Sergio Pelaia

Sergio Pelaia

Il clamore del silenzio. Da Africo a Milano

Sabato, 21 Ottobre 2017 17:48

Nel periodo in cui il mondo rischia di diventare un insieme di macerie (come avverte Marc Augè) che non produrranno più memorie, le rovine – quelle maestose e quelle minute, ma non meno importanti, quelle del passato lontano e di un passato recente – continuano a esigere attenzione, a interrogarci, ad ammonirci. Anche ad alimentare la nostra creatività: a farci immaginare legami arditi e fantasie vertiginose di una nuova possibile vita.
A restituire un nuovo sentimento ai luoghi dell’abbandono e conferire un nuovo senso alle rovine adesso giunge, con grande potenza artistica e con efficacia evocativa la tela “80 mq di silenzio” di Domenico Fazzari, pittore originario di Mammola, trapiantato a Milano, dopo gli studi compiuti a Brera e molto stimato nel mondo artistico e culturale milanese. L’opera pittorica racconta anche la possibilità d’incontri, dialoghi, scambi tra luoghi lontani nel tempo e nello spazio, paradossalmente proprio a partire dalle rovine che hanno segnato anche il nostro recente passato.
Il luogo che accoglie e abbraccia un altro luogo è l’ex chiesa di San Sisto a Milano, fondata in età longobarda, ristrutturata per volontà di Federico Borromeo e soppressa in seguito alle riforme di Giuseppe II negli anni della dominazione asburgica. A seguito dei bombardamenti del 1943 la parete di fondo dell’abside è completamente distrutta: si salvano soltanto alcune tele, tra cui una tavola seicentesca di Carlo Preda. Nel 1969 lo scultore siciliano Francesco Messina realizza un restauro della chiesa e al secondo piano dell’edificio apre un suo studio, dove realizza molte opere (bozzetti, bronzi, gessi e cere) che lascia al Comune di Milano. Dopo la morte di Messina, nel 1995, la chiesa diventa un importante spazio museale.
Maria Fratelli, direttrice del Museo propone a Fazzari un intervento coerente con l’ex chiesa di S. Sisto. Fazzari è noto per le sue opere ispirate ai luoghi di origine: quella Calabria interna dove l’abbandono e le rovine fanno parte del paesaggio e dove la natura sembra aver ripreso (come scriveva Simmel) il sopravvento sull’arte, sui monumenti, le costruzioni anche minute degli uomini. All’artista, che si alimenta della geoantropologia e della memoria della sua terra di origine (come segnala Geminello Preterossi) viene subito in mente un’altra chiesa, quella di S. Salvatore ad Africo, visitata anni prima e di cui custodiva una foto. Il bozzetto in scala 1:10 misura 100x80 cm e così Fazzari realizza un’opera di 80 mq., trovando spazio e supporti adeguati per nei laboratori di scenografia del Teatro della Scala.
La tela è un pezzo unico, in cotone preparata con un’imprimitura di acqua e colla vinilica, con una successiva stesura a spruzzo di un bianco base per creare una superficie screpolata dove rendere meglio l'effetto dei vecchi muri. Fazzari usa delle terre colorate e come legante acqua e colla vinilica, diluite in percentuale: vere e proprie acque colorate.
Fazzari completa la tela nel Museo con tecniche personali e servendosi di un trabattello alto dieci metri, proprio come se si trovasse a dipingere una chiesa reale senza statue o addobbi e con muri scrostati.

