Alessia Candito

Alessia Candito

L'ombra di Gladio sull'Italia

Mercoledì, 26 Luglio 2017 23:41

REGGIO CALABRIA La strategia stragista degli anni Novanta non porta solo la firma delle mafie. Anche un ben identificato settore dei servizi, storicamente vicino alla P2 di Licio Gelli, aveva il medesimo scopo. Si tratta VII Reparto del Sismi, il cosiddetto Ossi, incaricato di gestire i rapporti con Gladio, l’organizzazione paramilitare clandestina messa in piedi dalla Nato che per anni ha operato segretamente in Italia. Sulla carta, lo scopo era costruire una rete pronta a reagire in caso di invasione comunista. In realtà, inizia a mostrare l’inchiesta della Dda reggina, gli uomini di Gladio e gli agenti dei servizi che li controllavano, sono coinvolti in stragi, strani suicidi e forse attentati di piazza. Tutto sangue versato pur di non perdere potere.

SCENARI AVVERSI Negli anni Novanta gli uomini di quella rete hanno un problema. Con l’Urss in via di disfacimento insieme all’intero blocco sovietico, vengono meno le ragioni d’essere della struttura e Gladio viene cancellata. Ma il blocco di potere che dietro e attorno quella sigla si è nei decenni concentrato, trovando solidi appoggi nell’area piduista di Licio Gelli e nei vertici della destra eversiva italiana, non ha alcuna intenzione di perdere facoltà e arbitrari privilegi. Per questo – ipotizza oggi l’inchiesta della Dda reggina – anche settori dell’intelligence militare italiana hanno scientemente deciso di lavorare ad un piano per destabilizzare il Paese. Insieme alle mafie.

QUESTIONE DI SOPRAVVIVENZA Tanto le mafie, come i servizi avevano un problema. Comune. E il gip, tirando i fili dell’indagine del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, lo mette nero su bianco: «i nuovi equilibri geo-politici stavano mutando i meccanismi di un sistema in cui erano prosperate. La loro sopravvivenza era quindi legata alla necessità di impedire che quei cambiamenti travolgessero quel sistema».

LE DUE FASI Tanto i clan, come le schegge impazzite dei servizi non avevano intenzione di perdere una spanna del potere accumulato anche grazie a referenti politici e istituzionali miopi o compiacenti. Per questo progettano e lavorano ad un piano complesso, con una strategia da attuare in due fasi. Primo, la destabilizzazione e la strategia della tensione, per creare una generica sensazione di instabilità nel Paese, utile per imporre un “governo forte”. Secondo, una «finta-nuova classe politica etero-diretta, che aveva la precipua mission di garantire `Ndrangheta, Cosa Nostra e le altre mafie». Una parte del piano quest’ultima che ha chiamato altre e diverse forze occulte «sia paramassoniche piduiste che della destra eversiva». Settori con cui le barbe finte legate a Gladio potrebbero avere rapporti antichi.

ALL’ORIGINE DELLA RETE Le radici di tali corrispondenze di amorosi sensi affondano le proprie radici negli anni feroci della seconda guerra mondiale e si intrecciano con le attività di uno dei primi e più importanti agenti dei servizi segreti americani che abbiano operato sul territorio italiano, Frank Gigliotti. Agente della Sezione italiana dell'OSS (la prima agenzia di intelligence statunitense) dal 1941 al 1945, quindi passato alla Cia, al termine del conflitto ha continuato ad operare in Italia per coordinare le attività anticomuniste. Ma non solo. Secondo quanto emerso dai lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, sarebbe stato lui a ricostituire la rete delle logge massoniche in Italia.

QUESTIONI DI PALAZZO A confermarlo è uno degli storici grandi crucci del Goi, la perdita di palazzo Giustiniani, sede storica dell’obbedienza, confiscata durante il fascismo e rioccupata dai fratelli dopo la Liberazione. A dispetto delle indicazioni del Demanio pubblico, che per riappropriarsi del palazzo rinascimentale ha dovuto trascinare i massoni in tribunale. E sono stati proprio questi ultimi a soccombere di fronte ai giudici, che li hanno condannati non solo a restituire la sede, ma anche a versare un indennizzo di 140 milioni di lire. È qui che entra in gioco Gigliotti, presidente del "Comitato di agitazione" costituitosi negli Stati Uniti per appoggiare le rivendicazioni del Goi contro il governo italiano.

