Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Venerdì, 14 Luglio 2017

COSENZA La Camera di Commercio di Cosenza presente nell'osservatorio mondiale dell'Ocse. A riferirlo è un comunicato dell'ente camerale. «Riconoscimento internazionale per #OpenCameraCosenza - è detto nel comunicato - la svolta culturale e organizzativa introdotta dal presidente Klaus Algieri, con l'innovazione che genera trasparenza e diventa una nuova filosofia di gestione del rapporto tra imprese, istituzioni e territorio. L'Ocse, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Oecd in inglese), composta da 35 Stati membri tra cui il Canada, il Giappone, Usa e il coinvolgimento di rappresentanti della Commissione Europea, contribuisce allo sviluppo del commercio mondiale e di un'economia sostenibile. Efficienza, efficacia, qualità del servizio e soddisfazione dell'utente. Sono questi i quattro criteri in base ai quali l'Opsi (Osservatorio sull'Innovazione nel settore pubblico attivato dall'Ocse nel 2014) ha valutato l'esperienza di #OpenCameraCosenza, generata esclusivamente grazie alle risorse interne e ai dipendenti della Camera di commercio guidata dal presidente Klaus Algieri». «Da quando sono alla guida della Camera di Commercio di Cosenza - ha dichiarato il presidente Klaus Algieri - ho sempre pensato che innovazione, trasparenza, condivisione e bene comune fossero i principi in grado di avvicinare imprese e cittadini alle attività dell'Ente camerale e delle Istituzioni in generale. Ho deciso di puntare molto su un sistema innovativo di organizzazione e comunicazione, nuovi media, social network, piattaforme digitali, Qrcode e realtà aumentata. Credo nella collaborazione con altri enti, nel fare "rete", nella promozione, nella necessità di mostrare le nostre attività e il lavoro svolto quotidianamente dalla governance politica e gestionale, dai dipendenti, con i quali condivido, insieme a consiglieri e giunta camerale, questo importante traguardo. La Camera di Commercio - ha aggiunto - va incontro alle imprese del territorio e non viceversa. Si tratta di un nuovo modo di fare amministrazione, di un mutamento di prospettiva attraverso il quale chi produce ricchezza e lavoro assume una più forte centralità nel sistema camerale. #OpenCameraCosenza è soprattutto una svolta culturale che consente a imprenditori, professionisti, studenti di dialogare facilmente nella nostra community, trovando risposte precise e in tempi brevi, anche contribuendo a migliorare i servizi». «L'obiettivo di #OpenCameraCosenza - riporta il comunicato - è quello di raggiungere le parti interessate attraverso nuovi media e sistemi di comunicazione: dalle stanze virtuali, dove gli imprenditori "incontrano" i dipendenti, fino ai tutorial. L'Ente va finalmente oltre il suo luogo fisico e raggiunge imprenditori e consumatori. Dopo la riorganizzazione "orizzontale" e la rotazione del lavoro attuata nel 2016, il carico di lavoro è stato distribuito e ottimizzato e ogni dipendente adesso è in grado di svolgere funzioni in linea con le proprie competenze. Ogni risorsa umana ha la possibilità di esprimersi al meglio, produrre di più, elaborare proposte. La Camera ha pianificato anche la digitalizzazione del suo patrimonio librario da svolgere in collaborazione con altre amministrazioni pubbliche nel 2018 e con il coinvolgimento dell'alternanza scuola-lavoro: la "Biblioteca digitale". #OpenCameraCosenza è dunque un progetto di vera audacia amministrativa, apprezzato dagli utenti e riconosciuto sia in ambito nazionale che internazionale, recentemente entrato a far parte anche della community dell'Eipa (Istituto Europeo per la Pubblica Amministrazione) che ne ha valutato positivamente l'innovatività nell'ambito del premio Epsa 2017».

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  • Occhiello Il riconoscimento arriva grazie al progetto #OpenCamera. Il presidente Algieri: «Innovazione e trasparenza sono le nostre priorità»

