Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Lunedì, 15 Gennaio 2018

CROTONE Pene dai 16 agli 8 anni reclusione sono state chieste nel corso della requisitoria del processo con rito ordinario “Kyterion” contro la cosca Grande Aracri di Cutro. Nello specifico il sostituto procuratore Domenico Guarascio, al termine di una requisitoria durata circa 4 ore e mezza, ha chiesto

8 anni di reclusione per l’avvocato Rocco Corda, 45 anni, nato a Petilia Policastro; 
10 anni per Santo Maesano, 57 anni, nato a Isola Capo Rizzuto; 
9 anni per Albano Mannolo, 45 anni, nato a Cutro; 
9 anni per Leonardo Mannolo, 27 anni; 
12 anni per Vito Martino, 45 anni, nato a Crotone; 
10 anni per Antonio Riillo, 32anni, nato a Isola Capo Rizzuto; 
10 anni per Carmine Riillo, 28 anni, nato a Crotone;
16 anni per Domenico Riillo, alias U’ Trentino, 56 anni, nato a Isola Capo Rizzuto; 
10 anni per Giuseppe Riillo, 34 anni, nato a Crotone; 
12 anni per Alfonso Pietro Salerno, alias Fronzo, 60 anni, nato a Cutro;
8 anni per Salvatore Scarpino, alias Turuzzo, 50 anni, nato a Cutro.

L'INDAGINE La prima operazione Kyterion scatta a gennaio del 2015 con 37 arresti e 200 militari impegnati tra fra Cutro, Isola Capo Rizzuto e Catanzaro. La seconda operazione, con 16 arresti, scatta a gennaio 2016. Gli imputati rispondono, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, violazioni di leggi in materia di armi, omicidio, ricettazione, estorsioni, danneggiamenti, turbata libertà degli incanti, intestazione fittizia di beni, illecita concorrenza mediante violenza o minaccia, usura, rapina; tutte condotte aggravate dall'aver agito con metodi mafiosi. Secondo l'inchiesta – coordinata dai magistrati Vincenzo Capomolla (nuovo procuratore aggiunto di Catanzaro) e dal sostituto della distrettuale antimafia Domenico Guarascio – i tentacoli della cosca Grande Aracri di Cutro si sono potentemente ramificati in Calabria e nel Nord Italia, «Con collegamenti e vincoli con altri gruppi autonomamente operanti nel territorio di Crotone, in Emilia Romagna e altri luoghi del Nord Italia e diretta influenza, anche decisionale - si leggeva nelle carte -  sulle locali e/o 'ndrine di 'ndrangheta operanti nell'area geografica compresa tra Vibo Valentia e Crotone, fino alla provincia di Cosenza, attraverso la fascia jonica della provincia di Catanzaro». A partire dal 2010, i militari del Nucleo investigativo del Reparto operativo del comando provinciale di Crotone e gli omologhi del comando provinciale di Catanzaro, coordinati dalla Dda del capoluogo, hanno scandagliato minuziosamente attività ed eventi delittuosi commessi a partire proprio dal 2004 e perpetrati sino a tempi recenti.La cosca è governata da Nicolino Grande Aracri, detto “mano di gomma”, condannato in questo procedimento, in abbreviato, a 30 anni di reclusione.

L’AVVOCATO Per quanto riguarda il procedimento ordinario invece, tra gli imputati c’è anche l’avvocato Rocco Corda, del foro di Crotone. Corda, assistito dagli avocati Gregorio Viscomi e Saverio Loiero, è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo quanto emerso dalle indagini l'avvocato avrebbe svolto il ruolo di intermediario negli affari del boss Nicolino Grande Aracri. E lo avrebbe fatto mediante investimenti finanziari e immobiliari consistenti, alcuni dei quali anche all'estero, come quello riguardante la realizzazione di 1182 alloggi in Algeria – un'operazione per cui era richiesta una fideiussione bancaria di 5 milioni di euro. Sempre secondo le accuse, l’avvocato avrebbe partecipato a importanti e delicate riunioni delle cosche crotonesi e, attraverso di lui, Grande Aracri sarebbe riuscito a “veicolare” le sue importanti decisioni. L’imputato, da parte sua, si è sempre difeso affermando che gli unici legami che lo riconducono alla famiglia Grande Aracri sono di parentela (sua madre e la madre di Nicolino Grande Aracri sono sorelle) e di tipo professionale, avendone, in diversi procedimenti, assunto la veste di difensore.

L’IMPIEGATO DEL COMUNE Per i magistrati, il clan aveva poi allungato i tentacoli anche all'interno dell'amministrazione. Alla sbarra c'è infatti anche Alfonso Pietro Salerno, alias “Fronzo”, impiegato al comune di Cutro, partecipa alla cosca di Cutro in rapporto diretto con Nicolino Grande Aracri, mantenendo i rapporti con Gennaro Mella, che opera quale referente del boss nella zona del catanzarese, svolgendo la funzione di filtro per le visite all’abitazione di Grande Aracri dei soggetti che provengono da altri contesti territoriali e che intendono conferire con il “capo”. 

