Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Mercoledì, 20 Settembre 2017
Mercoledì, 20 Settembre 2017 22:56

Notte fonda per il Crotone, l’Atalanta vince 5-1

Quarta gara in soli undici giorni per l’Atalanta, la voglia di portare a casa i primi tre punti stagionali per il Crotone. Il turno infrasettimanale di serie A mette di fronte i neroazzurri di Gasperini ed i calabresi di Davide Nicola che in settimana non si è detto preoccupato per l’astinenza da gol dei suoi attaccanti.
Gli orobici non hanno nessuna intenzione di lasciare punti per strada e, in casa, Gasperini manda in campo una squadra a trazione anteriore sorretta dalla coppia gol Gomez -Petagna. Nicola, invece, perde Martella per infortunio e lancia Pavlovic. Barberis confermato a centrocampo.
Pronti via e la partita si mette subito in salita per i calabresi. Al 6′ Ilicic a sinistra semina il panico e crossa in area per Petagna che non sbaglia. 1-0 e Crotone obbligato a rincorrere.
Passano pochi minuti e Nicola è costretto al primo cambio: fuori Tonev (infortunio), dentro Stoian.
Ma le brutte notizie per Cordaz e compagni non sono finite, Ilicic è in serata e quando è ispirato il numero 72 diventa devastante. Ne sanno qualcosa i difensori calabresi, costantemente in difficoltà quando l’ex Fiorentina si avvicina all’area di rigore avversaria.
L’Atalanta gioca bene ed al 25′ arriva il raddoppio. Corner di Gomez, sponda di Petagna e guizzo di Caldara che segna il primo gol stagionale.
I rossoblù perdono la testa e prima dello scadere della prima frazione di gioco subiscono il terzo gol. Ilicic, sempre lui, dribbla quattro uomini, entra in area e di sinistro batte Cordaz. 3-0 e squadre negli spogliatoi.
Nella ripresa i minuti scivolano via senza emozioni, fino al 65′ quando Ilicic serve una palla d’oro a Petagna che fa velo e regala al Papu Gomez la gioia del gol. 4-0 e Crotone completamente in balia degli avversari.
La squadra di Nicola prova a reagire e trova il primo gol stagionale. Passaggio dalle retrovie per Tumminello, l’ex Roma si libera bene di Caldara e batte Berisha. Prima rete in Serie A per il giovane attaccante.
Una piccola gioia per i calabresi in una notte da dimenticare. E purtroppo l’entusiasmo svanisce presto. Caldara viene atterrato in area di rigore avversaria da Pavlovic. Dal dischetto si presenta Gomez che con il cucchiaio batte Cordaz per il 5-1 definitivo.
Partita da dimenticare ed in fretta per il Crotone. Il primo gol stagionale è l’unica nota positiva di una gara che ha messo in evidenza tutti i limiti di una difesa priva di un vero leader.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il turno infrasettimanale di serie A contro i neroazzurri di Gasperini fa emergere tutti i limiti dei calabresi, soprattutto in difesa

REGGIO CALABRIA Non solo è tornato a collaborare con i magistrati, ma forse per la prima volta ha fornito in modo coerente informazioni e dettagli su temi – scottanti – in precedenza solo accennati. C’è un nuovo memoriale del pentito Nino Lo Giudice. Il dato emerge dalle motivazioni della sentenza con cui il Tdl ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare a carico di Paolo Romeo dopo il rinvio disposto dalla Cassazione. Si tratta di un documento recentissimo – risale al giugno scorso – ed è citato solo in parte. Ma tanto potrebbe bastare a far tremare chi da tempo guarda con apprensione alle iniziative investigative della Dda di Reggio Calabria.

LA SUPER-LOGGIA CHE CONTROLLA LA POLITICA «La politica reggina – si legge nelle carte – coinvolta in modo indelebile con quella che possiamo definire la ‘ndrangheta massonica o meglio dire la zona grigia». Parole pesanti, ma forse giustificate alla luce delle informazioni che Lo Giudice afferma di poter fornire «Finora – scrive – è attiva una superloggia segreta che impartisce e spartisce i proventi che fuoriescono dalle casse dello Stato e della povera gente». L’italiano di Lo Giudice zoppica, il narrato no. Le sue parole sembrano confermare punto per punto quello che dalle inchieste della Dda sta emergendo.

I POLITICI DEL CALIFFATO DI ARCHI «Secondo la mia opinione e la mia conoscenza diretta o indiretta su molti soggetti, credo che ci siano pochissimi politici che non si sono lasciati tentare o essere tentati dal Califfato di Archi e dal mandamento di centro». Nello stralcio riportato dai giudici, i loro nomi sono in larga parte coperti da omissis. Ma alcuni sono sopravvissuti alla censura dettata dalla necessaria segretezza investigativa.

