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Corriere della Calabria

REGGIO CALABRIA È morta, a Reggio Calabria, Annalisa Musolino, figlia dell'ex prefetto della città in riva allo Stretto e di Napoli ed attuale capo del dipartimento di Vigili del Fuoco, Francesco Musolino. La donna aveva 33 anni ed è deceduta in seguito ad una malattia. Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ed il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Marco Minniti, hanno partecipato nel pomeriggio ai funerali. La cerimonia funebre, svoltasi nella chiesa della Madonna della Candelora di Reggio Calabria, è stata officiata dall'arcivescovo di Reggio Giuseppe Fiorini Morosini.

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    La donna era affetta da una malattia. Il ministro dell'Interno, Alfano, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Minniti, hanno partecipato ai funerali che si sono svolti oggi a Reggio

REGGIO CALABRIA «Abbiamo la peggiore sanità del Paese per la quale i calabresi si accollano un’altissima tassazione mentre le migrazioni per curarsi toccano cifre stratosferiche, 250 milioni di euro l’anno. Nel contempo gli operatori sanitari di ogni ordine e grado ed in tutti i territori, fanno salti mortali per garantire le prestazioni minimali, spesso con turni massacranti per la carenza di personale ed in condizioni di estremo disagio, sia per loro che per i cittadini costretti a liste d’attesa interminabili. Tuttavia dopo cinque anni di commissariamenti, a parte le polemiche tra la struttura commissariale e il dipartimento della Regione, il dibattito sulla sanità non verte su come migliorare la qualità e l’efficienza delle prestazioni, ma su questioni che riguardano gli organigrammi gestionali, su integrazioni fra aziende che rimangono fumose e la realizzazione di nuove strutture». A dichiararlo è il consigliere regionale di Calabria in Rete, Flora Sculco. Secondo l’esponente di Cir, «dinanzi a questa preoccupante confusione, è urgente che intervenga il consiglio regionale, per individuare le priorità della Calabria attraverso una pianificazione circostanziata su un settore che incide sulla salute dei cittadini ed interessa oltre il 70 per cento del bilancio. E’ il Consiglio regionale, la massima espressione della democrazia calabrese, che deve - ribadisce Sculco - intervenire per indicare il contesto legislativo e gli obiettivi su cui i diversi soggetti che nella sanità hanno ruolo e competenza, incluso il commissario ad acta, debbono indirizzare energie e risorse». Per il consigliere regionale, l’assemblea «ha in sé la forza istituzionale e legislativa e l’intelligenza politica per elaborare riforme e provvedimenti che incidano sull’organizzazione complessiva del sistema che va rivista con l’unico scopo di restituirle efficienza e piena funzionalità». Nel corso del suo intervento, Sculco sottolinea che «non si può lasciare questo spazio cruciale per la salute dei cittadini in balia delle dispute o delle decisioni di una tecno-struttura che continua a non produrre risultati apprezzabili». Per questo, l’esponente di Cir auspica innanzitutto «un dibattito aperto a tutti i soggetti che nella sanità hanno voce e ruolo, per definire proposte ben articolate con cui affrontare le questioni di più stringente attualità».
«Se costruiamo, assieme alle tante competenze di cui disponiamo ed all’esperienza maturata dalle stesse forze sociali, un progetto di sanità e dotiamo la Calabria di una visione della sanità pubblica e privata compatibile con il quadro finanziario, sono del parere - conclude Sculco - che cesserebbero anche le polemiche derivanti dalla sovrapposizione di funzioni o dagli interessi particolari che agiscono perché nulla cambi».

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    L'esponente di "Calabria in Rete" auspica «un dibattito aperto a tutti i soggetti del settore» per affrontare le emergenze

COSENZA L’Ipasvi di Cosenza interviene sull'orario di servizio e sulla nuova normativa europea che “impone il riposo di undici ore dopo i turni di servizio”. Il collegio cosentino degli infermieri, tramite il suo presidente, Fausto Sposato, esprime preoccupazione per le nuove direttive Ue: la normativa prevede che non bisogna superare le 12 ore e 50 di servizio continuativo, se non in casi di assoluta necessità, e non bisogna superare le 48 ore settimanali comprese anche le ore di reperibilità.
«È evidente che in questo contesto molti servizi ed unità operative rischiano di essere accorpati a discapito dei cittadini che vedranno diminuire offerte e prestazioni. A questo aggiungiamo che la sanità calabrese già di suo vive, anzi sopravvive, di una disorganizzazione atavica ed il quadro è completo», scrive Fausto Sposato presidente del collegio. «In questo momento nelle aziende sanitarie vige un sistema di completa improvvisazione da parte di molti dirigenti che si arrogano il diritto di agire in barba alle più elementari regole manageriali e alle continue sollecitazioni dei vertici aziendali. Secondo noi a nulla serve cambiare i vertici se nelle direzioni degli ospedali periferici e nella gestione delle risorse continuano a rimanere sempre le solite persone. Serve una presa di coscienza forte che coinvolga tutti gli attori del sistema e gli infermieri possono dare un contributo importante. Sappiamo che si stanno implementando le nuove linee guida regionali su cui basare gli atti aziendali e ci auguriamo che non si continui a sbagliare tenendo in disparte le professioni sanitarie e gli infermieri in primis».
Per Sposato «bisogna avere il coraggio di assumere, con ogni forma possibile. In Calabria mancano, ad oggi, più di mille infermieri senza contare - prosegue - che l'età media è altissima e pertanto molti altri sono alle soglie della pensione».
«Ancora oggi stiamo aspettando che si definisca il documento di recepimento della legge 251/2000 e che negli accordi con le università – continua il presidente del collegio degli infermieri di Cosenza - si possa intervenire in modo propositivo. Oggi molti iscritti ci chiedono di intervenire poiché non si riescono a garantire i turni di servizio, perché non esiste una linea comune di azione, perché molti colleghi vengono bistrattati e trattati come merce di scambio a favore di questo o quel dirigente, perché ci si ricorda degli infermieri solo in caso di necessità, perché nonostante i continui richiami si continua ad assistere a favoritismi che mettono in ginocchio il sistema e la tenuta di molti operatori».
Secondo Sposato, dunque, è necessaria «una ricognizione seria del personale destinato all'assistenza, togliendo tutto quel personale infermieristico che svolge altre funzioni ed avere il coraggio di cambiargli qualifica: ci si accorgerà che il numero reale degli infermieri che fanno assistenza è diverso e di gran lunga inferiore. Procedere quindi all'assunzione di nuovo personale. Poi si potrebbe destinare il personale con limitazioni a funzioni diverse, ad attività ambulatoriali per esempio. Si potrebbe iniziare mettendo al proprio posto alcuni coordinatori perché oggi - dice Sposato - esistono unità operative con più di un coordinatore e, paradossalmente, alcuni facenti funzioni occupano posti non di loro competenza ed assegnazione. Si potrebbe dire a qualche dirigente che non è di sua competenza affidare incarichi di coordinamento a chicchessia e magari istruire un provvedimento disciplinare nei confronti di questi dirigenti. Bisognerebbe discutere - afferma ancora il presidente del collegio degli infermieri di Cosenza - delle famigerate posizioni organizzative che sono diventate un vitalizio per alcuni che da anni continuano ad esserne titolari nonostante nelle altre aziende siano state soppresse e nonostante la regione abbia inviato una missiva di annullamento. Si potrebbero utilizzare queste risorse economiche per tutti e non per i soliti noti personaggi filoaziendali».
«Quello che l'Ipasvi vuole fare emergere - conclude Sposato - è lo stato di precarietà di una sanità regionale e locale che penalizza gli operatori ed i cittadini. C'è oggi la necessità di assumere nuovo personale e noi ci auguriamo che chi è nelle graduatorie venga assunto, che il personale precario venga al più presto stabilizzato ma sappiamo anche che c'è bisogno di un nuovo concorso per immettere risorse fresche e dare la possibilità a tanti giovani di un futuro nella loro terra».

