Il baciamano fa scalpore, gli inchini (silenziosi) ai boss no

di Alessia Candito Lunedì, 05 Giugno 2017 11:17

Accade una cosa curiosa a Reggio Calabria e provincia. Anni di inchieste che raccontano politici in processione dai boss per elemosinare o comprare voti, fiumane di gente ordinatamene in fila dal compare di turno per mendicare un lavoro, santi che si inchinano e professionisti che si prostrano vengono dimenticati. In un attimo tutto sparisce per lasciar spazio all’ipocrita stupore di fronte all’ennesima nauseante manifestazione di sudditanza nei confronti di un boss.

Uno che ha trafficato droga che semina morte, forse ha ucciso, di certo ha fatto parte di un’organizzazione che è un’infezione per le terre in cui radica, sgattaiolato su per il camino come un topo per sfuggire all’arresto e osannato come un re quando è uscito di casa. È successo in modo plateale a San Luca, in modo più sottile qualche settimana prima a Cittanova, ancor prima a Benestare e in altri paesoni e paesini, che per anni hanno coperto la latitanza di boss e gregari e dopo l’arresto si sono schierati a salutarli e osannarli. Ma succede quotidianamente di fronte a piccoli e grandi boss ancora a piede libero. E l’indignazione, passa in cavalleria.

Non ha forse la stessa nauseante valenza di un baciamano, la deferenza che gestori di locali e bar riservano a giovani aspiranti boss cui - in silenzio - si permette di mettere a ferro e fuoco la città? E non è ugualmente ignobile il muro di omertà che li copre quando si permettono di massacrare di calci e pugni un ragazzo poco più grande di loro, davanti a uno dei locali più affollati della città, per giunta di sabato sera? E le ragazzine che ronzano attorno al “branco”, inorgoglite da un invito al tavolo riservato in un locale o un commento sui social? Non sono allo stesso modo una dimostrazione plastica della sconfitta di questa terra?

E poi che dire delle ormai canoniche dichiarazioni di «assoluta estraneità» che puntuali arrivano dai colleghi di partito del politico di turno pizzicato a brigare con questo o quel boss e che poi puntualmente finisce a processo? E i «sì, ma anche» quando cade un noto professionista? Quelli non indignano? Non sono ugualmente nauseanti le catene di Sant’Antonio di amici degli amici degli amici che si mettono in moto per arrivare al compare giusto in modo da mettere le mani sul determinato appalto, sulla remunerativa consulenza, sull’incarico, o sul “posto”? Non indigna che in tutto il reggino non ci sia stata una società mista che non sia stata lottizzata dai clan?

L’indecente manifestazione di sudditanza, che quotidianamente si registra in queste terre, non giustifica, né minimizza lo sconfortante baciamano di San Luca. Ma forse è arrivata l’ora che l’indignazione a caldo lasci spazio alla ribellione, quotidiana, costruita, programmatica contro chi quotidianamente affama e schiaccia questa terra, relegandola ad un Medioevo senza fine.

Dove vanno cercati i responsabili di piccole e grandi infrastrutture mai finite o che crollano come castelli di carta, se non fra i clan? E delle aziende di cartone che hanno drenato tutti i finanziamenti pubblici, probabilmente versati per miliardi solo per mantenere lo status quo ed eventuali pacchetti di voti? E  chi porta il peso degli appalti per opere insensate? A chi dar la colpa poi per intere generazioni di giovani costretti ad emigrare o incastrati qui con la voglia di andar via? E per terre e mari probabilmente intossicati da rifiuti sversati in ogni dove? E per interi chilometri di costa cementificati?

Allora forse è ora che davvero, come ha chiesto il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, «i calabresi dicano da che parte stanno» senza attendere il ditino che indichi la via. La cronaca è sufficientemente brutale da non lasciare spazio a dubbi e crudelmente chiara da indurre i calabresi a non attendere nuovi messia, tanto meno folgorazioni su improbabili vie di Damasco che illuminino l’autoproclamata classe dirigente. È dall’inizio del Novecento, se non prima, che “reggini e calabresi bene”, glorificati in piazze e strade, svendono questa terra per garantire il proprio personale patrimonio economico, politico o banalmente di potere. In oltre un secolo di storia l’andazzo non è mai cambiato.

Allora forse è arrivato il momento che Reggio, mamma della ‘ndrangheta, e tutta la regione, che ne è parente stretta, svestano i panni del reame dei transeunti. È ora che chi le abita, le vive, le subisce abbia il coraggio di riprenderne in mano il destino. Anche solo per non dar ragione a Nicola Giunta e cambiare il volto du «paisi i m'incrisciu e mi 'ndi futtu ed ogni cosa esti fissaria». 

Non è solo una questione di giustizia, di dignità o di etica. Ma anche di banale sopravvivenza. Perché oggi chi affama e distrugge questa terra e questo popolo ha il volto multiforme della ‘ndrangheta. Quella tribale di San Luca, quella in giacca e cravatta delle holding che carambolano fra Malta, Lussemburgo e altri mille paradisi fiscali. E la Calabria e i calabresi non fanno passare giorno senza inchinarsi a baciarle le mani, in modo concreto o figurato. Anche solo per rabbia e per fame, è il momento di dire basta.   

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