AMBASCIATE DAL CARCERE Tra i vertici della ‘ndrina invece per gli inquirenti c’è Martino Vito accusato di promuovere e coordinare l’attività del sodalizio capeggiato da Nicolino Grande Aracri promuovendo e coordinando, anche nei periodi di detenzione, le attività illecite della cosca anche nei periodi di detenzione mandando “ambasciate”  con disposizioni e direttive sull’attività dell’associazione anche dal carcere.

QUELLI DI ISOLA CAPO RIZZUTO Tra gli imputati ci sono poi Santo Maesano, Domenico Riillo, Carmine Riillo Antonio Riillo, Giuseppe Riillo. Sono considerati esponenti del locale di Isola Capo Rizzuto. Secondo l’accusa organizzavano le attività delittuose della cosca pianificando estorsioni, curando le attività connesse al controllo dei villaggi turistici ricadenti nel comune di Isola Capo Rizzuto (tra i quali ad esempio il Villaggio Capopiccolo), predisponendo i mezzi necessari al fine di intraprendere traffici di sostanze stupefacenti; provvedendo al reperimento di armi e munizioni, al fine di procedere al controllo degli appalti pubblici e privati ricadenti nel territorio di Isola Capo Rizzuto (lavori edili tra i quali l’ammodernamento delle rotonde stradali, impianti inerenti la produzione di energia alternativa e quant’altro) e provvedere alla spartizione di tutti i proventi illeciti - così ottenuti – a favore delle famiglie rappresentative della locale di Isola Capo Rizzuto (Nicoscia, Arena, Pullano, Capicchiano, Riillo ecc.) e per il cosiddetto sostentamento dei carcerati.

LE ESTORSIONI DEI MANNOLO “Se fai qualche  carognata ... se vai dai Carabinieri ... gli infami  sai che fine fanno ...”, “Vieni,  vieni con i Carabinieri  che  ti  facciamo saltare  la  testa  davanti a  loro….”. Sono accusati di diversi episodi di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, estorsione e delitti in materia di armi, Albano e Leonardo Mannolo che in un caso avrebbero avvicinato la faccia di una vittima a quella di cani aizzati all’uopo per convincerla a rinunciare alla somma di 3.500, rata della compravendita di un’automobile che i Mannolo avevano fatto. La persona offesa si è però opposta alle pretese e rivolta alle forze dell’ordine.

Alessia Truzzolillo
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  • Occhiello Invocate pene dai 16 agli 8 anni di reclusione. Tra gli imputati l'avvocato Rocco Corda e l'impiegato al comune di Cutro, Alfonso Pietro Salerno

REGGIO CALABRIA «Avevo paura di essere ucciso da pezzi deviati dello Stato, dai servizi deviati. Anzi ho paura tuttora». Dietro il paravento bianco, il pentito Consolato Villani torna a parlare all’aula bunker di Reggio Calabria. Non è la prima volta che da collaboratore di giustizia si confronta con avvocati e giudici, che le sue parole e le sue dichiarazioni vengono esaminate e pesate, ma oggi Villani è chiamato a spiegare – e in dettaglio – di quello che per anni è stato il suo più grande segreto.

LE CONFESSIONI DI UNA PEDINA A diciassette anni, il pentito è stato l’esecutore materiale degli omicidi e dei tentati omicidi con cui la ‘ndrangheta ha firmato la propria partecipazione alla strategia della tensione, negli anni Novanta messa in piedi da mafie, settori dei servizi e della massoneria, uomini della galassia neofascista per stravolgere lo Stato e insediare un governo amico. Si è macchiato le mani di sangue, ha ucciso due uomini, i carabinieri Antonio Fava e Vincenzo Garofalo, senza sapere perché. «A me è arrivato un ordine», dice. Che ha eseguito e che gli è costato una condanna a 30 anni. Ma quel gioco, così più grande di lui, lo ha capito solo con il tempo. E forse neanche del tutto. «Avevo paura di scoperchiare una situazione molto più grande di me. Per questo – spiega – anche quando ho iniziato a collaborare non ho detto niente. La pena era definitiva e nessuno mi ha mai chiesto nulla al riguardo, e io avevo paura di una cosa che non conoscevo, un attacco allo Stato, organizzato da entità che non avrebbero avuto difficoltà a trovarmi perché sono molto ben inserite. Ma io non potevo tenermi questa cosa dentro».

LE ENTITÀ Villani non sa bene chi siano queste “entità” che tanto teme. Sa che la sua famiglia di ‘ndrangheta – i Lo Giudice – ha sempre avuto contatti, ma non ne ha mai voluto sapere troppo. Quando è diventato santista, «la carica infame – sottolinea – perché ti mette in contatto con le istituzioni», qualcosa gli hanno spiegato. «Per addestrarmi, per farmi capire che c’è qualcosa di più potente della ‘ndrangheta che conoscevo io», spiega. «Giovanni Chilà e Nino Lo Giudice mi hanno spiegato che a Reggio Calabria la ‘ndrangheta è supportata in tutto e per tutto da queste entità».