«ECCO I NOMI» C’è quello di Alberto Sarra, definito dal pentito «un venduto, alla mercè di Pasquale Condello, che durante il primo esordio del Sarra si rivolse al Capo dei capi per ottenere la sua protezione ed essere eletto con i voti che lo stesso Condello gli fece emergere dal nulla». C’è quello di Delfino, altro imputato del processo Gotha che – afferma Lo Giudice - «negli anni Duemila si presentò ai Franco Murina per essere aiutato per ottenere la sua candidatura come presidente della circoscrizione di Santa Caterina». Ma fra i politici evocati dal collaboratore c’è anche Manlio Flesca, già condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per corruzione elettorale e abuso d'ufficio, entrambi aggravati dall'aver favorito la 'ndrangheta, in uno stralcio del processo Meta. Per Lo Giudice, era «un altro protetto del capo mafia Pasquale Condello che ottenne la sua candidatura nel Comune di Reggio Calabria con l’aiuto del cartello condelliano».

«FEDELISSIMO DEL CARTELLO ARCOTO» E c’è il senatore Caridi, dall’estate scorsa in carcere perché considerato uno dei politici costruiti dalla direzione strategica della ‘ndrangheta per raggiungere i suoi scopi. Per il pentito è «corrotto e fratello del cartello destefaniano – Tegano». Ma soprattutto c’è l’ex deputato del Psdi, Paolo Romeo. «Un fedelissimo del cartello arcoto che nel tempo divenne uno dei pilastri degli amici degli amici» si legge nel memoriale di Lo Giudice prima che le sue parole vengano coperte da un lungo omissis. E infine (o forse no, considerando il numero di “censure”) fra i “corrotti” il pentito indica «Cammera, un altro massone di rango e coinvolto con le cosche massoniche reggine».

L’INCONTRO DI VIBO E di rapporti fra logge e clan, Lo Giudice sembra saperne parecchio. Del resto, già da giovanissimo ha iniziato a frequentare le celle in cui erano detenuti di peso della ‘ndrangheta reggina. E porta un cognome in grado di garantirgli l’accesso a determinate informazioni. Soprattutto negli anni Novanta. All’epoca – ricorda nel suo memoriale – era finito in cella con Cosimo Moschera, rampante capo locale di Santa Caterina. «Mi disse: “compare quando noi eravamo ancora a Reggio, dopo la condanna di primo grado, Peppe De Stefano, insieme ad altri, si riunirono a Vibo, in un residence. Lì c’erano Peppe De Stefano, Nino Fiume, Licio Gelli, Mario Coco Trovato, l’avvocato Giorgio De Stefano, Pino Piromalli, Pino e Rocco Molè, poi c’erano personaggi che rappresentavano la mafia siciliana, un certo Giuseppe Albanese; quello che faceva parte a Filippo Barreca di Pellaro».

LA STRATEGIA EVERSIVA Si tratta di una dichiarazione importante, che trova riscontro nelle parole di altri collaboratori – calabresi, siciliani e pugliesi – che negli anni hanno parlato degli incontri durante i quali è stata concordata la partecipazione dei clan calabresi alle “stragi continentali”. Tutte dichiarazioni già in larga parte riscontrate e che oggi sono uno dei pilastri dell’inchiesta “Ndrangheta eversiva”.  Al centro dell’indagine, il piano eversivo messo insieme da mafie storiche, ambienti piduisti della massoneria, estrema destra e quella sezione dei servizi nei decenni precedenti coinvolta nelle operazioni “stay behind” per mandare al potere una classe politica compiacente. Un piano di cui Lo Giudice sembra sapere più di qualcosa.

IL SOGNO SEPARATISTA «Loro (Albanese - Barreca) – si legge nel memoriale – facevano parte dell’estrema destra (o meglio ancora dell’avanguardia nazionale) e ai servizi deviati dello Stato e collegati alla massoneria deviata insieme a Franco Freda e a Paolo Romeo». Anche queste sono circostanze già emerse in precedenza nelle parole di tanti pentiti di diversa estrazione e che fanno da riscontro alle parole di Lo Giudice, il cui ruolo si inizia a comprendere anche in ragione del patrimonio conoscitivo che dimostra di avere. «Lo scopo di quella riunione – afferma – era destabilizzare il Paese e puntare ad un potere separatista parallelo allo Stato italiano e far nascere un nuovo partito della Lega in Calabria». Nel corso della medesima riunione, aggiunge «si era parlato anche di una strategia che doveva essere messa in atto per smantellare Pasquale Condello definitivamente». Una circostanza plausibile alla luce della guerra fra destefaniani e condelliani che in quegli anni insanguinava le strade di Reggio.

