Quale idea di città?

di Antonino Mazza Laboccetta* Sabato, 25 Novembre 2017 12:27 Pubblicato in Contributi

Abbiamo un’idea di città? E se l’abbiamo, riesce la nostra politica a tirarla fuori, a darle forma, slancio e proiezione verso il futuro?
In un lavoro del 2001 (Il trionfo delle città) l’economista Edward Glaeser dice che le città rappresentano l’apice della realizzazione umana. Motori di innovazione, offrono stimoli intellettuali e opportunità per creare ricchezza e benessere. Rappresentano, le città, un complesso formidabile sistema, creato dall’uomo, per accelerare le proprie capacità produttive.
Vi sono due concezioni della città. Secondo la prima, la città è variabile dipendente dei processi di cambiamento, termine passivo: insomma, una sorta di schermo su cui si riflettono i processi e le dinamiche sociali. Secondo l’altra concezione, la città è essa stessa componente essenziale del processo di cambiamento e di innovazione. È una concezione, quest’ultima, che vede la città come soggetto attivo delle dinamiche sociali ed economiche, come organismo vivente che ha una vita propria, soggetto che si muove, motore essa stessa di sviluppo.
Si tratta di concezioni evidentemente opposte. La prima riflette una visione “privatistica” della città: luogo da consumare. La seconda una visione “pubblicistica”. Una visione cioè che concepisce la città come luogo di tutti e di ciascuno. Luogo animato da una vita propria. Da rispettare, custodire, sviluppare.
La città è civitas, perché comunità. Ma prima ancora è urbs, perché struttura materiale, insieme di luoghi: strade, piazze, mercati, teatri, caffè, parchi, paesaggio, ecc. Luoghi che sono segni, simboli, vocabolario. Il linguaggio cioè in cui la civitas si riconosce e con cui si esprime e comunica. Linguaggio che le dà identità. «Gli oggetti dell’architettura – dice Eco – apparentemente non comunicano ma funzionano […] ma tutti i fenomeni di cultura sono sistemi di segni, dunque la cultura è essenzialmente comunicazione; l’architettura è cultura, dunque è comunicazione».
La città è, al tempo stesso, memoria e futuro. Memoria perché conserva le tracce del passato. Tracce che ancora parlano. Nelle quali ci riconosciamo. Che ci danno identità. Futuro perché la città è luogo dell’innovazione, luogo nel quale si intercettano le dinamiche evolutive e si guida il cambiamento. Insomma, la città è un sottile e complesso equilibrio tra valori storici, culturali, simbolici, identitari e nuove dinamiche socio-economiche. Equilibrio tra passato e futuro che, nel presente, va preservato e mantenuto attraverso un’incessante opera di (ri)costruzione, in cui gioca un ruolo fondamentale la pianificazione urbanistica.
Che siano organismi viventi, lo dimostra il fatto che le città competono tra loro per attirare investimenti, per essere scelte come sedi di istituzioni scientifiche, di ricerca, di istituzioni finanziarie, di eventi culturali e artistici, eventi sportivi ecc.. E competono secondo una logica che non ha nulla a che fare con la logica della competizione politica. Competono secondo dinamiche proprie della competizione economica, della competizione tra imprese.
Le città non sono solo un luogo. Sono marchi. Se pensiamo a Londra, pensiamo alla City. Se pensiamo a New York, ci vediamo Wall Street. Milano, che per una beffa ha perso l’Agenzia europea per il farmaco, è una città che sta conoscendo uno slancio formidabile, dopo essere stata, con l’Expo, vetrina internazionale.
Oltre che struttura fisica, le città, insomma, sono un campo di attività che offrono prestazioni specifiche (economiche, culturali, artistiche, ecc.). Che bisogna saper vendere sul mercato. Non a caso c’è una disciplina che si chiama marketing territoriale.
La città, se ben riflettiamo, è stata l’epicentro della crisi finanziaria del 2008. L’incremento dei valori immobiliari ha prodotto ricchezza privata e povertà pubblica, ripartendo i plusvalori derivanti dalle trasformazioni urbane secondo dinamiche che hanno finito per premiare la rendita fondiaria a tutto danno degli investimenti pubblici sulla città. È venuta alla luce, dopo lo scoppio della bolla immobiliare, una città di carta. Una città finanziarizzata.