INCONTRI SOLO CASUALI Sia per scelta, sia per grado, Villani non ci ha mai avuto direttamente a che fare. Solo un paio di volte è venuto a conoscenza di uomini del suo clan che erano in rapporti con quel mondo con cui non voleva avere a che fare. «Li ho visti una volta alla profumeria di Cortese, ma non ho partecipato a quella riunione. Una seconda volta alla pineta Zerbi». Ma in quell’occasione, l’uomo e la donna che nel tempo il pentito ha imparato a riconoscere come espressione di quegli apparati deviati non erano soli. «C’era il capitano Saverio Spadaro Tracuzzi e Giovanni Aiello, che io avevo già visto alla profumeria di Cortese. In quell’occasione – racconta – era presente anche mio padre». In famiglia, a gestire regolarmente il contatto con loro erano Nino e Luciano Lo Giudice, ma «i loro referenti illustrissimi in città erano Paolo Romeo e Giorgio De Stefano». Gli unici – afferma – che avrebbero potuto “salvare” Luciano Lo Giudice quando per lui è scattato l’arresto per usura. Al riguardo è stata convocata una riunione ristrettissima fra gli esponenti di maggiore peso della famiglia.

CHIAMATE DE STEFANO «Eravamo io, Nino e Peppe Reliquato», racconta il pentito, secondo il quale Nino Lo Giudice avrebbe proposto di contattare l’avvocato Giorgio De Stefano per far uscire Luciano Lo Giudice. E di certo non grazie ad arguzie legali. «Diceva che solo De Stefano avrebbe potuto fare qualcosa, perché era l’unico insieme a Romeo a poter aggiustare i processi persino a Roma, in Cassazione». Un’ipotesi che però alla fine viene scartata. «Durate la guerra i De Stefano sono stati nostri nemici. Avevamo paura che invece di salvarlo, lo inguaiasse di più».

PRIMA O DOPO LE BOMBE? Per i vertici del clan, quello non è stato per nulla un periodo facile. «Quando Luciano è stato arrestato – racconta il pentito – Nino Lo Giudice si è spaventato. Si è sentito tradito dalle entità che frequentava. Lui si sentiva intoccabile, ma quando hanno arrestato Luciano, ha iniziato ad avere paura che non fosse così». Era il 2009, un anno delicato. «Prima delle bombe alla Procura generale?», chiede il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. «Prima», risponde secco Villani.

 

NUOVA STRATEGIA DELLA TENSIONE? Un riferimento forse non neutro. Di quegli ordigni, fin dall’inizio della sua collaborazione Nino Lo Giudice si è dichiarato responsabile, sebbene non abbia mai saputo spiegare in modo convincente per quale motivo abbia deciso di collocarli proprio di fronte alla procura generale e alla casa dell’allora procuratore, Salvatore Di Landro. Con quelle dichiarazioni ha ingarbugliato le prime piste investigative che, passando per ambienti dei Serraino, puntavano ad Archi. Ma a dicembre, Villani una cosa se l’è fatta scappare. «Negli anni Duemila – ha detto in udienza – Giuseppe De Stefano voleva aprire su Reggio una nuova strategia della tensione». E magari le cose potrebbero essere collegate. 

Alessia Candito
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  • Occhiello Il pentito racconta la propria partecipazione inconsapevole («mi è arrivato un ordine» di uccidere i carabinieri Fava e Garofalo) alla strategia della tensione. Le «entità» che legano clan e istituzioni e le trame oscure a Reggio ai tempi delle bombe alla Procura generale

Il Parco delle Serre avvia una selezione per figure professionali da “pescare” in una short list e il consigliere regionale Domenico Tallini, insospettito dalla tempistica, presenta un'interrogazione al presidente della giunta regionale, Mario Oliverio. A ricostruire la vicenda è lo stesso esponente di Forza Italia: «Con delibera di giunta regionale 652 del 9 dicembre 2017 è stato approvato lo schema di accordo di programma per la realizzazione del progetto: “Politiche attive a supporto dello sviluppo dell’area protetta del Parco Naturale Regionale delle Serre”. In virtù di tale delibera è stato avviato l’iter per “interventi innovativi e sperimentali volti all’aggiornamento dei contenuti formativi e alla programmazione ed attivazione dell’offerta formativa sul territorio”. La giunta, per l’intervento in questione ha individuato nell’Ente Parco Naturale Regionale delle Serre il soggetto attuatore». L’importo complessivamente impegnato è pari ad 830mila euro; di cui 550mila euro per indennità di partecipazione e 280mila euro per la formazione. Il finanziamento è stato assicurato mediante le risorse del Pac Calabria 2007/2013. «Sulla base di tale delibera, l’ente Parco Serre – scrive Tallini – si può già attivare per l’aggiornamento di una short list già istituita presso l’ente (con relativa riapertura dei termini). Tuttavia, ciò non avvierà alcuna procedura concorsuale; non prevista, infatti, la definizione di alcuna graduatoria, attribuzione di punteggi o parametri di merito delle figure professionali. La scelta di dette figure che già si prefigura discrezionale e avulsa da ogni obiettiva ragione di merito (decisione formalmente legittima ma sostanzialmente e politicamente opinabile), unitamente alle perplessità sulla tempistica del progetto, originano dubbi sulla reale efficacia degli obiettivi di cui alla decisione in esame».
Tallini dunque chiede a Oliverio «quali siano stati i fattori che hanno orientato la decisione in questione»; «se e quali controlli o sorveglianza intende azionare la Regione Calabria per assicurare che il progetto sia eseguito secondo la più scrupolosa osservanza dell’inderogabile principio costituzionale di imparzialità»; «quali siano stati gli studi e gli elementi posti alla base della decisione della Regione Calabria»; «in che termini, concretamente, tale attività di formazione può avere benefici reali sulla crescita economica e/o occupazionale dell’area in questione» e, infine, «se non fosse il caso di inserire linee guida volte a sollecitare una valutazione di merito per la selezione dei soggetti preposti alla formazione».

