La Calabria deve uscire dalla sudditanza politica

di Franco Scrima* Lunedì, 18 Dicembre 2017 10:36 Pubblicato in Contributi

La politica continua a rivolgersi al Sud mostrando il solito tozzo di pane. Lo hanno chiamato pomposamente “intervento per il rilancio dell’economia”. Di quale economia? A quella delle migliaia di poveri che giornalmente si sfamano nelle mense delle organizzazioni umanitarie, oppure a quella pletora di lavoratori che in busta paga si ritrovano la metà dello stipendio dei loro colleghi che risiedono nell’opulento Nord? Basta attendere per saperlo. Quel che è certo è che nonostante le promesse continua a serpeggiare tanto scetticismo e che le parole date vengono considerate come strumenti di propaganda elettorale. Purtroppo è la conseguenza dell’evanescenza delle tante promesse ricevute che non hanno mai appesantito le tasche dei calabresi.  Questa volta l’ha fatto il Capo del Governo tentando di invogliare gli imprenditori a fare impresa al Sud «grazie – ha detto - alle vantaggiose condizioni oggi esistenti». 
Gli ha fatto eco il ministro delle Politiche Agricole brandendo l’arma degli investimenti dentro cui primeggia l’offerta di un bando per la vendita di 25 terreni tra le cinque province calabresi: circa 608 ettari da assegnare al migliore offerente tra i giovani con meno di quaranta anni. Un provvedimento definito “un antipasto” di una operazione più ampia della quale, per il momento, non si sa altro.
E proprio qui da noi l’impressione è che si tratti dell’ennesima trovata elettorale per fare “cassa”, (leggasi voti). Lo scetticismo o l’incredulità sono ampiamente giustificate. Se Cristo non si fosse fermato a Eboli sicuramente non sarebbe stato consentito a Carlo Levi di scrivere quel meraviglioso romanzo che Calvino definì «testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo», ma probabilmente avremmo vissuto in un altro Sud. E, invece, quel Sud tanto sulla bocca dei governanti di turno, è la vittima sacrificale, lo specchio dei tanti errori da loro commessi. 
Qualche esempio? Nella primavera del 1953 il Governo dà mandato alla Cassa per il Mezzogiorno di finanziare il processo di industrializzazione del Mezzogiorno. Si sarebbe dovuto attuare un programma di espansione economica che avrebbe dovuto sanare gli equilibri strutturali dell’economia italiana intervenendo sulle zone meno sviluppate del Paese con nuovi posti di lavoro ed eliminando la disoccupazione.
Furono usate parole pompose. Ne ricordiamo una: “Industrializzeremo il Sud”. Effettivamente il Governo varò agevolazioni e sgravi fiscali per incentivare la nascita di piccole e medie industrie nel Meridione. Ma tranne qualche impresa a partecipazione statale (stabilimenti chimici, petrolchimici e siderurgici) la stragrande maggioranze delle imprese impiantò l’attività alle porte di Roma. E ancora una volta il Mezzogiorno rimase a bocca asciutta. Diverso sarebbe stata la storia se fosse stata previsto di differenziare le quote dell’incentivo: più soldi a chi sceglieva di operare nelle regioni del Sud e meno per chi optava per le aree vicino a Roma. Così la Campania, la Basilicata e ancora meno la Calabria e la Sicilia rimasero solo terre da sfruttare.
Fu una vicenda che, col passare del tempo, ha alimentato il sospetto che anche in quella apertura dei rubinetti pubblici scentemente il Mezzogiorno doveva rimanere in mano alla delinquenza organizzata di cui servirsi come un bancomat per reperire i voti elettorali. Della condizione di miseria delle migliaia di famiglie calabresi non è importato niente a nessuno così come non interessa oggi. 
Per i calabresi uscire dalla sudditanza imposta dal capitalismo del Nord e avallata da una certa classe politica, significava essere aiutati ad intercettare i mezzi reali della crescita. Ma bisognava progettare interventi seri per valorizzare le risorse di cui il Mezzogiorno dispone. 
Facciamo un salto in avanti di anni. Il turismo, oggi come allora, è un settore che continua ad avere le condizioni ideali (mare e monti) per una crescita strutturale. Significherebbe però valorizzare le identità locali avendo attenzione per l’ambiente e rendendo visibile la componente estetica del territorio in modo da incrementare quel valore aggiunto nel quadro della competitività che è alla base della promozione del benessere. 
Ormai anche per il turismo si va a grandi passi verso la qualità. L’Europa è la prima meta turistica mondiale con 534 milioni di visitatori, pari al 52% di quelli mondiali; produce un fatturato di 356 miliardi che la pone come terza maggiore attività socioeconomica dell’Unione Europea. Farne parte significa lavorare per produrre qualità. L’Unione ci chiede solo addestramento professionale, soddisfazione dei consumatori, pulizia e manutenzione dell’impianto, correttezza e affidabilità delle informazioni alla clientela.
Anche l’agricoltura rappresenta un settore di sviluppo importante e, pertanto, andrebbe curato con maggiore energia. La rete del lavoro agricolo di qualità, peraltro, contrasta il caporalato e, quindi, il lavoro nero nei campi tanto da essere considerato tra i settori di sviluppo del territorio a condizione però che le aziende aderiscano al sistema di “certificazione etica” cioè essere in regola con i versamenti dei contributi previdenziali e l’adesione delle imprese alla “Rete di lavoro agricolo di qualità” che prevede che i titolari non abbiano condanne penali, non aver riportato sanzioni amministrative e di essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali e assicurativi.
Il patrimonio culturale di cui dispone la Calabria, la sua storia, i siti archeologici, le sue opere d’arte, la sua cultura, la sua cucina, le sue tradizioni, renderebbero questa regione unica nel Paese. Valorizzarla significa avviare il processo per farla uscire dal novero dei territori più poveri dell’Unione, mortificata e avvilita dalla presenza mafiosa che impedisce di fatto ogni anelito di riscatto. 


*giornalista