L’ALLEANZA CON I PIROMALLI Quel periodo, così come quello relativo alla precedente guerra, Lo Giudice lo conosce e lo ricorda bene. Sa che durante il primo conflitto, durante il quale la vecchia ‘ndrangheta di ‘Ntoni Macrì e Mico Tripodo è stata cancellata a colpi di lupara, «i fratelli De Stefano si erano confederati con i Piromalli-Molè di Gioia Tauro, dove insieme intrallazzavano sigarette e droga. I due schieramenti erano consolidati dai due più potenti personaggi di quel tempo: Mommo Piromalli e Paolo De Stefano». Ma – ci tiene a sottolineare il collaboratore – «all’ombra di tutto quello che stava per nascere c’era il cospiratore dell’avvocato Giorgio De Stefano, che guidava e consigliava il più famigerato Paolo De Stefano, che dopo la morte del fratello Giorgio divenne il capo assoluto della famiglia».

GIORGIO IL CONSIGLIORI Una fotografia precisa di assetti già consolidati da sentenze definitive. Ma che si arricchisce di qualche particolare in più. Se don Paolino era il capo operativo – spiega Lo Giudice – è toccato al cugino, l’avvocato Giorgio tessere « la complessa ragnatela di intrecci con i servizi di sicurezza e massoneria». In quegli anni – aggiunge il pentito - «i due padrini decisero di far fiorire e formare la Santa, coinvolgendo quasi tutti i padrini più eccelsi che facevano parte del comando dell’intera ‘ndrangheta calabrese (eccetto Domenico Tripodo di Sambatello di Reggio Calabria e Antonio Macrì di Siderno e altri) che rafforzò il loro dominio confrontandosi e unendosi con massoneria e servizi deviati e politica, divenendo più potenti e intoccabili e più infami di prima».

«SONO INFAMI» Una parola forte, quest’ultima, nel mondo delle ‘ndrine. Ma che Lo Giudice usa di proposito. «Infami – specifica – perché hanno imbastardito la vera antica ‘ndrangheta. Negli anni Settanta era nata una sorta di criminalità eccelsa che faceva affari con personaggi di rilievo come per esempio Licio Gelli,  Franco Freda, Fefè Zerbi, Stefano Delle Chiaie, il famosissimo Paolo Romeo». Per il pentito si tratta di «personaggi che in quegli anni cospirarono contro la Repubblica italiana, misero in atto una guerriglia cittadina per stravolgere il potere del capo dello Stato, ispirandosi ad una separazione del Meridione dal resto d’Italia. In quello stesso complotto, camuffato da “Boia chi molla” morirono centinaia di innocenti». Una dichiarazione con cui Lo Giudice mostra forse per la prima volta il perché della rabbia, mista a paura, mostrata in più di un processo nei confronti degli arcoti. Il collaboratore sembra aver capito di essere stato preso in giro, insieme a legioni di picciotti e luogotenenti, tutti mandati a combattere una guerra di cui non conoscevano il vero scopo. Quanto meno all’epoca.

LA STAGIONE ROMANA Paolo De Stefano e «il suo braccio destro» Pasquale Condello, «uomo con un’intelligenza depravata» - aggiunge - «erano latitanti a Roma e nel nord Italia dove furono i primi ad entrare in contatto con alcuni componenti della Banda della Magliana, dove si intrecciarono con i Nar e fecero lo sterminio nella capitale, racimolando montagne di denaro con i sequestri di persona insieme al boss Saro Mammoliti di Castellace». Una strategia – spiega Lo Giudice – necessaria per divenire «il potere assoluto da più fonti. Mi venne narrato – sottolinea – che Pasquale Condello in quegli anni, quando era latitante a Roma insieme a Paolo De Stefano, quando i due entravano in azione per qualche rivalsa o qualche colossale rapina, Pasquale Condello era agguerrito, sparava con due pistole».