Africo, conosciuto, ancora prima dell’abbandono, come «il paese dimenticato da Dio», «il più isolato paese dell’Aspromonte», il paese della «perduta gente» raccontato da Zanotti Bianco, che mandava ai governati di Roma il pane di ghiande con cui si nutrivano i suoi abitanti, è investito – come tanti altri paesi dell’Aspromonte, della fascia ionica, delle Serre – dalle piogge che cadono terribili e ininterrotte per giorni e giorni, sicuramente da domenica 14 a giovedì 18 ottobre del 1951. Franano intere montagne, crollano pietre sull’abitato, muoiono le bestie, cadono le case. Muoiono tre persone e sei nella vicina frazione Casalnuovo, ma la maggior parte delle persone si salva, radunandosi e rifugiandosi nella chiesa. Comincia un lungo periodo di esodi, dispersioni, esilio, contrasti su dove e come ricostruire. Dopo anni di fughe, Africo nuovo nasce lungo la marina ionica e una popolazione di pastori e agricoltori perde il luogo, i saperi, le antiche forme di economie. Lo stesso accade in paesi come Roghudi, Gallicianò, Natile, Badolato, Nardodipace e tanti altri che conosceranno un progressivo abbandono. Gente laboriosa vissuta sempre con la propria fatica diventa vittima dei frutti impuri di una tradizione spenta e di una modernità che arriva anche con il volto violento della politica, delle clientele, della criminalità.

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Le rovine della vecchia Africo, tuttavia, rimordevano e attiravano una popolazione che nei decenni cercava di costruire una nuova comunità anche facendo riferimento ai resti, alle memorie, alle tracce dell’antico paese. Ogni anno, il giorno 5 maggio, per la festa di San Leo, gli ultimi abitanti della vecchia Africo, i loro figli e nipoti tornano tra i ruderi e i resti dell’antico abitato, dove, nella chiesa di San Leo, rimasta integra e restaurata, è celebrata una messa, prima che la gente si tuffi tra le rovine dell’antico abitato, tra i ruderi, nella chiesa, che ho visto nel 1999 popolata da mucche, e che per un giorno con un banchetto e un ritorno rammemorante (nel corso del quale vengono ricordati i defunti) restituiscono vitalità a quel luogo.
Queste forme di pellegrinaggio nei luoghi dell’abbandono, diffusi in molti paesi della Calabria (Pentedattilo, Cerenzia, Nicastrello, Fantino) dove ancora la chiesa o i suoi resti resistono, sono un percorso identitario affascinante, rivelano una faticosa ricerca di sacralità e di memoria da cui ripartire. La rovina è il segno tangibile, materiale, inequivocabile e più evidente dell’abbandono. La testimonianza di qualcosa che c’è stato e non c’è più. C’è un senso locale delle rovine – certo non separabile dal senso occidentale delle rovine – che spinge a una riflessione sulla possibile fine e sul bisogno di memoria, ma anche a stabilire comparazioni tra rovine di luoghi e di tempi diversi. Sembra che qui si cerchino la forza, la sacralità, le ragioni per portare avanti un processo di ricostruzione ancora incompiuto e precario.

 

Negli ultimi decenni i templi, le chiese, i luoghi sacri dei paesi abbandonati a seguito di catastrofi, terremoti, alluvioni, frane, calamità, devastazioni, bombardamenti in varie parti del mondo continuino ad essere “centro del mondo”, punto di riferimento e di ritorno, luogo della memoria e sentimento di un passato che non passa. Corrado Alvaro ha raccontato il disfacimento e lo sgretolamento delle chiese nei paesi in abbandono nella società tradizionale. Bruce Springsteen, all’indomani dell’11 settembre, ha cantato la sua “città di rovine” con la chiesa triste e spalancata. I pellegrini arcaici e postmoderni, abitanti dei non più luoghi e dei non ancora luoghi, ritornano nelle chiese degli antenati alle popolazioni terremotate che osservano, con un misto di sgomento e di speranza. Le facciate, i campanili, le statue dei santi (penso alle immagini potenti e simboliche di Laino Castello e di Cavallerizzo, a quelle più recenti dell’Aquila, Norcia e Amatrice) ricordano la centralità della chiesa in situazioni di possibile fine del mondo. Sono innumerevoli le testimonianze e le narrazioni di come l’imprescindibile villaggio nella memoria, di cui parlava De Martino, abbia come luogo concreto e simbolico quel campanile, di cui egli scrive una nota indimenticabile con riferimento a Marcellinara (ma forse a Tiriolo) in Calabria. Non è possibile raccontare il crollo di uno sconosciuto piccolo e periferico villaggio senza che vengano in mente i crolli delle Torri Gemelle o dei templi e delle chiese dell’Iraq e della Siria.
Le rovine diventano memento e ammonimento, specie quando vengono “parlate” con il cuore e con la mente.

