Alessia Candito

Alessia Candito

CATANZARO Cadono calcinacci dal soffitto della galleria Santa Croce sulla statale 109 della Sila Piccola. Oggi pomeriggio una squadra dei vigili del Fuoco di Catanzaro è intervenuta per rimuovere le parti ammalorate del copriferro della struttura in cemento armato in imminente pericolo di caduta. A titolo precauzionale, non potendo garantire la totale messa in sicurezza del tratto interessato durante lo svolgimento delle operazioni di intervento, la strada è stata chiusa in entrambi i sensi di marcia con l'ausilio della Polizia di stato, Carabinieri, Polizia Locale e personale tecnico A.N.A.S. Sul posto era presente il responsabile A.N.A.S. Geom. Montesano Rosario a sovrintendere le successive operazioni di controllo effettuate dal personale tecnico ANAS preposto per la messa in sicurezza definitiva della galleria prima della riapertura al traffico. 

 

REGGIO CALABRIA  «Prendiamo atto con sincero dispiacere che circa venti iscritti al Partito democratico della provincia di Reggio Calabria abbiano firmato, assieme ad altri che o non hanno mai fatto parte del Pd o da molti anni non vi appartenevano più, il documento con cui annunciano l'adesione a Mdp». Così la Commissione provinciale per il tesseramento della Federazione metropolitana di Reggio Calabria risponde alla “lettera d’addio” con cui  un centinaio di esponenti democrat hanno annunciato la propria adesione a Mdp. «Senza alcuna polemica - prosegue il Pd - rivolgiamo agli amici e compagni che hanno deciso di sposare le posizioni di questa formazione politica un sincero "in bocca al lupo". La loro è scelta che rispettiamo ma che, ovviamente, non condividiamo». Per la commissione provinciale reggina «le posizioni e la linea nazionale del gruppo dirigente di Mdp sino anacronistiche e rivolte a un passato che non tornerà più. Una ennesima scissione non porta alcun contributo al ripensamento delle rivendicazioni della Sinistra in Italia; piuttosto, rompe la voce di chi si riconosce nei valori democratici e progressisti e, per un effetto perverso, rafforza chi propaga rotture sociali ed involuzioni nazionaliste. La politica non può nutrirsi di nostalgia, ma deve dimostrare la capacità di guardare all'orizzonte lungo del futuro e di sintonizzarsi sulla lunghezza d'onda di una società in continua evoluzione». E concludono «Nel merito della scelta dei venti democrat che hanno deciso di allontanarsi dal Pd siamo convinti che esista una sorta di "peccato originale" che vizia a monte l'intera operazione. Dopo una battaglia congressuale, nessuno deve sbattere la porta e andare via, ma occorre procedere tutti assieme, sostenendo con coerenza e forza la linea scelta dal partito. Sono le regole della democrazia che noi pratichiamo, non predichiamo».

 

REGGIO CALABRIA I magistrati del Distretto di Reggio Calabria non hanno la serenità e non garantiscono la dovuta imparzialità necessarie a giudicare un banale processo per calunnia. La tesi sarebbe ardita fino a sconfinare nel ridicolo. Tant’è che nessuno dei tantissimi imputati “eccellenti”, incappati nelle indagini e nei successivi processi condotti, istruiti e decisi dalla magistratura reggina si è mai spinto fino a una tanto. Lo fa invece, nel disperato tentativo di difendersi “berlusconianamente” non “nel” processo ma “dal” processo la “paladina” dell’antimafia (sulla pelle degli altri e con i soldi dei contribuenti) Adriana Musella.

PROMESSE MANCATE Proprio così: per l’ennesima volta Adriana Musella viene meno alle proprie promesse. Non più tardi di qualche mese fa, la presidente dell’associazione antimafia Riferimenti - indagata per truffa e appropriazione indebita in seguito agli approfondimenti investigativi disposti dopo la pubblicazione di un’inchiesta del Corriere della Calabria  - comunicava urbi et orbi che avrebbe “atteso con serenità e fiducia nella magistratura” l’esito delle indagini. Medesimo intendimento ha manifestato quando i pm hanno chiesto e ottenuto il sequestro di parte delle somme destinate da Enti e istituzioni alla sua associazione e secondo la procura usate in modo privato e personale. Ma arrivata alla prova dei fatti l’atteggiamento tenuto è stato ben diverso: rifiuto di rendere interrogatorio ai magistrati inquirenti e adesso richiesta di spostare altrove le indagini sul suo conto per “legittimo sospetto”.

PROCESSATEMI (MA A SALERNO)  La proclamata “fiducia” e l’altrettanto ostentata “serenità” dunque non vale per l’indagine per calunnia nei confronti di Alessia Candito, aperta a carico di Musella dalla procura di Reggio Calabria. Il procedimento è arrivato ieri in udienza preliminare ma la presidente di Riferimenti non si è rimessa - come promesso - alla decisione del gup. Su richiesta della sua assistita, il legale di Musella, Carlo Morace, ha depositato un’istanza di remissione del processo, che non potrebbe essere celebrato né a Reggio Calabria, né a Catanzaro, ma a Salerno, città natale dell’indagata.

