Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Martedì, 21 Novembre 2017

REGGIO CALABRIA “Perseguitato”, “vittima dello Stato”, “oggetto di accanimento giudiziario”. Quando nel luglio scorso gli uomini della Squadra mobile di Reggo Calabria impegnati nell’esecuzione dell’operazione “’Ndrangheta stragista” si sono presentati a casa di Bruno Contrada con in mano un decreto di perquisizione e sequestro, l’ex numero due del Sisde non ha atteso neanche qualche ora per dar sfogo a pubbliche lamentazioni. «Sono frastornato, non riesco a capire cosa vogliano da me. A 86 anni, dopo 25 anni di processi e due sentenze – aveva commentato -  avrei diritto a vivere in pace e a fare il nonno». Adesso che il processo scaturito da quell’inchiesta è iniziato, iniziano a venir fuori i fili che legano Contrada a torbide e per certi versi ancora oscure trame.

IL FILO ROSSO Il primo si nasconde dietro la divisa di un carabiniere, che affiora dietro le bombe del luglio 2010 di fronte alla procura generale di Reggio Calabria, fa capolino dietro quelle piazzate all’ospedale di Locri nel 2006, tocca forse ruolo e “compiti” svolti da Nino Lo Giudice prima della collaborazione, ma si  incastra anche in un mosaico che arriva fino alla rete di contatti e relazioni cresciuta attorno alla latitanza dell’ex parlamentare Amedeo Matacena. Il carabiniere in questione ha un nome e un cognome. Si chiama Fausto Del Vecchio. Non ha sempre lavorato in divisa, ma per lungo tempo è stato ufficiale del Sisde, proprio negli anni in cui tra gli elementi di vertice c’era Bruno Contrada. Ed a lui – dicono le carte – era considerato «assai vicino».

ESPOSTO ANONIMO A vincolare Del Vecchio a vicende calabresi è in primo luogo un esposto anonimo. Arriva all’indirizzo del procuratore generale Salvatore Di Landro nell’ottobre del 2011 e riguarda le bombe che hanno devastato il portone della procura generale e quello della casa privata del magistrato circa un anno prima. Il misterioso, ma a quanto pare ben informato, mittente della missiva invita ad indagare sul «vile scarto del Sisde Fausto Del Vecchio risciacquato dalla merda nei Carabinieri ove ora da questi pure pagato in pensione».

LA RETE DELL’ARMA L’esposto è sgrammaticato, ma contiene informazioni precise. «Il Del Vecchio a (sic) preso l'esplosivo da cava di Fiumicino [c'è pure la denuncia di furto lì a Fiumicino] e di persona lo a (sic) portato a Reggio e dato ai compari per il lavoro. Tutto sotto la copertura dei superiori Carabinieri come CoL Casarsa etc». Viene dunque chiamato in causa non solo Del Vecchio, ma anche un suo superiore dell’epoca, il colonnello Casarsa, e – emerge dalle carte depositate agli atti del processo - un altro ufficiale, Favente. E si compone un quadro che appare quanto meno plausibile perché i personaggi tirati in ballo già in passato hanno avuto a che fare con la Calabria e i calabresi.

LE BOMBE A LOCRI E SIDERNO Da 007, Del Vecchio ha lavorato per molto tempo in Calabria. Nella provincia reggina, era lui l’incaricato della gestione della “fonte confidenziale”, Francesco Chiefari, l'assistente della Polizia di Stato arrestato per aver messo dell'esplosivo davanti all'ospedale di Siderno nel dicembre del 2006 e aver collocato un altro ordigno inesploso all’interno del nosocomio di Locri. Una storia che si intreccia con quella dell’omicidio Fortugno. Il direttore sanitario della struttura sanitaria sidernese all’epoca delle bombe era infatti Domenico Fortugno, fratello del politico ucciso, e secondo gli investigatori vero obiettivo dell’attentato. Condannato in primo grado e in secondo, poi nuovamente processato in appello per decisione della Cassazione, Chiefari non ha mai spiegato se qualcuno gli abbia detto di collocare quegli ordigni e per quale motivo. Tanto meno se il suo responsabile del Sisde fosse informato di tale iniziativa.