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I muri «vogliono parlati», come suggerisce e ammonisce un modo di dire nei paesi in abbandono della Calabria. Le pareti, interne e i muri esterni, delle case vuote e disabitate si rovinano e crollano rapidamente e prima delle case abitate perché non ci sono più persone per mantenerle vive con le loro parole e la loro presenza. Il silenzio e la solitudine fanno crescere erbe e rovi, spine e piante selvatiche, davanti alle case vuote.
Domenico Fazzari si è fatto parlare dai muri, ha ascoltato le loro storie, ha instaurato un dialogo. Grazie a un’opera come quelle di Fazzari la rovina acquista un nuovo senso e tende di nuovo verso l’alto, indicando una possibile via di rinascita in contesti dove, purtroppo, anche le nuove opere dell’uomo nascono come macerie. Lo spazio architettonico rappresentato nell’opera, di forte impatto emotivo, evoca le fratture profonde che spesso segnano l’esistenza umana: la presenza di una mucca spaesata tra le rovine dell’abside allude ai giorni in cui la chiesa di Africo è stata riparo per gli abitanti e gli animali del paese distrutto, così come San Sisto è stata rifugio per i senzatetto.
Salvatore Piermarini ha scritto che la grande tela di Fazzari è un’opera spiazzante, di forza prepotente e silenziosa, un tromp-l’oeil concettuale da non confondere con una scenografia o con un pannello da palcoscenico teatrale. Un’opera vitale, un dipinto essenziale, al di là della tecnica utilizzata e dalla difficile locazione. Un lavoro gigante – scrive Piermarini - un’opera spericolata e avvincente, dal concepimento, alla trasposizione in scala, alla realizzazione definitiva. L’arte risponde in questo caso a quella funzione pedagogica, etica, estetica, antropologica che una lunga e controversa tradizione culturale e filosofica ha voluto assegnare alle rovine. Vedere che la vicenda dolente di Africo rivive in un monumento religioso di una capitale culturale d’Italia mi sembra qualcosa di bello e certamente un dato da non sottovalutare in un periodo in cui le memorie tendono a essere cancellate, come i luoghi, e le distanze e le separazioni vengono amplificate ed esasperate, mentre tutto, a sapere parlare e ad ascoltare, parla della necessità di incontri e accoglienze. Ricordo lo stupore e lo spaesamento che mi colsero quando vidi quella chiesa vuota, con le mucche che si aggiravano smarrite, e le persone tornate che andavano a pregare o a piangere nel luogo perduto. Ricordo il pianto di una donna che non riusciva a trovare il luogo in cui sorgeva la sua casa e poi individuò il resto di un muro che a lei diceva tante cose. Ricordo l’uomo che piangeva nel vecchio cimitero davanti a una tomba senza più i resti dei defunti e la moglie che non staccava lo sguardo dai muri della casa perduta.
A guardare l’immagine dell’abside e dell’altare della chiesa di Africo rivivere e splendere, tornare imponente e vitale, nella ex la chiesa di San Sisto avverto una grande emozione, uno stordimento e un incantesimo indefinibili. Africo (metafora dei tanti paesi abbandonati della Calabria) sembra riprendere vita nella natura, con quelle mucche, buoi e vitellini che la vivono come una nuova casa, un ricovero, un ostello, un riparo dalle intemperie. Un’immagine sacra appunto, riconsacrata e riconciliata.

