Il devastante dossier di Lorenzin sulla sanità di Oliverio

di Paolo Pollichieni Mercoledì, 06 Dicembre 2017 21:07 Pubblicato in Politica
Beatrice Lorenzin e Mario Oliverio Beatrice Lorenzin e Mario Oliverio

Riposte le catene e riconsegnati lucchetto e chiavi al fido Franco Pacenza, Mario Oliverio ha dovuto prendere atto, nel lungo e cordiale incontro con Beatrice Lorenzin, che ben poco aveva da illustrare “a Roma” in merito alla emergenza della sanità in Calabria. Ha trovato, infatti, una ministra della Salute che addirittura aveva qualche notizia in più di quante non ne avesse lui stesso. La Lorenzin è stata cortese ma ferma e soprattutto si è presentata con una pila di documenti che lasciavano ben poco spazio al chiacchiericcio e alla polemica di cortile.

Il ruolo della politica Preliminarmente la Lorenzin ha voluto spazzar via dal tavolo ogni riferimento a presunte pressioni politiche sulla scelta del commissariamento e su quella del commissario. Il primo è regolamentato e imposto da una legge e non può essere modificato con decreti ministeriali. Il secondo risponde alle indicazioni del Partito democratico che non ha mai inteso rivederle. Detta brutalmente suona così: Massimo Scura è espressione del Pd che lo ha scelto, imposto e fatto nominare. Federico Gelli, responsabile del dipartimento sanità del Pd, non ha mai rivisto tale sua posizione. Se quindi l’incatenamento riguarda la nomina di Scura a commissario, il palazzo dove incatenarsi non è quello di Piazza Colonna ma quello di largo del Nazareno, sede della direzione nazionale del Pd. Lo spieghi ai suoi accompagnatori Oliverio, arrivato all’incontro con il sempre incollatissimo Sebi Romeo e gli outsider Mirabello e Aieta.

Le colpe di Scura Massimo Scura ha fallito gli obiettivi e ha agito più da politico che da tecnico. Ha combinato guai a Cosenza, creato problemi a Catanzaro, frantumato Crotone e provocato disastri a Reggio Calabria. Gli uffici giuridici del ministero della Salute e di quello dell’Economia hanno redatto un dossier zeppo di inadempienze e di scelte sbagliate. Nel farlo, però, il commissario ha potuto contare su un atteggiamento se non complice sicuramente acquiescente del dipartimento Salute della Regione Calabria che, nell’arco del commissariamento, ha cambiato ben tre volte il suo direttore generale e per lunghi mesi è risultato addirittura acefalo. Ancora oggi ha al suo vertice un direttore generale ad interim pur avendo espletato un primo bando di reclutamento al quale avevano partecipato ben 26 aspiranti, alcuni dei quali provvisti di titoli eccellenti ma, evidentemente, non rispondenti ai “requisiti politici” richiesti, al punto che detto bando è stato rinviato e riaperto con la motivazione che erano “pochi” i 26 concorrenti.

Le colpe di Oliverio Non meno gravi, però, le responsabilità di Mario Oliverio. E anche qui la Lorenzin ha fatto redigere un dossier che presto, in uno con quello riguardante l’azione del commissario, verrà sottoposto alla valutazione del governo. Vediamo di riassumerne i contenuti. Intanto la nomina dei direttori generali. Dopo una lunga, ingiustificata e ingiustificabile stagione di commissariamenti, protrattasi per circa due anni, la Regione Calabria ha nominato i manager delle aziende territoriali e ospedaliere. In molti casi tali nomine riguardavano personaggi sprovvisti dei requisiti di legge. In altri si è provveduto alla trasformazione del commissario in direttore generale lasciando in sella lo stesso nominativo. In un caso, Asp di Crotone, si è atteso che il commissario maturasse i titoli per poter essere nominato direttore generale, procedura assolutamente illegittima e illegale. E sempre a Crotone per due mesi il commissario è stato scelto dal capo del personale dell’Asp, una procedura non solo illegale ma che ancora viene fatta circolare nei ministeri a dimostrazione della «extraterritorialità della Regione Calabria». Nessuno dei manager ha mai avuto fissati gli obiettivi da raggiungere, nonostante la norma preveda che l’assegnazione degli obiettivi venga allegata alla stipula del contratto, onde consentire la revoca del manager senza alcun rischio di contenzioso, qualora non raggiunga gli obiettivi fissati dal Piano di rientro. Nel caso dei commissari, invece, è andata anche peggio non essendo previsto, proprio per la loro “provvisorietà” (sic!), che a questi vengano affidati degli obiettivi. Se i Lea non sono stati riallineati e la spessa ha ripreso a crescere, di conseguenza, lo si deve proprio alla inadeguatezza di molti dei manager scelti direttamente dal governatore. Emblematico il caso del manager dell’Asp di Crotone che rimane al suo posto pur avendo presentato un bilancio 2015 con un deficit di 8 milioni e un bilancio 2016 dove il deficit è salito a ben 25 milioni. Il che, per una realtà come Crotone, significa vero e proprio disastro finanziario, visto che Crotone da sola rappresenta quasi un quarto del complessivo deficit presentato al tavolo Adduce-Urbani la scorsa settimana. E qui a Oliverio si contesta di non avere rispettato neanche la legge varata dalla stessa Regione Calabria che prevede la «decadenza automatica» del direttore generale che deposita un bilancio in passivo. Infine, anche sull’ammontare del deficit il dossier evidenzia come lo stesso potrebbe essere ben più grave dei 153 milioni “confessati” dai dirigenti calabresi auditi, posto che allo stato la Regione Calabria non ha più un advisor che certifichi i conti.