ACCORDO A PERDERE Grazie ai suoi buoni uffici, appoggiati dal Segretario di Stato americano Christian Archibald Herter, non solo strappa una sospensiva della sentenza, ma riesce a comporre la controversia in via extragiudiziale. Curiosamente, il governo italiano non solo rinuncia al maxi-risarcimento, ma concede al Goi l’affitto ventennale di un’ala di palazzo Giustiniani per solo un milione di lire. L’accordo viene firmato il 7 luglio 1960, dal ministro delle finanze Trabucchi e dall'allora Gran Maestro Publio Cortini, alla presenza dell'ambasciatore americano, J. Zellerbach, e Frank Giglíotti.

IL PRINCIPE NERO Forse in cambio del provvidenziale intervento o forse no, lo stesso anno – sempre su iniziativa di Gigliotti, viene incorporata nel Goi l'obbedienza del principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale. Deputato del partito monarchico, negli anni Settanta è tra i fondatori del Movimento Nazionale di Opinione Pubblica e, a Milano, della Maggioranza Silenziosa, due movimenti “visibili” collegati con i gruppi, più “invisibili”, del radicalismo di estrema destra, da Ordine Nuovo al Mar. Ma le brutte frequentazioni del principe nero non finiscono qui. Destinatario di un mandato di cattura per il golpe Borghese e indagato per la Rosa dei Venti, indicato dai pentiti come uno dei mandanti della strage di Portella delle Ginestre, finanziatore di movimenti separatisti ed eversivi, solo in tarda età conosce il carcere. Finisce ai domiciliari nell’inchiesta Mani sporche del procuratore di Palmi Agostino Cordova, ma muore senza aver mai rivelato nulla delle proprie attività.

GELLI IL PUPILLO Alliata è uno dei cuccioli di Gigliotti, ma forse non il solo. Almeno secondo i parlamentari della commissione parlamentare antimafia sulla P2, che nell’introduzione scrivono «risalta altresì alla nostra attenzione la comparsa di Gelli sulla scena quando Gigliotti scompare, secondo una successione di tempi ed una identità di funzioni che non può non colpire significativamente. Si deve infine sottolineare come la denegata giustizia - nella quale sostanzialmente si concretò la mancata restituzione del palazzo confiscato dal fascismo - ebbe l'effetto di rendere la massoneria italiana indebitamente debitrice di quella nord americana. Nell'ambito del quadro sinora sinteticamente tracciato va vista e studiata l'attività di Licio Gelli e della Loggia Propaganda Due».

QUANTO PESA LA REGIA USA? Traduzione, i parlamentari puntavano a comprendere che influenza abbiano avuto logge e agenzie statunitensi nello sviluppo dello scenario politico italiano. Domanda rimasta di fatto senza una risposta precisa, ma che adesso potrebbe trovare posto nel quadro tracciato dall’inchiesta del procuratore Giuseppe Lombardo. Perché l’ombra della P2 sui quei pezzi imbastarditi di intelligence che hanno complottato insieme alle mafie contro la Repubblica.

LA RISPOSTA STA NELLA FIRMA A provarlo è un dato che si struttura a partire dalla Falange Armata, curiosa firma dietro cui mafie e servizi si sono nascoste per rinvendicare attentati e fatti di sangue apparentemente slegati fra loro. «Ideata ed utilizzata da appartenenti infedeli ai Servizi di Sicurezza» si legge nelle carte, è stata utilizzata «sia per regolare conti interni ai servizi stessi, sia per essere messa a disposizione, inizialmente in funzione di depistaggio, delle azioni criminali eseguite delle organizzazioni mafiose».