Pieno. Vuoto. Silenzio. Suono. Voci. Clamore. Il silenzio, citato nel titolo dell’esposizione, rappresenta la condizione dello spettatore di fronte alle rovine e ai luoghi abbandonati, siano essi la conseguenza di un’azione della natura o della violenza umana. Forse proprio là dove appare tutto accaduto e si ritiene che «non c’è niente», può succedere qualcosa di nuovo, può affermarsi una nuova vitalità, un futuro che comincia nel clamore del vuoto e del silenzio. Si può, forse, costruire riusando gli antichi materiali e accogliendo quelli che ci arrivano dal mondo. Mescolando. Il silenzio diventa dialogo, clamore, parole segrete e misteriose, voci e figure che s’incontrano e si mescolano, vuoti che si riempiono e accolgono a condizione che qualcuno riesca a sentire le rovine, sa ascoltarle e riesce a conferire loro un nuovo senso e una nuova voce. Un clamore del silenzio che dobbiamo ascoltare, decifrare, colorare, illuminare nel periodo in cui centinaia di paesi si spopolano e in un’Italia e in cui le grandi città e i piccoli centri faticano a trovare un nuovo senso dell’abitare e dell’appaesamento.

*Antropologo e scrittore

MILANO Un dipinto scenografico di 80 metri quadri che ritrae l’abside della Chiesa di San Salvatore ad Africo, in Aspromonte, la sola architettura significativa sopravvissuta dopo l’alluvione del 1951 e, da allora, abbandonata. Si tratta dell'opera di Domenico Fazzari che è stata esposta a Milano, dal 7 luglio all'1 ottobre, nell'ex Chiesa di San Sisto, la cui abside è andata distrutta nei bombardamenti della seconda guerra mondiale, nell'ambito di un'iniziativa organizzata dall'assessorato alla Cultura del Comune di Milano e dallo Studio Museo Francesco Messina diretto da Maria Fratelli, con il supporto del Laboratorio di Scenografia del Teatro alla Scala. L'opera di Fazzari propone una riflessione sul senso dei luoghi e del tempo incentrata sul tema delle rovine di due chiese nel Nord e nel Sud Italia, una a Milano e una in Aspromonte.
L’enorme scenografia ha dunque innescato un dialogo tra i due luoghi, strutturalmente simili e accomunati da una storia di distruzione, e invita alla ricerca della loro identità passata e della loro memoria, facendoli rivivere l’uno nell’altro.
In seguito alla mostra lo stesso Studio Museo Francesco Messina ha organizzato un incontro, tenutosi lo scorso 18 ottobre, a cui hanno partecipato Vito Teti e Patrizia Giancotti, moderato da Alice Giulia Dal Borgo e Maria Fratelli e seguito dalla proiezione del video documentario “Ordine di natura” realizzato dalla Bird production da un'idea di Domenico Fazzari, in collaborazione con Alberto Gatto e Frank Armocida. Tra il pubblico, oltre a studiosi e artisti milanesi, anche molti volti noti di Africo e dei paesi grecanici e aspromontani tra cui Gioacchino Criaco, Gianfranco Marino, Angelo Gligora, Mimmo Candela. Presente anche il direttore del Museo di Palazzo Reale, Domenico Piraino, calabrese di origine.
«Rappresentare Africo su una tela di 80mq – ha commentato Maria Fratelli – e dislocarla in una chiesa milanese significa riproporre all’attenzione del visitatore il miracolo della pittura. I grandi freschisti hanno sempre creato grandi illusioni, squarciando i soffitti sull’immensità del cielo o aprendo le pareti su paesaggi e orizzonti lontani. In San Sisto la congruenza tra lo spazio reale e quello della Chiesa di Africo è talmente forte che la variazione non è di luogo ma di tempo. Non si spiegherebbero altrimenti i muri scrostati, le finestre rotte, lo stato di abbandono (e quella mucca a destra dell’altare che guarda sospettosa). Entrare in San Sisto per non essere a Milano oggi, ma nell’immediato dopoguerra, quando l’abside non c’era più, quando il silenzio che sempre segue a una distruzione è ancora sospeso nell’aria».
Il silenzio, citato nel titolo dell’esposizione, rappresenta dunque la condizione dello spettatore di fronte alle rovine e ai luoghi abbandonati, siano essi la conseguenza di un’azione della natura o della violenza umana.
In questo suo dipinto il paesaggista Domenico Fazzari dà voce alle rovine di Africo, e consente così alla chiesa abbandonata di essere nuovamente vista e vissuta, e a San Sisto di recuperare temporaneamente l’abside perduta.   