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    Il collegio cosentino commenta la nuova normativa europea. Sposato: «Sanità regionale in stato precario»

REGGIO CALABRIA «Esprimiamo un convinto apprezzamento, nei confronti del governo regionale, per i contenuti e l’approccio operativo che animano la strategia relativa al rilancio delle aree interne della Calabria. In particolare, riteniamo sia da accogliere molto positivamente l'indicazione, su cui il nostro personale impegno politico era doveroso, dell'area del Reventino-Savuto quale contesto di riferimento per il più ampio quadro d'azione previsto dalla giunta Oliverio». Lo afferma in una nota il consigliere regionale del Partito democratico, Antonio Scalzo. Nel suo intervento, l’esponente democrat spiega che «fare del Reventino l'area capofila di un’ambiziosa e mirata azione di sviluppo, significa riconoscere la centralità e le peculiarità di una zona della Calabria che racchiude in sé un potenziale importante nel quadro delle politiche per lo sviluppo locale». Secondo Scalzo, «gli ambiti di azione che stanno alla base della strategia regionale - prosegue - quali la tutela del territorio, i servizi essenziali, la valorizzazione delle risorse naturali e culturali e la mobilità, rappresentano gli asset strategici sui quali occorre intervenire specie nelle aree interne e montane che pagano gli effetti dell’isolamento dal resto della regione».
«Al Reventino-Savuto - aggiunge il consigliere regionale Pd - oggi viene affidato, dunque, un compito importante e di primissimo piano: quello di costituire un punto di riferimento per tutti gli altri analoghi contesti territoriali che sono coinvolti. Siamo certi - afferma Scalzo - che i cittadini e tutte le espressioni migliori della società civile, del mondo imprenditoriale e istituzionale locale, sapranno cogliere questa grande opportunità che il governo regionale ha affidato loro». Per il consigliere regionale democrat «queste misure testimoniano l’effettiva attuazione di un programma politico che ha come obiettivo quello di realizzare una comunità regionale solidale e pronta ad affrontare le sfide dello sviluppo sociale e della crescita economica. In quest’ottica - conclude Scalzo - siamo fermamente convinti che il Reventino-Savuto, per le qualità che contraddistinguono i suoi abitanti e la sua classe dirigente, ma anche per il ricco patrimonio di esperienze e capacità che esso storicamente conserva, saprà ergersi quale modello virtuoso per tutti i comprensori chiamati in causa nella strategia regionale».

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    Il consigliere regionale del Partito democratico plaude alla "valorizzazione" dell'area Reventino-Savuto

REGGIO CALABRIA 13 aprile 2012: gli uomini della Dia arrivano in fretta nel cuore della Milano bene. Le sirene rompono il brusio della mattinata che comincia nel triangolo degli affari, a due passi dal Duomo e da piazza San Babila, mentre altri colleghi, nello stesso momento, entrano in case e uffici a Genova, Padova e nelle province di Venezia e Treviso. A Milano, bussano alle porte di case e uffici, arrivano in forze a via Bellerio, un tempo storica casa della Lega, ma soprattutto si fermano al 14 di via Durini, sede della Mgim dove parte la perquisizione che negli anni a venire farà tremare molte reti di potere, meneghine e non solo. Devono eseguire il decreto emesso dai Tribunali di Reggio Calabria, Milano e Napoli contestualmente agli avvisi di garanzia per vari reati che nelle stesse ore verranno consegnati all'ammiraglio Romolo Girardelli, noto alle Procure come vicino agli "ambasciatori" del clan De Stefano Paolo Martino e Antonio Vittorio Canale; all'allora tesoriere della Lega, ex sottosegretario del ministro Calderoli e uomo di peso in Finmeccanica, Francesco Belsito; al sedicente avvocato – mai iscritto all'albo – ma divenuto consulente del coindagato Belsito al ministero della Semplificazione, Brunello Mafrici; all'imprenditore veneto Stefano Bonet, alla sua segretaria Lisa Trevisan e alla sua collaboratrice Nadia Arcolin, al promotore finanziario Paolo Scala e a Leopoldo Caminotto. A Reggio, sono tutti indagati a vario titolo per una serie di reati che vanno dalla truffa al riciclaggio, per Girardelli aggravati dalla contestazione dell'associazione mafiosa perché considerati terminali di un sistema che avrebbe permesso a Belsito, dunque alla Lega, di creare un comodo tesoretto di fondi neri all'estero. approfittando dei canali messi a disposizione dalla 'ndrangheta reggina. Ma forse – iniziano a sospettare gli inquirenti nel corso dei mesi – il rapporto fra gli uomini del Carroccio e le 'ndrine di Reggio Calabria potrebbe essere molto più complesso e articolato.