(DIS)AVVENTURE SOMALE Quelle bombe sono rimaste in parte un mistero, come misterioso è stato il ruolo di Del Vecchio nel cosiddetto Somaliagate, una storiaccia di truffe internazionali sullo sfondo della missione italiana in Somalia. In manette con l’accusa di aver estorto denaro ad una serie di imprenditori interessati a fare affare all’ombra della missione internazionale, è finito non solo Del Vecchio, ma anche un altro misterioso personaggio. Si chiama Massimo Pizza, ma ai magistrati che lo hanno interrogato si è presentato come agente dei servizi. E a loro ha raccontato che dietro quella truffa internazionale ci sarebbe stata «una strettissima loggia massonica coperta, che ha rapporti con la criminalità calabrese e potenti coperture istituzionali», perché frequentata da politici e uomini di potere che avrebbero finanziato le proprie attività con i soldi in nero ricavati dallo sfruttamento delle risorse naturali (acqua e petrolio) e dal ciclo dei rifiuti. Una versione apparentemente incredibile. Ma quello di Pizza non sembra il curriculum di un millantatore, quanto meno all’epoca dell’avventura somala. Il suo nome compare infatti fra le carte ufficiali come ispettore italiano nell'ambito di una missione ufficiale dell'Onu mirata a individuare i legami di Al Qaeda.

L’AGENTE POLIFEMO A Woodcock, Pizza si presenta come agente Polifemo, operativo del famigerato Ufficio K (killer), una delle divisioni impegnate nelle operazioni Stay behind e nella costruzione della rete di Gladio. Ambienti –  ha svelato Walter Bazzanella, ex ufficiale dell'aeronautica ed ex agente del Sismi – da cui sono partite o sono state organizzate le telefonate di rivendicazione della Falange armata, sigla usata negli anni Novanta per rivendicare omicidi e attentati, inclusi quelli che nel ’94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo. Ma questo non è l’unico filo che leghi Pizza alla Calabria, o alle trame che anche in Calabria sono state tessute. Negli anni Novanta e non solo.

LO STATO DEI CLAN Interrogato da Roberto Scarpinato, quando da procuratore aggiunto di Palermo coordinava l’inchiesta “Sistemi criminali”, l’agente Polifemo ha spiegato come dietro il boom delle leghe regionali negli anni Novanta, ci fossero mafie, massoneria e servizi, che con il valido contributo della galassia nera di Stefano Delle Chiaie. Una “squadra” – avevano già svelato diversi collaboratori di mafia, di ‘ndrangheta e altri ambienti – all’epoca impegnata in un'azione di "destabilizzazione" finalizzata a creare le condizioni per la divisione dell'Italia in più Stati. Una tappa intermedia – ipotizzava all’epoca “Sistemi criminali” e dice oggi l’inchiesta “‘Ndrangheta stragista” – di quella strategia eversiva iniziata con gli attentati continentali, mirata ad imporre una «finta-nuova classe politica etero-diretta, che aveva la precipua mission di garantire `Ndrangheta, Cosa Nostra e le altre mafie».

PIANO EVERSIVO La caduta del muro di Berlino da una parte e il crollo dei partiti che, dal dopoguerra in poi, avevano fatto da pilastri al sistema della cosiddetta “democrazia bloccata” – spiega oggi l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo - aveva messo in pericolo il potere nei decenni accumulato dalle mafie ed altre forze occulte «sia paramassoniche piduiste che della destra eversiva». Anche settori dell’intelligence – ha scritto di recente anche il Tdl di Reggio Calabria - «sentivano di avere perso la loro mission e con essa gli enormi spazi di manovra – talora illegali, come emerso da numerosi procedimenti penali – che la stessa gli garantiva. Così come per Cosa Nostra il procedere del maxi processo verso le condanne definitive era stato il preoccupante annuncio dell'inizio di un declino inarrestabile, così, per alcuni settori di tali apparati, lo smantellamento di Gladio (autunno 1990) era stato, per alcuni esponenti degli apparati di sicurezza e i loro sodali – ma sarebbe meglio parlare dei manovratori di costoro (vedremo come si giungerà ad individuare in non identificati appartenenti della 7ma Divisione del Sismi e nel residuo, ma pervicace, piduismo gelliano il nucleo di tali forze), il segnale di un intollerabile ridimensionamento del proprio potere». (1–Continua)