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  • Occhiello Il consigliere regionale esprime dubbi sulla tempistica del provvedimento deliberato dalla giunta regionale: «Inserire linee guida volte a sollecitare una valutazione di merito»

LOCRI Anomalie nella nomina del nuovo collegio legale del comune di Locri. È questo l’oggetto dell’interrogazione con risposta scritta e orale presentata dai consiglieri del gruppo di minoranza “Impegno e Trasparenza-Pd” Antonio Cavo (capogruppo), Nadia Cautela, Maria Davolos, Maria Antonella Gozzi e Sergio Schirripa, e trasmessa al presidente del consiglio comunale Domenico Maio, al sindaco Giovanni Calabrese, all’assessore al contenzioso Eva Cappuccio e per conoscenza anche al prefetto di Reggio Calabria. 

ATTI AVVIATI DAL COMUNE DI LOCRI I cinque consiglieri, aprono l’interrogazione, ricostruendo la vicenda che parte da una serie di atti avviati dal Comune di Locri. Si inizia dalla convenzione che il Comune aveva stipulato il 28 settembre 2012, con decorrenza il 1 ottobre di quell’anno, con 3 avvocati per il patrocinio e la rappresentanza in tutte le controversie giudiziarie riguardanti l’Ente, a seguito della procedura ad evidenza pubblica.
Una convenzione, in scadenza il 30 settembre del 2017, che con determinazione numero 174 del 29 settembre 2017 del servizio contenzioso, veniva prorogata di ulteriori tre mesi agli avvocati in carica per il periodo ottobre/dicembre 2017, con la motivazione «del contemporaneo espletamento di nuova gara per il reclutamento di altri avvocati per lo svolgimento del medesimo servizio».
Il 15 dicembre inoltre, con determinazione numero 233/2017 si è proceduto «in attesa - si legge nel testo dell'interrogazione - della predisposizione degli atti per la pubblicazione di una gara per l’affidamento di un incarico legale per il patrocinio e la rappresentanza in tutte le controversie giudiziarie riguardanti il Comune di Locri», alla pubblicazione di un avviso pubblico per la formazione di un elenco di professionisti a cui affidare un incarico provvisorio per il patrocinio e la rappresentanza legale in tutte le controversie giudiziarie dell’Ente, con termine per la presentazione delle domande, fissato al 18 gennaio 2018. 
Il 29 dicembre 2017, veniva avviata altresì, la procedura negoziata per l’affidamento a tre legali dell’appalto del servizio di patrocinio e di rappresentanza di tutte le controversie giudiziarie del Comune di Locri. Tuttavia però, i consiglieri di opposizione evidenziano come con determinazione numero 3 del 9 gennaio 2018 (pubblicata l’11 gennaio nell’albo pretorio del portale del Comune di Locri), il responsabile del servizio, Sergio Marasco «sentito il sindaco» , ritenuto necessario provvedere all’affidamento provvisorio del servizio per il patrocinio e la rappresentanza di tutte le controversie giudiziarie del Comune di Locri essendosi concluso il mandato degli avvocati convenzionati con l’Ente, ha attivato la «procedura con affidamento diretto per il servizio patrocinio e rappresentanza legale dell’Ente».