VITTIMA DI MEDIA Motivo? Un «attacco mediatico senza precedenti» che avrebbe addirittura causato «il serio rischio per la incolumità della Musella». Proprio mentre ad Ostia si scendeva in piazza a tutela della libera informazione e contro le mafie, per difendersi dall'accusa di aver calunniato una giornalista, la presidente di Riferimenti chiedeva al suo legale di depositare un'istanza in cui si sottolinea che  «l’enfatizzazione di una avversione (inesistente) della Musella verso i calabresi e viceversa non può che influire sulla imparzialità dei giudici, i quali inevitabilmente sono condizionati dal dover decidere con riferimento ad una persona della quale è stata riportata ed enfatizzata la frase poco felice rivolta ai calabresi e alla Calabria». Verrebbe da chiedere se anche quando distribuiva premi tra i magistrati requirenti e giudicanti di Reggio Calabria, Musella pensasse che le toghe reggine fossero affette da sciovinismo giudiziario. Prima di tutto, però, occorre fare ordine.

LE CALUNNIE DI MUSELLA Da cosa origina il procedimento a carico di Musella? Il capo di imputazione lo dice chiaramente. «Con denuncia-querela presentata presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria il 17.3.2016, sapendola innocente, incolpava la giornalista Alessia Candito della testata on line " Il Corriere della Calabria " per i reati di diffamazione aggravata, accesso abusivo a sistema informatico e di sottrazione di documenti». Dopo la pubblicazione dell’inchiesta nata dall’analisi dei rendiconti delle spese di Riferimenti, consegnati da Musella alla giornalista del Corriere della Calabria (come comprovato da registrazione audio), la presidente dell’associazione si è presentata dai carabinieri raccontando ben altro. Per Musella, «fu ella stessa approfittando della mia temporanea difficoltà ad accedere ai file , a prendermi di mano il mouse , copiando non solo i singoli prospetti di sintesi, ma tutto ciò che era presente nella cartella ove, solo in seguito mi sono accertata dell'esistenza di diversi appunti informali e dati di contabilità interna».

LA RICOSTRUZIONE DELLA PROCURA In realtà – dice la procura, sulla base delle indagini svolte – le cose non sono andate così. «La Musella - si legge sempre nel capo di imputazione - aveva volontariamente e consapevolmente posto a disposizione della Candito i dati contabili richiesti dell'associazione " Riferimenti " -dalla stessa presieduta -consentendo, in sua costante presenza, alla Candito di copiarli su una chiavetta e dopo che la Candito le aveva esposto le ragioni della sua richiesta, denunciava la Candito per reati insussistenti». Per questo, i magistrati hanno chiesto l’archiviazione e ha proceduto contro Musella per calunnia. Un’impostazione condivisa dal gip che non solo ha archiviato, nonostante l’opposizione di Musella, il procedimento nato dalla sua querela, ma ha anche ritrasmesso gli atti alla procura, invitando i pm a valutare se procedere contro la presidente di Riferimenti per calunnia.

LE AMMISSIONI DI MUSELLA In realtà, anche Musella, sia in esternazioni (a mezzo social e in sede di interrogatorio) successive alla denuncia, sia nell’ultima istanza presentata finisce per ammettere che la situazione era ben diversa da quella denunciata. A pagina 4 si legge infatti: «L’indagine parte da un articolo della giornalista Candito alla quale la Musella (..) consegna documenti dell’associazione», mentre a pagina 7 si legge «prima la Candito ottiene i documenti dalla Musella».

TENTATIVO DI BAVAGLIO? Se non è una confessione, poco ci manca. Tuttavia Musella che fa? Un passo indietro? Chiede scusa? Ammette l’errore? Assolutamente no. Se la prende con i giornalisti - del Corriere della Calabria, delle Iene e del Fatto quotidiano – tutti a suo dire partecipi di un complotto mediatico mirato a screditare la sua persona. Se la prende con i giudici (del medesimo Tribunale che fino a qualche tempo fa ricopriva di targhe, encomi e premi) che non avrebbero la serenità per esaminare il suo caso. Ma soprattutto, con le sue argomentazioni rischia di creare un precedente comodo per qualunque picciotto, gregario o boss che intenda “scappare” dalla sede naturale del processo in cui è imputato e al contempo imbavaglia la stampa che si occupa di cronaca giudiziaria.

LA TESI DI MUSELLA Cosa sostiene infatti  la presidente di Riferimenti? Nonostante alle notizie relative ai suoi guai giudiziari sia stato dato ampio spazio non solo dai giornali locali calabresi, ma anche da quelli campani e persino nazionali, più diverse tv (Rai inclusa), Musella si dice vittima di una campagna stampa «che proviene in primo luogo dalla testata giornalistica della quale Alessia Candito fa parte». Anzi, specifica meglio poi, si tratterebbe di «un attacco personale alla Musella additata alla collettività come nemica della cittadinanza e dei calabresi, colpita nell’immagine del padre, al quale si allude additandolo come vicino alla massomafia».

LA SQUADRA Insomma, ci sarebbe un complotto. Ad ordirlo e curarne la scientifica realizzazione sarebbero stati - ça va sans dire – Alessia Candito, la redazione di Corriere della Calabria e il direttore Paolo Pollichieni, colpevoli di seguire puntualmente l’inchiesta giudiziaria nata anche grazie ad uno scoop della loro testata; Lucio Musolino, corrispondente per la Calabria del Fatto Quotidiano, pure lui colpevole di riportare notizie con puntualità; il programma tv “Le Iene” cui Musella ha concesso un’intervista sull’indagine di cui era oggetto, lasciandosi scappare un commento infelice sui calabresi, che a detta sua «hanno la mente piccola». Un «errore» - sostiene la presidente di Riferimenti - «diffuso in prima battuta dalle Iene, che avrebbero anche potuto omettere il passaggio (era un dialogo con il giornalista scaturito dalla risata di quest’ultimo) ma non lo fanno». Risultato? Una serie di commenti poco piacevoli sui social, che – sostiene Musella – l’avrebbero indotta a pensare di lasciare la Calabria.