Alessia Candito
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  • Occhiello Un filo rosso lega le bombe a Locri e Siderno, gli attentati a Di Landro e il piano eversivo che teneva insieme ‘ndrangheta, massoneria deviata e Cosa nostra. Parte da Reggio Calabria e porta fino ai salotti romani
Martedì, 21 Novembre 2017 21:18

E adesso incatenatevi tutti

I fatti sono ostinati, ammoniva Churchill. E i numeri sono numeri non lettere… molto più prosaicamente ricorda il mio amico Berry quando si tratta di spiegare, a clienti e fornitori, il “prezziario”.
Fatti e numeri presentati ieri dalla delegazione calabrese al  “Tavolo Adduce-Urbani” sono eloquenti: in meno di sei mesi tutto il lavoro fatto per rimettere in riga i conti della sanità è andato a farsi benedire. La spesa torna a essere fuori controllo, i Lea restano distanti anni luce da quelli delle altre regioni e gli stessi advisor calabresi, presentatisi oggi con aria smarrita e panico stampato in volto, ammettono che già a oggi è stimabile un disavanzo per il 2017 da inserire in una forbice che va dai 105 ai 153 milioni di euro. Andrea Urbani si lascia sfuggire un «ma come avete fatto». Nessuno gli risponde. Occhi bassi per la compagine calabrese. Non c’è solo il commissario Massimo Scura; con lui anche il capo del dipartimento Salute Bruno Zito e i dirigenti regionali Pagliaro e Ferrari. 
Nessuno spiega le ragioni del disastro contabile, nel contempo però tutti sanno di spese non autorizzate, di costi lievitati, di assunzioni in libertà fino alla ciliegina ultima con i direttori generali che, autorizzati dalla Regione Calabria, staccano un assegno “a me medesimo” col quale aggiungono altri trentamila euro ai già alti compensi riconosciuti loro e disancorati da qualsivoglia obiettivo manageriale.
Le conseguenze di questi numeri si annunciano devastanti per i calabresi. La legge prevede automatismi categorici: quando il disavanzo supera l’imponibile fiscale (che in Calabria è fissato a 93 milioni di euro) scatta immediatamente il blocco del turnover (quindi niente assunzioni ma solo pensionamenti) e l’aumento dei ticket. Prima di confessare l’inconfessabile i manovratori calabresi hanno atteso fine novembre, adesso ogni spazio di recupero risulta compromesso. Sulla carta ci sono poche settimane per arginare il disastro, il tavolo romano torna a riunirsi a fine febbraio, ma francamente nessuno ha idea di come reperire le risorse che mancano, il che rende ineluttabile il precipitare sulla testa dei calabresi di nuove drammatiche condizioni economiche e assistenziali.
Certamente la responsabilità principale ricade in capo al commissario unico Massimo Scura: i contestati provvedimenti adottati dopo l’abbandono della scena calabrese da parte di Andrea Urbani, chiamato a direttore generale presso il ministero della Salute, hanno rimesso in mezzo ai marosi la spesa sanitaria. Anche il dipartimento Salute e la Presidenza (in Calabria non c’è un assessore alla sanità, delega trattenuta dal presidente) concorrono tuttavia nelle responsabilità, non fosse altro che per il fatto di avere nominato i direttori generali che poi, nei fatti, hanno determinato lo sforamento dei rispettivi bilanci con in aggiunta il “regalino” di un aumento delle proprie indennità. 
Così tra lotte intestine, strutture sanitarie che chiudono e nuovi ospedali che non riescono neppure ad arrivare alla cantierizzazione, polemiche e denunce, rapporti pubblico/privato in regime di comparaggio e livelli di assistenza assolutamente inconciliabili con la spesa erogata, la Calabria soccombe ancora. 
E adesso… incatenatevi tutti. 