CATANZARO «Sono migliaia i destinatari di cartelle esattoriali, cui l’Azienda Ospedaliera “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro ha riservato questo “scherzetto”, e il numero sarebbe destinato a crescere. In queste ore gli avvisi di pagamento vengono notificati ai pazienti che hanno effettuato visite e controlli al pronto soccorso». È quanto dichiara il presidente del Codacons Calabria, Francesco Di Lieto.
«Cartelle – continua – che hanno suscitato non poche proteste tra i cittadini che, sotto un’impietosa calura estiva, affollano il più grande Ospedale calabrese per avere chiarimenti su quanto ricevuto. Abbiamo richiesto un incontro alla direzione dell’ospedale senza, al momento, ricevere alcuna risposta. Riceviamo continue segnalazioni di situazioni paradossali e, una informazione a dir poco lacunosa non aiuta. Infatti le cartelle giungono a cittadini che hanno già pagato il ticket ovvero a soggetti che non devono pagare o, ancora peggio, a cittadini del tutto esenti. Non vorremmo che questo silenzio, riservato alle nostre richieste, sia finalizzato a rimpinguare le casse».
«Le prestazioni di pronto soccorso – spiega il Codacons – non sono soggette al pagamento del ticket laddove siano coinvolte le seguenti categorie di pazienti: chi accede al Pronto soccorso a seguito di eventi traumatici, avvelenamenti ovvero infortuni sul lavoro; pazienti in stato di gravidanza e minori di 14 anni; pazienti esenti per patologia; invalidi di guerra, invalidi civili, per lavoro, per servizio, ciechi e sordomuti; soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni o emoderivati; vittime del terrorismo e criminalità organizzata. Infine sono esenti tutti i cittadini in considerazione del proprio reddito». «Tanto premesso – incalza Di Lieto – avremmo un insano desiderio di sapere se i cittadini siano stati adeguatamente informati, al momento delle dimissioni, sull’importo da pagare. Vorremmo, inoltre, sapere, laddove queste informazioni non siano state fornite (come, effettivamente, non sono state fornite) quando l’Azienda ha inviato una comunicazione per avvisare i soggetti tenuti al pagamento. Ma c’è di più. Il Codacons, inoltre, ha inteso coinvolgere il commissario ad acta per cercare di far luce su questa vicenda che rischia di far più danni e ha formalizzato analoga richiesta al governatore della Regione. È doveroso conoscere quali verifiche, quali controlli incrociati, siano state effettuate prima di inviare i nominativi ad Equitalia e per quale motivo, se non vi sono state le prescritte informazioni, si sia fatta lievitare la cifra a danno dell’utenza. Il Codacons chiede, altresì, di conoscere i costi che l'Azienda (e, quindi, la collettività) dovrà sopportare per l'attività di recupero coatto. Tanto più se, come sta emergendo in questi giorni, alcune delle richieste inviate abbiano quali destinatari soggetti totalmente esenti.
Ulteriore “stranezza” che ci viene segnalata è una singolare, quanto ulteriore richiesta di un ticket nel caso in cui i destinatari di una cartella esattoriale dovessero chiedere informazioni non ricordando il motivo per il quale tanti anni prima abbiano fatto ricorso al Pronto soccorso. In buona sostanza, dietro la barriera della “privacy” verrebbero richieste ulteriori 5 euro per consegnare copia del verbale di pronto soccorso (utile a capire se si è, davvero, tenuti al pagamento). Una sorta di presunzione di colpevolezza per la quale è il cittadino a dover dimostrare di non essere tenuto al pagamento e, pertanto, a sopportare i costi per cercare di dimostrarlo. Se l’Azienda non fornirà documentazione comprovante l’avvenuta corretta informazione data ai Cittadini circa tempi e modi per il pagamento del ticket, ci troveremmo davanti una intollerabile lesione dei più elementari diritti dei pazienti».
«Ci chiediamo chi pagherà loro i danni per il tempo perso, in questo luglio torrido, cercando di dimostrare di non dover pagare quel ticket? Il Codacons – in attesa di un incontro chiarificatore – chiede che l’Azienda voglia sospendere con effetto immediato l’invio delle cartelle esattoriali. Altrimenti siamo pronti – conclude Di Lieto – ad agire contro quella che appare una vera e propria “estorsione”… forse i calabresi non meritano tutto questo».

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  • Occhiello L'associazione dei consumatori: arrivate migliaia di cartelle esattoriali a carico di pazienti esenti o che avevano già pagato. Chiesta la sospensione immediata. Di Lieto: «Situazione paradossale, Regione e commissario intervengano»

