Il fascismo di sempre, tra ipocrisie e (comode) amnesie

di Alessia Candito Venerdì, 01 Dicembre 2017 10:40

L'ultima in ordine di tempo è l'irruzione squadrista di una quindicina di militanti del Veneto Fronte Skinhead andata in scena a Como. Quindici ragazzotti - teste rasate e giacca nera di prammatica - si presentano al circolo in cui la rete antirazzista svolge la propria assemblea, la interrompono contro «l'invasione» e «chi la favorisce». Titoloni, commenti, più o meno indignati, grande scandalo. Di facciata. Perché chi scopre oggi i fascisti, ha chiuso gli occhi per troppo tempo. Quale che sia la sigla, da anni ormai i gruppuscoli della galassia fascista firmano aggressioni, pestaggi, ronde, raid, campagne di odio veicolate via social o con tradizionali e non meno subdoli volantini. Davanti alle scuole, nelle università, nelle piazze per anni hanno lavorato con i loro bomberini e le loro parole di odio, riuscendo nel miracolo politico di vendere a due soldi l’idea di un’identità “italica” in un Paese naturalmente meticcio, frutto sano di contaminazioni e dominazioni. 

PARLARE ALLA PANCIA In silenzio, per anni hanno grattato quella pancia del Paese impoverita, impaurita, resa più gretta e ignorante da politiche che - formalmente in nome di tutti - hanno tolto a molti per dare a pochi. Politiche che hanno distrutto la sanità, la scuola, il lavoro, il futuro di tanti per permettere a pochi - e sempre meno - di tutelare i propri privilegi. Il risultato - magari voluto, magari non calcolato - è un esercito di individui soli, materialmente e intellettualmente inariditi, imbastarditi, privi di punti di riferimento. Soggetti che - indisturbata - la galassia fascista ha saputo blandire, coccolare, avvicinare o arruolare indicando un nemico più vicino e più debole, su cui scaricare rabbia e frustrazione.

LA GRANDE IPOCRISIA Ammantati di sigle diverse, ma identici nella natura e nella becera propaganda, per anni i fascisti hanno puntato il dito contro il diverso, lo straniero, l’altro, rimproverandogli il tozzo di pane, lo sfruttamento, la stamberga in cui è costretto a vivere, perché le briciole sono poche e devono andare a chi c’era prima. Ecco qua la grande ipocrisia dell’autoproclamata destra antisistema che invece al sistema ha fatto e fa comodo eccome, perché certifica una disparità nella distribuzione delle risorse che non è strutturale, ma voluta. Comoda per chi ha e continua ad avere, grazie alla sottrazione progressiva a tutti gli altri.

ANTISISTEMA CHI? I dati parlano chiaro. In Italia, i primi sette miliardari della Penisola possiedono una ricchezza pari al 30% della popolazione. Il 20% dei più benestanti ha in cassaforte patrimoni e liquidità che valgono il 69% della ricchezza complessiva. I più poveri invece stanno sempre peggio. Dal 2008 al 2014 le fasce più deboli infatti hanno perso il 24% del loro reddito. È questo il sistema che è stato tutelato da chi negli anni ha lavorato in silenzio per coagulare la rabbia di chi è stato spogliato di tutto, non contro chi sulle sue spalle ha accumulato ricchezze, ma contro coloro che accanto o dietro di lui si contendevano stracci e briciole. Una tecnica antica, lucidata a nuovo.

INDIGNAZIONE FUORI TEMPO MASSIMO Adesso però i fascisti stanno alzando la testa o gliela si sta facendo alzare. Magari anche solo come spauracchio. Di certo però sono diventati più intraprendenti. E ci si accorge che sono tanti, che ammazzano, minacciano, picchiano, che brigano con le mafie (e non si tratta solo di Casa Pound a Ostia), che incamerano in pancia quanto di peggio questa società abbia prodotto. E allora ci si indigna (non tutti) e a comando (sempre). Ma è tardi perché sia credibile. E soprattutto perché ci sono tanti, fin troppi, che dell’avanzata e dello sdoganamento di questa galassia nera sono responsabili.