Il consumo di suolo ha registrato livelli drammatici. Si danno casi paradossali in cui le città crescono divorando territorio, mentre si inverte l’incremento demografico. Il mantra della “crescita illimitata” ha comportato un’enorme sottrazione di risorsa-suolo alla sua funzione di riprodurre la vita (piante, vegetazione, animali, ecc.). L’espansione incontrollata ha distrutto interi cicli produttivi.
Oggi un nuovo paradigma di sviluppo si affaccia: quello della «crescita stazionaria». Della «sviluppo senza crescita». Non è un caso se, accanto al PIL (criterio di misurazione dello sviluppo in termini meramente numerici), si affianchi oggi il BES (“Benessere equo e sostenibile”), un indicatore, quest’ultimo, fondato su criteri che tengono conto della sostenibilità sociale e collettiva dello sviluppo e della qualità complessiva della vita.
La nuova frontiera della sviluppo urbanistico è quella del recupero e della riqualificazione delle aree dismesse; del recupero di aree industriali che nella società dell’informazione e dei servizi vanno riconvertite; della rigenerazione urbana. Al far-west della conquista infinita di suolo occorre sostituire un nuovo orizzonte: quello del «costruire in-between”», del costruire cioè “tra” e “nelle cose”.
Certo, il recupero e la riqualificazione del patrimonio urbano ed edilizio possono comportare in molti casi costi maggiori rispetto alla nuova edificazione. Per il mercato un disincentivo ad investire. E’ un’ipotesi di “fallimento del mercato”, che richiede un forte intervento pubblico capace di creare le condizioni perché il privato sia incentivato ad investire.
Se la città è stata l’epicentro della crisi, nella città si trova la chiave della soluzione. Ma, perché la città da problema diventi la soluzione, occorre un disegno strategico. Occorre che le città non vengano lasciate sole, come si è fatto in questi ultimi anni per rincorrere una malintesa idea di federalismo municipale.
Occorre ricostruire il ruolo del governo nazionale in modo che le politiche urbane vengano messe al centro di una politica unitaria e strategica che guidi e accompagni tutte le sollecitazioni che vengono dal basso e le indirizzi in maniera organica e coordinata verso obiettivi di sviluppo strategico del Paese. Non si tratta di un approccio centralistico; si tratta piuttosto di immaginare e costruire un ruolo di regia e di accompagnamento delle dinamiche territoriali.
La politica urbana è preminente interesse nazionale (occorrerebbe, forse, un Ministero delle Città), e deve tornare al centro dell’agenda nazionale, anche perché è al centro della programmazione economica dell’Unione europea per il 2013-2020. Il mondo di oggi è un «mondo di città», e vi sono città che sono città-mondo (S. Sassen, The global cities, 2001) che esprimono dinamiche sovranazionali in grado di superare (e/o prescindere da) quella degli Stati. Città che pensano e dialogano tra loro, legate come sono da un sistema di connettività materiale, infrastrutturale, informatica. E’, questa, più di un’ipotesi se dopo la Brexit il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, e il sindaco di Londra, Sadiq Kahn, hanno pubblicato un testo comune nel quale annunciano che le due città lavoreranno insieme. «Stiamo riflettendo, per esempio, di fare in modo – così Hidalgo – che le nostre start-up abbiano una doppia sede legale, sia a Parigi sia a Londra». L’Ottocento è il secolo degli Imperi, il Novecento quello degli Stati nazionali, la nostra, per i due sindaci, è l’epoca delle città-mondo. «Spesso le grandi città globali – afferma il sindaco di Parigi – sono più agili e rapide nell’azione rispetto agli Stati. Certo, abbiano bisogno degli Stati, abbiamo bisogno dell’Europa, ma anche loro devono contare sulle città-mondo, perché sono spazi molto concreti».
Che idea abbiamo della nostra città? Che idea ha la gente? Che idea ha la borghesia produttiva, la borghesia delle professioni, la borghesia intellettuale? L’idea “privatistica” di un territorio da arraffare, depredare? O l’idea “pubblicistica” e disinteressata di un territorio da animare di vita propria?
Qualche giorno fa, ho visto, dall’alto del Castello aragonese, la città di Reggio Calabria. Adagiata tra le luci soffuse della sera, che ne nascondevano il corpo ferito. A chi parla la nostra politica? Quale idea di città coltiva? Riuscirà a dare un’anima a quel corpo ferito che, nonostante tutto, vuole sperare?

*Ricercatore di Diritto amministrativo e docente di Diritto urbanistico all'Università Mediterranea di Reggio Calabria