 

Paolo Pollichieni
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LAMEZIA TERME Rabbia e senso di impotenza. Invitato in Prefettura non per un contraddittorio o per essere ascoltato ma per "cortesia istituzionale”, visto lo sciopero della fame, e per avere conferma della conclusione delle indagini della Commissione d’acceso. Si chiude con lacrime di rabbia la conferenza stampa convocata dal sindaco di Lamezia Terme Paolo Mascaro nel suo ufficio di Palazzo Maddame. Il primo cittadino parla di «ingiustizia colossale». Dà ormai per assodato lo scioglimento del Comune e continua a chiedersi: «Chi mi sa dare una risposta sul perché dobbiamo andare a casa?Quale pericolo sono io per la mia comunità?», si domanda puntualizzando come dalle carte dell'inchiesta “Crisalide” non sia emerso un solo elemento che testimoniasse che lui o le sue liste in campagna elettorale siano state sostenute dalla criminalità. 

CRISALIDE Quell’inchiesta della Dda di Catanzaro condotta a maggio del 2017 contro la cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri toccò anche tre componenti del consiglio comunale, due dell’opposizione e una della maggioranza: Pasqualino Ruberto e Giuseppe Paladino, dell’opposizione, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa per il presunto appoggio elettorale avuto dalla cosca, e Maria Lucia Raso, del gruppo di maggioranza Lamezia Unita, fidanzata con uno degli arrestati, Alessandro Gualtieri. Ma, sottolinea Mascaro, quella stessa inchiesta che ha portato la Commissione d’accesso nel suo Comune, avrebbe dovuto mettere in luce la bontà del suo operato, il fatto emerso dalle intercettazioni ambientali che nessuna lista di coalizione ha avuto l’appoggio della cosca.

RICORSO AL TAR Il sindaco parla già di fare ricorso al Tar, parla del fatto che «certamente vincerò il ricorso». Parla di «sconfitta dello Stato in questa vicenda» e di non avere ricevuto una sola parola a confutazione di 70 pagine di memoria difensiva che ha inviato agli organi competenti. Parla in terza persona, il sindaco, dice che «Mascaro da lunedì mattina tornerà a fare l’avvocato ma la comunità verrà massacrata» da quello che si profila essere il terzo commissariamento per mafia. Lo sciopero della fame non ha intenzione di interromperlo. Sono 48 ore che non mangia e beve solo pochi liquidi, come forma di protesta per non essere stato audito, ma «la rabbia e il senso di impotenza» sono tali da avergli tolto comunque l’appetito. 

SINDACO ANTIMAFIA Non nasconde, il primo cittadino, l’amarezza rispetto alle dichiarazioni della presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi, che lunedì a Cosenza, «senza rispettare l’obbligo alla riservatezza» ha parlato della possibilità di scioglimento per i comuni di Lamezia e di Cassano. E sottolinea, Mascaro, come a Cassano la commissione d’accesso abbia lavorato per tre mesi in più rispetto a Lamezia Terme e vi sia stata l’audizione del sindaco e dei dirigenti del Comune. «Ho una sola certezza – dice Mascaro – che questo consiglio comunale non verrà sciolto per gli atti che ha fatto o per infiltrazioni mafiose. Allora bisogna chiedersi perché». E, a proposito di antimafia, toccandosi il petto dice: «Io sono un sindaco antimafia, vero». Ricorda i bandi per le assegnazioni dei beni sottratti alla criminalità, le tempistiche veloci, la partecipazione di numerose associazioni. Sottolinea il suo lavoro per rimettere in riga «un Comune dissestato». Non accetta, il sindaco, di essere mandato a casa col marchio della mafia. Perché per «loro» è facile lavorare e giudicare stando «seduti in stanze dorate». L’amaro in bocca lo lascia la «sensazione dell’inesistenza dello Stato», di una «ingiustizia colossale», di un «territorio massacrato». Poi le lacrime. La porta dell’ufficio si chiude. Intorno al sindaco solo i suoi fedelissimi.