COMPLICI Lo sono i “pacificati” che per anni hanno tentato di cancellare la Resistenza, trasformando assassini repubblichini in “ragazzi di Salò”. Lo sono i tanti che per anni hanno predicato le teorie degli “opposti estremismi”, confondendo chi ha lottato per costruire una repubblica e chi ha fatto da cane da guardia ad una sanguinosa monarchia. Lo sono quelli che hanno brigato e fatto strada con loro, occultandone i candidati nelle liste e gli uomini nelle giunte comunali. Lo sono i tanti che - a prescindere dalla casacca politica che all’occorrenza vestono - hanno soffiato sul fuoco della paura e dell’ignoranza per raccattare voti. Lo sono le amministrazioni comunali che hanno patrocinato o agevolato, ma in ogni caso legittimato, manifestazioni della galassia nera, così come le prefetture e le questure che le hanno permesse o autorizzate.  Lo sono le società di calcio che hanno appaltato le curve a gruppi più o meno dichiaratamente neri. Ma lo sono anche i troppi «non sono razzista ma» che con la loro morale a gettone hanno creato il brodo di coltura in cui il fascismo - vestito di nuovo, ma con anima antica - è cresciuto e si è diffuso. Lo sono quelli che li hanno (volutamente?) sottovalutati riducendoli a fenomeni da baraccone, quelli che li hanno derubricati a “disadattati”, quelli che «in fondo sono bravi ragazzi un po’ esaltati». Lo sono i media che hanno dato loro spazio, fatto da cassa di risonanza delle loro campagne e ne hanno sdoganato i leader, omaggiandoli di una legittimità che non può esistere in una Repubblica in cui «è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».

UN CRIMINE NON E’ UN’IDEA Non è censura, perché il fascismo non è un’idea, ma un crimine. E in Italia sono stati dimenticati i piccoli e grandi crimini di cui la galassia fascista si è macchiata anche dopo la Liberazione (a metà) che all’Italia è stata concessa. È stato dimenticato che sono mani fasciste quelle che hanno piazzato bombe di Stato nelle piazze, nelle stazioni, sui treni. E che quando gli esecutori materiali sono stati beccati, da bravi soldatini hanno occultato sempre i veri mandanti. È stato dimenticato che della galassia nera era uomo di punta Franco Giorgio Freda, riconosciuto come autore della strage di piazza Fontana ma formalmente innocente per un miracolo giuridico. Lo stesso Freda che da latitante ha chiesto e ottenuto la protezione di ‘ndrangheta, massoneria e servizi nei mesi della sua latitanza reggina, quando - dicono i pentiti - era suo compito fondare una superloggia che facesse da culla alle anime mafiose e non dell’eversione.

COMODE AMNESIE È stato dimenticato che il cammino di neri e ‘ndrangheta più volte si è incrociato. Quando Pierluigi Concutelli brigava con il boss Paolo De Stefano. Quando un giovane Paolo Romeo, oggi considerato elemento di spicco della direzione strategica della ‘ndrangheta, arringava le folle in camicia nera. Quando a Reggio Calabria Stefano Delle Chiaie lavorava con i clan per trasformare una rivolta di popolo in un ricatto di ‘ndrangheta e un laboratorio dell’eversione. Quando insieme - ‘ndrine e neri - negli anni Novanta, con l’apporto di settori della p2 e servizi, mettevano bombe e organizzavano attentati per confezionare una classe politica “comoda”. Quando cinque ragazzini anarchici sono stati ammazzati perché avevano capito. Quando - ed è successo più volte - sono stati progettati colpi di Stato per condizionare l’evoluzione democratica del Paese.

I CAMMINI INCROCIATI DI NERI E NDRANGHETA Questi non sono che alcuni degli esempi del ruolo svolto dalle organizzazioni della galassia nera nel corso della storia repubblicana. Non si tratta di propaganda o voci di piazza. Sono fatti e circostanze richiamati con scrupolo in sentenze che ormai fanno parte della giurisprudenza definitiva e consolidata di questo Paese. Ma a quanto pare, a queste latitudini «la storia insegna ma non ha scolari».

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