«Si può battere la migrazione sanitaria. Vi spiego come»

Intervista all’ortopedico Carmelo Misiti: «Bisogna valorizzare il lavoro delle università. La politica abbia il coraggio delle scelte». I risultati nelle strutture del gruppo iGreco: «In 10 mesi bloccato un esodo che vale 2,5 milioni di euro» Lunedì, 18 Dicembre 2017 12:06 Pubblicato in Politica

COSENZA Molto clamore ha destato sui media, e in particolare sui social, il comunicato stampa del dottor Carmelo Massimo Misiti, ortopedico, direttore scientifico del sito Sia e segretario della Presidenza del Collegio italiano dei chirurghi guidato dal professore Filippo La Torre, in risposta alle dichiarazioni di un sindaco leghista della Toscana.
Dottore, cosa ha ottenuto il suo comunicato stampa?
Con il comunicato stampa non intendevo ottenere nulla di personale, se non sollecitare una forma di difesa quotidiana dell’operato dei sanitari e delle professioni sanitarie calabresi e meridionali in generale. 
Di fatto lei ha espresso un j’accuse contro la politica calabrese. Ha spiegato che la malasanità calabrese discende dalla cattiva gestione dell’apparato sanitario e non certo da minori competenze professionali dei medici calabresi. E che «se i calabresi non possono godere appieno delle competenze professionali dei professionisti della sanità, la colpa è da ascrivere al sistema politico che al Sud come al Nord crea assistenzialismo, promettendo posti di lavoro, e satelliti di “malaffare”».
Più che un’accusa ho semplicemente sottolineato che sono anni che il pianeta sanitario fa parte dei desideri del pour parler di chiunque si avvicina a questo mondo senza averne conoscenza. 
Può essere più preciso? 
È difficile, ci provo in sintesi. La Calabria produce ogni anno più di 300 milioni di migrazione sanitaria; questa può essere bloccata invertendo la tendenza. Si dovrebbe dare più risalto alle attività di ricerca e alla qualità del lavoro della facoltà di Medicina dell’Università di Catanzaro. Si dovrebbero tenere in giusto conto e valorizzare i risultati delle ricerche scientifiche dell’Università di Cosenza. Si dovrebbe dare il giusto valore alle prestazioni erogate dai reparti di chirurgia e medicina, sia pubblici che privati, che operano sul territorio regionale. Si dovrebbe avere il coraggio di prendere delle decisioni, forse impopolari, come chiudere e/o trasformare degli ospedali, seguendo quelli che sono gli indirizzi normativi del decreto ministero 70. Non è pensabile che per mera forma di assistenzialismo sociale il calderone sanità possa accogliere tutto e tutti. 
Lei da quest’anno è tornato in Calabria. Qual è stato il suo contributo?
Ho accettato e intrapreso un percorso in Calabria grazie all’invito rivoltomi dalla proprietà del gruppo iGreco, che ha un progetto ben preciso nel quale credo. È sufficiente pensare che, grazie all’investimento economico e tecnologico, in soli 10 mesi sono stati eseguiti 650 interventi di elezione oltre a quelli di traumatologia. Questo ha permesso di creare un blocco della migrazione sanitaria quantificabile in circa 2,5 milioni di euro. L’attivazione del reparto di ortopedia e traumatologia nella Casa di cura è stato sostenuto dalla struttura commissariale con la convinzione che, per rispondere alle esigenze del territorio e far fronte alle carenze evidenziate dall’Agenas, fosse necessario creare una forte sinergia con il presidio ospedaliero cittadino nonché una giusta integrazione con la Casa di cura Scarnati, già operante in città. 
Cosa pensa sia migliorabile nel campo delle esigenze dell’utenza dell’ortopedia cittadina?
Le esigenze dell’utenza cittadina e dell’hinterland sono legate alla necessità di avere un trattamento chirurgico immediato, o quanto meno in tempi brevi, nel post trauma; con tecniche e mezzi attuali, per far ciò è necessario che i fondi non vengano distribuiti a pioggia, sarebbe giusto che l’elargizione si facesse nel rispetto dei criteri di valutazione quali il peso specifico delle patologie trattate e il turn over sul posto letto. Tutto questo è già normato dalle leggi dello Stato. I reparti delle strutture che non rispondono ai requisiti di legge devono essere chiusi. Perché la sanità è un investimento volto alla soluzione delle esigenze dei pazienti. 

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