COSENZA Dario Fruscio, leghista della prima ora ma calabrese di nascita, nel corso di una iniziativa pubblica a Cosenza ha ufficialmente lanciato il suo ritorno alla politica attiva sotto l'egida del movimento che fa riferimento a Matteo Salvini. Originario di Longobardi, già senatore e presidente di Euronord holding, Fruscio attualmente è docente universitario e titolare di uno dei più accreditati studi commerciali milanesi. La sua sfida passa dunque per la diffusione del credo salviniano in Calabria, ma con qualche distinguo: «Noi rappresentiamo, rispetto al gruppo organizzato istituzionalmente, un pezzo di società civile – ha chiarito Fruscio a Cosenza – che condivide le idee di Matteo Salvini e punta a portarle nella popolazione calabrese indipendentemente dall'aspetto organizzativo e partitico. Siamo cittadini che si ritrovano insieme e, valutando la linea politica di cambiamento radicale del leader della Lega, scelgono di seguirlo e di contribuire al suo successo. Un successo – aggiunge – che non potrà essere più misurato solo nelle aree tradizionali della Lega ma che, secondo noi, dovrà essere anche il successo del Mezzogiorno d'Italia»
Sul malumore diffuso rispetto alle politiche della giunta targata Oliverio, il leghista di Calabria ha affermato: «Né la Lega né Salvini possono essere di certo coinvolti nella malagestione della Regione Calabria. Ad ogni modo vale la pena chiarire, e non per esimere Oliverio dalle sue responsabilità, che queste istituzioni sono diventante, per citare Massimo Cacciari, delle bare politiche. Il regionalismo cui si pensava già con la conclusione della vicenda risorgimentale non ha trovato nessuna attuazione. Regionalismo, infatti, vuol dire autonomismo, autonomia accentuata, e qui non se ne vede, anzi. E poi si confonde fra autonomia e indipendenza come se fossero la stessa cosa».  

Il Tg web

Sabato, 21 Ottobre 2017 14:52

VIBO VALENTIA Nella serata di giovedì i carabinieri della stazione di Francica, nel Vibonese, hanno arrestato un 42enne del luogo, Antonino Chindamo, già noto alle forze dell'ordine. I militari hanno dato esecuzione a un provvedimento di carcerazione emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Catanzaro-Ufficio esecuzioni penali. Chindamo dovrà scontare la pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione in quanto condannato per estorsione in concorso, aggravata dal metodo mafioso, per fatti commessi a Sant’Onofrio nel settembre 2011. Il 42enne è stato quindi tradotto presso il carcere di Vibo Valentia a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Sempre giovedì sera, poi, i carabinieri della Stazione di Mileto – in ottemperanza al provvedimento di esecuzione per la carcerazione emesso dalla Procura della Repubblica presso la Corte d’Appello di Catanzaro – hanno tratto in arresto un'altra persona, Rocco Tavella, 33enne pregiudicato residente a Mileto. In questo caso il provvedimento scaturisce dall'inammissibilità del ricorso presentato dell’uomo presso la Corte di Cassazione. Tavella dovrà scontare la pena di 7 anni e 8 mesi di reclusione in quanto condannato per detenzione abusiva di armi, ricettazione di armi e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, per fatti commessi a Mileto nel maggio 2007. L’arrestato è stato tradotto presso il carcere di Vibo Valentia a disposizione dell’autorità giudiziaria.