I CHIARIMENTI RICHIESTI ALL’ASSESSORE AL CONTENZIOSO Nello specifico, otto sono i chiarimenti richiesti dal gruppo di minoranza  all’assessore al ramo, Eva Cappuccio: «sulla base di quale atto d’indirizzo, il responsabile del servizio ha avviato la procedura di affidamento diretto dell’incarico»; «a quali direttive fa riferimento il responsabile del servizio quando nella determinazione specifica di aver “sentito il sindaco”»; «per quale motivo, pur conoscendo con grande anticipo la data di scadenza della convenzione stipulata il 28 settembre 2012, non si è proceduto tempestivamente all’avvio della procedura di selezione dei nuovi avvocati»; «per quale motivo non è stato prorogato, nelle more dell’espletamento della gara (indetta con notevole ritardo), l’incarico ai precedenti avvocati, tenuto conto che in altri settori si procede con disarmante continuità a prorogare incarichi, convenzioni ed affidamenti, in attesa dell’espletamento della relativa gara»; «perché, prima dell’affidamento diretto citato, non si è attesa la scadenza del termine previsto per la domanda di inserimento nella short list»; quali sono stati i criteri di comparazione adottati per la scelta dell’affidamento diretto nel rispetto del principio di trasparenza ed economicità»; «come l’ufficio gestisce il contenzioso attuale e pendente, in particolare, se l’ente è stato rappresentato nelle cause pendenti e dibattute dalla scadenza della convenzione con i legali»; infine, «le motivazioni dell’astensione dell’assessore nella votazione di approvazione della nomina legale del procedimento penale numero 2476/2014 e numero 2138/2015 RG.GIP, come da deliberazione di giunta numero 2 del 10 gennaio 2018».

 

Francesca Cusumano
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  • Occhiello I cinque consiglieri comunali d’opposizione hanno presentato un’interrogazione al sindaco e all’assessore al Contenzioso: «Perché non si è proceduto tempestivamente all’avvio della procedura di selezione dei nuovi avvocati»

REGGIO CALABRIA «Le gestioni commissariali hanno rappresentato un fallimento per la Calabria e i danni ricadono tutti sui calabresi. È noto il fallimento delle gestioni commissariali per i rifiuti, la depurazione, la sanità in solido con il governo regionale. Ed è incomprensibile l'inerzia della Regione sul ciclo integrato del servizio idrico che, a poche settimane dalle elezioni politiche, rischia di essere commissariato se non si ottempera alle richieste del ministero dell'Ambiente». Lo sostiene, in una dichiarazione, il consigliere regionale Wanda Ferro (Gruppo Misto). «Il 20 febbraio - aggiunge - scade la diffida inviata dal direttore generale del Ministero che richiama la Regione al rispetto delle norme nazionali e regionali a 23 anni dalla legge Galli. Il presidente della Regione, Mario Oliverio, lo scorso anno, in occasione dell'approvazione della legge che ha istituito l'Autorità idrica calabrese, aveva annunciato che entro gennaio ci sarebbe stato un consiglio regionale ad hoc per mettere ordine nel sistema. È passato un anno e nulla è stato fatto. Nella lettera di diffida dal ministero fanno notare che bisogna rendere operativo l'Ente d'Ambito unico regionale istituito nel 2011 e individuare il servizio al soggetto gestore. Non è prioritario per il Ministero che l'Aic sia subito operativa».
«Non si comprende - dice ancora Wanda Ferro - lo stallo sul destino della Sorical, in liquidazione dal 2012, con la gestione in continuità, da due anni con bilanci in attivo e con circa 200 milioni di crediti da incassare dai Comuni. Lo stesso presidente Oliverio, in dibattiti pubblici, ha auspicato una gestione pubblica tra Regione e Comuni. Se non ha cambiato, faccia un primo passo: chieda subito una seduta del Consiglio regionale per procedere alla pubblicizzazione di Sorical e coinvolga i Comuni nella riorganizzazione e gestione della nuova società. Faccia quello che altre Regioni hanno fatto 15 anni fa e recuperi il tempo perduto. Con l'attuale sistema si rischia nei prossimi anni di non garantire più il servizio idrico ai calabresi per assenza di investimenti sulle reti e sulla depurazione si rischia di pagare pesanti sanzioni all'Unione Europea».

 

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  • Occhiello La consigliera regionale critica l’inerzia della Regione: «La diffida scadrà il 20 febbraio. E ancora non si comprende lo stallo sul destino della Sorical»
Lunedì, 15 Gennaio 2018 18:01