ACCUSE VELATE In realtà, quella che sembra l’accusa più grave è solo velata, ma con mestiere messa giù in modo da suggestionare chi legge. «Si pensi che l'attacco giornalistico da parte di Alessia Candito – si legge nell’istanza -  è intervenuto in un momento nel quale la Musella era al centro di cronache che la vedevano contrapposta alla amministrazione di Limbadi e alla cosca Mancuso: proprio nel febbraio 2016 aveva avuto assegnata per Riferimenti la abitazione confiscata ai Mancuso, quindi in un momento nel quale è maggiore il rancore della criminalità nei confronti della stessa».

LA MACCHINA DEL FANGO A cosa pretende di alludere Musella? Non è dato sapere. Di certo, appare quanto meno incauto definire “attacco mediatico” un’inchiesta, legittimata in seguito da un provvedimento del gip (che ha archiviato le accuse di diffamazione nei confronti della giornalista che l’ha redatta) e confermata dall’indagine della procura che ha iscritto la presidente di Riferimenti per truffa e appropriazione indebita. Altrettanto incauto, se non decisamente pericoloso per l’incolumità dell’autrice dell’inchiesta - che all’epoca della pubblicazione dell’articolo era già sottoposta ad un servizio di protezione per le minacce ricevute dai clan di Reggio, dove continua a vivere e lavorare -  lasciar intendere qualche inesistente linea di continuità con il clan Mancuso. Eppure Musella, che tanto spesso ha ospitato giornalisti minacciati, lo dovrebbe sapere che la delegittimazione è l’arma preferita dai clan per isolare e poi attaccare chi ne scrive.

CHE BRUTTA COSA LA CRONACA Ma la presidente di Riferimenti sembra averne anche per i magistrati, non solo giudicati incapaci di essere imparziali nei suoi riguardi, ma anche probabilmente poco corretti. L’accusa è formulata sempre in maniera velata. «La notizia dell’interrogatorio del marzo 2017 della Musella ad opera della procura (del successivo interrogatorio del luglio sempre innanzi alla procura della Repubblica di Reggio Calabria non si saprà nulla) - si legge nell’istanza di remissione - è venuta a conoscenza della stampa a distanza di poco tempo dalla sua celebrazione e quel giorno la Musella è stata vista in procura dai due giornalisti Musolino e Candito». La presidente di Riferimenti sta forse accusando qualcuno di violazione di segreto d’ufficio? Cosa vorrebbe dare a intendere? Vuol dire forse che i magistrati che l’hanno interrogata hanno riferito il contenuto di quel colloquio ai giornalisti che quotidianamente – come lei stessa riconosce dell’istanza – frequentano procura e tribunale? Sarebbero accuse gravi, ma soprattutto manifestamente infondate, non fosse altro perché a pubblicare per primo la notizia la mattina dopo l’interrogatorio è stato “Il Quotidiano del Sud”, con un articolo a firma di Caterina Tripodi. E allora perchè si fa riferimento alla quotidiana attività di altri giornalisti? Che suggestione si vuole creare?

PAPA’ NON SI TOCCA Non è l'unico passaggio dell'istanza in cui la presidente ha giocato con le parole. Tra le tante lamentazioni di Musella, una riguarda quel che è stato scritto del padre, la cui memoria – a detta della presidente di Riferimenti –  sarebbe stata infangata. In realtà, per dovere di cronaca, c'è da dire che quando si è scritto dell’ingegnere Musella – attorno al quale è stata costruita tutta l’attività dell’associazione della figlia Adriana-  solo è stato fatto prendendo come riferimento dichiarazioni di pentiti definiti attendibili da sentenze passate in giudicato. Nello specifico, si tratta  di quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro, che nel ’96 ha messo a verbale «A me risulta solo che davano i soldi per le azioni criminali per la ricerca delle armi e dell'esplosivo. Esplosivo che purtroppo ho procurato io nella quantità di circa 50 chilogrammi datomi dalla buonanima dell'Ingegnere Musella, il quale all'epoca aveva una cava a Bagnara dove glielo andai a chiedere io; mi serviva l'esplosivo perchè mi era stato richiesto l'esplosivo». Nell’istanza di remissione presentata dalla figlia dell’ingegnere in questione, l’esplosivo tuttavia diventa semplicemente «recuperato presso la cava dell'ing. Musella». 

MA MANCA UN TASSELLO Nulla osserva, invece, la Musella sulla, pur richiamata negli articoli a lei tanto indigesti, questione del suo ingresso alla Regione Calabria e sui concorsi affrontati per salire le varie tappe di una brillante carriera. Una semplice dimenticanza? Oppure il tentativo di evitare abbiano la giusta evidenza pubblica tempi, modi e metodi che hanno portato alla sua assunzione per chiamata diretta. E, a seguire, le mansioni lavorative assegnate, il luogo dove doveva svolgerle, l’ente che gliele conferiva e successivamente tempi e modalità di passaggio ai piani alti della Regione Calabria con una fulminate carriera certamente meritata sul campo, ma se così è perché non citare anche questo aspetto dell’attacco di cui oggi si dice vittima? 