COSENZA L'hashtag di Papa Francesco. È quello raccontato in "Buonasera... Francesco il primo Papa Social", libro di Antonio Modaffari, comunicatore di San Marco Argentano, edito da Editoriale Progetto 2000 che analizza il ruolo della comunicazione nei primi quattro anni del pontificato di Bergoglio: «È un viaggio per parlare insieme dell'incredibile lavoro che Papa Francesco compie quotidianamente sfruttando i moderni mezzi di comunicazione -dichiara l'autore - con la consapevolezza che quanto comunicato da Bergoglio nei primi suoi giorni di pontificato è quanto mai attuale. Mi riferisco alla tematica dei migranti che io nel mio lavoro ho definito come un hashtag del Papa argentino. Bergoglio è stato il primo a capire la portata epocale del fenomeno e lo ha fatto stimolando tutto il mondo alla riflessione col suo viaggio a Lampedusa. Non si può che essere d'accordo col Papa circa la questione dei migranti: abbiamo il dovere di essere vicini a chi cerca una speranza e anche l'Europa deve aiutare con fatti concreti queste persone e l'Italia che, ogni giorno, salva numerose vite. Per cui - conclude Modaffari - restiamo umani perché solo con i ponti si costruisce la pace».

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  • Occhiello Lo racconta nel suo libro Antonio Modaffari. Un viaggio nell'uso che il pontefice fa delle nuove tecnologie per attirare l'attenzione del mondo sui grandi temi

CATANZARO La Regione Calabria ha attivato il sito “dedicato” a Garanzia Giovani e anche il nuovo sistema per la gestione parziale della Misura 5 - Tirocini. Uno step in qualche modo atteso e annunciato da una serie di servizi del Corriere della Calabria. E pure condito da diversi punti da chiarire. Almeno in teoria, ma non per l’amministrazione regionale. Che ha accettato “variazioni” (onerose?) nel progetto della piattaforma informatica. E ha scelto – questo il risultato degli interventi del direttore generale del dipartimento Lavoro Fortunato Varone – di utilizzare una soluzione tecnologica mutuata dall’Emilia Romagna quando ne aveva già una in casa. E tutto questo spendendo più di quanto previsto. Ma partiamo dal principio. Il manager del dipartimento Lavoro aveva uno scopo: quello di portare la Calabria ai livelli delle altre Regioni nella gestione delle pratiche “virtuali”. 

DA TELECOM A FASTWEB Un percorso accidentato: andiamo con ordine e partiamo da uno dei compiti che la legge regionale 5 del 2001 assegna ad Azienda Calabria Lavoro: «Sviluppo e gestione del Sistema informativo lavoro regionale (Silar) e delle banche dati dei servizi all’impiego». È per questo motivo che la società in house ha attivato nel 2009 il Sistema CO Calabria riusandolo dalla Provincia di Teramo.
Dopo circa sette anni – nel marzo 2016 – Calabria Lavoro, guidata da Varone decide che non è più soddisfatta della convenzione Cnipa (Centro nazionale per l'informatica nella pubblica amministrazione) con Telecom Italia. Conseguenza? Aderisce alla stessa convenzione Cnipa ma con Fastweb spa, stipulando con la società un accordo (1,8 milioni la spesa massima prevista) per la fornitura di generici servizi di connettività. La scelta viene motivata così: «A seguito di relazione degli esperti informativi (...) il sistema di connettività attualmente in uso è stato più volte oggetto di interruzione, causando disservizi e notevoli disagi con i collegamenti ministeriali». Pare strano, visto che il CO Calabria era stato esternalizzato in cloud da marzo 2015 (cioè 12 mesi prima) e sul registro ufficiale dei malfunzionamenti CO non c’erano segnalazioni ad avvalorare la tesi di un flop del sistema. Il dubbio è lecito: come sono state effettuate le analisi dei tecnici citate da Varone? 

IL MODELLO EMILIANO Ma tant’è, si sceglie di passare a un nuovo collegamento – quello con Fastweb. Poteva bastare? Giammai, perché (va ricordato) la Calabria deve essere portata al livello delle altre Regioni. Così il moto perpetuo di Calabria Lavoro porta alla scelta del riuso gratuito del sistema utilizzato dalla Regione Emilia Romagna. È soltanto un caso, ma nel dipartimento una delle figure preminenti arrivava proprio da lì: quello Stefano Locatelli giunto in Calabria con l'ex assessore Nazzareno Salerno e uscito immune dallo spoils system oliveriano. Il passaggio al modello emiliano viene ufficializzato quando Varone diventa direttore generale del dipartimento Lavoro (pur continuando a firmare atti come Commissario di Azienda Calabria Lavoro) e quindi «preso atto che il dirigente generale proponente attesta che il presente provvedimento non comporta oneri a carico del bilancio annuale e/o pluriennale regionale, in quanto la compartecipazione all’adesione stessa grava su Azienda Calabria Lavoro» si approva il riuso. Un fulgido esempio di efficacia amministrativa la velocità con la quale Azienda Calabria Lavoro recepisce la decisione con decreto 52/2016 del 29 settembre 2016 a firma dell'onnipresente Varone che spazia da dg del dipartimento controllante a commissario dell'ente controllato. Però non pensate male: lo si fa per portare la Calabria al livello delle altre regioni.