Alessia Truzzolillo
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  • Occhiello Il sindaco diviso tra rassegnazione («lunedì tornerò a fare l’avvocato») e rivalsa («vincerò il ricorso al Tar») “annuncia” il terzo scioglimento del consiglio comunale di Lamezia Terme per mafia
  • Articoli Correlati

    - «Mi mandano a casa per un gioco di potere» - VIDEO

CATANZARO «Il Tavolo di monitoraggio sui Piani di rientro dal debito sanitario, tenutosi oggi al ministero dell'Economia e delle Finanze, conferma tutte le nostre preoccupazioni, manifestate in questi mesi e certifica il fallimento delle gestioni commissariali». Lo afferma, in una nota, il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio. «Stante il quadro emerso oggi - aggiunge - la Calabria rischia l'applicazione delle fiscalità aggiuntive e un nuovo blocco delle assunzioni, per un debito fuori controllo riguardante l'anno in corso. È insopportabile, dopo sette anni di commissariamento, ritornare a un baratro finanziario e con il rischio di nuovi tagli ai servizi sanitari». «È necessario - conclude il presidente Oliverio - spezzare immediatamente questa spirale, gravemente negativa, che costringe i calabresi a servizi sanitari assolutamente inadeguati e, contemporaneamente, a pagare i tributi più esosi del Paese». 

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  • Occhiello Il governatore: «Il Tavolo di monitoraggio boccia il commissariamento. Dopo sette anni il debito è ancora fuori controllo»

LAMEZIA TERME «Mi manderanno a casa perché così hanno deciso, andrò via per un gioco di potere, ma a questa città io ho ridato la speranza, la mia coscienza è pulita». Il sindaco di Lamezia Paolo Mascaro pensava che, «dopo averlo chiesto per tre volte», fosse stato convocato in Prefettura per poter spiegare la sua versione dei fatti in merito all'accesso antimafia al suo Comune. Invece si trova a commentare quella che definisce «una brutta giornata per chi crede nel senso etico dello Stato». «Ho preso atto con grande sconcerto – afferma di fronte ai cronisti – che si è solo chiesto al sindaco se avesse qualcosa da dichiarare. In questo palazzo – dice appena uscito dalla Prefettura di Catanzaro – è stata scritta una pagina buia per lo Stato di diritto, sembra di vivere nella Bolivia (probabilmente Mascaro si riferiva al Cile, ndr) del 1973». Il sindaco mostra ai cronisti un foglio con la carta intestata della Prefettura: «Solo oggi da questo verbale – spiega – apprendo che è finita da un mese l'attività della commissione d'accesso. Ma oggi non ha perso Mascaro, ha perso il concetto etico dello Stato. Si sa già che il mio territorio nei prossimi giorni verrà massacrato. C'è stato il rifiuto di confrontarsi con il sindaco, quindi sicuramente alla base dello scioglimento ci sono altre motivazioni. Lamezia subisce un abuso pesantissimo che non meritava alla luce degli atti prodotti dalla mia amministrazione».
La successiva conferenza stampa convocata a Lamezia si conclude con lacrime di rabbia. Il primo cittadino parla di «ingiustizia colossale» e continua a chiedersi: «Chi mi sa dare una risposta sul perché dobbiamo andare a casa? Quale pericolo io sono per la mia comunità?». Le dichiarazioni della presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi, poi, per il sindaco di Lamezia sono «una barbarie» perché hanno anticipato «a procedimento ancora in corso» quello che sarà l'esito della procedura di accesso antimafia. E ciò a suo parere avverrà nonostante sia «la prima volta che lo Stato aveva la certezza, come si evince da alcune intercettazioni dell'inchiesta “Crisalide”, che il sindaco non aveva preso i voti delle cosche. Quindi Lamezia non viene sciolto per gli atti prodotti dal Comune - aggiunge - ma per altri motivi che un giorno la Storia ci chiarirà». Mascaro è insomma «profondamente deluso da chi governa le istituzioni dello Stato». E annuncia che il suo sciopero della fame proseguirà «a tutela della democrazia in Italia».