E ORA COSA SUCCEDE? Queste – in sintesi – le argomentazioni di Musella, che con la sua istanza chiede alla Corte di Cassazione di essere processata a Salerno. Si tratta di una tesi estremamente pericolosa innanzitutto perchè mina il rapporto tra  cittadino e giudice naturale, laddove qualcuno ritenesse, come fa la Musella, non solo di decidere da chi non essere giudicato ma anche di indicare chi dovrà giudicarlo. Pericoloso, poi, anche perché mira alla delegittimazione mediante imbavagliamento, per la stampa (tutta). Nel caso, poi, è singolare che la Musella abbia ritenuto che i giudici reggini fossero affidabili quando ha chiesto di giudicare e condannare i cronisti del Corriere della Calabria per diffamazione ai suoi danni, per poi ritenerli non meritevoli di altrettanta fiducia quando si è ritrovata a sedere lei sul banco degli imputati. Passasse l’idea secondo cui un attento seguito di una vicenda giudiziaria o processuale val bene un’istanza di remissione del procedimento ad altra sede, qualsiasi affiliato -  picciotto, gregario o boss che sia – e qualsivoglia politicante, sarebbe legittimato a richiedere lo stesso trattamento solo perché il suo nome e la sua foto è finita sui giornali. Sulla stessa base, altrettanti potrebbero chiedere di riaprire tonnellate di inchieste già definite. Lo sdoganamento di una tesi di questo genere per la stampa significherebbe cancellare la cronaca giudiziaria dalle proprie pagine o dai propri palinsesti. Un silenzio che neanche le più pesanti minacce o le più restrittive leggi sono mai riuscite ad ottenere. E comunque, non basta qualche amicizia altolocata per pretendere tanto, se ne faccia una ragione la signora Musella.

La Redazione

Pioggia di Daspo per gli ultras della Reggina

Lunedì, 06 Novembre 2017 20:29

REGGIO CALABRIA Una pioggia di Daspo. Così la Questura ha risposto alla Curva Sud della Reggina, che nel corso dell’ultima gara contro il Catania ha esposto striscioni dal pesante e macabro contenuto razzista. «Nessun elefante vi protegge- prima o poi la lava vi distrugge» recitava uno, mentre l’altro - «Chiuso per repressione – diffidati liberi» non era che una spudorata sfida alle forze dell’ordine. Risultato, Nove daspo per i tifosi amaranto di cui sette della durata di 5 anni e due della durata di 8 anni, con l’obbligo per tutti i destinatari del provvedimento di presentazione in Questura mezz’ora dopo l’inizio del primo tempo e mezz’ora dopo l’inizio del secondo tempo di tutte le manifestazioni sportive nelle quali sia impegnata la Reggina. Un ulteriore daspo di tre anni è stato disposto per lo Slo (Supporter Liaison Officer), il sostenitore ufficiale di collegamento, cioè il responsabile della tifoseria nominato dai club, responsabile «di aver contribuito, con condotte reiteratamente omissive nello svolgimento della delicatissima funzione rivestita, agli eventi occorsi durante la citata partita». Infine, un altro daspo è stato disposto anche per un supporter del Catania, trovato in possesso di droga al termine della partita, durante le fasi di accompagnamento dei supporter etnei, nelle vicinanze dello stadio. «Lo sport – ha detto il Questore Raffaele Grassi - si fonda sui valori della legalità e del rispetto reciproco. Lo sport deve essere considerato quale palestra positiva di vita, momento di inclusione sociale e di rispetto del prossimo. Striscioni che inneggiano alla discriminazione e all’odio non possono essere accettati. Nella consapevolezza che la maggior parte della tifoseria reggina è costituita da tifosi che considerano lo sport un momento di sana aggregazione, i provvedimenti emessi hanno la finalità di allontanare i pochi soggetti che si recano allo stadio per manifestare odio e violenza».

COSENZA «Gli sforzi e il nostro impegno per realizzare al meglio la costruzione di una nuova grande città della Calabria mantengono una ferma rappresentanza con Fausto Orsomarso in Consiglio regionale». Così si legge in una nota di Fratelli d’Italia sulla fusione Rossano- Corigliano, che «in modo convinto e meno timido di altre forze politiche abbiamo sostenuto con fermezza nei luoghi istituzionali e tra la gente». «Lo abbiamo fatto – prosegue la nota - con la firma del documento e l’intervento in Consiglio Regionale del nostro Capogruppo», il quale ha dichiarato che «una nuova grande città, tra le più importanti che la Calabria può annoverare , a prescindere dai Capoluoghi di Provincia , per estensione di territorio e come attrattive strategico di sviluppo sociale ed economico è stata la visione storica della destra della Sibaritide». Un obiettivo – ha ricordato Orsomarso in consiglio regionale – per cui si erano impegnati nel recente passato anche «l’on. Giovanni Dima o l’amico Geppino Caputo che di quel territorio sono stati tra i protagonisti storici dello sviluppo e del cambiamento. In questi mesi insieme ad Ernesto Rapani ai nostri consiglieri comunali e all’instancabile volontà e tenacia di Giovanni Dima abbiamo tenuto duro in Consiglio regionale e nei Comuni rispetto all’offensiva del dubbio, della poca informazione, dei ripensamenti e anche dei miopi ragionamenti di chi pensa che valorizzare un territorio e dagli nuova forma e sostanza istituzionale sia a discapito di altri». Per questo, spiegano da Fratelli d’Italia, «l’uscita dal consiglio regionale di Giuseppe Graziano non modifica questa prospettiva che è stata sposata e sostenuta, anche per le ragioni storiche appena citate, dal nostro capogruppo Orsomarso».