I LEGAMI DI ROMEO E MOSCHERA Sulle dichiarazioni di Lo Giudice, gli approfondimenti sono probabilmente in corso. Investigatori ed inquirenti devono e vogliono sapere come e quando ha appreso queste informazioni. Non tutto il memoriale sembra esser stato reso pubblico, ma dagli stralci richiamati dal Tdl, pare che alcune spiegazioni Lo Giudice le abbia fornite. Quanto meno riguardo alla possibilità di accedere alle informazioni dimostrata da Cosimo Moschera. Lui – afferma – «mi disse che in passato era stato nell’avanguardia nazionale (in verità si trattava di destra eversiva) insieme all’avvocato Paolo Romeo, al marchese Zerbi ed era in stretto contatto con lui e più volte era intervenuto per farlo uscire di galera». Circostanze di cui il pentito ha avuto cognizione diretta perché – dice – «avevo assistito di persona a incontri fra il Moschera e il Romeo dove si stava realizzando il nuovo Palazzo della Regione».

«SO PERCHE’ HO VISTO» Sul punto, Lo Giudice è preciso. «Ricordo – si legge nelle carte – che era l’anno 85-86, insieme al Moschera ci recammo dove era in costruzione il palazzo della Regione, lì ad attenderlo c’era l’avvocato Romeo che discuteva con l’ingegnere che seguiva i lavori e altre persone che conoscevo. Fu in quell’occasione che il Moschera mi presentò il Romeo. Ricordo che quando andammo via da lì, il Moschera mi disse che l’avvocato Romeo stava discutendo con l’ingegnere riguardo i lavori che stava effettuando». A che titolo, non è dato saperlo. Magari nuove indagini saranno in grado di chiarirlo.

«SU ROMEO, LO GIUDICE E’ ATTENDIBILE» Per quanto riguarda il resto del narrato del collaboratore, gli inquirenti sono probabilmente al lavoro. Tuttavia per quelle che riguardano Romeo è il Tdl a mettere un punto fermo. «Non vi sono motivi per ritenere non veritiere le dichiarazioni del Lo Giudice sulla figura di Paolo Romeo» – scrivono i giudici – «il cui tenore risulta logico e coerente». Del resto, ricorda il collegio, di recente anche altri collaboratori come Marcello Fondacaro hanno parlato dell’esistenza di una loggia coperta in Calabria, una deviazione «della loggia giustinianea.

LE CONFERME DI FONDACARO «Ho saputo – si legge nel verbale del pentito della Piana richiamato in sede di motivazione – che era la P2, la ex  P2 di Licio Gelli, perché Pino Strangio mi parlo proprio di questo, che lui era il gran maestro, diciamo a Gioia e per il circondario». E poi «anche Paolo Romeo – afferma Fondacaro – sapevo essere appartenente a questa loggia, quando ancora faceva parte del Psdi, partito socialista democratico italiano. Me lo dissero i fratelli Dato, Giovanni ed Egidio, di Gioia Tauro». Gli stessi – aggiunge – che gli avrebbero riferito che «Paolo Romeo era un massone e loro erano iscritti nello stesso partito». Dichiarazioni perfettamente sovrapponibili a quelle di Lo Giudice – dicono i giudici – e che bastano a spazzare via ogni dubbio.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il pentito reggino punta il dito contro gli imputati di “Gotha”, ma chiama in causa anche Flesca. E conferma il piano stragista di clan, massoneria e servizi deviati