LA DENUNCIA DI FULCI Sono innumerevoli i pentiti, inclusi gli autori di attentati e omicidi, ad affermare che le mafie si siano nascoste dietro la sigla Falange Armata. Diverse – e in alcuni casi confermate da sentenze definitive – le inchieste che confermano tali rivelazioni. Ma anche sull’uso strumentale della sigla da parte dei servizi ci sono testimonianze di peso. Ben prima dell’inizio della stagione stragista, la Falange Armata ha rivendicato le innumerevoli intimidazioni subite nel ’90 dall'ex Ambasciatore Paolo Fulci, dopo una lunga e brillante carriera in diplomazia, divenuto  Segretario Generale del Cesis, l’organismo di controllo e coordinamento dei due servizi d'informazione "operativi" dell'epoca, il Sisde ed il Sismi.

PRESIDENTE INGOMBRANTE Ancor prima che la notizia divenisse ufficiale, Fulci ha iniziato a ricevere minacce e intimidazioni. Per il gip, è «evidente che solo un soggetto che avesse un qualche interesse a fare la minaccia e, al contempo, avesse l'informazione della nomina del Fulci, poteva essere l'ignoto falangista. E non v'è chi non veda come solo un soggetto interno agli apparati (e non certo un quanlsiasi mitomane) potesse avere l'informazione e soprattutto potesse coglierne il rilievo e avere l'interesse ad intimidire il diplomatico. La nomina, infatti, era di un soggetto estraneo agli apparati che non aveva mai nella sua vita, in alcun modo, interferito con gli interessi di chi apparteneva ai Servizi».

INDAGATE SULL’OSSI Monitorato e intercettato in ambientale non appena entrato in servizio, Fulci ha deciso di vederci chiaro. E ha disposto delle indagini, riservatissime e delegato solo ad un uomo di fiducia, mirate a stanare gli autori delle minacce. Uomini – sospettava già all’epoca il presidente del Cesis – che potevano annidarsi solo all’interno dei servizi stessi. A confermare le sue intuizioni sono state le indagini del suo assistente, che hanno svelato come «i soggetti che, all'interno del Sismi, potessero avere maggiore collegamento con le attività falangiste fossero quelli inseriti nel Nucleo OSSI della Settima divisione del Sismi».

L’ELITE Tutte risultanze portate all’attenzione del comandante generale dei carabinieri, cui l’allora presidente del Cesis ha chiesto di indagare su «15 funzionari del Sismi, che prestavano servizio presso il nucleo Ossi», sospettati di far parte di una «struttura occulta dei servizi deviati che svolgeva una campagna di "intossicazione", disinformazione e aggressione ad esponenti istituzionali, che si poneva in continuità con la politica piduista dei vecchi apparati Sid/Sifar».

GLADIO NON SI TOCCA Una struttura che secondo Fulci – ha poi spiegato il comandante dei carabinieri, ascoltato dalla Digos di Roma nel 93 –  puntava a intimidire, infangare o  minacciare «tutti i soggetti di rilievo istituzionale o pubblico che avessero evidenziato perplessità sulla cd Operazione Gladio individuando, anche legami fra, questa e la P2». Un’intuizione corretta, ma incompleta. Perché pur di mantenere inalterato il proprio sterminato potere, quei settori hanno progettato di sovvertire la democrazia e prendere in mano il Paese. 

Alessia Candito
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DIAMANTE Esprime soddisfazione il sindaco di Diamante, Gaetano Sollazzo, per la visita in paese di Mattero Renzi, che venerdì 28 luglio alle 21,30,  sul Lungomare L. Fabiani,  presenterà  il suo ultimo  libro “Avanti”. «Non è la prima volta che Matteo  Renzi viene a Diamante e il suo ritorno rappresenta un ulteriore segnale di attenzione e affetto  per la nostra Città,  che è pronta  ad accoglierlo con lo stesso entusiasmo  della volta scorsa ».  «Oltre al legittimo orgoglio per una visita così importante - aggiunge il sindaco di Diamante – ci attendiamo da Renzi, e siamo certi che così sarà, che la discussione che si aprirà attorno al suo libro darà un contributo importante e concreto sulle linee da seguire per lo sviluppo dei nostri territori e dell’intero Mezzogiorno. La serata di venerdì – conclude Sollazzo –rappresenta,  insomma,  un’occasione straordinaria ed irripetibile di “bella politica” ».