LE IPOTESI DI ACCUSA Alla base del blitz, un'inchiesta fatta partire dal procuratore reggino Giuseppe Lombardo nel 2009. In quell'estate il pm della Dda ordina alla Direzione investigativa antimafia (Dia) di seguire le tracce di alcune intestazioni fittizie di esercizi commerciali nel centro di Reggio, riconducibili alle cosche De Stefano, Condello e Tegano. Lombardo segue gli indizi affiorati in una precedente inchiesta, istruita nel '99 da Alberto Cisterna, dagli esiti infelici ma – a detta del procuratore – con spunti interessanti. Sono soprattutto tre gli uomini che compaiono in quei faldoni che il pm Lombardo chiede alla Dia di monitorare: Romolo Girardelli, detto l'ammiraglio, ufficialmente "procacciatore d'affari", in realtà – a detta delle Procure che oggi indagano su di lui – uomo "a disposizione" di tutte le cosche per transazioni economiche e finanziarie di ogni genere e tipo, il suo ultradecennale socio, Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega e sottosegretario del Ministro Roberto Calderoli, e Paolo Martino, conosciuto anche come il ministro del Tesoro della 'ndrangheta, braccio finanziario dei De Stefano al Nord Italia, cui tutti i personaggi dell'inchiesta che coinvolge oggi Belsito sembrano essere in qualche modo relazionati. Ed è proprio seguendo le tracce di Martino che gli inquirenti arrivano a Milano e si scontrano con il gotha del secondo più grande partito del centrodestra italiano. Indagini che si incrociano con quelle istruite dalle Procure di Napoli e Milano e partite da accertamenti su transazioni finanziarie sospette, monitorate fra il 2010 e il 2012, di cui erano protagonisti, secondo l'accusa, gli uomini d'affari Stefano Bonet e Paolo Scala, storici referenti e soci in affari del tesoriere Belsito. Per questo, nello stesso giorno, Milano procederà per presunta appropriazione indebita aggravata contro il tesoriere della Lega Nord, Belsito, l'imprenditore veneto Stefano Bonet e il consulente finanziario Paolo Scala. Napoli ¬– poi sollevata dall'inchiesta, trasferita per competenza a Busto Arsizio – invece indagherà cinque persone. Oltre a Belsito e Bonet, iscritti a registro ci sono gli ingegneri Luigi Giannini, Riccardo De Carlini e Giordano Franceschini, "ingrassati", sospetta la Procura, all'ombra della Lega e di Finmeccanica.

SCACCO MATTO ALLA MGIM Alla Mgim sono il pm Giuseppe Lombardo e il sostituto della Dna applicato a Reggio Calabria, Francesco Curcio, ad arrivarci. Sono convinti che proprio da lì siano transitati i fondi neri della Lega, utilizzando i medesimi canali scavati dal clan De Stefano di Reggio Calabria. Ma quando gli investigatori entrano, il padrone di casa, Pasquale Guaglianone, meglio conosciuto come Lino, appare tranquillo. Lui, l'ex tesoriere dei Nar che ha trovato nuova verginità politica sotto l'ala protettrice dell'ex ministro Ignazio La Russa, sembra certo che una perquisizione – per quanto accurata – in quegli uffici pretenziosi ma senza né una carta né un foglietto in circolazione, non avrebbe potuto fare troppi danni. È convinto – pare – che gli uomini della Dia si limitino a una ricerca superficiale nella stanza in uso al melitese Brunello Mafrici, uomo di punta alla Mgim, in passato utile per procacciare commesse, affari e consulenze a Reggio Calabria e non solo, ma soprattutto – ipotizzano i magistrati – garante di un sistema e dei rapporti ad esso connessi. Ostenta sicurezza Guaglianone, guardando i segugi della Dia aggirarsi per quell'ufficio così spoglio da sembrare appena affittato. Ma al pm Giuseppe Lombardo basta una frase per fargli cambiare radicalmente umore e colorito: «Sequestrate i server».

ASSOCIAZIONE SEGRETA LEGATA ALLA 'NDRANGHETA Divenuto terreo, il padrone di casa, forse proprio allora – mentre oltre 2 milioni di file e cartelle vengono trasferiti dalle memorie della Mgim ai computer dei cervelloni della Dia – inizia a temere che per lui sia solo questione di tempo. In effetti dovrà aspettare poco più di un anno per ritrovarsi indagato con un'accusa molto seria: violazione della legge Anselmi – quella servita per fare tabula rasa della P2 di Licio Gelli – aggravata dall'aver favorito la 'ndrangheta. Assieme a lui finiscono sotto indagine in quel filone d'inchiesta non solo Mafrici e Girardelli, ma anche uno dei suoi soci, una serie di imprenditori di Reggio Calabria e un ex consigliere comunale della città calabrese dello Stretto. Per il pm Giuseppe Lombardo e il sostituto della Dna, Francesco Curcio, farebbero tutti parte di un'associazione segreta riferibile al clan De Stefano finalizzata non solo al riciclaggio e reimpiego di capitali illeciti e al controllo di importanti settori imprenditoriali, ma soprattutto impegnata a tessere quella tela di relazioni politiche e istituzionali, che toccano i centri nevralgici del potere del Paese, in grado di catapultare gli uomini della cosca e i soggetti anche imprenditoriali a loro riferibili, ai vertici del panorama nazionale e probabilmente internazionale. Gli stessi soggetti imprenditoriali che in quegli anni si stavano, direttamente o per interposta persona, giocando la grande partita di Expo e delle partecipate e che – dice l'accusa – usavano lo studio Mgim come crocevia e centro di smistamento.