Sono i giorni del batticuore per Rosita e il piccolo Antonio. La battaglia dell’ingresso a scuola l’hanno vinta. Lacrime?, chiedo a Rosita. Incredibilmente no. Perché? «La sofferenza patita in questi due anni, nei quali mi sono sentita abbandonata, al limite della speranza, mi dice, mi ha creato uno scudo di protezioni emotive, positive e negative. Di sicuro, visto che mi conosco, scoppierò a piangere fra qualche giorno». Non sono riusciti a trattenere le lacrime, aggiunge, il padre di Antonio (da cui è separata, ma invitato da lei a quel che è stato un vero e proprio evento, e lo è stato) e il resto della sua famiglia. Attorno alle nove, qualche giorno fa, è arrivato a casa di mamma e figlio, in viale Giacomo Mancini, il mezzo di trasporto con pedana, fornito dal comune di Cosenza, dove Rosita è domiciliata, l’avvocato del comune di Mendicino, Filippelli e due assistenti alla persona, messe a disposizione sempre dall’amministrazione di Mendicino, dove lei è residente. Una notte insonne? «Tutt’altro – dice Rosita – perché non ci credevo ancora, non ero convinta. C’è sempre stato un problema dell’ultimo momento».
Ed allora ha atteso, già pronto Antonio Maria e già pronta lei, bussano alla porta. Incredula, sale sul pulmino, con il figlio, le assistenti, il suo avvocato Nadya Rita Vetere, nel caso  fossero insorte ulteriori criticità. Cuore e batticuore, finalmente il primo giorno di scuola. I bambini lo hanno accolto, come meglio non avrebbero potuto. «La loro autenticità – mi dice Rosita – è stata meravigliosa, anche se pur con quattro giorni di ritardo, avevano un loro compagnuccio, gravemente disabile ed handicappato». Naturalmente, mamma Rosita è rimasta in classe. Giustamente! Non si sa mai. E rimarrà per altri giorni per seguirlo e far capire ciò di cui il bambino, può aver bisogno, in caso di crisi epilettiche, se dovesse sfilarsi il tubo col quale si nutre, per errore. O nel caso l’osteopenia dovesse creargli problemi. Imma Cairo, direttrice didattica della scuola elementare don Milani di Via De Rada, a due passi dalla Chiesa di San Giovanni Battista, a Cosenza, non ha posto problemi. Anzi, se fossero sorti, sarebbe stata determinante a contribuire a risolverli. Lo stesso le insegnanti. Non ci sono stati musi storti. L’accoglienza è stata adeguata e spontanea.
Rosita, giustamente, è un fiume in pena. Ha voluto ringraziare il movimento Noi per il supporto sempre adeguato, giusto e profondamente umano che in questa sua lunga e difficile battaglia non le ha mai fatto mai mancare vicinanza e comprensione per aiutare anche quanti, come suo figlio, sono «vittime di abbandono istituzionale e civile». Ha ringraziato anche quanti avrebbero dovuto e potuto fare meglio il loro dovere «perché è proprio grazie alla sofferenza vissuta per anni che ha compreso meglio il valore dell’onestà». Poi si è rivolta alle persone che hanno smesso di combattere per tutelare i diritti propri e i diritti del prossimo mettendo a disposizione la propria esperienza. Da donna di cultura, Rosita si è rivolta al figlio, augurandogli di essere eretico, perché “eresia” significa scelta. Eretico, ha detto ancora, è la persona che sceglie. È colui che, più della verità, ama la ricerca della verità. L’eresia dei fatti, prima di quella delle parole. Citando un intervento di don Luigi Ciotti, Rosita, ha aggiunto ancora che «eretico è colui che non si accontenta dei saperi di seconda mano, ma chi studia, chi approfondisce, chi mette in gioco quello che fa, chi crede che solo nel “Noi” l” io”  possa trovare una realizzazione. Chi non si rassegna alle ingiustizie, chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Ed anche chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza che sono le malattie spirituali della nostra epoca». Una lezione per tutti noi, l’esempio portato dal fondatore di “Libera”, una lezione per tutti noi, buoni meno e  buoni questa di Rosita e del piccolo Antonio Maria. Nato ammalato, cresciuto con una mamma che ha dedicato la sua vita, e continua a dedicarla, al suo piccolo figlio, che, abbiamo già scritto, ha sette anni, ma dimostra tre mesi di vita. Ed ha promesso a sé stessa che la sua vita ha un senso, solo con il suo ometto. Le battaglie, non sempre, ma almeno questa volta, hanno pagato. Antonio Maria che, come dice la madre, è completante NON autonomo in tutto, ha al fianco i suoi coetanei che gli sorridono. Noi, diceva Gandhi, prendiamo un sorriso e lo doniamo a chi non l’ha mai avuto, a parte la madre. Vai, piccolo Antonio Maria, che la vita sia con te!

*giornalista

 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello di Gregorio Corigliano*

REGGIO  CALABRIA Sono proseguiti negli uffici della Procura della Repubblica di Reggio Calabria gli interrogatori a carico dei componenti la giunta comunale di Reggio sulle procedure di affidamento dell'ex hotel Miramare a una società facente capo a un imprenditore privato, Paolo Zagarella, indicato come amico personale del sindaco Giuseppe Falcomatà.
A conclusione della sua deposizione, l'assessore alle Politiche europee Giuseppe Marino ha affermato di avere risposto alle domande del pm Walter Ignazitto, il magistrato che ha firmato gli atti di inchiesta insieme all'aggiunto Gerardo Dominijanni. La vicenda prese avvio da una delibera del luglio 2015, approvata a maggioranza dalla giunta municipale. A essere coinvolti, dunque, i cofirmatari dell'atto amministrativo che devono rispondere, con il sindaco Giuseppe Falcomatà, dell'ipotesi di reato di falso e abuso d'ufficio. Secondo quanto appreso, i magistrati sentiranno anche la segretaria generale del Comune Giovanna Acquaviva. 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Proseguono gli accertamenti della Procura di Reggio sull'affidamento dell'ex hotel a un amico del sindaco Falcomatà. L'esponente della giunta ha risposto a tutte le domande dei pm
Mercoledì, 20 Settembre 2017 18:32

