Alla Calabria serve il coraggio di agire

di Salvatore Barresi* Giovedì, 17 Agosto 2017 09:28 Pubblicato in Contributi

Se la stima preliminare diffusa in questi giorni dall'Istat - istituto nazionale di statistica - sul PIL prodotto interno lordo cresce dell'1,5% rispetto al 2016, ai massimi da sei anni, è reale, allora la Calabria può sfruttare questa tendenza per rilanciare economia e posti di lavoro? Sicuramente si, ma a certe condizioni che, seppur il dato stimato dall’Istat può e deve essere una buona base per rilanciare economia e posti di lavoro, si deve invertire il sistema regionale disegnando un ambiente favorevole all’innovazione. Invertire il sistema regionale, passando da un sistema costruito sulla gestione dell’esistente a uno costruito e implementato sul futuro e sull’innovazione, è il modello che la Calabria deve adottare fin da subito. La crescita italiana accelera ancora, nel secondo trimestre, secondo l’Istat, il Pil cresce dello 0,4% e la Calabria non emerge, seppur ci sono tentativi per ricollocarsi nella sfera delle regioni di eccellenza, almeno in alcuni settori. Tutti siamo a conoscenza che la flessione degli investimenti delle imprese calabresi, iniziata dieci anni fa, non si è ancora invertita e i dati sugli investimenti in macchine e attrezzature rimangono ancora negativi. Basti pensare che il totale degli investimenti, delle nostre imprese regionali, relative alle spese per «prodotti dell’attività intellettuale» (cioè innovazione) sono il 1 per cento del totale, contro il 24 per cento di una regione simile alla Calabria in Francia e Germania. Fatto 100 il livello degli fondi investiti in innovazione nel 2007, nei principali Paesi dell’euro il livello oggi è 120, in Italia è fermo a 100. La ripresa italiana c’è, in Calabria purtroppo no. Allora, quale ricette adottare? La prima ricetta riguarda gli investimenti; senza investimenti, e in particolare senza investimenti in innovazione, è difficile che la produttività delle imprese calabresi aumenti, e senza guadagni di produttività non ci può essere crescita duratura. Se chiediamo agli imprenditori calabresi perché non investono le risposte sono: le banche non ci fanno credito, la tassazione è insopportabile e comunque non sapremmo a chi vendere perché non c’è abbastanza domanda, difficile competere con il mercato a causa di mancanza di infrastrutture logistiche di trasporto. Rispetto alle Banche è vero, i dati della Banca d’Italia sono inequivocabili, il credito all’impresa è quasi totalmente bloccato. Anche se, rispetto alla tassazione, ancora siamo su soglie troppo alte per le piccole imprese calabresi, qualche cosa è stata fatta sull’Ires e sull’introduzione del super ammortamento al 140% per investimenti in nuovi beni strumentali e materiali. Sul fronte della domanda questo è vero in aggregato: nei Paesi dell’euro la domanda arranca. Ma ciò che è vero in aggregato non lo è per la singola impresa. Infatti, le imprese calabresi vendono sempre gli stessi vecchi prodotti, e il loro fatturato non può crescere più della domanda aggregata, ma chi ha innovato, e sono pochi, ha avuto l’opportunità di conquistare nuove quote di mercato sottraendole a chi è rimasto fermo. La ricetta madre, pertanto, per le imprese calabresi è “innovazione”. La singola impresa regionale, innovando, può creare la propria domanda. Domanda e offerta non sono vincoli indipendenti. Agendo sull’innovazione si possono creare nuovi spazi di domanda. E di questo beneficia tutta l’economia calabrese. Ingrediente importante per la ricetta madre è senza dubbio la “fiducia” verso le istituzioni, dal governo nazionale a quello regionale, che stanno, nonostante le poche risorse a disposizione, sviluppando iniziative e misure per incentivare le assunzioni dei giovani che cercano lavoro. La seconda ricetta che dovrebbe aiutare l’economia calabrese, paradossalmente dovrebbe essere l’istituzione di un “Pil regionale” utile, in un contesto estremamente favorevole, a darci elementi per rilanciare sensibilmente gli investimenti e assorbire la disoccupazione. Tra il nord e il sud Italia, il divario è netto, con qualche punto in comune. Le regioni italiane, tutte, vanno forte