LA SECONDA PERQUISIZIONE Sebbene nessuna contestazione specificamente relazionata all'Esposizione universale venga all'epoca mossa agli indagati, questa è l'ipotesi che spinge i pm a intervenire. Sospetti che trovano conferma – confidavano già all'epoca fonti investigative – nei milioni di terabyte di documenti, contratti, mail, rapporti, tutti criptati con software sofisticatissimi, che gli investigatori hanno rintracciato in quei server e hanno analizzato minuziosamente. Tutte tracce che hanno permesso al pm Giuseppe Lombardo di chiedere e ottenere circa un anno dopo una perquisizione a tappeto di venticinque abitazioni e tre sedi societarie riferibili non solo a personaggi già da tempo indagati in questo filone di inchiesta – Romolo Girardelli, considerato uno degli uomini dei De Stefano al Nord, e il sedicente avvocato, Bruno Mafrici – ma anche a personaggi di peso del mondo politico e imprenditoriale reggino e non. Tutti loro – stando alle ipotesi della Procura – sono inseriti a vario titolo in una «struttura criminale (connotata da segretezza) a carattere permanente, nella quale – fra gli altri – operano con ruoli organizzativi: Mafrici Bruno, Guaglianone Pasquale, Laurendi Giorgio, noti professionisti di origini calabresi inseriti in multiformi contesti politici gli imprenditori reggini Tibaldi Michelangelo e Sergi Giuseppe (soggetto che ricopre anche incarichi politici e istituzionali di rilievo locale)». Un gradino più sotto, con ruoli «di ausilio informativo e di supporto» operano, – si legge nel decreto di perquisizione – Romolo Girardelli, Angelo Viola e Ivan Pedrazzoli. Si tratta solo di alcuni dei personaggi coinvolti in una trama di relazioni, favori incrociati, prebende e illecite operazioni di arricchimento che il clan De Stefano avrebbe nel tempo costruito a partire dal feudo di Archi. Una struttura criminale – sul cui vertice il pm Lombardo e la Procura mantengono tuttora il più stretto riserbo – che nel tempo avrebbe costituito e messo in opera «schemi operativi finalizzati ad occultare la reale natura delle attività svolte dovendosi ritenere che anche attraverso molteplici operazioni di consulenza finanziaria e commerciale illecita (in quanto finalizzata a illegale arricchimento), riguardante operazioni imprenditoriali relative al contesto territoriale reggino riferibili all'attività professionale svolta dalla Mgim con studio in via Durini a Milano, si siano poste in essere attività dirette ad agevolare operazioni di riciclaggio o reimpiego di ingenti capitali di provenienza delittuosa».

LA RETE DEI DE STEFANO E se la provenienza di capitali e direttive è per gli inquirenti oltremodo chiara e chiaramente riferibile all'entourage degli arcoti, altrettanto palese è la tecnica attraverso cui il clan e quelli che la Procura ritiene i suoi referenti imprenditoriali e istituzionali avrebbero tessuto la loro tela. Nel corso delle indagini preliminari a carico degli odierni indagati – si legge nelle carte – sono emersi infatti «continui contatti e collegamenti fra i soggetti investigati ed ambienti politici e istituzionali, che hanno consentito a più di un indagato – ben collegato alla cosca De Stefano – di ricoprire incarichi in tali ambiti operativi». Ai più la frase potrebbe sembrare sibillina, ma è quello che gli inquirenti aggiungono a continuazione che contribuisce a chiarire immediatamente chi siano i soggetti in questione. Si tratta di personaggi «già raggiunti dalle indagini in corso e da considerare diversi e ulteriori rispetto a quelli riferibili ai soggetti facenti parte del sodalizio oggetto di contestazione, a loro volta risultati collegati, al fine di sviluppare i loro programmi illeciti, alle attività politico – finanziarie della Lega Nord». Se Francesco Belsito – e l'entourage che a lui si ricollega – sarebbe stato il burattino che la struttura aveva scelto per svolgere precise e ben chiare «operazioni politiche ed economiche che hanno consentito alle persone sottoposte ad indagini di divenire il terminale di un complesso sistema criminale di natura occulta», la contaminazione della Lega Nord, potrebbe non finire qui, ma coinvolgere personaggi di rango anche più elevato.

TERMINALI ISTITUZIONALI Fra gli obiettivi dell'associazione sottolineano gli inquirenti – ci sono anche operazioni che non possono che toccare il cuore dello Stato, coinvolgendo soggetti «ancora in corso di individuazione collegati anche ad apparati istituzionali» – scrivono i magistrati, che hanno permesso alla «struttura criminale» di «acquisire e gestire informazioni riservate (...) canalizzate a favore degli altri componenti della ramificata organizzazione». Notizie poi utilizzate «al fine di dare concreta attuazione al già esposto e articolato programma dell'associazione per delinquere oggetto di contestazione, i cui componenti risultano portatori di specifici interessi fra loro concatenati». Ma la struttura criminale individuata dagli inquirenti – si legge nelle carte – era anche «impegnata in operazioni ad alta redditività nel campo immobiliare e finanziario, destinata al riciclaggio e reimpiego di risorse economiche di provenienza delittuosa riconducibili ad ambienti criminali legati alla cosca De Stefano».

