Elezioni senza programmi (e senza il Mezzogiorno)

di Ettore Jorio* Martedì, 13 Febbraio 2018 12:58 Pubblicato in Politica

Se si dice che quella di oggi è una campagna elettorale più anomala del solito ci si indovina di certo! La conclusione dello spoglio del 4/5 marzo non celebrerà verosimilmente chi ha vinto. Manca, peraltro, la competizione vera per il premierato. Un passo indietro di qualche anno, sino ad arrivare alle celeberrime ed estenuanti trattative tra partiti, oggi più anomali di quanto lo fossero a quei tempi la democrazia cristiana, il partito socialista e quelli socialdemocratico e repubblicano nonché il partito comunista (quest'ultimo limitatamente al compromesso storico). Insomma, sono in contesa «partiti non partiti» (rectius, partiti persona), che assumono le sembianze di movimenti idolatrici, che rintracciano la loro luce nelle sembianze degli improponibili, nella loquacia bislacca, nelle promesse immantenibili e nella capacità dei capi di prendere in giro chiunque. Dunque, da loro a scendere si registra un esercito di seguaci sparsi per il Paese a rappresentare acriticamente la novella, a mo' di Testimoni di Geova. 

L'offerta politica e gli elettori
A girare per strada in tantissimi a diffondere il verbo di quei leader più o meno credibili, che amano circondarsi e farsi rappresentare da altrettanti yes-man e yes-woman, cui potere imporre ruoli e comportamenti. Ovviamente le eccezioni (non molte) ci sono e si sentono, a tal punto da fare constatare delle differenze notevoli nella mischia dei candidati. I più dicono poco o nulla. C'è chi parla, invece, non solo un italiano rispettoso della grammatica e della sintassi bensì dimostra di avere le esperienze e le conoscenze indispensabili per rappresentare correttamente l'elettorato di riferimento. Un modo, questo, per presentarsi come un buon interprete dei bisogni sociali e capace traduttore degli stessi in soluzione legislativa. A fronte di tutto questo, esiste quello che rimane dell'elettorato attivo, di quello che era un popolo entusiasta di votare la propria classe dirigente, oggi convinto a rimanere a casa dal perpetrarsi del mal governo, dalle ruberie e dai soprusi. E già, rimanere a casa perché a causa del suo progressivo impoverimento non può essere neanche invitato «ad andare al mare», così come fece Craxi nel 1991. Si profila pertanto, da una parte, una ennesima diserzione delle urne e, dall'altra, una crescente voglia di dire no a tutto, di votare contro le coalizioni a prescindere e, quindi, di fare confluire il proprio consenso al M5S in nome di un protesta generalizzata. In mezzo, un esercito di nostalgici ideologici ovvero di un elettorato che non ama il rischio e/o che predilige la fiducia nel tradizionale che fa di tutto per dimostrare il suo positivo rinnovamento, spesso senza riuscirci. Il problema dei problemi è rappresentato dai programmi che non ci sono, fatta eccezione per gli «elenchi della spesa» (rectius, dei sogni senza copertura) sui quali i candidati a premier si sprecano nei loro «comizi». Un modo succinto di affrontare i grandi temi della politica (domestica, estera e comunitaria), dell'economia con in testa il debito pubblico, delle politiche del lavoro, dei diritti sociali che latitano e di un welfare solo nominale, dell'immigrazione extracomunitaria e dell'emigrazione dei nostri giovani, delle famiglie senza figli per povertà e incertezza economica, dei servizi pubblici che decadono ogni giorno di più e così via. Insomma, piuttosto che affrontare le problematiche più sensibili, si raccontano solo fronzoli buoni per l'abbocco più incosciente e più inconsapevole. 

Il Mezzogiorno sul quale si tace (troppo)
Il dramma è rappresentato da ciò che manca del tutto nei programmi e negli impegni dei candidati: il Mezzogiorno. Con otto regioni assenti dal progetto della rinnovata Repubblica, la cui cura sarà affidata al futuro Governo, ciò che emerge è l'incoscienza dell'attuale politica e di chi si propone a rappresentare dal 5 marzo in poi il ceto parlamentare del Sud. Tutti si riempiono la bocca di un interesse politico per l'Italia meridionale, che conta poco meno di 25 milioni di perenni derisi, senza dedicare ad essa l'interesse programmatico che meriterebbe. Altrove sarebbe stato un motivo per uscire definitivamente dalla scena politica senza alcuna chance per farvi ritorno. Interessante, in proposito, l'analisi sui programmi di Paolo Grassi su Il Corriere (per l'appunto) del Mezzogiorno: c'è chi non lo nomina affatto (M5S); chi lo accenna una sola volta (Leu, Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia e Noi con l'Italia); chi lo ripete 21 volte ma solo per celebrare ciò che ha fatto senza dire ciò che farà (Pd); chi, invece, lo pone come punto fondamentale nel programma (Potere al popolo). Concludendo, alle nostre latitudini non si comprende ancora, a meno di venti giorni dall'appuntamento elettorale, per chi votare e per cosa. Per tantissimi, addirittura, se votare.   

*docente Unical