Strada Longobucco-mare, lunedì al via i lavori

Venerdì, 03 Novembre 2017 20:59

LONGOBUCCO Partiranno lunedì i lavori per il completamento della strada Longobucco - mare. Ad annunciarlo sono stati il consigliere Bevacqua e il presidente Oliverio. «Era essenziale – si legge in una nota congiunta - coordinare il rispetto del cronoprogramma prefissato  con l'ottemperanza puntuale alle normative vigenti: lo slittamento di qualche settimana che ne è conseguito, troverà compenso nella validità ed efficacia dell'opera, il cui completamento è garantito dai 19 milioni che abbiamo inserito nel Patto Calabria e sul cui utilizzo lavoreremo da subito. Esprimiamo il nostro apprezzamento per la solerte attività del Dipartimento regionale Trasporti e Lavori Pubblici e per il meritorio impegno del dirigente Luigi Zinno". Oliverio e Bevacqua sottolineano che «continueremo, come sempre a seguire passo passo quella che, a giusta ragione, consideriamo una priorità infrastrutturale. Essa consentirà, finalmente, il raggiungimento in tempi rapidi dei presidi sanitari sullo Ionio, nonché l'intensificazione dei flussi turistici fra mare, altopiano e paesi dell'entroterra, nella doverosa logica di un'agevolazione del benessere e dello sviluppo delle aree interne. La sinergia fra i vari livelli istituzionali, indirizzata verso obiettivi strategici, dimostra di saper produrre la principale finalità che la politica deve perseguire: il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini».

REGGIO CALABRIA Dopo una pausa durata alcuni mesi, sono ricominciati i viaggi della speranza. Oltre 760 persone saranno accompagnate domani mattina dalla nave Diciotti della Marina Militare al porto di Reggio Calabria. A bordo ci sono 555 uomini, 97 donne e 112 minori, provenienti da Pakistan, Somalia, Eritrea, Nigeria, Sudan, Libia, Bangladesh, Ciad, Guinea, Algeria, Egitto, Mali, Costa d’Avorio, Nepal, Marocco, Ghana, Camerun, Kenia, Niger, Senegal, Sierra Leone, Etiopia, Sri Lanka, Iemen, Siria, Giordania e Libano. Ma non tutti i migranti che hanno tentato il viaggio in mare sono sopravvissuti alla traversata. Sulla nave vi sono anche le salme di otto dei ventitrè migranti naufragati in acque internazionali, avvistati dall’elicottero AB 212 e recuperati insieme a 64 sopravvissuti dalla nave militare spagnola Cantabria. Avviati i soccorsi, coordinati dalla centrale operativa di Roma della Guardia Costiera, la nave spagnola ha raggiunto l'area del naufragio: sono stati cosi' presi a bordo i sopravvissuti e recuperati i cadaveri. Si teme che altre persone siano disperse. Se i dati del Viminale indicano un calo del 30% degli sbarchi quest'anno rispetto al 2016 (111.716 arrivi dal primo gennaio ad oggi contro i 159.534 dello stesso periodo dello scorso anno), negli ultimi giorni sembra, dunque, esserci una ripresa del "traffico" di barconi e gommoni nel Mediterraneo, destinazione Italia. Proprio le partenze dalla Libia, dopo il drastico calo seguito agli accordi stretti lo scorso luglio con le autorità dei principali porti usati dagli scafisti, Sabrata in primis, fa suonare un campanello d'allarme. Oltre agli assetti coordinati dalla Guardia costiera italiana, in questi giorni anche la Guardia costiera libica è stata protagonista di operazioni di soccorso in mare: nei giorni scorsi circa 400 migranti sono stati recuperati. Nelle ultime 24 ore, con il coordinamento della Guardia Costiera italiana, sono state salvate circa 700 persone che sono ancora a bordo delle navi schierate nel Mediterraneo. È già arrivata nel porto di Vibo Valentia Marina la nave inglese 'Acquarius' con a bordo 588 migranti, tra cui una quindicina di donne in gravidanza, soccorsi nei giorni scorsi lungo il Canale di Sicilia. Un gruppo di 48 persone giunto a bordo di una piccola barca di legno è stato invece scoperto su una spiaggia a Palmi, nei pressi di Reggio Calabria.

 

CATANZARO «Se il nuovo ospedale dovesse costruirsi nel quartiere Germaneto, vorrei che il centro di Catanzaro avesse una Cittadella della Salute». A dirlo è stato il governatore Mario Oliverio parlando ai giornalisti prima di iniziare l’incontro su Catanzaro e il suo ruolo di capoluogo della regione Calabria. Questo era infatti il tema al centro dell’incontro tenutosi nel tardo pomeriggio di mercoledì presso gli uffici al decimo piano della Cittadella regionale, quelli che ospitano il governatore Mario Oliverio. Al tavolo delle riunioni, accanto al governatore, l’assessore regionale alle Infrastrutture Roberto Musmanno. Di fronte a loro, gli assessori regionali residenti nel capoluogo di regione, Wanda Ferro, Mimmo Tallini, Enzo Ciconte e Baldo Esposito, e il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo. L’incontro prende le mosse dal tavolo promosso da Abramo con i consiglieri regionali nei giorni scorsi, un appuntamento in cui si sono affrontati i temi dello sviluppo della città di Catanzaro trattando gli argomenti più dibattuti.