in educazione di base, salute e stabilità macroeconomica, anche oltre la media europea. Le due chimere, sia al nord che al sud, sono la maturità tecnologica e la qualità delle istituzioni. Nettamente sotto la media anche l’innovazione. Le differenze – abissali – riguardano il livello di infrastrutture e di efficienza del mercato del lavoro. Tra Italia e resto d’Europa, anche il nord sfigura. Fra Piemonte e Rhône-Alpes, la regione francese è superiore in tutti gli indicatori. Fra Liguria e provincia di Anversa non c’è partita: i fiamminghi surclassano i liguri 81 a 39 a livello di infrastrutture. Fra Calabria e Andalusia lo scontro sembra più aperto (entrambe sotto la media UE). Ma basta osservare i dati sulla qualità delle istituzioni (42 a 15 per gli spagnoli) e sulla maturità tecnologica (57 a 27, sempre per gli spagnoli) per stemperare gli entusiasmi. Su questi due aspetti, l’Andalusia è perfino più forte del Piemonte. Il Pil è usato per analizzare i risultati e i cicli economici (recessione, ripresa e boom economico). Il prodotto interno lordo (Pil) è il parametro fondamentale dei conti nazionali che sintetizza la situazione economica di un paese o di una regione. Può essere calcolato in vari modi, secondo il metodo del valore aggiunto, il metodo della spesa e il metodo del reddito. Perché un PIL regionale. Perché, in buona sostanza i conti non tornano. Il prodotto interno lordo ha ripreso a crescere ma l’impatto sull’occupazione in Calabria è praticamente inesistente. Il Pil regionale ci permetterebbe di comprendere le dinamiche e intervenire per un livellamento, ad esempio, qual’è il costo della vita a Crotone rispetto a Parigi o Londra? Generalmente è superiore al costo della vita nelle zone rurali della Bulgaria o della Romania o della Calabria. Per questo è necessaria, da subito, una stagione nuova di intervento pubblico dell’economia regionale calabrese. La ripresa c’è ed è reale, se ne colgono i segnali girando per la Calabria, ma i numeri della povertà assoluta sono impressionanti (vedi dati Caritas regionale). È chiaro che la ripresa deve essere governata, solo un governo regionale forte può mantenere la crescita economica. Riaprire un dibattito pubblico, ed oggi il governatore Mario Oliverio può farlo, sul Pil regionale, è possibile, perché, ormai evidente che i criteri di misurazione sono inadeguati, e quindi anche le scelte finiscono per esserlo. Le scelte importanti per la politica economica regionale scaturiscono dalla conoscenza di un Pil che rappresenta il presupposto per effettuare diagnosi corrette e quindi per compiere le scelte giuste, perché la situazione di povertà della Calabria, all’interno di un Sud che viaggia a due velocità, è una grande ferita aperta per tutta l’Italia. C’è una facoltà dell’anima, oggi un po’ dimenticata, che varrebbe la pena di riportare alla memoria. È stata individuata e descritta per la prima volta da Platone nella Repubblica. Platone distingue tre facoltà dell’anima: una con la quale calcoliamo, una con cui desideriamo e una intermedia, che chiama thumos. Il thumos è il principio della nostra libertà perché è il principio dell’azione. Infatti né la facoltà calcolante né il desiderio possono, da soli, essere il principio dell’azione. Hanno un punto in comune: ci lasciano passivi davanti al risultato dei nostri calcoli o davanti alla pulsione che ci spinge verso l’oggetto desiderato. Il thumos invece ci permette di prendere l’iniziativa. In quanto facoltà intermedia, il thumos permette alla ragione di non accontentarsi di guardare passivamente ciò che si offre al suo sguardo contemplativo, ma di impegnarsi nell’azione. La Calabria ha bisogno di una iniziativa forte con una priorità il “lavoro”. Solo con il lavoro si combatte la povertà in questa regione. Lavoro per tutti e non reddito per tutti. “Non possiamo rimanere una terra di uomini senza idee”. Riprendere dopo l’estate con una Calabria più forte, convinto della necessità di una stagione nuova di intervento pubblico dell’economia regionale, solo così possiamo accompagnare il mercato che da solo ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue conseguenze negative. 

*sociologo economista