Mito e danni (reali) del posto fisso

di Gregorio Corigliano* Lunedì, 04 Dicembre 2017 07:39 Pubblicato in Contributi

Prima di esser colpito dal virus del giornalismo, dal quale non sono mai guarito (purtroppo?) facevo politica a livello giovanile, provinciale e regionale, ma anche nel consiglio comunale del mio paesello. Tra le tante cose che ricordo, alcune belle, altre un po’ meno, la richiesta di cittadini di lavoro. 
Dal 1980 a oggi, come dire, non è cambiato nulla. Anzi la situazione è peggiorata. Allora, probabilmente, le richieste erano di meno, forse perché i diplomati ed i laureati non erano tanti quanti sono oggi, ma c’erano eccome. E non c’era altra richiesta se non un posto al Comune, alla Provincia o nella (generica- senza specificazione precisa) pubblica amministrazione. Le richieste venivano a me ma anche ad altri, naturalmente. 
La gente, come si diceva al mio paese (e non solo), si attaccava, per non cadere, a più rami. Il problema era che, allora come ora, i posti si vedevano col cannocchiale, ammenocché non si avessero rapporti con ministri o almeno un sottosegretario. E neanche quelli che erano oberati di richieste, allora come oggi. 
Le segreterie di quei politici erano un via va di persone: chi voleva un aiuto per sbrigare una pratica all’Inps, chi voleva una promozione, chi una raccomandazione per superare un esame e tra le tante altre, in prevalenza, la richiesta era di un posto. Ma non un generico posto. Allora si diceva un posto fisso. Cioè un posto sicuro, dal quale non si poteva essere licenziati. Non un posto qualsiasi tanto per sbarcare il lunario e, dopo un anno, rifare la fila nella stessa o in un’altra segreteria. La fatica di ritornare sarebbe stata troppa. Una volta e basta. 
Che scopro trenta e più anni dopo, con tanto di timbro autorevole che viene dal Censis? Che tra i tanti miti che resistono svetta quello del posto fisso. Ed al solito “calati iuncu….”. Un mito che resiste nel tempo, evidentemente e se lo dice il Censis si può stare tranquilli. Come scrive don Pietro De Luca - un parroco assai attento alle problematiche sociali del Mezzogiorno e della Calabria - le persone, un tempo, si dividevano in almeno due categorie, quelle che facevano i muratori o i carpentieri e quelli che avevano preso il posto. 
Prendere il posto, allora e, forse, pure oggi, significava aver toccato il cielo con un dito, perché non significava lavorare con tranquillità economica e senza rischi, bensì smettere di lavorare, o quasi. Perché si occupava un posto dietro una scrivania.  Il benedetto “posto fisso” cioè che non scappava più, non si perdeva, ed ecco che col passare degli anni, le mani dei braccianti o dei muratori, cambiavano, diventavano più raffinate. Oggi, forse, questi posti sono a concorso (tranne che per pochi privilegiati), ma allora erano per “chiamata diretta”. Ricordate i posti dei bidelli di tanti anni fa? Ecco. La chiamata era nominativa, con un semplice certificato dell’allora ufficio di collocamento. 
E se poi, anche allora, si facevano i concorsi, capitava spesso che si trattava di concorsi pro-forma. Ed evidentemente, in cambio cosa c’era? La benevolenza – per un politico era il voto a vita. Del vincitore o dell’assegnatario del posto che veniva “invitato” a dare il voto, al politico che ti aveva favorito o al portaborse che aveva fatto da intermediario, che così, anche lui, diventava potente. Ed era finanche in grado di “pesare” sulle scelte dell’onorevole. 
Altrimenti? Altrimenti avrebbe cambiato “padrone”! Assai spesso, i beneficiari dei posti fissi di allora, sono diventati oggi la burocrazia comunale, provinciale o regionale, se non ministeriale. Quella burocrazia che tutti, più o meno, condanniamo, alla quale attribuiamo grosse responsabilità del mancato decollo della Calabria. O quasi. Quante persone assunte con quella qualifica che si  chiamava “C”, cioè l’ultima, si trovano oggi ad essere dirigenti di settore o generali, senza aver mai fatto un concorso?  E quelli o quelle che hanno fatto e superato il concorso. 
Spesso dipendono da persone che hanno l’esperienza di aver acquisito il posto fisso con la procedura della raccomandazione con l’onorevole Tizio piuttosto che con l’onorevole Sempronio. 
Oggi, se hai la ventura di chiedere e non sei pronto a chinare il capo perché hai autonomia e capacità di giudizio, sei destinato a far la fila, dietro una porta, spesso, di un mezzo analfabeta. Che, però, è “vitale” per il Capo, chiunque esso sia. E, nonostante la fila, aspetti e speri, come la bella abissina, di altri tempi. In questo caso l’ora non si avvicina. Non oggi, né mai.

 

*giornalista