La fatica di essere single

VILLA SAN GIOVANNI Convenzione sociale vuole che una donna, per essere veramente realizzata, debba avere un marito, dei figli e una casa da gestire. Diversamente, la parola “zitella” - soprattutto con l'avanzare dell'età - salta fuori in tempi celeri. «Quando pensi di mettere la testa a posto?», oppure «Quando credi di trovare marito?», sono gli annosi quesiti che ossessionano le vite di madri, zie e sorelle già belle che sistemate. Orsetta, la protagonista di “Un cottage tutto per sé” - monologo di e con Natalia Magni, con la regia di Sonia Barbadoro, una produzione Magnitudo Nove, andato in scena in doppia replica ieri al Teatro Primo di Villa di San Giovanni -, non è esonerata da cotanto destino. Di bell'aspetto e dal viso angelico, la donna è vicina agli "anta", sogna di vivere in un cottage in campagna, ma abita in città dove costruisce cesti personalizzati per cani. È titolare - con la socia e amica Paola - del negozio “Canestro”, calembour che poco aggrada il suo gusto estetico da architetto. Pressata da madre e relativa amica perché trovi la sua sistemazione, accetta uno speed date (incontro per single) con Gregorio che, però, le dà buca. Delusa, opta per un teatro in cui constata che per chi è nubile non è prevista una riduzione di biglietto, e incrocia Marco, suo ex, che porta a passeggio il secondogenito di casa. Ma è grazie a Filippo che trova un attimo di respiro, abbandonandosi a un eccessivo viaggio a occhi aperti. 
Le azioni di Orsetta ruotano e prendono forma grazie a uno sgabello, sistemato al centro della scena su di un grande tappeto verde. Ai lati, due piantine di tulipani e corone di fiori. Sparsi sul palcoscenico, petali variopinti di rose (lancerà in tempi diversi gli stessi dalla borsa, possibile sinonimo di un auspicato giorno nuziale). Ci viene presentato come letto, diventa sgabello, si presa come pulpito per il discorso funebre della zia Emma (che le lascia in eredità il tanto desiderato cottage), diventa protagonista del trasloco in campagna in una casa vuota, abbandonata da Filippo dopo 9 mesi di amore. 
La forma drammaturgica di questo monologo è circolare: parte dall'Asl in cui fa terapia con un “invisibile” psicologo costretta dall'amica ansiosa, e lì ritorna che di diverso ha solo il cottage. Perché se è vero che non sempre possiamo cambiare le situazioni che viviamo, è altrettanto certo che possiamo scegliere come reagire: «Dottore, ho 40 anni suonati. Non ho un marito, non ho figli e faccio un lavoro inutile. Oppure sono nel pieno della mia splendida maturità, sono libera e indipendente e riesco a sopravvivere con la mia creatività», in una versione chapliniana della vita che dichiarava: «Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all'odio e al terrore». 
È una Julie Andrews dei nostri giorni (“My Favorite Things” tratta dal musical "Tutti insieme appassionatamente" è il leitmotiv dello spettacolo, cantata da lei stessa e arrangiata in più versioni), che elenca le «cose che piacciono a me», ma nessuno la ascolta. 
Interpretato con estremo umorismo, gioco-forza di un grande talento attoriale, questo spettacolo non cade mai nell'autocommiserazione dell'essere; non vive di disperazione o di vittimismi, anzi, affronta tutte le sconfitte con la carta vincente dell'autoironia e di una “goffaggine” catartica, anche se la vita da “gattara” è lì proprio dietro l'angolo. 
Natalia Magni strappa molte risate e rilassa gli animi; arriva al vissuto di tanti perché, almeno una volta nella vita la frase: «Basta! Mi rifiuto di compiangermi per un altro amore finito male», molta gente l'ha pronunciata. 
Lo spettacolo è stato finalista al concorso “Laura Casadonte 2016” promosso dal Teatro della Maruca di Crotone, che premia la comicità come riflessione sulle contraddizioni del vivere quotidiano. 

Miriam Guinea
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  • Occhiello “Un cottage tutto per sé” di (e con) Natalia Magni racconta con leggerezza il confine sottile tra libertà e solitudine. Nello scorso fine settimana le due repliche al teatro Primo di Villa San Giovanni

ROSSANO È stato trovato con mani e piedi legate all'interno del furgone della ditta per cui lavora ed ha raccontato di essere stato aggredito e rapinato. Ma alla fine delle indagini, gli agenti del Commissariato della Polizia di Stato di Rossano lo hanno denunciato per simulazione e procurato allarme. È stato lo stesso T.P., di 28 anni, quando gli investigatori gli hanno fatto una serie di contestazioni su incongruenze del suo racconto, a raccontare la verità. 
L'uomo ha quindi riferito che dopo aver raccolto, per conto della sua ditta, 2.400 euro provento degli incassi di slot machine, ha giocato lui stesso alle macchinette perdendo tutto. Quando si è reso conto che aveva finito completamente il denaro dell'azienda e non sapendo come giustificare l'ammanco, ha pensato di simulare la rapina.

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  • Occhiello Il ventottenne aveva raccontato agli agenti della polizia di stato di essere stato depredato dell'incasso dell’azienda per cui lavorava. In realtà li aveva persi giocando d'azzardo. È stato denunciato