COSTO ZERO? MACCHÉ Lo si dovrebbe fare a costo zero ma purtroppo non è così. Infatti  apparentemente in contrasto con la delibera di giunta regionale 369/2016, Fortunato Varone - tornato nelle vesti di dg del dipartimento Lavoro - con decreto 17513 del 30 dicembre 2016 impegna 242.911,53 euro sul Pac Calabria per il riuso del Sistema Informativo Lavoro dell’Emilia Romagna “Sil-Er”, mentre con decreto 17514 sempre del 30 dicembre 2016 impegna 1.757.088,47 euro per spese relative ai servizi di digitalizzazione. La somma dei due impegni fa 2 milioni di euro, una cifra molto vicina a quella "immaginata" per la Convenzione con Fastweb spa. 
Ma il riuso non era gratuito? Non era stato detto che non vi erano oneri a carico della Regione? E poi perché proprio il sistema dell'Emilia Romagna?

“NUOVO” VENTO A CALABRIA LAVORO Nel frattempo ad Azienda Calabria Lavoro "cambia" il vento e il vento porta al timone Luigi Zinno che, seguendo la linea tracciata dal suo predecessore, da buon commissario attiva in data 08 marzo 2017 il nuovo sistema CO Calabria (quello che già c’era) che – ricordate? – porterà la nostra regione a livello delle altre. Purtroppo compaiono i primi intoppi: il nuovo sistema non parte benissimo. A parte la grafica retrò, dopo più di due mesi gli utenti e gli operatori non si sentono tanto al livello delle altre regioni ed evidenziano problemi con l'invio delle comunicazioni e la consultazione delle informazioni storiche; anche gli stessi Centri per l’Impiego - che dovrebbero usare il sistema ogni giorno - lamentano l'inadeguatezza del nuovo sistema rispetto al precedente evidenziando, ad esempio, la non visibilità dei rapporti di lavoro prestati fuori provincia/regione che costringe i lavoratori a portare la copia cartacea della CO nonché la macchinosità nel reperire informazioni arrivando, ormai scoraggiati, a minacciare il blocco delle attività. Altra questione dirimente: è possibile che si decida la sostituzione di un sistema informativo senza aver prima chiesto un feedback agli operatori dei Cpi ed agli utenti? Evidentemente sì. 

MISTERIOSI “MOVIMENTI” INFORMATICI I disservizi ovviamente si verificano mentre ad Azienda Calabria Lavoro arrivano proposte di interventi da centinaia di migliaia di euro per "migrazioni" ed analisi del "web sentiment". Il vero punto è uno: si è partiti da una piattaforma per la quale non erano segnalati disastri e si è finiti – con la scusa di non spendere nulla – a tirar fuori un bel po’ di denari. Senza poter sapere – il sito istituzionale di Calabria Lavoro non è proprio un modello di trasparenza sul punto – quale società si stia occupando dei servizi legati al nuovo sistema informatico e se sia stata scelta con un avviso pubblico. In effetti sui “movimenti” informatici del dipartimento c’è un riserbo molto stretto. Ma si può provare ad abbozzare qualche teoria. La prescelta potrebbe essere Fastweb spa nell'ambito della Convenzione Cnipa. Oppure Engineering spa, che ha sviluppato il sistema per l'Emilia Romagna e vanta una solida e storica presenza in Calabria (oltre che buoni rapporti con la politica). O ancora Techno Center spa il cui sito internet informa della recente attivazione di una sede a Catanzaro e cita tra i clienti Azienda Calabria Lavoro? Già, con quali affidamenti? Ma soprattutto: qual è la regione al cui livello vuole tendere la Calabria? Sarà per caso l’Emilia Romagna? Chissà quanto costerà il percorso ai contribuenti calabresi. (ppp)

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  • Occhiello Dalla nuova piattaforma (simile alla vecchia) agli ultimi affidamenti “misteriosi”. Il percorso per avvicinarsi al modello emiliano continua. Ma non è privo di intoppi. E alla Regione costa parecchio