L'AFFAIRE MATACENA Operazioni – ipotizza la procura – come quelle gestite per lungo tempo dall'ex parlamentare di Forza Italia, oggi latitante per mafia, Amedeo Matacena. La Dda di Reggio Calabria lo cerca dall'8 maggio del 2014, quando ha chiesto e ottenuto l'arresto per la moglie del politico armatore, Chiara Rizzo, la segretaria e il collaboratore storico dei coniugi, Mariagrazia Fiordelisi e Martino Politi,l'ex ministro Claudio Scajola, e la sua segretaria, Roberta Sacco. Quest'ultima è già stata condannata in abbreviato, mentre per gli altri continua – lentamente – il processo con rito ordinario. Altrettanto lentamente, ma in maniera sempre più coerente, si va disegnando il mosaico che lega il filone "Matacena" alla costola madre dell'inchiesta Breakfast. Per i pm, «le acquisizioni investigative hanno condotto a disvelare la piena operatività di un vasto e qualificato numero di soggetti dedito alla commissione di condotte delittuose e di particolare gravità, alcune contro il patrimonio, finalizzate a schermare la reale titolarità di imponenti cespiti patrimoniali in capo a Matacena Amedeo Gennaro, indi volte ad aiutare il predetto a sottrarsi alla esecuzione della pena a lui applicata». Stando a quanto svelato dalle indagini infatti, mentre una vera e propria «operazione a orologeria» ne metteva al sicuro i capitali, il politico – armatore, condannato in via definitiva per mafia, avrebbe dovuto trovare asilo politico in Libano, paese in cui – stando a quanto assicurato da Vincenzo Speziali, anche lui indagato nel procedimento e inseguito da un'ordinanza di custodia cautelare – non avrebbe avuto limitazioni di sorta. Un iter complesso ma – ha spiegato più volte anche in pubblica udienza il pm Lombardo – con un obiettivo chiaro: «Proteggere economicamente uno dei più potenti e influenti concorrenti esterni della 'ndrangheta reggina – visto il rilevantissimo ruolo politico ed imprenditoriale rivestito dal Matacena e per questa via, agevolare il complesso sistema criminale, politico ed economico, riferibile alla 'ndrangheta reggina, interessata a mantenere inalterata la piena operatività del primo e della galassia imprenditoriale a lui riferibile, costituita da molteplici società ed aziende utilizzate per schermare la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali ed imprenditoriali dal predetto, garantite a livello regionale e nazionale». Per gli inquirenti infatti, Matacena altro non era che la «stabile interfaccia della 'ndrangheta, nel processo di espansione dell'organizzazione criminale, a favore di ambiti decisionali di altissimo livello». E per questo, da tanti, è stato tutelato e agevolato. Ma potrebbe non essere stato l'unico.

QUEL FILO ROSSO CHE PORTA A DELL'UTRI Come lo stesso gip Olga Tarzia ha spiegato chiaramente nell'ordinanza con cui ha disposto – invano – l'arresto di Vincenzo Speziali, la medesima rete che si è attivata per "salvare" Matacena, potrebbe essere entrata in azione per tentare di salvare l'ex senatore Marcello Dell'Utri, condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Siamo di fronte – scrive al riguardo il gip – a un comportamento allarmante in ragione degli evidenziati elementi di analogia tra le due vicende, Dell'Utri e Matacena e la sicura esistenza di una rete di rapporti e basi logistiche in grado di supportare la condizione di latitanza di soggetti la cui notorietà, per il contesto politico di provenienza, è tale da richiedere entrature e condivisione di interessi ad alti livelli». Dietro entrambe le operazioni – spiega il giudice – si intravede un «sistema ancora non messo interamente a nudo» che «opera nell'ombra e sostiene interessi economici e imprenditoriali illeciti, frutto di intese e cointeressenze coinvolgenti svariati settori». Un sistema di cui gli inquirenti sono certi facciano parte Speziali, Matacena e l'ex ministro Scajola, ma nel cui organigramma ipotizzano di poter inserire personaggi di rilievo della politica, dell'imprenditoria e della finanza italiana. A partire da quelli tirati in ballo dagli indagati dell'inchiesta Breakfast.

a. c.

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    Le tappe dell'indagine della Procura di Reggio e il filo rosso che porta all'ex parlamentare di Forza Italia e a Dell'Utri

Martedì, 08 Dicembre 2015 14:53

Il Tg web – Edizione delle 14,30

REGGIO CALABRIA «C'è un fantasma che si aggira per l'Europa: il reddito minimo. Vogliamo essere, anche questa volta, gli ultimi a recepirne l'importanza per fronteggiare povertà e disagio sociale provocati dalla crisi più lunga dal dopoguerra, pur essendo stati, come Regione, attraverso la proposta dal sottoscritto formalizzata ad inizio di legislatura, tra i primi a ipotizzarne l'urgenza?». L'interrogativo è posto dal capogruppo de La Sinistra in consiglio regionale, Giovanni Nucera. «La Finlandia – aggiunge – è diventato il paese meno produttivo e meno efficiente della zona euro sul fronte del costo del lavoro e della produttività', eccezion fatta per la Grecia. Il Pil della Finlandia è del 6% inferiore rispetto ai livelli del 2008, mentre la disoccupazione si aggira intorno al 10%. Gli ordinativi industriali sono crollati del 31% e nel terzo trimestre il Pil si è contratto -0,6%, indirizzando l'economia verso il quarto anno di recessione. I motivi riguardano la crisi della Nokia, principale azienda esportatrice, al crollo della domanda di carta, un segmento fondamentale nel mercato dell'export di Helsinki. La Finlandia è stata vittima dell'austerity, delle sanzioni imposte alla Russia e della conseguente recessione. Ecco perché, proprio per affrontare questa difficile congiuntura, anche in Finlandia si pensa ad introdurre il reddito minimo. Si prevede l'erogazione di 800 euro al mese sotto forma di reddito universale a tutti i cittadini maggiorenni, esenti da tassazione e in sostituzione del cumulo di contributi, deduzioni e agevolazioni che attualmente sono in vigore. A quanto pare, all'inizio ci sarà una prima fase pilota con un assegno da 550 euro, per poi passare al pieno sviluppo del piano che costerebbe oltre 52 miliardi all'anno a regime». «Anche in Svizzera – prosegue Nucera – l'idea ha trovato accoglienza nel dibattito pubblico, tant'è che il prossimo anno si terrà referendum che però potrebbe non centrare l'obiettivo visto che la proposta avanzata ipotizza cifre nell'ordine di 2800 euro a testa. Ma programmi di sostegno per chi non ha reddito sono in discussione anche in Olanda. In Italia il dibattito cresce e se riusciamo a cambiare approccio al tema, innovando le chiavi interpretative finora dominanti e superando pregiudizi culturali che scambiano il reddito minimo per puro assistenzialismo, probabilmente riusciremo nell'intento che, va ribadito, poggia su valori di equità e di valorizzazione della persona umana. La Lombardia, la regione più ricca, l'ha già introdotto e la Puglia è a buon punto. Davvero la Calabria intende permanere in una fase d'incertezza pur essendo la regione più debole del sistema-Paese con una percentuale di disoccupati da capogiro e un aumento impressionante delle povertà?».

