccio pianificatorio e programmatorio. 
Ho chiesto formalmente al Presidente Oliverio più volte nel corso del 2015 un incontro per discutere di alcuni temi concernenti l'agricoltura. Invano, nessun cenno nessuna risposta. Ho cercato di sensibilizzare alcuni Consiglieri regionali, di maggioranza e di opposizione, su alcune tematiche di interesse per l'agricoltura. Anche in questo caso invano. 
Della eccessiva burocratizzazione delle procedure, dei tempi biblici di istruttoria delle pratiche, dei ritardi nei pagamenti da parte di Arcea, dell'abbandono e della morte dell'agrumicoltura della Piana di Rosarno sembra che oramai non interessi più a nessuno.
Nel solco della continuità con il passato, la Regione Calabria ha continuato a danneggiare gli agricoltori reggini, sempre più abbandonati al loro destino. Fondi per le calamità naturali scippati e destinati chissà dove e fondi per il bergamotto fermi, per pastoie burocratiche, presso la Ragioneria regionale sono soltanto gli ultimi esempi di una inefficienza penalizzante che ha un unico colpevole responsabile, il Governatore Mario Oliverio. 
Noto un sentimento di rassegnazione e distacco rispetto a tematiche importanti che pure richiederebbero ben altra attenzione. Ci si accontenta di stare sui media e sui giornali un giorno con la proprio foto e si rinuncia a svolgere il ruolo fondamentale di rappresentanza degli interessi della comunità. E così è calato pure il silenzio sui danni da alluvione della Locride che solo qualche mese fa è stata flagellata dal maltempo, così come sui danni da cenere vulcanica che anche quest'anno hanno messo in ginocchio l'agrumicoltura della Piana di Rosarno.
Con queste premesse, fatte solo di annunci e propaganda, l'agricoltura calabrese non andrà da nessuna parte. Ci saranno i soliti noti a ritagliarsi spazi di azione e sviluppo, ma il comparto, quello vero e reale, continuerà a registrare trend da sottosviluppo.

*assessore all'Agricoltura Provincia di Reggio Calabria

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    di Gaetano Rao*

Mercoledì, 30 Dicembre 2015 18:46

Il Tg web – Edizione delle 19,30

Mercoledì, 30 Dicembre 2015 18:40

2015 | Uno scandalo dopo l'altro

Per leggere il nostro racconto degli scandali del 2015 legati alla cronaca giudiziaria clicca su "view story" nel riquadro. 

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato le quattro puntate dedicate a politica, economia, sport e cultura e spettacoli. Buona lettura. E buon anno. 

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CATANZARO Dopo la decisione del Tribunale del Riesame che solo poche settimane fa ha ha respinto il ricorso della Dda di Catanzaro sul mancato arresto dell'ex assessore regionale all'Agricoltura Michele Trematerra – coinvolto nell'operazione "Acheruntia" contro lo strapotere della cosca "Lanzino-Ruà" – la procura distrettuale antimafia ha prontamente fatto ricorso in Cassazione. Lo scorso 7 luglio è stata messa a segno l'operazione "Acheruntia".

L'OPERAZIONE Lo scorso 7 luglio è stata messa a segno l'operazione "Acheruntia", condotta dal sostituto procuratore Pierpaolo Bruni. La Direzione distrettuale antimafia aveva chiesto l'arresto nei confronti dell'ex assessore per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio aggravato dal favorire una consorteria di ndrangheta, ma il gip non lo aveva concesso ritenendo che «gli elementi posti dall'accusa a sostegno della mozione cautelare non siano sufficienti per ascrivere all'indagato la condotta di concorrente esterno in quanto non emerge la prova di un concreto ed effettivo contributo prestato da Trematerra a favore dell'associazione, emergendo, al contrario, piuttosto chiaramente, l'esistenza di una reiterata condotta di favore nell'interesse esclusivo di Angelo Gencarelli (ex consigliere del Comune di Acri ed ex componente la segreteria dell'ex assessore alla Forestazione della Regione Calabria Michele Trematerra, ritenuto dagli inquirenti un elemento di spicco della cosca, ndr) e di soggetti comunque ricollegati ad interessi personali (ed economici) di quest'ultimo».