Dalla Zes al nuovo ospedale, passando per le infrastrutture e gli uffici che Catanzaro vorrebbe riportare nel suo centro storico, da quel tavolo tenutosi in Comune si è passati all’interlocuzione con la Regione, con Oliverio che ha accolto l’invito del sindaco. «Abbiamo un elenco di opere che servono alla città di Catanzaro come il nuovo acquedotto; una rimodulazione del sistema metropolitano che possa rendere finanziariamente sostenibile quello attualmente cantiere; il nuovo ospedale la cui costruzione è ferma da anni e poi la Zes, l’edilizia sociale e il piano artigianale commerciale per il quale aspettiamo risposte dalla Regione sui fondi accantonati per il progetto a cui abbiamo partecipato oltre un anno fa». Non fa sconti Abramo e rincara la dose: «Catanzaro si sente trascurata dalla Regione, auspichiamo di sentire dal presidente che c’è volontà politica di ridare dignità alla nostra città e al suo ruolo di capoluogo».

Una levata di scudi da parte del primo cittadino catanzarese a cui si aggiunge quella di Wanda Ferro: «Auspichiamo che le risposte arrivino da chi ha detto più volte che la Calabria deve crescere tutta assieme e non a compartimenti stagni. Mi auguro che questo tavolo sia il primo di una serie di appuntamento con gli assessori regionali e i dirigenti affinché arrivino le risposte alle esigenze del capoluogo di regione». Sulla stessa linea d’onda Mimmo Tallini: «Catanzaro chiede attenzione. Certamente con questo incontro non pretendiamo di fare la rivoluzione perché il rilancio del ruolo di Catanzaro richiederà tempo e modi precisi, ma vogliamo che sia chiaro che se funziona Catanzaro come capoluogo funzionerà l’intera Calabria. Sono felice di sottolineare come per la prima volta a Catanzaro, dei consiglieri regionali di entrambi gli schieramenti accompagnino il sindaco a discutere con il governatore sui temi della città».

Tema caldo dell’incontro, la sanità. O meglio, il nuovo ospedale di Catanzaro sul quale già nei mesi scorsi si era acceso il dibattito, soprattutto in merito alla sua ubicazione: «Quanto al nuovo ospedale - ha detto Abramo -, vogliamo chiarimenti relativi ai fondi ministeriali ma soprattutto in merito allo stato dei lavori per l’accorpamento tra l’azienda ospedaliera e l’università, un punto su cui non si può più aspettare e vogliamo attivare un tavolo di concertazione con il Comune al centro tra il commissario Scura e l’Università. Non possiamo continuare ad avere un ospedale che non sia a norma. Ragioniamo quindi sull’ubicazione del nuovo ospedale e sulle opportunità che possono aprirsi nel campo della salute».

La risposta di Oliverio non si è fatta attendere e già prima di iniziare l’incontro ha chiarito: «Abbiamo destinato risorse per lo studio di fattibilità per il nuovo ospedale di Catanzaro. Ora si tratta di capire dallo studio di fattibilità quale sarà la soluzione tecnica migliore per la nuova struttura. Prima avremo queste informazioni, prima si arriverà al nuovo ospedale. Intanto mi auguro che prosegua il cammino dell’integrazione tra le due aziende ospedaliere, senza la mortificazione delle realtà in campo. Allo stesso tempo, il percorso dello studio di fattibilità ci dirà quale sarà l’ubicazione migliore: in base a questa informazione, poi qualunque sia la scelta, sono convinto che nel centro di Catanzaro si debbano allocare funzioni sanitarie che sgravino l’ospedale. Ecco perché, come a Cosenza, anche a Catanzaro potrebbe costruirsi la Cittadella della Salute».

Il confronto si è concentrato poi sul tema della Zes. E proprio sull’istituzione di una seconda Zona economica speciale nell’area centrale della Calabria, Oliverio e Abramo, avevano avuto un battibecco nei mesi scorsi. Ma è lo stesso Oliverio a smorzare i toni: «Non ho nulla in contrario a realizzare più Zes in Calabria, il problema è che ci sono dei regolamenti specifici che al momento impediscono la nascita di un’altra Zes. La discussione quindi ora che ci sarà da mettere a punto i decreti attuativi, è relativa all’ampiezza dell’area inclusa nella Zes partendo da Gioia Tauro. A riprova di quanto dico, proprio nell’incontro tra il sindaco Abramo, il sottosegretario allo Sviluppo Economico Tonino Gentile e il senatore Piero Aiello, quest’ultimo si è detto disposto ad una proposta di legge proprio perché per ottenere un secondo riconoscimento è necessario cambiare la legge che ad oggiimpone dei vincoli precisi. Credo, onestamente, l’unica cosa che non giova alla Calabria è pensare di agitare le bandiere localistiche: pensiamo che dopo decenni, finalmente alla Calabria è stata concessa la Zes e dobbiamo essere bravi a sfruttare pienamente le potenzialità senza lotte di campanile».

