L’autoreferenzialità: tra i mali della Calabria

di Franco Scrima* Lunedì, 09 Ottobre 2017 10:09 Pubblicato in Contributi

Prende corpo il sospetto che il “movimentismo” del sindaco Abramo, rilevato soprattutto in questi ultimi giorni, possa nascondere l’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni politiche o alla presidenza della Regione. Lui si schermisce ma non la esclude, anzi dice significativamente: «La mia lealtà alle scelte che farà Forza Italia è fuori discussione. Certo, mai dire mai, ma ciò non rientra nei miei pensieri». Come dire: proponetemelo perché non dirò di no.
Non so perché (oppure è fin troppo evidente) ma, mentre riflettevo sulla notizia, il pensiero è andato al titolo di un intrigante libro di Veronica Roth, “I Predestinati”. Non che la storia dei due protagonisti citati dalla scrittrice avesse qualcosa da spartire con il mondo politico. Nel romanzo della Roth si afferma comunque che tutti hanno un “dono”, ovvero un potere unico e alcuni, gli “eletti”, hanno particolare, ma solo ricevuto in sorte un “destino”. 
E stata semmai l’idea di quella possibile candidatura a riportarmi alla memoria l’opera della Roth, perché l’assonanza con i “predestinati” della politica mi veniva offerta soprattutto dal ricordo di una omelia fatta da un sacerdote ai suoi parrocchiani, se ricordo bene, in un paesino della Sicilia. Diceva il mentore che la politica è come una cattedrale; non è fondamento a sé stessa, perché alla base delle sue scelte progettuali e operative va posta l’etica, supportata ovviamente dalle competenze. E aveva aggiunto, nell’arringare il popolo a meditare, che le modalità amministrative nella gestione della cosa pubblica erano essenzialmente due: il bene comune che è fruibile da tutti i cittadini e il bene personale che soddisfa gli interessi dei pochi fortunati. La prima modalità di solito viene scelta da chi intende l’attività pubblica come un servizio alla comunità; la seconda da coloro che considerano il mandato politico come una opportunità per fare i propri interessi e quelli di pochi intimi, distribuendo “regalie” per alimentare i propri sostenitori.
Considerava inoltre il prete che quest’ ultimo modo di interpretare il potere era perfettamente sovrapponibile a quello mafioso. E lanciava un allarme perché secondo lui aveva notato che spesso anche la popolazione anteponeva il bene del singolo a quello generale, disinteressandosi e defilandosi quando si trattava di opere che interessavano la comunità. 
La lettura di quel resoconto confesso che appassionava sì per i contenuti, ma soprattutto se rapportata alla missione di un prete. La riflessione, per esempio, sulla possibile gestione politica della “cosa pubblica”, acquisiva per un sacerdote che la pronunziava durante la funzione religiosa, una dimensione stratosferica. Egli ha accostato infatti i candidati alla morale cristiana che promuove il bene comune, sostenendo che quella è la vera professionalità che viene richiesta agli amministratori, qualunque sia la loro appartenenza politica. E rifletteva che molto spesso, invece, si viveva l’attività politica come un’esperienza di assoluto privilegio come se non dovesse avere mai una conclusione.
Non so se ha “incantato” i suoi compaesani, ma sicuramente lo ha fatto con chi ne ha letto i contenuti quando ha concluso la liturgia con questa affermazione: «La più grande risorsa politica ed economica non è la politica né l’economia, ma qualcosa di diverso: l’etica! Al candidato che abbia tali requisiti, io do volentieri il mio voto».
L’etica di questo discorso fatto col cuore da un parroco di periferia è un invito a dire basta alle proposte autoreferenziali destinate a rimanere lontane dai bisogni reali della collettività. È necessario che ci sia conseguenzialità soprattutto quando si parla dei diritti dei lavoratori, dei disoccupati, di chi ha perso il lavoro, dei giovani, delle famiglie. La popolazione ha bisogno di confrontarsi sui problemi reali che riguardano lo sviluppo della Calabria che passa anche dal ripristinare la legalità in ben determinate aree lasciate sempre più in mano alla delinquenza organizzata che prospera nonostante l’impegno di magistratura e forze dell’ordine. In Calabria, forse, c’è bisogno di ritornare il più in fretta possibile ad una vera educazione democratica che deve interessare soprattutto la Scuola, ma anche la famiglia.
C’è poi un aspetto che non è per nulla secondario ed è quello di far sentire i calabresi una popolazione; obiettivo raggiungibile cominciando ad eliminare i residui di quel provincialismo becero che esiste tra una provincia e l’altra, tra una città e l’altra. Capisco che è un retaggio della povertà, ma è anche vero che continuando ad alimentarlo si finisce col pagare un prezzo altissimo. 
Sono questi i temi che i calabresi si aspettano da chi si propone a rappresentarli. Perché, altrimenti, votarli?

 

*giornalista