CATANZARO Domenico Pallaria, manager regionale indagato nell’ambito dell’inchiesta sull’utilizzo distorto dei fondi ex Gescal per acquistare un immobile Aterp a Vibo Valentia, vuole riepilogare i fatti e gli atti che riguardano il suo ruolo. «La Regione Calabria – scrive –, con legge regionale 23 dicembre 2011, n. 47 ha autorizzato (rif. art 39) il dipartimento Lavori pubblici ad avviare una attività di ricognizione sullo stato di attuazione dei “programmi di edilizia comunque denominati e finanziati" al fine di rendere immediatamente utilizzabili le “risorse disponibili”». Dopo quella disposizione, la giunta regionale «con deliberazione del 30/07/12 n. 347 ha approvato un atto di indirizzo per l’elaborazione di un “Programma operativo nel settore delle politiche della casa”, da predisporsi a cura del dipartimento Lavori pubblici e Infrastrutture, articolato in 7 diversi punti e finanziato con risorse non spese derivanti dai fondi attribuiti alla Regione Calabria ai sensi dell’articolo 63 del decreto legislativo numero 112/98 allocati sul conto corrente infruttifero numero 20128/1208 «CDP Ed. Sovv. Fondo Globale Regioni», cioè i fondi ex Gescal. In merito, l’articolo 6 della legge numero 21 dell’8 febbraio 2001 – segnala Pallaria – dava disposizioni inequivocabili circa l’impiego, e da parte di chi, di detti fondi».
In quel periodo «il capo dipartimento era l’ingegnere Laganà e il dirigente del settore specifico era l’ingegnere Capristo che – sottolinea il direttore generale – hanno operato conformemente alle disposizioni legislative in vigore».
I 7 programmi di cui si occupava la delibera citata si sono tradotti «in altrettanti progetti approvati con appositi decreti dei predetti dirigenti; penso, a esempio, al Programma numero 1 che destinava 25 milioni di euro ad attività di censimento e verifica dei contratti delle singole abitazioni Aterp (le singole Aterp procedevano ad “arruolare” tecnici ed amministrativi)».
Pallaria arriva ai vertici del dipartimento solo nell’ottobre del 2013, dopo le dimissioni dell’ingegnere Laganà. Nel periodo successivo gli vengono proposte, da parte del settore competente, «variazioni non sostanziali ai menzionati  programmi originari che danno origine alle delibere 93/2014, 147/2014 e 452/2014».
Pallaria ci tiene a specificare che sono «tutte delibere di rimodulazioni dei singoli programmi (ad esempio, con la delibera numero 93/2014 viene aggiunto  un nuovo programma “Fondo rotativo per costituire garanzie accessorie per la contrazione di mutui finalizzati all’edilizia sociale” ). Era la prima delibera che mi veniva proposta – dice –, e proprio prendendo spunto dal nuovo programma aggiunto, chiedo al ministero un apposito parere contemplante, quindi, l’utilizzo dei fondi di cui si discute (Nota n. 171811 del 22 maggio 2014)». Il ministero riscontra quella nota demandando alla Regione la scelta circa l’impiego dei fondi «comunque in linea con l’articolo 6 della legge numero 21/2001».
Nel febbraio del 2015 a Pallaria viene affidata, ad interim, la direzione generale del dipartimento Ambiente ed Urbanistica. In quella circostanza il manager viene «a conoscenza che i Programmi di recupero urbano gestiti dall’apposito settore del dipartimento Urbanistica trovavano copertura, fin dal 2011, sugli stessi fondi ex Gescal». Ed è in quel momento che – scrive – «mi determino a “bloccare” i programmi stigmatizzando il fatto che nessuno si era accorto, dal 2011, che due dipartimenti operavano sugli stessi fondi; erano fondi che venivano trasferiti direttamente ai soggetti beneficiari dalla Cassa depositi e prestiti, senza passare dal bilancio regionale. Si è quindi dovuto fare una verifica sullo stato di attuazione dei programmi (per accertare gli impegni giuridici in atto) fino ad arrivare all’ultima delibera in ordine temporale».

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  • Occhiello Il direttore generale rievoca gli atti messi nel mirino dalla Procura di Vibo Valentia: «Mi sono accorto che due dipartimenti operavano sugli stessi fondi. E quei soldi non passavano dal bilancio regionale»
Venerdì, 14 Luglio 2017 08:12