Negli ultimi mesi stiamo assistendo, con sempre maggiore frequenza, ad operazioni che portano allo scoperto la presenza pervasiva della ‘ndrangheta, in Calabria e non solo. Sta emergendo un quadro impressionante del fenomeno, che va ben oltre i confini regionali, non che non lo immaginassimo, tuttavia non riuscivamo a realizzare quanto fosse grave e ramificato in tutti gli strati della società, o forse volevamo credere che la situazione non fosse così pesante.
Le operazioni delle forze di polizia degli ultimi giorni, i processi aperti, sono una tempesta che sta travolgendo pezzi importanti della nostra società e ci fa sentire invivibile e persa questa nostra regione, eppure dobbiamo essere grati ad un tale sconquasso: ci costringe a prendere coscienza della situazione e, travolgendo anche pezzi di società che vive nelle istituzioni, che fa impresa, che è classe dirigente, ci mette di fronte alle nostre responsabilità, impone di chiederci cosa fare per arginare questa deriva, a partire dai nostri singoli ruoli.
I dati che stiamo apprendendo sono allarmanti  e, se siamo convinti, come ormai è chiaro a tutti, che la criminalità organizzata con i suoi affari e modi di fare sia uno dei motivi principali dell’arretratezza delle regioni in cui ha le sue basi, dobbiamo necessariamente sentirci impegnati in prima persona per ripristinare la legalità e l’agibilità democratica, sociale ed economica.
Senza legalità e giustizia non ci può essere sviluppo, se vogliamo sviluppo dobbiamo puntare sull’affermazione della legalità, e lo sviluppo  interessa alle forze economiche e sociali, dunque se ci sentiamo impegnati nel favorire lo sviluppo dobbiamo sostenere e favorire l’affermazione della legalità.
Non si può delegare alla magistratura, alle forze dell’ordine, alle associazioni impegnate nella lotta contro le mafie il compito di combattere una piaga tanto diffusa e confusa con la società, è necessario stringere un patto di lealtà tra tutte le componenti sociali di questa nostra terra, è interesse collettivo  rifiutare l’illegalità, le prevaricazioni, la ricerca di privilegi e di parzialità.
È una partita nella quale le forze economiche e sociali hanno un grande ruolo e che perciò dobbiamo giocare insieme, anche con scelte severe. Non è semplice ma nel tempo, si potranno emarginare quanti scelgono strade diverse, e produrre effetti benefici e cambiamenti.
Ci vuole coraggio e consapevolezza, non è un percorso agevole, ma senza questa presa di coscienza troviamo difficile uscire dalla situazione in cui siamo, senza un impegno diretto sarà difficile cambiare modi di fare consolidati e capaci di portare benefici a gruppi di interesse ormai potenti, tuttavia è possibile:  siamo forze aggreganti, mettere insieme in vista di uno scopo comune è la nostra ragione di essere, rappresentiamo gruppi il cui valore sta nella coesione.
Certo non abbiamo la capacità e la possibilità di individuare anche al nostro interno i comportamenti corretti e quelli scorretti, non è neppure il nostro ruolo, tuttavia possiamo darci delle regole a cui chiediamo di aderire e stigmatizzare i comportamenti distanti, possiamo dichiarare con chiarezza da che parte stiamo.
Si tratta di scegliere e restare coerenti.
Si prega di chiudere gli occhi diceva un sogno di freudiana memoria, è nel silenzio, cercato dalle mafie per confondersi nella società civile, per entrare nei salotti buoni della politica, dell’economia, della finanza, nel silenzio delle armi per non destare attenzioni, che si nasconde il pericolo che la criminalità organizzata entri con i suoi metodi in ogni sede decisionale e imponga una normalizzazione dello stato di cose, è il sonno della ragione ed è la tomba della crescita sociale, economica e culturale della nostra terra.
Al contrario pensiamo sia quanto mai necessario tenere gli occhi aperti, ribellarsi al comando della sottocultura mafiosa; chiudere gli occhi nei riguardi della criminalità organizzata significa pensare che sia impossibile da sconfiggere, che non è possibile distinguere il bene dal male, il buono dal cattivo, e dunque considerarla un male inevitabile. Questo non possiamo permettercelo.
Ciò non richiede di essere eroi, si tratta di rispettare le leggi, anche quando non sono comode né vantaggiose, e chiederne il rispetto, di agire nel proprio ruolo rifiutando posizioni di rendita e privilegio, di fare ognuno la propria parte per far vivere la legalità e, con essa, il buon vivere.
Se saremo capaci di tutto ciò allora potremo sconfiggere le mafie e contribuire a cambiare le sorti della Calabria.
È possibile che ciò avvenga quando siamo di fronte ad un crisi della rappresentanza e dell’associazionismo in favore della logica dell’ognuno per sé? Noi crediamo di sì, non assumersi l’onere di questa battaglia implica accettare di scomparire, alla criminalità fa comodo la dissoluzione di soggetti aggreganti, ha più potere sui singoli e diventa essa stessa unico soggetto aggregante e nessuno di noi può permetterselo.    

*presidente Legacoop Calabria

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  • Occhiello di Angela Robbe*

CATANZARO Sono cinque gli indagati per i quali si sono chiuse le indagini relative al procedimento noto come Elimediterranea, dal nome della società vicentina proprietaria di elicotteri che ha operato per diversi anni nel settore dell’antincendio boschivo per la Regione Calabria e che avrebbe beneficiato di una liquidazione di 250mila euro per fatture in realtà già pagate. Indagati dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Alessandro Prontera, sono Nicola Giancotti, funzionario della Regione in servizio nell’unità operativa autonoma Protezione civile, nonché rup all’istruttoria funzionale alla liquidazione delle prestazioni erogate in materia di antincendio boschivo; Luigi Tornello, socio di maggioranza della Elimedeterranea spa; Giuseppe Tornello, amministratore di fatto della Elimediterranea spa; Giuseppe Speziali (padre di Vincenzo jr, l'imprenditore di stanza in Libano coinvolto nell'inchiesta sulla latitanza di Amedeo Matacena), procuratore speciale della Elimediterranea, deputato a intrattenere i rapporti con la Regione Calabria; la società Elimediterranea spa, con sede legale a Catanzaro e sede amministrativa a Vicenza.

