I problemi del Sud non finiscono mai

di Gregorio Corigliano* Martedì, 12 Settembre 2017 14:57 Pubblicato in Contributi

“Il Santo che è di marmo non suda”. È un vecchio detto, diffuso soprattutto in dialetto calabrese, per ribadire, tra l’altro, la difficoltà di cambiare il destino di gran parte delle regioni meridionali. Anche se nel 2016 l’economia del Mezzogiorno è cresciuta ad un ritmo superiore a quella del Centro-Nord grazie ai consumo e agli investimenti dell’industria – dopo ben sette anni di crisi - questo dato positivo non è, comunque, in grado di sostenere l’intero peso dell’economia meridionale. È la società meridionale tutta intera che non riesce a fare un salto in su. 
Tempo fa, alla fine di luglio la Svimez, aveva sottolineato che da diversi anni ogni 12 mesi si era costretti a registrare lo spostamento vero il Nord o l’Europa l’equivalente in termini di popolazione di una media città meridionale. Sempre secondo i sociologi affermati della Svimez di fatto si è aperta una voragine per delle culle vuote e dei talenti in fuga. Al punto da rischiare – per fortuna solo un  rischio- di avere un Meridione senza laureati e senza talenti, quelle figure professionali, senza le quali la Calabria e le altre regioni consorelle non saprebbero a chi fare affidamento per far crescere il tessuto sociale di realtà che stentano a crescere, pur meritando il contrario. E, come dicevo, se negli anni 60 e 70, lasciavano il Sud le fasce più deboli della popolazione alla ricerca di un posto in qualsiasi fabbrica del Nord o della Germania a vivere ammassati dentro casermoni a mangiare “kartofen” e a spedire ogni dieci-quindici giorni i marchi alle famiglie, oggi non è più cosi. 
Intanto le fasce deboli sono inferiori a quelle di cinquanta e più anni fa e ad andar via, ogni anno di più, nonostante tutto, sono le fasce meno deboli, diplomati e laureati che non vanno a fare i carpentieri, ma si ingegnano a trovare, spesso riuscendoci, a trovare un lavoro che possa soddisfarsi al meglio. Altrimenti la prospettiva non po’ che essere quella di tornare, nella speranza, oggi assai vana, di trovare le cose cambiate. 
C’è da tener presente che nella società meridionale si registra uno smottamento nelle nascite, che erano le certezze del passato, comunque. E se un tempo a fare più figli erano le famiglie del Sud, adesso sono quelle del Nord. Per gli amanti delle statistiche  1,29 contro 1,38. Questo significa, secondo gli esperti della Svimez come il Meridione non sia più “ il serbatoio delle nascite italiane”, per i quali, inoltre, questa è la beffa, il Meridione ha preso l’andamento demografico delle regioni del Nord, tipico delle aree sviluppate, senza esserlo. Potrebbero essere gli aiuti all’imprenditoria e le Zone economiche speciali, avviati da Renzi e proseguite da Gentiloni, la chiave di volta per il riscatto del Sud? È preso per dirlo, l’intenzione c’è, ma si tradurrà in realtà, ci corre. 
I problemi sono infiniti, il momento non è dei più rosei, i migranti, i terremoti, non aiutano a sbloccare la pluriennale questione meridionale. E poi, sul piano strettamente politico, ci sono da avviare a soluzione la legge di bilancio, la legge elettorale, il voto. Insomma il momento non è proprio favorevole, per cui la crisi profonda della società meridionale non è proprio una priorità. Le forze politiche sono spaccate, più di quanto si possa immaginare, molti partiti sono divisi al loro interno chi avrebbe voglia di organizzare una tre-giorni per discutere con esperti ed economisti, oltre che uomini di governo, da dedicare al Sud? Per cui il dualismo Nord- Sud è destinato ad aumentare. 
Anche se il governo ha dato segnali di attenzione verso il Meridione d’Italia, occorre spingere ulteriormente la marcia in avanti. Per i siciliani, i calabresi, i l lucani, i campani, insomma per il Paese.  In ogni caso, a giudizio degli esperti, il 2016 non si ripete. Quest’anno e nel 2018 crescerà meno del Centro Nord, tenendo conto che comunque nel 2016 circa 10 meridionali su cento sono in condizioni di povertà assoluta. Ecco perché,  come scrivevano il  cardinal Martini e l’arcivescovo Agostino, il Paese non crescerà se non insieme.

 

*giornalista