Dora che odia tutto e ama i funerali

VILLA SAN GIOVANNI «Questo testo è un gioco. Un gioco serio, però. Come la vita vera». La scheda descrittiva di "Dora in Avanti" inizia così. Lo spettacolo di Domenico Loddo - interpretato da Silvana Luppino e con la regia di Christian Maria Parisi - è l'ultima produzione del Teatro Primo di Villa San Giovanni che, dopo il successo della passata stagione, ha replicato in un doppio appuntamento estivo il 12 e il 13 luglio. In questo monologo di un'ora, Silvana Luppino presta il volto a Dora Kieslowsky, una giovane donna che vive male la sua vita. Abbandonata dal padre a soli 5 anni, sopravvive trascinandosi dietro l'eco del distacco. Questo dolore, la porterà a distruggere molto di ciò che le vive attorno: amore, relazioni, se stessa. Ha un analista, uno spiritual trainer, che le ripete che «l'unica via d'uscita è dentro di te». Sebbene riesca a trovarsi, preferisce lasciarsi andare («Mi sono ritrovata, ma al fine ho preferito non riconoscermi»). Vive perduta nell'odio, verso il mondo, il sesso e troppe delle cose che la circondano. Ma ama le farfalle, i palindromi e andare ai funerali, perché dichiara di consolarsi nel dolore altrui.                                                                                Lo spazio in cui si muove Dora è occupato da una grande altalena che pende al centro della scena. Alla sua destra, c'è un grande baule di fronte al quale si trovano alcuni rametti di legno. Sulla sinistra sono allineate, in prospettiva crescente, due strutture di legno sulle quali sono conficcate delle farfalle di vario colore. Davanti a esse, un faro. Le luci del palco sono cupe quando l'attrice entra in scena. Pochi secondi per la prima battuta che ci porta in media res: è una bambina e il padre, che la dondolava su quell'altalena, non si vedrà mai più (tornerà, come ricordo o immaginazione della protagonista, sotto forma di ombra costruita proiettando le sagome sovrapposte delle due strutture in legno). Partendo dal metateatro - l'attrice svela se stessa e l'autore -, sono comici i toni che ci accompagnano dentro la storia: il rapporto con l'analista e la sua vita tormentata «sono un'attrice disoccupata cronica che, per fortuna, ha una vita di merda». «È un gioco serio», perché c'è tutto il dramma di una giovane vita che ricorda quel giorno del 1979 come «l'ultimo in cui sono stata felice». Da quell'evento, Dora distrugge tutto ciò che tocca: la sua famiglia, il suo matrimonio. Mette a rischio la vita del figlio, colpevole di essere il frutto di un rapporto clandestino. Come in un film di Krzysztof Kieślowski - non a caso, citato spesso nel racconto - che nei suoi lavori tendeva a drammatizzare gli eventi più che a mostrare la semplice realtà delle cose, questo spettacolo non edulcora la crudezza della vita. Diventiamo protagonisti assieme alla protagonista del film della sua esistenza. Nelle scene e nei disegni creati da Valentina Sofi, Dora rivede il tentato infanticidio del figlio compiuto dal marito tradito. Campi lunghi, dettagli di volti per chiudere su «Musica a levare. Dissolvenza. Titoli di coda», pronuncia àtona, come se fosse una semplice analisi tecnica. 
La storia è costruita su due livelli narrativi che marcano altrettanti spazi della rappresentazione: il palcoscenico e la platea. L'uso delle luci (curate da  Guillermo Laurin) è indispensabile per comprendere al meglio il lavoro di regia che c'è dietro. La sfera intima, quella personale ed emotiva sono vissute sulla scena; sul baule in cui è custodito un cappotto che l'attrice indossa e da cui tirerà fuori l'unica foto che possiede del padre. Qui vive la Dora fragile e umana. In platea, in rapporto col pubblico, conosciamo la Dora sarcastica e dalla vena comica, che vive di rabbia col resto del mondo. La commedia, che si mette al servizio del dramma, ne amplifica i connotati e lo restituisce nel suo spietato aspetto. La storia scorre veloce poggiandosi su un testo che è fresco e  incisivo allo stesso tempo. Non ha bisogno di macchinazioni ingegnose per essere raccontata. Basta lei su quelle tavole, col suo corpo magro e rigido fasciato in abiti neri a introdurre quanta durezza ci sia in quelle parole; parole masticate in ampi bocconi, fagocitate quanto la storia che scorre velocemente nella voce di Silvana Luppino, brava nel passare da un registro all'altro, da un luogo a un altro, da una Dora all'altra.       Sulle note di Michel Polnareff, Dora siede sulla sua altalena. Canta "Una bambolina che fa no, no" e, dolcemente, si dondola pronta a raccontare di nuovo la sua storia, un'altra volta. 