CATANZARO Contro gli imputati del processo in abbreviato che prende le mosse dall’operazione “Fashion”, incentrata su alcuni atti intimidatori ed estorsioni commessi a danno dei commercianti di Catanzaro Lido, il sostituto procuratore Paolo Petrolo ha chiesto la condanna di tre dei quattro imputati. Il pm ha invocato 5 anni di reclusione per Santo Mirarchi, considerato il capo del gruppo criminale, che ha manifestato la volontà di collaborare con la giustizia un mese dopo l’arresto, difeso dall’avvocato Valeria Maffei. Nove anni di reclusione sono stati chiesti per Domenico Falcone, difeso dall’avvocato Gregorio Viscomi, e 7 anni di carcere sono stati invocati per Antonio Giglio, difeso dall’avvocato Francesco Iacopino.
Per Antonio Sacco, quarto imputato, difeso da Antonello Telerico, il processo si sta svolgendo con rito ordinario davanti al tribunale collegiale. Gli imputati sono accusati di tentata estorsione in concorso, danneggiamento e porto abusivo d’armi. L'operazione risale ad aprile 2016 e prende il nome da un bar gestito da uno degli indagati, luogo di ritrovo per tutta la "banda". Il gip nell'ordinanza di custodia cautela sottolineò «l'indole minacciosa violenta e prevaricatrice; dalla manifestata pervicacia nel perseguire il fine illecito: dalla spregiudicatezza e dalla disinvoltura delle azioni delittuose e dalla loro preordinata organizzazione».
Venerdì, oltre alla requisitoria del pm, ci sono state le arringhe dei legali Iacopino e Viscomi che hanno chiesto l’assoluzione per i propri assistiti.
La prossima udienza è stata fissata per il 13 novembre.

ale. tru.

CORIGLIANO Nella tarda serata di giovedì i poliziotti del Commissariato di Rossano, assieme agli uomini del Reparto prevenzione crimine Calabria settentrionale, hanno arrestato un cittadino serbo 35enne, B.Z., su cui pendeva un mandato di cattura internazionale. 
In particolare il personale della Polizia ha individuato alcune persone che si aggiravano con fare sospetto nei dintorni del porto di Corigliano. Da un controllo sulla banca dati delle forze dell'ordine è subito emerso che tra questi c'era il 35enne che risultava gravato da numerosi precedenti penali e segnalato per reati contro il patrimonio, mentre nel gruppo c'erano anche persone che risultavano avere precedenti di polizia per falso ideologico, truffa in concorso e ricettazione. Lo stesso 35enne, sprovvisto di documenti, è stato quindi accompagnato negli uffici del Commissariato di Rossano e identificato. Su di lui pendeva infatti un mandato d'arresto internazionale per aver commesso numerosi furti e rapine sfociate anche in atti di violenza. In particolare, a seguito di una rapina nella zona di Avellino, il 35enne si era reso responsabile di una fuga rocambolesca in contromano sull'autostrada A16. L'uomo aveva infatti forzato un blocco della polizia stradale cercando di investire gli agenti dopo aver loro puntato la pistola contro dal finestrino. 
L'arrestato, d'intesa con il procuratore di Castrovillari Facciolla e con il pm di turno Manera, è stato quindi tradotto presso il carcere di Castrovillari.

