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L’età della scelta giusta

di Gregorio Corigliano* Venerdì, 06 Ottobre 2017 16:58 Pubblicato in Contributi

Messa nella valigia dei ricordi una delle fasi più importanti dell’essere giovani – e, cioè, gli esami di maturità –  i giovani “maturi col timbro” sono alla prese con la scelta della facoltà universitaria, almeno per quanti – e sono la gran parte - intendono acquisire un titolo di studio accademico.  Anche se c’è stato chi ha,nella propria mente deciso quale facoltà scegliere, per tendenza o per “consiglio familiare”, l’atto formale si concretizza in questo periodo. Cosa pesa sulla scelta? Di sicuro il fatto che tra i familiari e i colleghi di qualche anno più grande, c’è chi ha vissuto e vive momenti di rara difficoltà per l’impossibilità di trovare un posto di lavoro. Difficoltà che ogni anno che passa anzi si acuisce. 
E l’estate è il periodo dei rientri di familiari,amici e conoscenti coi quali confrontarsi per avere utili indicazioni sulla scelta di quale titolo di studio acquisire. Avvocato, professore, medico. Cioè le professioni di sempre o tentare la fortuna con i nuovi titoli accademici che facoltà antiche e moderne sfornano. Un problema di non poco conto sul quale i giovani si devono soffermare, con l’indispensabile ausilio dei seniores. Uno sbaglio, pur non voluto, fatto adesso, può condizionare la futura vita professionale dei giovani di oggi. La scelta azzeccata, la favorisce al meglio, evidentemente. 
Secondo una fotografia scattata da Astraricerche, fra un migliaio di ragazzi, tra i 17 e i 19 anni. Il risultato fondamentale della ricerca ha messo in chiara evidenza come tra i giovani, a predominare sia la fase del pessimismo. E ne hanno ben donde. Significa che sono stati attenti alla evoluzione del dibatto sul lavoro. Peraltro, sarebbe stato sufficienti sentire i discorsi di casa o del pianerottolo per sentire delle lamentele dei laureati di quattro-cinque anni ed oltre. Neo- dottori che ancora bussano alle porte di possibili datori di lavoro, di improbabili politici dispensatori del posto fisso o che scrivono e spediscono, dopo aver imparato a scriverlo, il curriculum europeo. Il 75% dei giovani intervistati si è detto convinto della necessità di dover emigrare per cercare e sperare di trovare lavoro, il 40% è convinto che non ci saranno i c.d. “salari d’ingresso” che possano aiutare i giovani a muovere i primi passi. 
Di fronte a questi convincimenti dei giovani, gli autori della ricerca si sarebbero aspettati risposte consono alle difficoltà lamentate e vere. Cioè, risposte mirate ad indicare un percorso di studio e, quindi, di laurea che potessero massimizzare la possibilità di trovare un lavoro. Ed ecco che, secondo Astraricerche, i giovani hanno, si spera involontariamente, “dimostrato incoerenza”. Perché? Perché, a giudicare dalle risposte, il percorso di studi viene scelto a seconda delle proprie capacità e preferenze e non scommettendo sulla necessità di avere sbocchi professionali pressocché immediati. Il 55% ha risposto lasciandosi guidare dalla proprie passioni (e potrebbe anche essere giusto, in un certo senso), solo il 37 guarda molto alla possibilità di trovare lavoro. 
Insomma, secondo la ricerca “la passione conta più della remunerazione o della garanzia di lunga durata del posto di lavoro, si desidera soprattutto un lavoro coerente con le proprie inclinazioni”. In tempi normali, avrei dato ragione ai giovani. Se non sapessi – e vivessi - le difficoltà di un posto e di una retribuzione. I ragazzi intervistati avrebbero voluto percorsi di orientamento per tentare di mettere in equilibrio passione e capacità con il mondo del lavoro, oggi. Fino ad ora, tutto questo, ha provocato l’addensamento (si dice così!) in discipline che hanno pochi sbocchi e, all’opposto, la carenza di dottori nelle discipline scientifiche. Questo comporta che ci si potrebbe trovare – e ci si trova- con un mercato del lavoro che chiede tecnici e professionisti specializzati e la scuola e l’università che non ne producono a sufficienza. Gli stessi giovani hanno ammesso di avere lacune ampie e diffuse, usando un linguaggio da insegnanti. 
Insomma, la ricerca ci dice di riflettere prima di fare il passo decisivo e di essere consequenziali. Di informarsi sul mercato del lavoro, sulla città, la regione o il paese nel quale si vuole vivere. E, quel che è fondamentale, di arrivare alla professione conoscendo l’inglese. Questo è fondamentale. Extra ecclesiam, nulla salus. Se non si conosce l’inglese dove si va? Bisogna mettere in conto tutto e, possibilmente, avere idee chiare. Diceva uno scrittore inglese che “tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita”.

 

*giornalista