Miriam Guinea
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  • Occhiello L’ultima produzione del Teatro Primo di Villa San Giovanni racconta la storia di una donna che si lascia andare. E si muove tra palcoscenico e platea. Tra interpretazione e vita vera. Distruggendo tutto ciò che tocca
Venerdì, 14 Luglio 2017 08:02

«Non siamo passacarte di Marcianò»

Leggo con stupore e amarezza le parole dell’assessore esterno, dirigente nazionale di Matteo Renzi Angela Marcianò in merito al lavoro che si sta portando avanti in commissione relativamente alla proposta deliberativa della giunta comunale in merito agli alloggi popolari per situazioni di emergenza abitativa.
Se l’assessore Marcianò ritiene che il mio ruolo di consigliere comunale eletto dai cittadini  e di capogruppo del suo partito politico sia quello di votare a scatola chiusa un regolamento preconfezionato o peggio ancora fare il passacarte di quelle che sono le sue proposte si sbaglia di grosso.
I miei emendamenti entrano nel merito del regolamento per migliorarlo e potenziarlo e lasciarlo “vivere” al netto di chi sia l’assessore al ramo.
Nel primo emendamento presentato ritengo un valore imprescindibile scindere indirizzo politico da gestione, ragione per cui è assurdo ritenere che chi ha la delega di giunta alla case popolari possa essere allo stesso tempo il presidente della commissione tecnica che ha la funzione di verificare il possesso dei requisiti generali di legittimità per l’assegnazione e di accertamento delle situazioni di emergenza abitativa in attuazione all’art 31 della legge regionale 32/96 che dà comunque l’esclusività al Sindaco per le assegnazioni.
Da ciò ne deriva la mia proposta di avere una commissione snella e operativa e come presidente un soggetto terzo, estraneo alla politica con funzioni reali di garanzia e imparzialità.
Sempre nei miei emendamenti la necessità di lasciare una riserva alle donne sole vittime di violenza, un tema già discusso in consiglio comunale che vorrei diventasse parte del regolamento stesso.
Nei miei intendimenti, quello di eliminare qualsivoglia interesse dalle scelte che determinano le situazioni di emergenza abitativa per sbloccare una situazione che ha creato non pochi disagi tra i cittadini con una discussione franca nell’unica ed assoluta sede preposta che è la commissione consiliare e poi il consiglio comunale della città.
Essere l’assessore alla legalità non vuole dire che gli altri non agiscano nella legalità né tanto meno essere il detentore della verità assoluta, la si smetta con questo vittimismo e con considerazioni che se rivolte ai miei confronti non sono ammesse a nessuno né tanto meno a un assessore esterno del mio stesso partito politico.
Ho già chiesto ufficialmente al sindaco una verifica di maggioranza per chiarire i contenuti del regolamento e degli emendamenti che ho presentato ma soprattutto per mettere un punto definitivo rispetto all’azione politica che ci dovrebbe portare a essere tutti dalla stessa parte e tutti uniti nella stessa direzione a partire dalle richieste al governo nazionale ad al Partito democratico di Roma che ancora, al netto delle nomine di segreteria nazionale, non ci ha dato le risposte necessarie per una reale ripresa.
In tutto questo non vi è nulla di personale ma la prerogativa, per me imprescindibile, di esercitare il mio ruolo, al netto di chi sia l’assessore interessato, sempre e comunque.

 

*capogruppo Pd nel consiglio comunale di Reggio Calabria

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  • Occhiello di Antonino Castorina*

COSENZA Beni per oltre 700 mila euro al reggente della cosca Ruà-Lanzino, Francesco Patitucci, e a un suo parente, Giuseppe Di Cicco, della stessa cosca. La confisca è avvenuta su richiesta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro diretta dal procuratore capo Gratteri, a seguito di un'indagine svolta dalla Guardia di finanza di Cosenza e coordinata dal procuratore aggiunto Bombardieri. Nei confronti del Patitucci è stata applicata la misura di prevenzione della sorveglianza speciale per la durata di quattro anni con obbligo di soggiorno nel comune di residenza, mentre nei confronti del De Cicco la sorveglianza speciale per tre anni. Patitucci è attualmente detenuto per violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale e per violazione legge armi. È stato già condannato per il delitto di associazione mafiosa e reati connessi con sentenze di primo e secondo grado (divenuta irrevocabile nel 2015), per appartenenza alla cosca "Lanzino/Ruà" e riconosciuto quale "reggente" della consorteria, nonché per reati di estorsione e di usura aggravati. Peraltro il capo clan era già stato condannato per la partecipazione all'associazione mafiosa denominata "Pino-Sena", con sentenza della Corte di Assise d'Appello di Catanzaro, divenuta irrevocabile nel 2000. De Cicco, invece, è legato da stretti rapporti di natura familiare con il reggente del clan ed è indicato nei provvedimenti dell'autorità giudiziaria come facente parte della cosca "Ruà-Lanzino", prevalentemente con compiti di riscossione dei proventi dell'usura praticata dal clan. La confisca è stata possibile grazie anche al lavoro svolto dai finanzieri calabresi del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Cosenza, diretta dalla Dda di Catanzaro, che hanno svolto accertamenti patrimoniali nei confronti dei proposti nonché dei loro prossimi congiunti. Accertamenti che, nel periodo 2002/2013, hanno evidenziato una netta sproporzione delle movimentazioni economico-finanziarie in uscita rispetto ai redditi dichiarati, nemmeno idonei a soddisfare anche le sole esigenze primarie di vita. Tra i beni sequestrati ci sono tre fabbricati turistico-residenziali in provincia di Cosenza, una società di capitale, con 10mila quote sociali, con relativo complesso aziendale operante nel settore delle costruzioni di edifici, un automezzo e rapporti bancari per un valore complessivo stimato pari a oltre 700mila euro.