CATANZARO «Entro lunedì prossimo l’Istituto d’istruzione superiore “Petrucci-Ferraris-Maresca” sarà interessato da una serie di lavori di manutenzione e di interventi mirati alla risoluzione delle problematiche emerse nel corso dell’incontro con il presidente della Provincia di Catanzaro, Enzo Bruno, che questa mattina si è intrattenuto a lungo con gli studenti e il corpo docente che frequentano il plesso di Catanzaro Sala, che domani faranno regolarmente lezione». È qiuanto si legge in una nota dell'amministrazione provinciale catanzarese, che annuncia che il presidente Bruno ha effettuato un sopralluogo alla presenza della dirigente scolastica Maria Murrone e accompagnato dal vice presidente Marziale Battaglia, dal dirigente del settore Patrimonio architetto Pantaleone Narciso, dall'ingegner Antonio Leone, dal consigliere comunale Sergio Costanzo, proseguendo il percorso di incontro e di raccolta delle istanze di studenti e docenti avviato nei giorni scorsi e che ha già interessato l’Istituto tecnico Agrario “Vittorio Emanuele II” e liceo classico “Galluppi”.
«Ascoltando le richieste degli studenti mobilitati da alcuni giorni, il presidente Bruno, che ha visitato tutto l’immobile accompagnato anche dal rappresentante d’istituto Giuseppe Cardamone e dalla rappresentante di classe della V C Arianna Paparazzo, ha assicurato – si legge ancora nella nota – l’avvio entro qualche giorno di interventi in somma urgenza dando seguito a buona parte delle istanze esternate anche nell’incontro di oggi. In particolare, tutte le aule saranno interessate dalla sostituzione da parte degli infissi in modo da assicurare in ogni ambiente la presenza di una finestra apribile a due ante; saranno sostituiti gli estintori e realizzate le porte antipanico, puliti gli ambienti esterni dall’erba alta; sarà anche messa in funzione la sbarra automatica, poiché il cortile viene utilizzato come parcheggio da persone esterne e sostituiti i vetri rotti». 
Bruno ha inoltre «incaricato i tecnici di procedere con la sistemazione dei condizionatori sottolineando, però, che molti elementi dell’impianto sono sfondati in seguito ad evidenti atti divandalismo e che, quindi, molta attenzione e cura dei climatizzatori deve essere assunta in capo agli studenti che sollecitano la sistemazione dell’impianto». Tra gli impegni assunti anche la realizzazione del campetto esterno per lo svolgimento delle attività durante l’ora di educazione fisica.
«La Provincia di Catanzaro – ha commentato Bruno – ha investito circa dieci milioni di euro per la manutenzione di strade e scuole che saranno disponibili in seguito all’approvazione del bilancio, entro la fine del mese – afferma il presidente Bruno –. Abbiamo messo in campo uno sforzo eccezionale per garantire sicurezza ai nostri studenti e tranquillità alle famiglie che assieme ai docenti devono poter fruire del diritto allo studio in ambienti salubri. Questo sforzo economico che altre Province in Italia non possono assicurare ci permette di poter rispondere ad una serie di istanze – è la conclusione – a partire dall’acquisto di nuovi banchi, sedie e arredi, cosa che non succedeva da tempo. Siamo dalla parte dei ragazzi, e faremo il possibile per dare risposte concrete».

Bus in fiamme sull'autostrada – VIDEO

Venerdì, 20 Ottobre 2017 15:38

VIBO VALENTIA Ha riportato danni ingenti l'autobus che, per cause in corso di accertamento, ha preso fuoco venerdì nella tarda mattinata sull’autostrada A2 nei pressi dello svincolo di Pizzo, nel Vibonese, in direzione Sud.
Stando alle prime ricostruzioni, l’autista – una volta resosi conto della situazione – è riuscito a fermare il mezzo provvedendo a lanciare l'allarme. Le persone che erano a bordo sono riuscite a mettersi in salvo, mentre il rogo ha causato non pochi disagi alla circolazione bloccando il traffico fin quando l'intervento dei vigili del fuoco e della polizia stradale non ha fatto ritornare la situazione alla normalità.

VIBO VALENTIA Quella di Vibo è stata negli ultimi anni una delle province più “accoglienti” d'Italia. Sistematicamente, ogni qualvolta sulle coste siciliane la macchina dell'accoglienza rischiava di andare in tilt per i troppi arrivi, il porto di Vibo Marina ha giocato un ruolo non secondario nell'emergenza sbarchi. Tantissimi profughi, insomma, sono passati dalla banchina vibonese, specie negli ultimi tre anni, e i numeri diventano da capogiro se invece delle persone si fa il conto dei soldi che vengono spesi per accoglierle. Soldi pubblici, ovviamente, che spesso hanno seguito le procedure proprie dell'urgenza ma su cui non sempre, forse, le autorità preposte sono riuscite a mantenere forme adeguate di controllo. Non è dato sapere, al momento, se qualcosa di simile sia successo dal 2014 a oggi a Vibo, ma i provvedimenti con cui la locale Prefettura ha di recente commissariato alcuni centri d'accoglienza lasciano pensare che qualcosa potrebbe non essere andata per il verso giusto. A testimoniarlo sono i contenuti dell'interdittiva antimafia di cui il Corriere della Calabria ha rivelato i dettagli.