Alessandro Tarantino
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REGGIO CALABRIA «Renzi ha tentato di visitare la Calabria fermandosi un giorno e mezzo. In realtà ha visto poco e, forse, ha capito ancora meno». È questa la denuncia del deputato calabrese Demetrio Battaglia che sottolinea «il treno non è il mezzo più adatto per girare un territorio complesso e complicato come la nostra terra». Battaglia ricorda che «un altro toscano, tanti e tanti anni fa, girò la Calabria per capirne a fondo la sofferenza e dare risposte. In un paio di giorni, in auto, la percorse in lungo e in largo, poi torno a Roma e fece adottare subito una serie di provvedimenti di breve e medio periodo che impattarono positivamente sulla nostra regione. Trovò anche il tempo e il modo di licenziare qualche alto burocrate a causa di una mucca con un corno particolare che incontrò ripetutamente sul suo cammino». L’altro toscano – svela - «era Amintore Fanfani, un brevilineo e non un longilineo come Renzi. E, secondo la teoria scientifica sviluppata da Fanfani in uno dei suoi volumi di economia, solo i brevilinei hanno la capacità e la dinamicità di governare positivamente le crisi di un paese». Per Battaglia, «non è colpa di Renzi e dei suoi consulenti, se vogliamo condividere la teoria dell’ex segretario della DC, il deficit di presenza, di apprendimento e di soluzioni ai problemi, ma della sua struttura corporea. Scostandoci dalla teorie del brevilineo di Arezzo, troppo ad usum delphini, ritengo che ci sia invece un problema di format che dovrebbe essere modificato. Non se ne capisce bene la finalità, al netto della campagna elettorale che si avvicina». Renzi – afferma il deputato - «deve fare una scelta netta nel suo percorso ferroviario. Vuole rivitalizzare e creare entusiasmo tra iscritti e simpatizzanti per farli diventare il motore elettorale di febbraio?  Allora dedichi tempo e discuta con loro, avrebbero tante storie da raccontare e tanti problemi del territorio da sottoporre. Renzi, invece, vuole incontrare realtà e pezzi di società non collegati direttamente al partito?  Lo faccia senza infingimenti e senza usare paracadute». Per Battaglia «Il rischio reale, senza una scelta netta, è di farsi vedere in giro con gruppi dirigenti ristretti che, in alcuni momenti, danno la sensazione di isolare il segretario dagli iscritti, dai simpatizzanti e dalla società. La sua presenza è stata utile per riannodare un legame con la Calabria che poteva apparire sciolto e per responsabilizzare sempre più un partito che ha necessità di calarsi con forza nei problemi della società per risponderne alle attese, sapendo che l’ asticella delle attese nei confronti del PD è sempre più alta». In conclusione, per il deputato «la visita di Renzi, comunque positiva, avrà la forza di espandersi se, nei prossimi giorni, il treno del PD calabrese avrà l’energia politica sufficiente per camminare al passo con la società».

Il dibattito post risultati del referendum celebrato in Lombardia e Veneto sta disvelando le vere strategie dei governatori e delle forze politiche. Come tutte le proposte aperte e indeterminate,  che nascono in un contesto fatto da insofferenza (verso la pressione fiscale) e disagio (verso la crisi economica e l’inefficienza degli apparati statali), il referendum ha avuto un facile successo perché ognuno vi ha proiettato i propri desideri. Quelli neoregionalisti di Bassetti, quelli iperfederalisti di Zaia, quelli differenziati di Maroni. E quello ellittico, inteso come lo spazio ad oggi vuoto, lasciato dal Pd. Tralasciamo la proposta, quasi una barzelletta, delle forze di centrodestra, della estensione alle regioni del Sud del referendum per conquistare autonomia (una sorta di nuovo sinonimo di minori risorse e maggiore povertà). Cerchiamo di capire invece il silenzio del Pd. Il Pd meridionale e quello calabrese in particolare non hanno reagito né alla strisciante criminalizzazione della Calabria che è la premessa storica per la riduzione dell’intervento pubblico nel Mezzogiorno, né al lodevole tentativo del governo Gentiloni di riaprire la Questione meridionale incardinando con De Vincenti un ministero ad hoc. 
Il Mezzogiorno è invece oggetto di una lettura residuale che è figlia di una logica perversa che scientemente lo ha rimosso dal dibattito nazionale. La logica cioè della criminalizzazione e quindi di una giusta rimozione che uno studioso come Galli della Loggia ha avuto il merito di denunciare già nel 2015 nel silenzio della politica meridionale .La conseguenza con il referendum si chiama riapertura della Questione Settentrionale a geometria variabile. Strisciante da parte della Regione Emilia che richiede il federalismo differenziato. Incostituzionale da parte di Zaia che ha chiesto i voti per trattare l’articolo 116 ma ora li vuole usare per diventare Regione a statuto speciale. Di governo da parte di Maroni che ha una vera e propria via lombarda al federalismo differenziato e chiede qualcosa in più dell’Emilia. In Calabria gli interventi tempestivi che segnalavano il rischio del basso profilo si contano sulla punta delle dita: il prof. Walter Nocito, il prof. Ettore Jorio e pochi altri. 