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  • Occhiello La Dda di Catanzaro mette nel mirino i beni di Francesco Patitucci e Giuseppe Di Cicco. Sigilli a tre edifici e una società attiva nell'edilizia

CATANZARO Tre agguati mafiosi, con due vittime, tra il 2002 e il 2006. Tutti compiuti nel Vibonese e tutti, fino a questa mattina, rimasti insoluti. Oggi, però, al termine di un lungo lavoro investigativo, la Dda di Catanzaro ha arrestato otto persone, facendo chiarezza su quei fatti. La polizia, infatti, a conclusione di complesse attività d’indagine condotte dalle Squadre mobili di Catanzaro e Vibo Valentia e dal Servizio centrale operativo di Roma, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, dalle prime ore della mattinata odierna, ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 8 soggetti ritenuti responsabili a vario titolo dell’omicidio di Mario Franzoni, avvenuto nell’anno 2002 a Porto Salvo, frazione di Vibo Valentia, dell’omicidio di Giuseppe Salvatore Pugliese Carchedi e del tentato omicidio di Francesco Macrì, avvenuti nel 2006 sulla statale 522 tra Vibo Marina e Pizzo Calabro, tutte vittime di agguati mafiosi. I nomi degli arrestati: Nazzareno Felice, Michele Fiorillo, Rosario Fiorillo, Vincenzo Giampà, Nazzareno Mantella, Salvatore Mantella, Rosario Primo Mantino e Francesco Barba.

LE PAROLE DEI PENTITI Le attività d’indagine, supportate anche dalle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, Giuseppe Giampà, Raffaele Moscato, Pasquale Giampà, Andrea Mantella, hanno permesso di fare luce, oltre che sui moventi degli omicidi, anche sui mandanti e sugli esecutori materiali dei gravi fatti di sangue. Maggiori dettagli verranno forniti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 11 nella Questura di Vibo Valentia alla presenza del procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri.

IL (FINTO) MOVENTE PRIVATO La cosca dei Piscopisani, ai quali apparterrebbero le otto persone arrestate stamani dalla polizia con l'accusa di avere avuto un ruolo in due omicidi, aveva cercato di veicolare l'idea che i delitti avessero un movente privato. È quanto emerso dalle indagini delle squadre mobili di Catanzaro e Vibo Valentia e dello Sco, coordinate dalla Dda catanzarese, che stamani hanno portato agli arresti. In particolare, secondo quanto si è appreso, per Mario Franzoni, ucciso nel 2002, negli ambienti criminali vibonesi era stata fatta circolare la voce che fosse stato ucciso in seguito a un litigio. Per Giuseppe Salvatore Pugliese Carchedi, assassinato nel 2006, era stato riferito che il delitto era da ascrivere ad una relazione che il giovane intratteneva con la figlia minorenne di un esponente della criminalità organizzata. In realtà, secondo quanto emerso dalle indagini, le vicende private, che effettivamente c'erano, sarebbero da calare in un contesto articolato relativo ai rapporti di forza in seno all'organizzazione criminale. Pugliese Carchedi, quindi, secondo gli investigatori, era stato ucciso per punirlo perché si ribellava alla cosca compiendo dei reati all'insaputa della 'ndrina. 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello I motivi privati "inventati" per i delitti: così la cosca dei Piscopisani tentava di coprire la faida. Tre pentiti inchiodano i responsabili degli omicidi di Franzoni e Pugliese Carchedi. L'operazione "Outset" della Dda fa chiarezza anche sul tentato assassino di Francesco Macrì lungo la statale 522.
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