Antonio e Rosita hanno vinto la battaglia dei diritti

di Gregorio Corigliano* Mercoledì, 20 Settembre 2017 19:46 Pubblicato in Contributi

Sono i giorni del batticuore per Rosita e il piccolo Antonio. La battaglia dell’ingresso a scuola l’hanno vinta. Lacrime?, chiedo a Rosita. Incredibilmente no. Perché? «La sofferenza patita in questi due anni, nei quali mi sono sentita abbandonata, al limite della speranza, mi dice, mi ha creato uno scudo di protezioni emotive, positive e negative. Di sicuro, visto che mi conosco, scoppierò a piangere fra qualche giorno». Non sono riusciti a trattenere le lacrime, aggiunge, il padre di Antonio (da cui è separata, ma invitato da lei a quel che è stato un vero e proprio evento, e lo è stato) e il resto della sua famiglia. Attorno alle nove, qualche giorno fa, è arrivato a casa di mamma e figlio, in viale Giacomo Mancini, il mezzo di trasporto con pedana, fornito dal comune di Cosenza, dove Rosita è domiciliata, l’avvocato del comune di Mendicino, Filippelli e due assistenti alla persona, messe a disposizione sempre dall’amministrazione di Mendicino, dove lei è residente. Una notte insonne? «Tutt’altro – dice Rosita – perché non ci credevo ancora, non ero convinta. C’è sempre stato un problema dell’ultimo momento».
Ed allora ha atteso, già pronto Antonio Maria e già pronta lei, bussano alla porta. Incredula, sale sul pulmino, con il figlio, le assistenti, il suo avvocato Nadya Rita Vetere, nel caso  fossero insorte ulteriori criticità. Cuore e batticuore, finalmente il primo giorno di scuola. I bambini lo hanno accolto, come meglio non avrebbero potuto. «La loro autenticità – mi dice Rosita – è stata meravigliosa, anche se pur con quattro giorni di ritardo, avevano un loro compagnuccio, gravemente disabile ed handicappato». Naturalmente, mamma Rosita è rimasta in classe. Giustamente! Non si sa mai. E rimarrà per altri giorni per seguirlo e far capire ciò di cui il bambino, può aver bisogno, in caso di crisi epilettiche, se dovesse sfilarsi il tubo col quale si nutre, per errore. O nel caso l’osteopenia dovesse creargli problemi. Imma Cairo, direttrice didattica della scuola elementare don Milani di Via De Rada, a due passi dalla Chiesa di San Giovanni Battista, a Cosenza, non ha posto problemi. Anzi, se fossero sorti, sarebbe stata determinante a contribuire a risolverli. Lo stesso le insegnanti. Non ci sono stati musi storti. L’accoglienza è stata adeguata e spontanea.
Rosita, giustamente, è un fiume in pena. Ha voluto ringraziare il movimento Noi per il supporto sempre adeguato, giusto e profondamente umano che in questa sua lunga e difficile battaglia non le ha mai fatto mai mancare vicinanza e comprensione per aiutare anche quanti, come suo figlio, sono «vittime di abbandono istituzionale e civile». Ha ringraziato anche quanti avrebbero dovuto e potuto fare meglio il loro dovere «perché è proprio grazie alla sofferenza vissuta per anni che ha compreso meglio il valore dell’onestà». Poi si è rivolta alle persone che hanno smesso di combattere per tutelare i diritti propri e i diritti del prossimo mettendo a disposizione la propria esperienza. Da donna di cultura, Rosita si è rivolta al figlio, augurandogli di essere eretico, perché “eresia” significa scelta. Eretico, ha detto ancora, è la persona che sceglie. È colui che, più della verità, ama la ricerca della verità. L’eresia dei fatti, prima di quella delle parole. Citando un intervento di don Luigi Ciotti, Rosita, ha aggiunto ancora che «eretico è colui che non si accontenta dei saperi di seconda mano, ma chi studia, chi approfondisce, chi mette in gioco quello che fa, chi crede che solo nel “Noi” l” io”  possa trovare una realizzazione. Chi non si rassegna alle ingiustizie, chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Ed anche chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza che sono le malattie spirituali della nostra epoca». Una lezione per tutti noi, l’esempio portato dal fondatore di “Libera”, una lezione per tutti noi, buoni meno e  buoni questa di Rosita e del piccolo Antonio Maria. Nato ammalato, cresciuto con una mamma che ha dedicato la sua vita, e continua a dedicarla, al suo piccolo figlio, che, abbiamo già scritto, ha sette anni, ma dimostra tre mesi di vita. Ed ha promesso a sé stessa che la sua vita ha un senso, solo con il suo ometto. Le battaglie, non sempre, ma almeno questa volta, hanno pagato. Antonio Maria che, come dice la madre, è completante NON autonomo in tutto, ha al fianco i suoi coetanei che gli sorridono. Noi, diceva Gandhi, prendiamo un sorriso e lo doniamo a chi non l’ha mai avuto, a parte la madre. Vai, piccolo Antonio Maria, che la vita sia con te!

*giornalista