I NODI Le domande che si agitano dal referendum sono almeno due. La prima è una rivendicazione fiscale. Pari pari la riaffermazione del principio di territorialità delle imposte da cui deriverebbe la presunta illegittimità del trasferimento del residuo fiscale dai territori al governo centrale e la conseguente redistribuzione ai territori a minore capacità fiscale. Molto cara alla Lega da Bossi a Calderoli a Zaia. Ma tale redistribuzione non avviene solo a beneficio delle del Sud ma anche per quelle regioni a statuto speciale e per le regioni piccole anche del centro nord. La questione è improponibile perché mina alla base il concetto stesso di Stato nazionale e sul piano finanziario basterebbe pensare che il residuo fiscale trasferito da Nord a Sud è perfettamente compensato dall’attivo della bilancia commerciale delle stesse regioni cedenti. In sostanza le regioni del Nord producono di più, sopportano conseguentemente un prelievo maggiore ma il Sud acquista le loro merci e i loro servizi per una cifra sostanzialmente corrispondente al residuo fiscale.
Ancora, poiché il nostro sistema tributario è nazionale, i gemelli Oliverio e Maroni, separati alla nascita, a parità di reddito pagano le stesse imposte ma il primo residente in Calabria, anche a causa della minore ricchezza del proprio vicino, riceve meno servizi dallo Stato e dalla Regione e sopporta una maggiore pressione tributaria locale mentre il secondo riceve a Milano migliori servizi con una minore pressione complessiva. Va da sé chi si dovrebbe lamentare della pressione fiscale e tributaria e della inefficienza dello Stato. Ciò non accade perché l’economia, direbbe Richard Thaler fresco di nobel, incontra la psicologia. Il problema del residuo è quindi dei singoli cittadini più che dei territori.  La rivendicazione di Zaia è quindi tecnicamente confusa se solo pensiamo  che con la legge delega sul Federalismo Fiscale la Lega aveva mantenuto a malincuore (non si aveva il tempo di cambiare anche la Costituzione) i privilegi delle Regioni a statuto speciale mentre oggi questa diventa tout court la pretesa della Regione Veneto.
La seconda domanda che emerge è una richiesta di federalismo differenziato e cioè di maggiori competenze da attribuire alle Regioni. E’ la strada indicativamente di Maroni col referendum e di Bonaccini (presidente dell’Emilia) con una semplice lettera. Le Regioni più forti e ricche e anche per questo più efficienti, chiedono “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” (articolo 116 Costituzione). L’Emilia chiede di potere operare da sola nei settori della tutela e sicurezza del lavoro, della ricerca e dell’innovazione, del territorio, dell’ambiente e delle infrastrutture, della tutela della salute, del coordinamento della finanza pubblica. La Lombardia naviga bene senza bisogno di iperbole e mantiene lo stile di chi sa governare e si candida a fare meglio.

COLPEVOLI SILENZI Cosa colpisce da tutto ciò? Ancora una volta l’assenza del Sud cui si risponde con l’ennesimo tentativo di riesumare il ponte sullo Stretto (vedi stucchevoli dichiarazioni di Del Rio e Armani) e verso cui il programma nazionale degli investimenti disegna un ulteriore divergenza nelle infrastrutture (per non parlare delle scelte sul sistema portuale). I parlamentari e le Regioni del Mezzogiorno non hanno presidiato le leggi di riforma del riparto dei principali servizi. Infatti i nuovi criteri di riparto per il trasporto pubblico locale favoriscono matematicamente i territori con maggiore densità abitativa e ricchezza. Le norme che presidiano il riparto del fondo sanitario nazionale non tengono ancora conto degli indici di deprivazione che sono una determinante fondamentale della domanda di servizi sanitari e quindi di costo.
Si tace che la spesa pubblica nel Mezzogiorno è più bassa e che solo grazie ai fondi europei e cioè a quelle che dovrebbero essere risorse aggiuntive (e sono invece sostitutive) esiste al Sud una spesa in conto capitale e cioè per investimenti. Tutto ciò dimostra che il problema della perequazione infrastrutturale è ancora rimosso e ciò deriva anche da una impostazione e traduzione errata della legge delega sul Federalismo Fiscale. Va da sé che senza perequazione infrastrutturale ed investimenti i territori meno sviluppati rimangono tali e i residui fiscali servono solo a tentare di perequare i servizi.
Addirittura se si analizza la destinazione delle risorse nazionali destinate agli investimenti risulta evidente uno spread a sfavore del Mezzogiorno e ne sa qualcosa la Regione Calabria che ha finanziato nel progetto ferroviario della ionica molto di competenza di RFI.  

FALLIMENTO DELLO STATO E DELLE REGIONI Allora ecco che su queste basi la tentazione della Destra Venoto-Lombarda (e in parte della sinistra emiliana) è quella di fotografare la diversità. La questione più bizzarra nell’attuale panorama nazionale è che per ridurre la redistribuzione sui servizi si punti a una divergenza istituzionale. Il corollario che manca è evidenziato dalla mancanza di strategia e reazione delle Regioni del Sud che invece di invocare una perequazione degli investimenti nazionali si allontanano dal disegno dell’articolo 117 della Costituzione perché commissariate dall’articolo 120! Emerge quindi il fallimento dello Stato almeno quanto il fallimento delle Regioni del Sud.  E il fallimento richiede luoghi comuni e capri espiatori. I piani di rientro inefficaci richiedono l’esistenza di Regioni canaglia che non vogliono rifunzionalizzare i servizi. La mancanza di una strategia capace di eradicare la criminalità organizzata richiede una criminalizzazione di massa e l’indicazione di eroi solitari che lottano contro sistemi irredimibili e in continuo contagio. L’inaccessibilità del Mezzogiorno richiede non una solida visione trasportistica ma l’opera immaginifica del Ponte sullo Stretto. Il malfunzionamento della giustizia richiede una corruzione che si combatte dilatando in maniera incivile i tempi della prescrizione invece di dare certezza al diritto e alla giurisdizione.
La Questione settentrionale riemerge questa volta come desiderio di costituzionalizzare i divari  (con nuove Regioni a statuto speciale e riducendo il residuo fiscale diretto al centro).
Per la Questione meridionale e per quella nazionale sempre più interconnesse pare che non ci sia tempo. A meno che, dopo che i governi Renzi e Gentiloni hanno condotto l’Italia oltre capo Horn, se una notte d’inverno un viaggiatore (romanzo di Italo Calvino liberamente dedicato al viaggio in treno di Renzi) e in un giorno di autunno i calabresi (e magari il Pd calabrese)…

 *ex assessore regionale

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