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    Il consigliere regionale de La Sinistra ribadisce l'urgenza di approvare la sua proposta: «Vogliamo essere anche questa volta gli ultimi a recepire l'importanza di questa misura?»

BRUXELLES La Calabria conta di riuscire a spendere tutti i fondi europei del programma regionale 2007-2013. Lo ha assicurato il presidente della Regione, Mario Oliverio, dopo l'incontro avuto stamane a Bruxelles con la commissaria Ue alle Politiche regionali, Corina Cretu. «Stiamo lavorando senza sosta e credo realizzeremo l'obiettivo di spendere tutte le risorse disponibili entro il 31 dicembre», ha detto Oliverio.
Durante il periodo 2007-2013 la Calabria ha avuto a disposizione fondi europei per circa due miliardi di euro. «La stessa Cretu – ha detto ancora Oliverio – ha riconosciuto che fino ad un anno fa era "inimmaginabile" realizzare i risultati che abbiamo raggiunto». Il periodo utile per l'ammissibilità delle spese relative ai fondi Ue 2007-2013 si chiuderà a fine mese, poi ci sarà tempo fino a marzo del 2017 per produrre la rendicontazione necessaria. Quanto alla programmazione 2014-2020, che prevede due miliardi e 400 milioni, specie «dopo la visita di Cretu ad aprile – ha spiegato Oliverio – abbiamo interagito costantemente con la Commissione europea e ridimensionato le azioni, concentrando le risorse e mettendo a punto una strategia di "specializzazione intelligente" per il loro utilizzo». Per evitare gli errori del passato, «abbiamo definito un piano di rafforzamento amministrativo e così avremo una governance più snella, più adeguata alla domanda dai soggetti del territorio» spiega il governatore della Calabria, che intende utilizzare i fondi europei «celermente e bene». I primi bandi del 2016 punteranno su «innovazione, energia e imprese» e la strategia «è quella di usare in modo sinergico sia le risorse dei programmi regionali e nazionali sia quelle di fondi diretti, specie del programma di ricerca Horizon 2020» ha concluso Oliverio. Anche fonti della Commissione interpellate dopo l'incontro Oliverio-Cretu hanno riconosciuto gli sforzi fatti dalla nuova amministrazione regionale invitandola ad «andare avanti con questo trend positivo» e assicurando che Bruxelles «continuerà a monitorare da vicino» l'andamento dell'utilizzo dei fondi europei.

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    Lo ha assicurato il governatore Oliverio dopo l'incontro avuto a Bruxelles con la commissaria Ue alle Politiche regionali, Corina Cretu

REGGIO CALABRIA C'è una voce che per molto tempo gli investigatori hanno ascoltato e dalle quale potrebbero essere arrivati elementi fondamentali per lo sviluppo dell'indagine Breakfast. Ufficialmente è il rappresentante di Regione Lombardia nel cda di Expo, oggi impegnato nella grande partita del post evento, come pure l'avvocato personale del governatore Roberto Maroni e in tale veste oggi impegnato nel procedimento che vede il governatore lombardo imputato per turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e induzione indebita per presunte pressioni per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due sue ex collaboratrici, Mara Carluccio e Maria Grazia Paturzo. Ma l'avvocato Domenico Aiello, personificazione della svolta "maroniana" che ha segnato il definitivo tramonto di Umberto Bossi e del suo cerchio magico nella Lega, è anche un soggetto «di interesse investigativo», per questo per lungo tempo monitorato e ascoltato dalla procura di Reggio Calabria.

L'AFFAIRE ROBLEDO In questo modo, il pm Giuseppe Lombardo ha scoperto – e inviato a Brescia – le strane chiacchierate del legale e del pm Alfredo Robledo, per questo trasferito dal Csm a Torino con funzioni di giudice. Ascoltati dagli investigatori, Robledo e Aiello, infatti, non solo sembrano concertare manovre destinate a colpire l'ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, che proprio in quei giorni corre contro Maroni per la guida della Lombardia, ma al legale il procuratore sembra voler dare anche indicazioni su inchieste in corso. I due parlano, l'avvocato "rimprovera" al magistrato di colpire solo la Lega, ricevendo in cambio la rassicurazione che le future indagini colpiranno anche "gli altri", come poco dopo succederà con la Rimborsopoli lombarda. A quanto si apprende all'epoca, Robledo non avrebbe fatto alcun nome, né avrebbe fornito dettagli, con Aiello si sarebbe in larga parte limitato a parlare di Albertini nei confronti del quale non si preoccupa di nascondere l'antipatia. Ma per la Dda reggina, gli elementi sono più che sufficienti perché i colleghi del distretto competente si occupino della questione. Nel giro di pochi mesi, Brescia archivia, ma il caso finisce all'attenzione del Csm. È in quella sede che il procuratore generale della Cassazione chiede di avviare l'azione disciplinare nei confronti del magistrato milanese, ma sollecita anche la Sezione disciplinare a valutare il trasferimento d'ufficio in via d'urgenza. Per il pg della Cassazione Ciani, il dato che emerge dall'inchiesta è incontrovertibile: fra Robledo e Aiello ci sarebbe stato uno "scambio di favori" in base al quale in cambio di notizie su atti coperti da segreto relativi all'inchiesta Rimborsopoli, il legale avrebbe fornito al pm gli atti presentati al Parlamento Europeo da Gabriele Albertini, controparte del procuratore aggiunto in un giudizio civile.

