Carcasse e libertà

Mercoledì, 10 Gennaio 2018 16:19

di Giacomo Panizza

Presenta le caratteristiche tipiche della protervia e dell’arroganza della criminalità più bieca l’intimidazione compiuta nella tarda serata di sabato scorso a Cetraro, centro ad alta densità mafiosa dell’Alto Tirreno cosentino, nei confronti di don Ennio Stamile. Ignoti, mentre il sacerdote cenava in un ristorante insieme tra l’altro al sindaco della cittadina tirrenica e a un gruppo di capi scout, hanno legato allo specchietto retrovisore esterno della sua automobile un sacco del tipo usato per la spazzatura contenente la carcassa sanguinante di un capretto.
(Cfr. Il Corriere della Calabria, Domenica 7 gennaio)

Allarmato dal messaggio intimidatorio diretto a don Ennio Stamile, amico di vecchia data e rappresentante calabrese di “Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, mi sono rincuorato discorrendoci al telefono. Quando veniamo messi alla prova, il gusto della libertà aiuta per davvero a reagire con dignità a gesti raccapriccianti come quelli agiti nel buio da oscuri nemici venuti a posare con spregio una carcassa di animale sulla nostra automobile.
Le intimidazioni mafiose attuate attraverso macabre simbologie sono espedienti imposti col preciso intento di sottomettere gli altri, indebolendone le capacità di agire da persone libere. Tuttavia, l’intento dei messaggi intimidatori pensati dal mandante o dai mandanti non finisce col fiaccare la libertà delle sole vittime, ma va oltre, contro la società e perfino contro gli stessi esecutori materiali dei gesti criminali.
Ogni volta che un clan di stampo mafioso insidia la libertà di qualcuno mette in pericolo la libertà di tutti, indebolisce quelle dei singoli e della collettività. È necessario diventare praticamente, culturalmente e politicamente persuasi della dignità umana della libertà. È altrettanto necessario che gli stessi esecutori materiali di intimidazioni e attentati si rendano conto di essere strumenti “usa e getta”, omuncoli nelle mani di un qualche boss. Difatti, i mafiosi raggirano solitamente giovani e giovanissimi (al maschile!) che erroneamente s’immaginano di essere stati scelti dal boss perché capaci, idonei alla “carriere” mafiosa, ignorando invece di venire ingabbiati dentro il sistema a essi chiuso e micidiale del clan, comportandosi da ingenui e inesperti di mafie. Come illudersi di poter far carriera? Sostituendo il capo, o sorpassare i suoi famigliari?
Eppure, basterebbe pensarci un poco per capire che ti stanno iniziando a compiere atti codardi e solo a vantaggio loro, a far del male a chi è disarmato, o più debole, a nascondersi per colpire a tradimento. C’è proprio un gran bisogno di pensare, come dice una bella canzone di Fabrizio Moro:

«Pensa
prima di sparare.
Pensa
prima dì dire e di giudicare prova a pensare.
Pensa che puoi decidere tu.
Resta un attimo soltanto un attimo di più
con la testa fra le mani.
Pensa».

Ancora troppi giovani si affidano ad adulti e coetanei mafiosi i quali coerentemente li manovrano: altrimenti che mafiosi sarebbero? Li indirizzano a compiere atti criminali e codardi, a trasformarsi in personaggi di cui la Calabria non ha affatto bisogno. Proviamo a immaginare chi, di nascosto, sarà andato nel buio ad appendere all’auto di don Ennio il sacco della spazzatura contenente un capretto morto. Come possiamo specificare quell’individuo?
Basterebbe aver presente le “carriere” a rovescio dei numerosi boss ’ndranghetisti tra galere e latitanze, uccisi o introvabili agli stessi loro parenti. O basterebbe osservare le facce di chi pur sapendo tace, non trovando in sé il coraggio di esistere a testa alta.
La Comunità Progetto Sud sta dalla parte di don Ennio Stamile coi suoi impegni per la giustizia, e non con chi fa usare e usa carcasse di animali per intimorire la gente.