L'APPELLO Una decisione contro la quale i magistrati della Direzione distrettuale antimafia avevano deciso di fare ricorso in appello. Secondo i pm, sono certi e sussistenti gli elementi per dimostare il legame tra l'ex assessore e la cosca cosentina "Lanzino-Ruà". Secondo l'accusa, il clan avrebbe cercato di procacciare voti per Trematerra in occasione delle elezioni regionali del 2010 e i suoi componenti erano dediti, fra l'altro, a "condizionare" l'attività del dipartimento Agricoltura e Forestazione della Regione Calabria e del Comune di Acri per l'aggiudicazione di appalti pubblici nel settore della forestazione a favore di società di riferimento dello stesso sodalizio di 'ndrangheta. Al centro delle indagini c'è l'ex consigliere comunale di Acri, Angelo Gencarelli, considerato elemento di spicco della cosca di 'ndrangheta "Lanzino-Ruà", e grande elettore e collaboratore di Trematerra.

RIESAME E RICORSO IN CASSAZIONE A metà dicembre il Tdl ha respinto, però, l'appello poiché "gli interventi chiesti e ottenuti da Trematerra si sono rivelati funzionali a interessi personali ed egoistici dei singoli beneficiari e non si sono posti con la consapevolezza e la volontà di interagire sinergicamente con le condotte degli associati in funzione del potenziamento, consolidamento e mantenimento in vita del sodalizio". Allo stesso tempo, secondo i giudici, a carico di Trematerra esistono gravi indizi di colpevolezza per quanto riguarda l'accusa di corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso poiché la consorteria mafiosa avrebbe tratto "un prestigio esterno" dall'elezione dell'ex assessore. Un'analisi che secondo la Dda di Catanzaro presenta troppe incongruenze e su tali discrasie si basa il ricorso sul quale la Cassazione dovrà ora esprimersi.

Alessia Truzzolillo
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  • Occhiello

    La decisione dopo che il Riesame aveva respinto il ricorso della Dda di Catanzaro sulla misura cautelativa per l'ex assessore all'Agricoltura. L'esponente politico è rimasto coinvolto nell'operazione "Acheruntia" contro la cosca cosentina dei Lanzino-Ruà

Mercoledì, 30 Dicembre 2015 18:17

Spaccio di droga, tre arresti nel Catanzarese

CATANZARO I carabinieri della Compagnia di Girifalco hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettante persone accusate di detenzione illegale a fine di spaccio di sostanze stupefacenti. I tre arrestati, Antonio Cosco, 31 anni, Giuseppe Paparazzo (41), e Antonio Abruzzo (27) si sarebbero resi responsabili di una serie di episodi di spaccio tra Catanzaro Lido, Squillace, e Roccelletta di Borgia, documentati dai carabinieri con una mirata attività d'indagine. 

MARIJUANA E COCAINA Le tre ordinanze di custodia cautelare eseguite dai carabinieri sono state emesse dal gip di Catanzaro su richiesta del sostituto procuratore Vincenzo Capomolla. In occasione dell'esecuzione dei provvedimenti restrittivi i militari hanno scoperto altra droga nei domicili dei tre arrestati. In casa ed in altri locali nella disponibilità di Giuseppe Paparazzo, in particolare, secondo quanto riferito dai carabinieri, sono stati trovati più di tre chilogrammi e mezzo di marijuana, 50 grammi di cocaina e 140 grammi di hascisc. In un deposito adibito a serra sempre nella disponibilità dello stesso Paparazzo, inoltre, sono state trovate 14 piante di canapa indiana. Per questo motivo per Paparazzo e' stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre Cosco e Abruzzo sono stati posti agli arresti domiciliari.

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  • Occhiello

    In manette Antonio Cosco, Giuseppe Paparazzo e Antonio Abruzzo. Trovati più di tre chili di marijuana e cocaina. Le loro "piazze" erano Lido, Squillace e Roccelletta

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