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  • Occhiello Il sindaco di Lamezia Paolo Mascaro, dopo la convocazione in Prefettura si dice ormai certo dell'imminente scioglimento del consiglio comunale. «Una pagina buia per lo Stato di diritto». E le dichiarazioni di Rosy Bindi sono «una barbarie»
Martedì, 21 Novembre 2017 18:37

La Locride con le "pive nel sacco"

C’era una volta l’ospedale di Locri in provincia di Reggio Calabria. Una struttura, quando è stata costruita negli anni 70, classificata all’avanguardia nel sistema sanitario italiano. Era importante per tutta l’area della Locride e oltre. Col passare del tempo però, come avviene di solito, è diventato una gallina dalle uova d’oro per coloro che navigano e sguazzano nel mondo corrotto dell’assistenzialismo e del clientelismo. Dopo le regolari assunzioni che servono per farlo funzionare, a lungo andare, per la nostra tendenza a far degenerare tutto, i reclutamenti diventano selvaggi, nel senso che non si rispettano più i criteri della qualità per fornire risposte e soluzioni alle problematiche sanitarie dei cittadini. I metodi di arruolamento diventano quelli di sempre, quelli ‘soliti’ che rispondono alle logiche del familismo e del ‘comparaggio’. Insomma un opificio con ingaggi aperti. Con questo andazzo, infatti, e per colpa di politiche di scarso spessore, scellerate, miopi e bilanci deficitari, la struttura da serie A, declassa e scende in B e poi ancora in C, a discapito della qualità dell’assistenza, dei servizi e dell’igiene, fino ad arrivare agli anni 2000. Per fingere di evitare il default bisogna correre ai ripari e si ricorre ad un commissario esterno col compito di salvare il salvabile, aggiustare i bilanci dell’azienda e rianimare il “moribondo”. Ma pare che non ci sia un piano adeguato e neanche la volontà necessaria, e per effetto del solito scaricabarile tra politici e dirigenti aziendali, sport nel quale eccelliamo, non si riesce ad approdare alla benché minima soluzione. Allora, i sindaci dei comuni della Locride, bontà loro, scendono in campo: manifestazioni, proteste, tavole rotonde e quant’altro. Niente, nulla si muove. La politica, dalle nostre parti è molto obbediente e remissiva e ai piani alti della Cittadella apprezzano e ringraziano.  Alla fine, si decide che è l’ora di alzare il tiro e si va a “protestare” direttamente a Roma, senza fare scalo a Catanzaro. Ci vanno, gli amministratori nella capitale, non tutti ad onor del vero, e l’iniziativa è alquanto lodevole e meritoria, hanno perfino minacciato di restituire la fascia tricolore, (beh, adesso non scherziamo!), ma hanno portato con loro solo la carota…hanno dimenticato il bastone, ma soprattutto hanno dimenticato a casa gli attori principali, i cittadini, e così sono tornati con le “pive nel sacco”. Ormai siamo precari anche nella lotta per i diritti. All’indomani, però, arriva a Locri con tutte le sue truppe, il presidente della Calabria. Tranquilli, l’ospedale non c’entra, egli è lì solo per lisciare i forestali di Calabria Verde, essi sì che sono un bel “bacino”. Adesso, dopo la fatica, si è tornati in stand by, l’ospedale, il ponte sull’Allaro, le scuole, la mancanza di lavoro. Il proseguo delle cose quaggiù è tutto un programma…

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  • Occhiello di Pasquale Aiello
Martedì, 21 Novembre 2017 18:12

«Ora Oliverio metta da parte Pignanelli»

