PIETRANERA | Quindici anni di vessazioni, paura e omertà a Badolato - NOMI

Il dominio del clan Gallelli sui terreni di proprietà di due famiglie di imprenditori agricoli. Le minacce iniziate da meta degli anni 90. Le guardianie imposte per mantenere la “tranquillità”. I dettagli dell'operazione della Dda di Catanzaro - FOTO E VIDEO Giovedì, 07 Dicembre 2017 11:21 Pubblicato in Cronaca

CATANZARO Una storia di vessazioni, paura e omertà. Quindici anni trascorsi a lavorare nei propri terreni senza esserne, di fatto, i veri padroni. Perché a decidere tutto era il boss di Badolato Vincenzo Gallelli. La terra era sua, così come i macchinari e le decisioni su cosa coltivare e a chi farlo coltivare. Fino a quando l’operazione “Pietranera” della Dda non ha spezzato il gioco mafioso. Sono sette le ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite dalla Polizia di Catanzaro ed emesse dal gip distrettuale su richiesta della Dda, a carico di:

  1. Vincenzo Gallelli, cl. 43, intenso “Cenzo Macineju” 
  2. Andrea Santillo, cl. 60, inteso “Nuzzo”
  3. Antonio Santillo, cl. 89
  4. Antonio Gallelli, cl. 80
  5. Francesco Larocca, cl. 66
  6. Giacomo Nisticò, cl. 67
  7. Giuseppe Caporale, cl. 81

Gli indagati, tutti del comprensorio di Soverato, sono ritenuti colpevoli, a vario titolo, di più episodi di estorsione aggravata dalla metodologia mafiosa, nei confronti di due imprenditori agricoli le cui attività si trovano nel territorio del Comune di Badolato.

IL DOMINIO DI GALLELLI Le attività investigative, condotte dalla Squadra mobile di Catanzaro e coordinate dalla Procura distrettuale antimafia – in particolare dal procuratore aggiunto Vincenzo Luberto e del procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla, con la supervisione del procuratore capo Nicola Gratteri – hanno permesso di accertare che il capocosca, il 74enne Vincenzo Gallelli ha imposto, per oltre vent’anni, la “guardiania” sulle proprietà di una nota famiglia di Badolato, fissando le modalità di sfruttamento dei terreni e costringendo, di anno in anno, gli imprenditori a concederli a pascolo ed erbaggio a propri familiari, nipoti e pronipoti, impedendone così il libero sfruttamento commerciale da parte dei proprietari.

QUINDICI ANNI DI IMPOSIZIONI Le indagini, effettuate mediante l’attivazione di intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno fatto emergere, in particolare, come gli imprenditori agricoli, vittime delle pretese estorsive, dalla metà degli anni 90 al 2008 siano stati costretti ad accettare la presenza nelle loro aziende, con il ruolo “custode”, di Vincenzo Gallelli, che in virtù del suo peso criminale, garantiva loro la “tranquillità ambientale”, costringendoli a donargli in cambio numerosi terreni, nonché ad affidare la gestione e lo sfruttamento di altri fondi agricoli a sé o ai suoi familiari più prossimi, come il pronipote trentasettenne Antonio Gallelli con divieto, di fatto, di esercitare, sui terreni attività non concordate con il capo cosca.
In particolare, quando le vittime tentavano di avviare una produzione agricola intensiva, i loro raccolti erano completamente distrutti dagli animali posseduti dai membri della famiglia Gallelli lasciati abusivamente al pascolo sui terreni coltivati.
La pressante condizione di assoggettamento ed omertà imposta ai titolari dell’azienda agricola li costringeva inoltre a modificare e rivedere i termini e le condizioni contrattuali stabiliti con altri operatori agricoli, la cui presenza doveva rappresentare una sorta di argine alle pretese ed ai condizionamenti del boss. 

PAURA E OMERTÀ Quest’ultimo per realizzare il proprio piano criminale ha utilizzato il nipote Antonio Santillo (cl.89), i pronipoti Antonio Gallelli (cl.80) e Giuseppe Caporale (cl.81), paventando per il tramite di Franco Larocce (cl.66), del genero  Giacomo Nisticò (cl.67), il verificarsi di gravissimi atti di sangue qualora le direttive del capo cosca non fossero state seguite. Impaurite, le vittime hanno per anni omesso di denunciare le estorsioni e l’arbitraria e abusiva occupazione dei terreni nonché l’utilizzo dei mezzi agricoli che nel corso degli anni i Gallelli avevano attuato anche mediante minacce al fattore dell’impresa agricola.