La spesa sanitaria fuori regione Anche qui la Regione non è immune da colpe. I tecnici del ministero, infatti, sottolineano che gli investimenti in termini di materiale e personale umano sono andati non in direzione del fabbisogno assistenziale, bensì delle baronie mediche e delle persone da accontentare. Molti servizi trasformati in strutture complesse, infatti, hanno spostato personale e dirigenti medici dai settori più carenti a quelli che non hanno un adeguato bacino d’utenza ma garantiscono la possibilità di una pluralità di promozioni sul campo. In altri altri casi, i manager hanno seguito il percorso inverso, limitando l’operatività di servizi laddove arrivavano utenti da altre regioni. Un caso emblematico è quello della camera iperbarica di Palmi, polo di eccellenza declassato laddove due terzi delle prestazioni offerte vengono fruite da pazienti che arrivano da Sicilia, Campania, Lazio, Puglia e Basilicata.   

Quello che Oliverio non sapeva Lungo anche l’elenco dei dati in possesso del ministero e sconosciuti al governatore, perché non forniti alla sua cognizione dallo stesso dipartimento regionale che pure è rimasto nella competenza diretta del presidente, che ha trattenuto per sé la delega alla sanità. Basti pensare alla situazione degli ospedali di nuova costruzione. E se per i nuovi nosocomi di Rossano, Vibo e Palmi, Oliverio ha ragione di lamentare la pesante eredità lasciatagli da Scopelliti, non può dirsi la stessa cosa per i nuovi Ospedali riuniti di Reggio Calabria. Questi dovevano essere realizzanti in 18 mesi dall’Inail a proprie spese con i finanziamenti del Dl 20. Difficilmente vedranno la luce, visto che lo steso amministratore delegato dell’Inail, calabrese di origini, ha fatto sapere al ministero che l’attuale manager degli Ospedali riuniti di Reggio Calabria ha comunicato di non essere in condizione, almeno fino al 2020, di fornire il progetto esecutivo e senza di quello l’opera non può andare in appalto. La sciagurata gestione degli appalti dei nosocomi di Rossano, Palmi e Vibo, questa non imputabile alla giunta Oliverio ma a quella precedente, porta oggi le tre opere a incagliarsi nelle aule giudiziarie per il fallimento delle imprese capofila. Tuttavia la gestione Oliverio non ha inteso rescindere i contratti e procedere a nuovi appalti e questa la rende corresponsabile di una paralisi che rischia di diventare mortale per lo sviluppo dell’assistenza sanitaria calabrese.  

La Calabria e… le altre Quello che in ogni caso il ministero e il governo non accettano è il tentativo, congenito nei governanti calabresi, di lamentare disparità di trattamento ai loro danni. Nel caso il riferimento è alla regione Campania e al Lazio. Vero è che il governatore della Campania ha avuto la nomina a commissario e che la Regione Lazio è uscita dal commissariamento ma il paragone con la realtà calabrese è azzardato. In Campania De Luca è commissario perché i Lea sono tornati in linea con il sistema paese e quindi si trattava solo di completare l’allineamento della spesa, comunque rientrata sotto il parametro dell’imponibile fiscale, vale a dire che basta il prelievo ordinario e non servono nuovi balzelli o ticket. Il Lazio, invece, è rientrato nei parametri di legge sia con riferimento ai Lea che all’allineamento della spesa sanitaria per cui venivano meno le ragioni che avevano portato al commissariamento. In Calabria i risultati sono diametralmente opposti: i Lea sono peggiorati e i bilanci sfiorano il tetto di spesa fissato.

Il Consiglio dei ministri Proprio il peggioramento dei conti e la diminuzione delle prestazioni assicurate legittima il fatto che oggi si dica di una emergenza sanitaria il Calabria. Una emergenza che il Paese deve conoscere e affrontare, ragione per la quale il ministro intende portare la discussione e il confronto in Consiglio dei ministri. In quella sede il “dossier” redatto sulla Calabria verrà consegnato al Governo nella sua interezza ma la soluzione che potrebbe arrivare rischia di risultare ancora più indigesta a Mario Oliverio e a quanti vogliono far fuori il commissariamento per tornare ad avere la gestione di una sanità che se non serve a curare la gente, sicuramente torna utile a garantire poltrone, benefici e dividendi ai vari potentati, politici e non.

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