Il referendum del lombardo-veneto e il residuo fiscale

di Antonino Mazza Laboccetta* Lunedì, 20 Novembre 2017 18:05 Pubblicato in Contributi

Mentre della Lega Salvini mostra un volto (una maschera?) “nazionale”, il recente referendum del lombardo-veneto sembra portarci indietro nel tempo, facendo riemergere prepotentemente la “questione settentrionale” della Lega delle origini e del suo corso più maturo. Potremmo dire, dunque, che accanto ad una «questione meridionale» c’è una «questione settentrionale». In realtà, non è così: c’è una «problema territoriale», che è questione nazionale.
Abbiamo, forse, seguito distrattamente i referendum. O, forse, li abbiamo guardati come fossero uno stanco rituale o un rigurgito di vetero-leghismo. 
Ben altro, invece, esprimono i referendum del lombardo-veneto. Chiamando i due territori alle urne, i governatori Maroni e Zaia, dietro la sbandierata esigenza di ottenere alle loro virtuose regioni  «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», conducono, nell’alveo dell’art. 116, comma 3°, Cost., una battaglia culturale molto sottile. E assai insidiosa. 
Sottile e insidiosa perché nasconde e veicola un malinteso senso della “territorialità”, utilizzando la chiave del cosiddetto residuo fiscale. 
È a tutti nota la definizione di residuo fiscale: rappresenta, secondo Buchanan (1950), la differenza tra il contributo che i residenti di un’area territoriale danno al finanziamento dell’azione pubblica attraverso il pagamento delle imposte, ed i benefici che ne ricevono sotto forma di servizi pubblici. Si tratta di un indicatore di contabilità pubblica, utilizzato per misurare l’entità dei trasferimenti interregionali che vengono dal sistema fiscale centrale, e l’adeguatezza dell’attività redistributiva del soggetto pubblico. Quella che svolge il residuo fiscale, infatti, è una funzione redistributiva o di trasferimento di risorse dalle regioni più ricche a quelle più povere e di assicurazione di breve periodo contro andamenti ciclici negativi a fronte di eventi produttivi di effettivi asimmetrici a livello regionale. È risaputo: Buchanan lo impiegava per dare giustificazione etica ai trasferimenti di risorse dagli Stati più ricchi degli Stati Uniti a quelli meno ricchi. 
I venti referendari del lombardo-veneto ne piegano le originarie finalità, issando il residuo fiscale a vessillo di una battaglia che vuole affermare un principio: le risorse prodotte al Nord devono restare al Nord. 
Nel nostro Paese il tema irrompe nel dibattito pubblico e mediatico soprattutto quando Luca Ricolfi (Il sacco del Nord, 2010) mette in luce l’incongruenza di un dato: le regioni più deboli, che “drenano” risorse, sono quelle dove i consumi aumentano in modo più che proporzionale rispetto al prodotto interno lordo.  
Continua, insomma, a farsi strada l’idea di un sud pigro, spendaccione, causa del suo male e, per di più, “palla al piede” del Paese. Senza considerare le regioni a statuto speciale e quelle di piccole dimensioni, gli studi – non lo si può negare – vedono effettivamente le regioni meridionali beneficiarie nette del sistema (quindi, assegnatarie di residui fiscali negativi); al contrario, risultano contribuenti nette le regioni del Nord. 
La Lega coglie il messaggio che sale dai suoi territori, e abilmente lo porta nell’arena politica. Fa della questione meridionale una “questione settentrionale”, puntando cioè a trasmettere l’idea che il sud sia un “problema” per il Nord: “zavorra” del Nord che produce e cresce.
Due sono gli estremi che si polarizzano nell’operazione culturale messa in campo: quello più aggressivo e oltranzista, ma al momento (apparentemente) minoritario, che predica la secessione dei territori virtuosi del nord, e quello più “riformista”, che, muovendosi sul terreno costituzionale (utilizzando cioè le regole del sistema), mira comunque a scardinare il patto nazionale, fondato sull’idea che tra i diversi sistemi territoriali corrono necessarie e profonde interrelazioni. E la rottura si vorrebbe consumare cavalcando l’onda di politiche orientate a ritenere il sistema fiscale di tipo progressivo (all’aumentare dell’imponibile aumenta l’aliquota d’imposta) e la redistribuzione delle risorse in base al bisogno fonte di ingiustizia “territoriale”. Si intende, in altri termini, affermare un approccio di tipo binario alle politiche di sviluppo: puntare a nord la prua per fare crescere il Paese; il sud è problema da definire.
È qui che l’operazione culturale agitata dai referendum veicola un senso della “territorialità” che spaccia il residuo fiscale come causa  di “iniqua” distribuzione delle risorse, e non per quello che effettivamente è: il sintomo, l’indicatore delle condizioni di arretratezza economico-sociale e di bisogno del sud. 
Il problema, dunque, non è il residuo fiscale. Che fare? Impostare politiche di sviluppo, che, sminando il terreno dagli approcci di tipo binario, guardino al territorio repubblicano nella sua unitarietà per aggredire le sacche di arretratezza economico-sociale, di cui il residuo fiscale è solo il riflesso. È questo il problema, ed è questione nazionale. 
Diciamocelo pure: il c.d. approccio bottom-up, con cui si è voluto affidare a livelli decentrati di governo la funzione di individuare progetti e programmi di sviluppo, ha dimostrato, alla prova dei fatti, di non funzionare. Pur muovendo dal lodevole intento di valorizzare le competenze locali, ha finito per condurre ad una frammentazione degli interventi sui territori, spesso veicolata da interessi poco chiari, quando non clientelari. Si è così persa la necessaria regia unitaria, che è presupposto indispensabile di un piano di rilancio organico e complessivo del sistema-Paese.

*docente dell'università "Mediterranea" di Reggio Calabria