CATANZARO «Gli sviluppi dell'inchiesta della Procura di Castrovillari sulla vicenda dei tagli boschivi dovrebbe indurre il governatore della Calabria, Mario Oliverio, a mettere da parte l'attuale capo di gabinetto della Presidenza della Regione Calabria, Gaetano Pignanelli». Lo affermano, in una nota, i deputati M5s Dalila Nesci e Paolo Parentela, che aggiungono: «È un problema di credibilità politica. Il governatore non può dire di voler rinnovare la burocrazia regionale, senza poi intervenire in concreto. In questo momento storico per lui Pignanelli, che l'ha accompagnato per anni come dirigente della Provincia di Cosenza, costituisce un grosso problema, anche se Oliverio continua a ignorarlo». «Dai fatti ricostruiti dalla Procura – proseguono i parlamentari 5stelle – emergerebbe un sistema tipico, nella Regione Calabria, già visto sotto la precedente giunta di centrodestra. Oliverio è dunque a un bivio: o dimostra di voler restituire credibilità alla burocrazia regionale, oppure fa soltanto chiacchiere da bar. Perciò è bene che tolga a Pignanelli l'incarico apicale e decisivo di capo del suo gabinetto». «Ci auguriamo – concludono Nesci e Parentela – che Oliverio comprenda le evidenti ragioni di opportunità politica per una simile scelta, che darebbe un segnale netto anche fuori della Calabria, in cui troppo spesso si sono visti clientelismo sfacciato e favori ai compari».

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  • Occhiello L'invito di Parentela e Nesci al governatore: «È a un bivio dopo l'inchiesta sulla vicenda dei tagli boschivi: o rinnova davvero la burocrazia o le sue sono soltanto chiacchiere da bar»

REGGIO CALABRIA «Non hanno ancora visto un centesimo i 5.583 lavoratori in mobilità che da circa cinque mesi, in tutta la Calabria, prestano la loro opera in favore di 335 enti pubblici. Una situazione denunciata a gran voce da sindaci e, da ultimo, anche dalla giunta provinciale di Cosenza (nel cui territorio in 157 Comuni sono impiegati ben 2.341 tirocinanti) e che tuttavia continua a trovare sordo e silente il destinatario delle tante, unanimi richieste di intervento: il presidente della regione Mario Oliverio». Lo afferma il consigliere regionale della Casa delle Libertà Gianluca Gallo. «Un mese fa - prosegue - Oliverio aveva fatto sapere di aver sposato la causa dei lavoratori e dei Comuni calabresi e d'aver fatto visita perciò al ministro del Lavoro e suo compagno di partito Giuliano Poletti, invitandolo a spendersi in particolare con l'Inps perché trovasse quanto prima termine il blocco delle indennità spettanti ai lavoratori calabresi. Ad oggi però, passato un altro mese, nulla si è ancora mosso. Ma dal governatore nessuna reazione di fronte a quest'altro sgarbo che il governo, insieme all'Inps, sta consumando ai danni dei calabresi. Sarebbe forse il caso che le catene tanto evocate negli ultimi giorni fossero usate per protestare contro Poletti e l'istituto di previdenza. La situazione è drammatica: a ciascun lavoratore dovrebbe essere riconosciuta un'indennità mensile di 800 euro, per quasi tutti l'unica fonte di reddito. Sono migliaia le famiglie in seria difficoltà, in una terra in cui usurai e criminali sono sempre pronti ad approfittare delle debolezze altrui. Fingere che tutto questo non esista, o possa essere relegato in secondo piano, vuol dire non solo rimanere insensibili alle istanze provenienti da sindacati e amministratori di enti locali, ma contribuire ad accrescere lo stato di disperazione in cui versa un'ampia fascia di popolazione, spesso la più debole». «Chiediamo - conclude Gallo - che Oliverio faccia sentire la voce del governo regionale, impegnando stavolta concretamente governo nazionale ed Inps a dare quella che è una risposta peraltro dovuta. Saremo al suo fianco in questa battaglia, pronti ad incatenarci anche noi per ottenere ciò che in tanti già chiedono: una proroga del periodo formativo per altri 6 mesi. Una misura necessaria non solo per dare una boccata d'ossigeno a tanti nuclei familiari, ma anche e soprattutto per non disperdere le professionalità acquisite, preziose per comuni in questi anni ingessati dal blocco delle assunzioni».