RAPPORTO DI ASSOLUTA OPACITÀ Atti riservati, che secondo l'accusa del pg della Cassazione, Robledo avrebbe chiesto con insistenza all'avvocato Aiello in modo da conoscerne il contenuto e poter controbattere con una nota da indirizzare al Parlamento europeo, per evitare che ad Albertini fosse concessa l'immunità. Un'insistenza ben ripagata – il legale invierà a Robledo tutta la documentazione per e-mail – ma che al procuratore è costata cara. Per il pg Ciani, si tratta di un comportamento gravissimo, sia per il modo illegale utilizzato, sia perché il magistrato era consapevole che Aiello per procurarsi quei documenti avrebbe dovuto rivolgersi ai vertici della Lega, su cui lo stesso Robledo stava indagando. Argomentazioni ritenute valide dalla sezione disciplinare del Csm che nel febbraio 2015 ha disposto il trasferimento di Robledo a Torino con funzioni di giudice. Un provvedimento adottato in via cautelare, cioè prima che il processo disciplinare accerti se effettivamente ha commesso gli illeciti di cui viene accusato, ma accompagnato da un'ordinanza pesantissima. «È provato un rapporto di contiguità tra il dott. Robledo e l'avvocato Aiello», si legge nell'ordinanza di palazzo dei Marescialli, «improntato allo scambio di favori», allo stesso modo non esitano a mettere nero su bianco i giudici «in equivoca» sarebbe la rivelazione di atti coperti da segreto al legale della Lega Nord, che con Robledo avrebbe un rapporto di «assoluta opacità». Parole durissime, che non si stemperano certamente nel prosieguo.

ROBLEDO INDAGAVA SULLA LEGA Per il relatore Luca Palamara, «la disponibilità» di Robledo nel fornire informazioni sarebbe stata legata «all'interesse personale del magistrato ad acquisire tramite l'avvocato Aiello, del quale gli erano noti rapporti con esponenti politici. Per molti è «una pagina nera nella storia della procura di Milano», ma c'è anche chi – senza addentrarsi in valutazioni di merito sulle accuse che sarà la competente sezione del Csm a valutare – fa notare che il dato che più stupisce è la familiarità di Robledo con l'avvocato della Lega, non solo contiguo a soggetti all'epoca al centro di diverse indagini, ma soprattutto lui stesso sotto osservazione. E Robledo lo sapeva. Quando le conversazioni vengono captate, infatti, la procura di Reggio Calabria e quella di Milano lavorano in tandem all'inchiesta Breakfast e Aiello – dicono fonti di procura – già all'epoca è fra i soggetti di maggiore interesse investigativo. Per la vecchia guardia leghista, invece, il legale è una bestia nera, la personificazione della svolta – non a tutti gradita – voluta dall'ex ministro dell'Interno, oggi presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni.

LE RIVELAZIONI DI BELSITO Catanzarese d'origine, dalla natia Palermiti, borgo di mille anime in provincia di Catanzaro, si è fatto le ossa a Londra, per tornare in Italia come legale specializzato in crimini da colletti bianchi, dopo un periodo all'ombra di Gerhard Brandstaetter, presidente della fondazione della Cassa di Risparmio di Bolzano, nonché legale del partito altoatesino Südtiroler Volkspartei, ha iniziato a farsi strada da sé. Come titolare dello studio Ab associati colleziona difese importanti – la Bosch, con una multa dell'Agenzia delle entrate ridotta da 1,4 miliardi a 300 milioni di euro; l'ex presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, per il processo sull'ospedale israelitico; Selex-Finmeccanica, nel processo napoletano sul sistema di tracciabilità dei rifiuti Sistri; Citigroup, in uno dei filoni del caso Parmalat – ma anche incarichi di prestigio negli organismi di vigilanza di Véolia, Consip, Est capital, Siemens e Cassa di risparmio di Bolzano. Ma soprattutto è l'avvocato personale dell'attuale governatore di Regione Lombardia. Con il tempo, dice la pancia leghista, diventato uomo ombra di Maroni, Aiello si converte in soggetto qualificato dell'area larga tutta interna al Carroccio che stava cercando di fare le scarpe alla vecchia guardia legata al Senatur, ben prima che la Dda reggina scoperchiasse lo scandalo dei fondi neri transitati sui canali tracciati dagli uomini del clan De Stefano. Tutte manovre che era stato l'ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito, a rivelare il 14 marzo del 2013, quando il sostituto procuratore Giuseppe Lombardo lo ascolta e mette le sue dichiarazioni a verbale. Un interrogatorio lungo, frammentato – Belsito, si nota anche dalla trascrizione, è terrorizzato – ma sufficiente all'ex tesoriere leghista per chiarire punti, rivelare nomi, connessioni, manovre, ma soprattutto per puntare il dito contro una persona e il suo entourage: l'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni. È a lui che ricollega la «regia interna della strategia di defenestrazione di Belsito». In quei mesi, anche le cronache raccontano come l'attuale presidente di Regione Lombardia faccia di tutto per prendere le redini del Carroccio. Ma per Belsito, quella strategia era iniziata molto tempo prima. E Maroni non sarebbe stato da solo.