DOPPIE FATTURE Gli indagati, secondo l’accusa, attraverso artifici e raggiri sarebbero riusciti  a presentare e a farsi liquidare due fatture dalla Protezione Civile regionale precedentemente già pagate, per un importo totale di poco più di 250.000 euro, cagionando alla Regione Calabria un danno dello stesso importo per un esborso del tutto privo di oggettiva giustificazione causale. Nello specifico, le due fatture, riguardanti servizi aerei per la lotta agli incendi boschivi, emesse nel 2012 dalla società Elimediterranea, furono liquidate dalla Regione Calabria una prima volta a giugno 2013 ed una seconda volta, a distanza di un anno e mezzo, a dicembre 2014.
Dopo l’effettuazione della seconda liquidazione, l’istituto di credito destinatario del pagamento per conto di Elimediterranea sollecitò il saldo della prima liquidazione, all’epoca non interamente versata, così suscitando l’interesse della nuova dirigenza della Protezione Civile che si accorse del doppio pagamento. 

LE ACCUSE I reati per quali devono rispondere gli indagati sono falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e truffa aggravata. Giancotti, a maggio del 2014, avrebbe redatto, per la parte di propria competenza, una relazione su "servizio aereo per campagna anti incendio boschivo” trasmessa poi al nuovo dirigente del settore protezione civile Ernesto Forte. Nella relazione Giancotti avrebbe inserito «a titolo di debiti fuori bilancio, tanto più difficili da ricostruire nella loro genesi, proprio le due fatture già liquidate, n. 30 e n. 35 del 2012, per un importo di 250.694,04 euro in favore della Elimediterranea spa». Così facendo, Giancotti induceva in errore il dirigente Ernesto Forte, il quale, affidandosi alla regolarità e completezza dell'istruttoria svolta dal funzionario e responsabile del procedimento adottava il decreto col quale si attestava falsamente la legittimità del debito a favore della Elimediterranea. I Tornello e Speziali sono considerato istigatori e beneficiari dell’ingiusto profitto. 

Alessia Truzzolillo
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  • Occhiello La Procura di Catanzaro ha concluso le attività di indagine su cinque persone tra dirigenti della società elicotteristica e funzionari della Regione. Sono accusati di aver ottenuto la liquidazione di spettanze non dovute per 250mila euro per il servizio antincendio

MILANO Il Gruppo editoriale San Paolo comunica che il consiglio di amministrazione ha deliberato la nomina di Luciano Regoloa nuovo condirettore del settimanale Famiglia Cristiana.
«Luciano Regolo – si legge in una nota – affiancherà il direttore don Antonio Rizzolo con l'obiettivo di consolidare e innovare la storica testata, puntando su idee originali e dialogando con tutti. Il Gruppo editoriale San Paolo ringrazia Luciano Regolo per aver accettato la condirezione del settimanale e coglie l'occasione per formulargli i suoi più sentiti auguri, nella certezza che egli si dedicherà allo sviluppo della testata nel solco della tradizione e contribuirà alla nascita di nuovi progetti».
Luciano Regolo, nato a Catanzaro il 12 settembre 1966, si è laureato alla Luiss di Roma in Scienze Politiche con il massimo dei voti nel 1989 e nello stesso Ateneo si è specializzato in Giornalismo e Comunicazioni di Massa (1991). Ha lavorato per diverse testate come la Nuova Venezia, Repubblica, Oggi, e Chi, di cui è stato vicecaporedattore e poi caporedattore. È esperto di famiglie reali e ha intervistato molte celebrità del jet-set internazionale. Tra il 2005 e il 2011 ha diretto diverse testate popolari a grande tiratura (come Novella 2000), collaborando, anche negli anni a venire, con varie trasmissioni televisive. Ha diretto il quotidiano l'Ora della Calabria, ricevendo una menzione speciale al Premio Ischia 2014 per l'impegno nella difesa della libertà di stampa. Da maggio a dicembre 2016 ha diretto il mensile Mate, collaborando anche con diverse testate. Da tempo attivo nel sindacato dei giornalisti, dal 2015 è consigliere nazionale della Fnsi. Apprezzato conferenziere, è autore di numerosi libri in particolare sulle figure di Natuzza Evolo, San Pio da Pietrelcina e sulla storia dei Savoia. Per le Edizioni San Paolo ha scritto: L'ultimo segreto di Lady Diana. Il mistero del rapporto tra la principessa più amata e Madre Teresa (2017).

 

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  • Occhiello Il giornalista originario di Catanzaro affiancherà don Antonio Rizzolo. La sua carriera dalla Nuova Venezia a Chi e Novella 2000 fino all'esperienza dell'Ora della Calabria
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