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  • Occhiello Gianluca Gallo rilancia la denuncia sugli oltre 5mila che prestano servizio negli enti pubblici calabresi e che da mesi non percepiscono indennità: «Dal governatore nessuna reazione allo sgarbo del governo e dell'Inps»
Martedì, 21 Novembre 2017 17:35

Quagliarello a Reggio il 24 novembre

Il senatore Gaetano Quagliarello, presidente nazionale del movimento “IDeA” sarà a Reggio Calabria il 24 novembre alle 16:30 all'Hotel Excelsior all'interno del dibattito “Un nuovo governo per l'Italia, per la Calabria”.  

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  • Occhiello Il senatore e presidente del movimento IdeA interverrà al dibattito “Un nuovo governo per l'Italia, per la Calabria”

Il Cda del Mythos Opera Festival, riunitosi giovedì scorso, ha deliberato all'unanimità la nomina del maestro Filippo Arlia quale direttore musicale stabile del festival per l'anno 2018 e per le opere che si terranno al Teatro Greco di Taormina nel 2018.
Il maestro Arlia, giovane direttore d'orchestra già affermato in tutto il mondo per le sue pregevoli doti di direzione, è anche stimato docente di pianoforte principale e di direzione d'orchestra presso l'Istituto Superiore di studi musicali "P. I. Tchaikovsky" di Nocera Terinese, dove dal 2017 è al suo secondo mandato di Direttore. Tutto il comitato del Mythos Opera Festival, composto da esponenti del mondo musicale e universitario italiano, ha espresso soddisfazione per la nomina.
«Sono estremamente felice – ha dichiarato Filippo Arlia - di poter ricoprire questo ruolo in un teatro che ha fatto la storia dell'opera lirica e ringrazio il Consiglio di amministrazione del festival per avermi affidato la direzione musicale. Quelli nei quali si allestiscono gli spettacoli del Mythos sono luoghi dalla storia millenaria, il loro immutato fascino, il passato glorioso che vi si respira, la straordinaria suggestione che offrono agli artisti ed agli spettatori si fondono mirabilmente con la musica classica, l’opera lirica e sinfonica». «Ne abbiamo avuto – ha aggiunto Arlia – un’evidente testimonianza lo scorso 31 agosto quando con l’Orchestra filarmonica della Calabria, che ho l’onore di dirigere, abbiamo realizzato al Teatro Greco di Taormina l'Aida di Giuseppe Verdi con la splendida voce di Giovanna Casolla nel ruolo di Amneris. Una serata che ci ha restituito emozioni personali e soddisfazioni professionali intensissime. Sono certo che questa nostra collaborazione con il Mythos – tenendo conto delle straordinarie professionalità che lo animano - potrà dare in futuro grandi soddisfazioni a tutto il mondo della lirica». «Da ultimo – ha concluso Arlia – vorrei sottolineare come ritengo questa nomina, lusinghiera sotto il profilo personale e professionale, anche un riconoscimento all’impegno ed al lavoro svolto con ed all’interno l'istituto superiore di Studi Musicali "P. I. Tchaikovsky" di Nocera Terinese. Da anni, infatti, siamo impegnati nella promozione e valorizzazione della musica classica in una regione, la Calabria, nella quale è crescente l’interesse verso questi percorsi di studio. Se il Teatro Greco di Taormina ha una storia ed una bellezza impareggiabile non c’è dubbio che anche la nostra regione abbia significative potenzialità, l’auspicio è che si possano allestire manifestazioni artistiche di livello nazionale valorizzando luoghi di strepitoso fascino e bellezza. Ultimamente abbiamo notato una più marcata considerazione da parte delle Istituzioni, speriamo che presto a questa rinnovata attenzione corrisponda una più ampia progettualità per la valorizzazione della musica classica e delle istituzioni musicali».  

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  • Occhiello Sarà direttore musicale per il 2018 e per gli eventi che si terranno al Teatro greco di Taormina. «Felice per questo riconoscimento, sono luoghi con una storia millenaria»
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