L'AVVOCATO E LA GUERRA INTERNA AL CARROCCIO «Ci sono state indubbiamente delle persone che l'hanno aiutato, tra virgolette nel... nell'andare ad attaccare quella che era la Lega diretta, quindi il Bossi della situazione. C'era una guerra interna tra... quel soggetto che apparteneva al... alla zona di Varese...  dove io non sapevo chi era, ma Bossi diceva che era un massone... massone, cioè una della massoneria. A me mi fanno schifo quelli della massoneria. E oggi ce lo ritroviamo seduto nel consiglio federale della Lega». Appartenenza smentita urbi et orbi dal diretto interessato, che stando però alle parole dell'ex tesoriere non era il solo ad animare la fronda interna. Accanto a lui c'è un altro soggetto cui Belsito, in maniera confusa, fa riferimento: Domenico Aiello. Belsito non arriva mai a pronunciarne il nome, ma i riferimenti sono molto precisi e permettono di identificarlo. «Questo è calabrese e vive a Milano», si lascia scappare l'ex tesoriere, che poco dopo dà un'indicazione inequivocabile: «Le voci che sono girate in Lega... è che la moglie era... il direttore, della Regione Calabria, di un dipartimento... non so dirle... lo prenda con il beneficio dell'inventario, magari ho capito male io, legato alla Comunità europea, non lo so». Il regno delle casualità è grande e variegato, ma – guarda caso – proprio Domenico Aiello risulta sposato con Anna Tavano, ex dirigente della Regione Calabria, a Palazzo Alemanni signora dei Fondi comunitari.

LA COPPIA D'ORO DELLA LEGA Di lei, o meglio di loro, Belsito dice: «Quando Maroni andava a fare i comizi, si portava in giro a volte, questo avvocato e poi l'avvocato si presentava con la moglie». Protetti dall'ala maroniana, la carriera dei due decolla. Lui, da avvocato personale di Maroni, si impone progressivamente come legale di tutto il Carroccio. Lei, quasi a scadenza di contratto in Calabria, viene catapultata prima in Regione Lombardia come direttore generale del dipartimento Infrastrutture e mobilità, quindi – quando Maroni si impone come governatore – alla testa del medesimo settore di Infrastrutture Lombarde (Ilspa). In Expo, la Tavano arriva in un momento destinato a diventare delicato. Gli uomini della Finanza da tempo sono sulle tracce degli affari sporchi dell'ex dg Rognoni, oggi a processo per le irregolarità scoperte negli appalti dell'Esposizione universale.

TAVANO, ROGNONI E LA GRANA ILSPA All'epoca, Rognoni si è appena dimesso da Infrastrutture Lombarde e il suo nome è al vaglio di Maroni come vice-commissario a Expo spa, ma soprattutto l'ex dg sta continuando a dettare legge nella controllata regionale che – almeno formalmente – avrebbe lasciato. Ma non ha gioco facile. A mettersi di traverso è il presidente del Consiglio di gestione di Ilspa, Paolo Besozzi, il quale – si lamenta Rognoni con l'assessore alle Infrastrutture e Mobilità della Regione, nonché presidente del Consiglio di Sorveglianza di Ilspa, Maurizio Del Tenno – lo avrebbe di fatto costretto alle dimissioni con pesanti «intimidazioni» e scrivendo «delle cose aberranti allo scopo di intimidirlo e dare le dimissioni». Di questo si lamenta anche con la Tavano – è «una mia amica», dice intercettato – alla quale non ha timore di chiedere i documenti riservati che Besozzi ha depositato contro di lui. Dalle conversazioni registrate dagli investigatori, la dirigente sembra glissare sulla richiesta di inviarglieli per mail – «Fai il bravo...», gli dice – ma gli investigatori annotano che poco dopo i due si incontrano «dalla parrucchiera proprio allo scopo di prendere i documenti». A interrompere bruscamente le manovre di Rognoni sarà – poco meno di un mese dopo quella conversazione – l'arresto disposto dal Tribunale di Milano. La Tavano rimarrà invece in Ilspa solo qualche in mese in più. A settembre dello stesso anno, rassegnerà le dimissioni per tornare in Citigroup, lasciando l'incarico a uno dei suoi fedelissimi, Aldo Colombo, già suo vice. Nei mesi in cui ha gestito con pugno di ferro quell'incarico le polemiche non sono mancate per un posto di massimo livello, finito in mano a una catanzarese da poco arrivata, o meglio chiamata, in Lombardia.

FRA NOMINE AMBITE E COMMENTI AL VETRIOLO Medesime polemiche – allo stesso modo tacitate da Maroni – che hanno investito il marito, quando ha spodestato lo storico avvocato della Lega, Matteo Brigandì. Con lui Belsito, o meglio il suo avvocato, sembra aver avuto a che fare direttamente. È infatti lo stesso legale che in sede di interrogatorio, racconta al pm Lombardo di essere stato contattato dall'avvocato nei primi giorni infuocati seguiti alle perquisizioni disposte nell'ambito dell'inchiesta Breakfast. In ballo c'era la duplice ipotesi di consegnare alla magistratura o alla nuova dirigenza leghista i conti che Belsito aveva gestito. «Ed io poi, a un certo punto, quando seppi che il dottor Robledo lo voleva sentire, feci una email dicendo, caro avvocato, il nostro incontro – ci doveva essere un incontro tra Belsito, io lui e Stefani per la consegna... ho detto blocchiamo il (inc) perché il pm vuole sentire Belsito e gli ho detto che finché non sento il pm non facciamo più niente».

Alessia Candito
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Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Il profilo del calabrese Domenico Aiello, avvocato del governatore leghista e rappresentante della Regione Lombardia nel cda di Expo. I rapporti col pm Robledo, le rivelazioni di Belsito e la guerra interna al Carroccio

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