Ecosistema, assolti Cannizzaro e Tripodi

REGGIO CALABRIA Nessuna condanna per i politici, ma pene severe per gli uomini dei clan. Così ha deciso il gup al termine del procedimento abbreviato scaturito dall’inchiesta Ecosistema, che ha fatto luce su organigramma e affari del clan Paviglianiti. Sono stati assolti perché «il fatto non sussiste» l’attuale consigliere regionale Francesco Cannizzaro, difeso dagli avvocati Giampaolo Catanzariti e Antonio Russo, e l’ex inquilino di palazzo Campanella, Pasquale Maria Tripodi, assistito dai legali Umberto Abbate e Emanuele Genovese, entrambi erano accusati di corruzione elettorale aggravata dall’articolo 7.
Medesima decisione è arrivata per l’attuale sindaco di Palizzi, Walter Scerbo e l’ex assessore di Brancaleone, Domenico Giuseppe Marino, accusati di corruzione e assolti da ogni accusa. Il gup ha inoltre accolto la richiesta di assoluzione avanzata dalla procura per il sindaco di Motta Paolo Laganà, difeso dagli avvocati Andrea Alvaro e Giovanna Laganà. Esce poi dal processo senza alcun addebito il pentito Salvatore Aiello, per il quale il pm Crisafulli aveva chiesto una condanna mite, alla luce dei benefici previsti per i collaboratori di giustizia.
Pene severe e tendenzialmente in linea con le richieste avanzate dalla procura sono arrivate per gli uomini vicini o organici ai clan. Il giudice ha condannato Natale Paviglianiti a 10 anni e 7 mesi, Angelo Fortunato Chinnì a 10 anni e 8 mesi, Angelo Paviglianiti a 8 anni e 6 mesi, Natale David Paviglianiti a 4anni e 8 mesi, Francesco Leone a 6 anni e 4 mesi e Salvatore Polimeni a 4 anni e 8 mesi.
Anche grazie alle rivelazioni del collaboratore Salvatore Aiello e agli approfondimenti investigativi che ne sono scaturiti, la Dda è riuscita a ricostruire l'organigramma e gli affari del clan Pavigliani, che insieme al potente casato mafioso dei Iamonte, nella provincia ionica ha guadagnato milioni con il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti.  Un business milionario, che tuttavia non ha indotto i Paviglianiti a rinunciare ad "attività tradizionali" come le estorsioni. 
«L'on.  Cannizzaro – afferma Jole Santelli, coordinatrice regionale di Forza Italia – esce pulito da una vicenda che lo ha tenuto per anni sotto la scure giudiziaria: ognuno di noi esulta. Mai dalla sua bocca sono uscite parole di dileggio alla magistratura e la sentenza di oggi ne riconosce l'estraneità ad ogni addebito. Se mi è consentito – conclude Santelli – questa notizia mi riempie di gioia e di speranza per l'onesta dell'uomo e per la fiducia nella giustizia giusta».

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Nessuna condanna per l'attuale e l'ex consiglieri regionali: il fatto non sussiste. Scagionati anche i sindaci di Palizzi e Motta San Giovanni. Pene severe per gli uomini del clan Paviglianiti di San Lorenzo
Mercoledì, 20 Settembre 2017 18:29

Occupazione stazione di Rossano, 14 persone assolte

 

ROSSANO Sono state assolte, «perché il fatto non sussiste», le 14 persone rinviate a giudizio per interruzione di pubblico servizio in relazione all'occupazione della stazione di Rossano Calabro avvenuta il 15 settembre 2012 per «protestare contro l'abbandono della tratta ionica da parte di Ferrovie dello Stato, un abbandono concretamente manifestato con la chiusura delle stazioni e delle tratte a lunga percorrenza». Lo rende noto l'associazione Movimento Terra e Popolo che aveva indetto la manifestazione insieme ad altre associazioni del territorio. «In attesa delle motivazioni della sentenza - è scritto in una nota - ci chiediamo: chi rimborserà un intero territorio che si è visto criminalizzato per aver osato rivendicare servizi dignitosi, civili, europei mentre gli inquisitori continuavano ad abbandonare criminosamente intere comunità? Non c'era bisogno di alcuna sentenza per dimostrare la palese ragione di una protesta che ancora oggi è sacrosanta, una protesta che aveva degli obiettivi vergognosamente attuali: il ripristino delle tratte a lunga percorrenza, la riapertura delle stazioni, l'avvio dei lavori per il raddoppio e l'elettrificazione della tratta ionica lucana e calabrese. Ringraziando gli avvocati Maurizio Minnicelli, Giuseppe Urso e Rodolfo Ambrosio che hanno seguito legalmente la vicenda, approfittiamo dell'evento giudiziario per invitare il neo-Cda di Rfi ed il suo amministratore delegato Maurizio Gentile ad evitare di impiegare risorse pubbliche per andare in appello in un processo che si commenta da solo. Si impieghino piuttosto risorse umane, tecniche e finanziarie per investire sulla rete ferroviaria ionica, ricordandosi che anche in questa area di nazione vivono cittadini europei con gli stessi diritti fondamentali degli altri».