L'AVVOCATO CON LA PISTOLA Sotto le lente dell'Ufficio territoriale del governo di Vibo sono finite le cooperative che gestivano i centri d'accoglienza commissariati nei giorni scorsi, con una decisione senza precedenti, dal prefetto Guido Longo; due compagini che sarebbero in realtà riconducibili alle stesse persone. Uno, in particolare, sarebbe il «dominus» delle due realtà impegnate nell'accoglienza fin dall'inizio dell'emergenza sbarchi. Si tratta di un avvocato già impegnato in politica su cui l'interdittiva si concentra riportando alcune circostanze che, qualora accertate, delineerebbero un contesto non proprio rassicurante. Una di queste è riportata proprio tra le prime pagine del provvedimento. A raccontarla è una nota del comando provinciale dei carabinieri datata 15 settembre 2015: all'epoca l'avvocato avrebbe minacciato, «mostrando una pistola, un individuo di nazionalità senegalese (secondo quanto riferito da quest'ultimo a personale dei carabinieri di Briatico) ospite del centro di accoglienza» gestito dall'associazione in questione. Appena un mese dopo, poi, il «dominus» sarebbe stato segnalato dalla Questura all'autorità giudiziaria «per aver omesso di denunciare all'autorità di P.S. nei termini di legge la cessione di un'arma da fuoco». Per questi episodi la Prefettura dispose all'epoca «il divieto di detenzione di armi» per l'avvocato-politico che si occupava di accoglienza.

PARENTELE SOSPETTE Le compagini societarie destinatarie dell'interdittiva antimafia – contro cui presumibilmente è già stato presentato ricorso con richiesta di sospensiva al Tar – sono state passate al setaccio dagli inquirenti vibonesi, le cui informative sono poi finite sul tavolo del prefetto. Lo stesso avvocato, si annota nel provvedimento, «in tempi coincidenti con attività investigative» a suo carico, poi concluse in un nulla di fatto con una richiesta di archiviazione da parte della stessa accusa, si sarebbe fatto sostituire dalla cognata nell'incarico che aveva ricoperto in precedenza nella cooperativa.
Ai soci, poi, viene riservata nelle carte della Prefettura la consueta “radiografia” anagrafica che restituisce un quadro di frequentazioni sospette con persone ritenute nell'orbita dei clan vibonesi. Come i Lo Bianco-Barba di Vibo città, gli Accorinti di Briatico e i più noti Mancuso di Limbadi e Nicotera. A questi ultimi, per esempio, si fa riferimento quando nelle carte si menziona una socia che sarebbe nipote di uno dei principali indagati coinvolti nell'operazione della Dda di Catanzaro che, nel febbraio di quest'anno, ha portato in carcere – e poi ai domiciliari – anche l'ex assessore regionale Nazzareno Salerno per una presunta «distrazione di fondi pubblici destinati al credito sociale da parte di esponenti politici e funzionari regionali in combutta con il clan Mancuso».

RAPPORTI «OPACHI» Come già anticipato, la Prefettura contesta anche il rapporto tra le cooperative che gestivano i centri di accoglienza commissariati e un'azienda – i cui titolari sono residenti nel Vibonese ma originari del Reggino – a cui, sotto la veste di contratti di fornitura, sarebbero invece stati affidati importanti servizi destinati ai migranti tramite un subappalto ritenuto illegittimo. Per alloggiare i richiedenti asilo, per esempio, la cooperativa si è servita di due strutture alberghiere situate sulla costa vibonese e gestite proprio dall'azienda in questione. Su alcuni stretti congiunti dei titolari di quest'ultima, poi, aleggerebbero – si rileva nell'interdittiva – pesanti sospetti di collegamenti – in alcuni casi suffragati da circostanze accertate giudiziariamente – con famiglie storiche della 'ndrangheta del Reggino. In particolare, nelle carte vengono citati, tra gli altri, i Tegano-De Stefano di Reggio, gli Aquino di Marina di Gioiosa e i Barbaro di Platì. La stessa azienda, infine, destinataria di un'ulteriore interdittiva antimafia, avrebbe assunto una serie di soggetti che, secondo la Prefettura di Reggio, sarebbero riconducibili a diversi clan attivi nella zona in cui si trovano i centri di accoglienza commissariati. (2–continua)

Sergio Pelaia
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