Catanzaro, quando la democrazia è assente

di Franco Scrima* Lunedì, 04 Dicembre 2017 08:56 Pubblicato in Contributi

Che tristezza ritornare dopo tanti anni nell’aula rossa di Palazzo De Nobili (la sala nella quale si riunisce il consiglio comunale di Catanzaro) e trovarsi di fronte al nulla! La curiosità di conoscere i motivi che avevano indotto un assessore della Giunta Abramo a rassegnare le sue dimissioni è stata tradita da un silenzio tombale. Ciò nonostante la notizia che riguardava Giampaolo Mungo campeggiasse già sulle pagine di cronaca di tutti i quotidiani.   
L’assenza dell’interessato e “l’omertà” dello schieramento di maggioranza, sindaco compreso, hanno deluso ogni aspettativa. Quel silenzio era come voler significare che gli affari di famiglia non andavano sbandierati.  
Vani anche i tentativi dell’opposizione per sgretolare quel muro di gomma contro il quale sono rimpallate tutte le domande. Una sola risposta, quella del Presidente dell’Assemblea, breve e laconica: in questi giorni non ci sono pervenute dimissioni da parte di alcuno. E’ sembrata più una risposta di maniera che la sintesi della verità. Tanto è vero che trascorsi meno di ventiquattrore dallo scioglimento dei “ranghi”, dal Comune è stato diramato un comunicato per informare l’avvenuta nomina del nuovo responsabile dell’assessorato. 
I consiglieri di opposizione: Ciconte, Guerriero, Bosco, Fiorita avevano tentato di “lanciare la sfida” per ottenere una risposta. «Circola voce – aveva detto Enzo Ciconte -  che l’assessore Mungo si sia dimesso; se così è, va informato il Consiglio e vanno chiariti i motivi. Sarebbe impensabile non farlo». Ma l’invito, se non l’imbeccata, evidentemente non è stata sufficiente per penetrare oltre quella che è apparsa come una facciata di comodo. Dai banchi della Giunta fino a quelli della maggioranza l’invito non è stato accolto e probabilmente la richiesta è stata interpretata come un’indebita ingerenza tra “cose private”. 
Ogni cosa a tempo debito, non prima, però, che l’assessore ricevesse l’input per sciogliere la riserva e rendere pubblica la sua (?) decisione. Come se comunicare ai consiglieri l’uscita dalla giunta di un componente del governo locale e consentire un dibattito in aula sui motivi che l’avevano determinata, non fosse un diritto di ciascun eletto, compresa ovviamente l’opposizione. 
Approfondire i motivi che avevano indotto l’assessore a rimettere la delega, apprendere i particolari, le motivazione di una decisione così importante, non rientrasse nell’obbligo di dare una giusta informazione ai consiglieri che rappresentano, fino a prova del contrario, i cittadini? Chiarire la vicenda non sarebbe stato un atto di riguardo, di saggezza e di rispetto verso la delicata funzione del consiglio comunale che rappresenta la Città? 
Comunque è accaduto. E, dunque, che dire? Se non che in quell’aula, quel giorno, la grande assente è stata la cittadinanza mortificata perché non considerata. 
Mungo il giorno prima aveva fatto intendere qualcosa. Aveva fatto capire che qualcosa di grave fosse accaduta: non aveva negato infatti ciò che si sussurrava, ma neppure fatto cenno a sue possibili dimissioni; si era limitato a dire: “sono accadute delle aggressioni”. Senza specificare però se fossero state aggressioni verbali o fisiche e da chi le avrebbe ricevute e perché. Sono domande purtroppo rimaste senza risposte che rendono più nere le ombre che avvolgono la vicenda. Ciò, paradossalmente, rafforza l’idea che sia i consiglieri della maggioranza, sia gli assessori, fossero a conoscenza dei motivi che avevano determinato l’Assessore a dimettersi, ma si deve dedurre che la consegna del silenzio era stata assoluta e prevalente sulla vicenda medesima.  
È scivolata così l’intera mattinata dell’ultimo consiglio comunale. Per la cronaca la ciliegina sulla torta è arrivata con la discussione dell’unico punto all’ordine del giorno: l’assestamento di bilancio. Su di esso pesavano 17 emendamenti. La maggioranza li aveva accorpati in cinque macro gruppi; l’opposizione, in disaccordo riteneva procedere esaminando e votando ogni singolo emendamento. C’è voluto poco perché gli animi si riscaldassero oltre, ma sono volati, facendo anche ricorso al più stretto dialetto, qualche insulto e risate di scherno. Tradotto il significato era:  “noi abbiamo vinto, voi avete perso. Dunque si fa come diciamo noi”. Alla fine la variazione di bilancio è stata approvata solo dalla maggioranza; l’opposizione ha abbandonato l’aula ed ha improvvisato un incontro con i giornalisti ai quali è stato sottolineato che il sindaco ed i gruppi a lui vicini avevano «scritto una delle pagine più nere dell’Amministrazione». Una vicenda da dimenticare, ma che si promettevano di portare alla conoscenza del prefetto.
Quel giorno, in quell’aula, probabilmente in molti hanno dimenticato che democrazia significa anche misurarsi con l’altro, con chi ideologicamente la pensa diversamente!
Schermaglie politiche a parte, lasciando Palazzo Santa Chiara, si sono sentite sottolineature anche su come sia stato fatto cadere l’aplomb che un tempo in quell’aula caratterizzava i rapporti tra tutti gli schieramenti. Effettivamente, senza andare lontano nel tempo, sembrava proprio che fossero tramontati i tempi dei Morisciano, dei Pucci, dei Bisantis, dei Mulé, di Aldo Ferrara, di Marcello Furriolo, di Angelo Donato, di Francesco Granato, di Franco Fiorita, di Benito Gualtieri. Tutti sindaci di levatura superiore che mai avrebbero sopportato di assistere passivamente ad una bolgia simile a quella. 
Comunque l’episodio è servito a chiarire quantomeno il perché i consiglieri della maggioranza dimostrino di non gradire che si applichi una delibera approvata all’unanimità nel 2013 che prevede la trasmissione audio e video dei consigli comunali. Meglio non far vedere e non fare sentire.

*giornalista