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Erano state rinviate a giudizio per «protesta contro l'abbandono della tratta ionica». L'associazione Movimento terra e Popolo che aveva indetto la manifestazione il 15 settembre 2012: «Ora chi rimborserà un territorio incriminato?»

COSENZA Agenti delle volanti della Questura di Cosenza hanno arrestato C.D., di 40 anni, per atti persecutori ai danni dell'ex coniuge. Nel corso della notte, è arrivata al 113 la chiamata di una donna che ha detto di avere subito un'aggressione da parte dell'ex marito. Giunti nello stabile, gli agenti hanno sentito una donna che intimava a qualcuno di andarsene. Entrati in casa hanno visto la donna che, in evidente stato di agitazione, ha raccontato di essere stata aggredita in presenza dei due figli minori dall'ex marito che, dopo aver forzato un infisso, si era introdotto in casa rifiutandosi poi di uscire. I poliziotti hanno individuato l'uomo in camera da letto, in palese stato di confusione mentale. Già in passato C.D. aveva tormentato l'ex moglie con continue richieste di riallacciare la relazione e in alcune occasioni l'aveva aggredita. L'ultimo episodio risale alla scorsa settimana. Nell'occasione l'uomo era stato denunciato con diffida di avvicinarsi all'abitazione della vittima. 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello La Questura di Cosenza ha fermato un uomo per atti persecutori ai danni della madre dei suoi figli. In passato era già stato denunciato per violenze

LAMEZIA TERME «Il 25 al T hotel di lamezia alle 17 abbiamo organizzato un vero e proprio confronto aperto alla partecipazione di tutti, trasversale alle componenti del Pd, per delineare insieme le ragioni, il metodo e i principali contenuti della svolta che la Calabria e il Pd richiedono». Con questo messaggio i Ricostituenti, il gruppo di democratici che ha preso l'iniziativa di contestare l'attuale corso del Pd calabrese, rivolge un invito a tutto il popolo Pd per l'iniziativa del 25 settembre. 
«Esistono delle regole e un metodo che il Pd calabrese ha perso negli ultimi anni umiliando gli organismi di partito, rimanendo sordo ai bisogni dei cittadini, rimuovendo le sconfitte elettorali e adottando metodi che hanno scavato un solco con l'opinione pubblica e il suo bisogno di rappresentanza nel Paese e nella Regione. Non riteniamo, anche alla luce degli ultimi dati sul Pil e sulla disoccupazione, che ci si possa permettere alcun ottimismo senza una reale svolta». 
«Dobbiamo separare finché saremo in tempo l'appiattimento del partito sul governo regionale che ha assunto le proporzioni di un pernicioso annullamento, non utile a nessuno. Per queste ragioni, che illustreremo durante l'incontro e per confrontarci con quanti condividono le nostre preoccupazioni, abbiamo organizzato una iniziativa che stimoli gli interventi e un nuovo inizio». 
La relazione introduttiva sarà tenuta da Demetrio Naccari Carlizzi che, insieme a Mario Franchino, illustrerà i motivi dell'incontro. Coordinerà i lavori Peppino Vallone, presidente dell'assemblea regionale del Pd, e dopo gli interventi, che si annunciano numerosi, da tutte le provincie della Calabria, tra cui quelli di Carlo Guccione, Sandro Principe, Cesare Marini e Agazio Loiero.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il gruppo dem che contesta la gestione di Pd e Regione lancia l'appuntamento di lunedì prossimo a Lamezia. «Stop all'appiattimento del partito sulla giunta, qui per un nuovo inizio»
Mercoledì, 20 Settembre 2017 17:47

Caos Ryanair, voli cancellati anche a Lamezia

LAMEZIA TERME La compagnia aerea Ryanair, nel programma di cancellazione di voli previsti per le prossime sei settimane, ha cancellato anche alcuni voli dall'aeroporto di Lamezia Terme. «Trovare le informazioni sul proprio volo non è facile» afferma in una nota Pietro Vitelli, responsabile del Comitato Difesa Consumatori. «Tanti passeggeri - prosegue - ci hanno rappresentato la difficoltà di collegamento al sito della compagnia di volo Ryanair, sottolineando la difficoltà nel reperire le informazioni sui ritardi e sulle cancellazione dei voli. Ecco cosa si può fare per chiedere il rimborso del biglietto da effettuarsi entro 7 giorni o, in alternativa, un altro volo non appena possibile stabilendo una nuova data. Il Regolamento prevede anche la possibilità di ottenere a un indennizzo in moneta corrente di 250 euro per voli inferiori a 1500 km; 400 euro per voli intra-Ue superiori a 1500 km e per le altre tratte comprese tra 1500 e 3500 km; 600 euro per voli extra-UE superiori a 3500 km. Ma fate ben attenzione, il malcapitato viaggiatore deve farsi carico di inviare una lettera a Ryanair per la richiesta di indennizzo per cancellazione voli. E non finisce qui, la compagnia aerea può ridurre l'ammontare dell'indennizzo del 50% se la prenotazione su un volo alternativo comporta un ritardo all'arrivo di non più di 2, 3 o 4 ore, in funzione delle distanze chilometriche, che lo stesso viaggiatore deve percorrere, rispetto all'orario del volo originario». «Mentre invece - conclude Vitelli - non è previsto alcun indennizzo monetario nel caso in cui il viaggiatore è stato informato della cancellazione almeno due settimane prima della partenza; è stato informato della cancellazione nell'arco temporale tra le 2 settimane e i 7 giorni prima della partenza prevista ed allo stesso è stato offerto un volo alternativo per consentire di partire non più di due ore prima dell'orario previsto e tale da raggiungere la destinazione finale in meno di 4 ore dopo l'orario d'arrivo previsto; il viaggiatore e' stato informato della cancellazione meno di 7 giorni prima della partenza prevista e contestualmente viene offerto un volo alternativo in modo che il viaggiatore possa partire non più di un'ora prima dell'orario previsto, raggiungendo la destinazione in meno di 2 ore dopo l'orario d'arrivo previsto. Viene consentito al passeggero l'opportunità di chiedere alla compagnia anche il risarcimento dei danni subiti a causa della cancellazione del volo, ovviamente il soggetto danneggiato dovrà provare la natura dei danni».

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il responsabile del comitato Difesa consumatori sottolinea le difficoltà di collegamento al sito: «Trovare le informazioni non è facile». E spiega come richiedere il rimborso del biglietto

VIBO VALENTIA Dieci anni e 4 mesi di reclusione sono stati inflitti a Demetrio Putortì, il 24enne di Nicotera accusato di avere tentato di uccidere la sorella Serena, di 22 anni, a colpi di fucile la sera del 18 agosto dello scorso anno in pieno centro città. La sentenza è stata emessa oggi dal gup di Vibo Graziamaria Monaco, al termine del processo celebrato con rito abbreviato e che vedeva imputate, oltre al giovane, altre due persone con l'accusa di favoreggiamento: lo zio Giulio Putortì e un amico, Giuseppe De Certo.
Il primo è stato assolto, il secondo invece si è visto infliggere una condanna a 8 mesi. All'origine del gesto la relazione intrapresa dalla ragazza con una persona invisa al fratello ma, più in generale, il fatto che la giovane non seguisse i consigli, o meglio i dettami, del congiunto il quale, dopo la scomparsa del padre, si sentiva essere il capofamiglia. Il ferimento era avvenuto davanti a un bar di Nicotera mentre la vittima, dipendente del locale, stava servendo ai tavoli all'esterno. I colpi di fucile erano stati sparati da bordo di un'auto. Uno aveva ferito la ragazza alla gamba lesionando l'arteria femorale e facendole perdere copiosamente sangue. Poiché ore dopo i carabinieri riuscirono a risalire al responsabile che ammise il gesto motivandolo con i rapporti non idilliaci con la sorella la quale, a sua volta, manifestò l'intenzione di perdonarlo. Per Demetrio Putorti il pm aveva chiesto la condanna a 13 anni e sei mesi di reclusione.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello Il 24enne di Nicotera è stato ritenuto colpevole del tentato omicidio della ragazza, accusata di non seguire i suoi consigli. Assolto lo zio. Inflitti 8 mesi di reclusione per Giuseppe Di Certo. La giovane era stata raggiunta da un colpo di fucile alla gamba mentre lavorava in un bar
Pagina 1 di 4