SCILLA «Il Comune di Scilla non ha mai autorizzato alcuna manifestazione riconducibile al movimento Casapound». A pochi giorni dall’inizio del campo nazionale della nota organizzazione neofascista, il sindaco di Scilla, Pasquale Ciccone nega che la sua amministrazione abbia avuto una qualsivoglia interlocuzione con la formazione “nera”. Del programma, il primo cittadino dice di aver saputo dai social network e dai giornali, per questo afferma «è doveroso specificare che questa amministrazione non ha mai ricevuto alcuna richiesta di autorizzazione da parte del movimento Casapound, né, d’altra parte, l’avrebbe mai concessa». Una chiusura totale nei confronti dei “fascisti del terzo millennio”. Tuttavia, spiega, «allo stato attuale non si conoscono i luoghi nei quali gli attivisti di Casapound intendano svolgere la loro manifestazione annuale» e il Comune – specifica - «non ha alcun potere di veto o di controllo rispetto a quanto avviene, o potrebbe avvenire, all’interno di abitazioni o strutture private». Al riguardo però il primo cittadino ci tiene a sottolineare che «lo stesso mistero che aleggia circa i luoghi e le modalità di svolgimento del campo di Casapound alimenta i dubbi circa la piena legittimità e regolarità di una simile manifestazione». E di certo il campo “Identitaria” con cui Casa Pound spera di radicare la propria presenza nel sud Italia preoccupa non poco l’amministrazione. E non solo per questioni di ordine pubblico. L’evento – afferma il sindaco - «suscita altresì la nostra forte preoccupazione in merito al contenuto politico dei dibattiti e della manifestazione in sé. Casapound, com’è noto, è un movimento i cui attivisti si definiscono con orgoglio “fascisti del terzo millennio” e che propugna idee contrarie ai principi di tolleranza e uguaglianza garantiti dalla nostra Costituzione». Per questo, Ciccone dice a chiare lettere di «non gradire affatto la presenza dei militanti di questo movimento nella nostra città, che si è sempre riconosciuta nei valori della democrazia e dell’antifascismo quali perni insostituibili della nostra Repubblica». Per il week end, annuncia infine il sindaco, «l’amministrazione comunale di Scilla – conclude Ciccone – è in stretto contatto con le forze dell’ordine al fine di evitare possibili rischi per l’ordine pubblico e la sicurezza di residenti e turisti».

 

REGGIO CALABRIA Negli anni Novanta c’era un piano per destabilizzare l’Italia ma a portarlo avanti non è stata solo Cosa Nostra. Anche la ‘ndrangheta ha fatto la sua parte. Per questo motivo, questa mattina la Squadra Mobile di Reggio Calabria ha stretto le manette ai polsi di due elementi di spicco dei clan calabresi e siciliani. In carcere è finito Rocco Santo Filippone, elemento organico al potentissimo clan Piromalli di Gioia Tauro, ed è stata notificata una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere a Giuseppe Graviano, capomafia del mandamento di Brancaccio, Palermo. 

VERITÀ SULL’OMICIDIO DEI CARABINIERI FAVA E GAROFALO Per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo della Dda di Reggio Calabria, sono loro i mandanti dell’omicidio dei carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo, trucidati nei pressi dello svincolo di Scilla il 18 gennaio 1994, e dei due agguati che nei giorni successivi sono quasi costati la vita ad altri quattro loro colleghi, Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra, feriti alla periferia sud di Reggio Calabria il 1 febbraio, e Vincenzo Pasqua e Salvo Ricciardo, rimasti miracolosamente illesi dopo l’attentato subito il 1 dicembre del ’93.

STRATEGIA DI DESTABILIZZAZIONE Tutti delitti – ha svelato l’indagine coordinata dal procuratore Lombardo insieme al sostituto della Dna, Francesco Curcio – che si inscrivono in una strategia di attacco allo Stato, che dopo i brutali attentati costati la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha continuato a mietere vittime anche fuori dalla Sicilia. E non solo a Firenze, Roma e Milano. C’è stata una tappa calabrese nella strategia degli “attentati continentali”, concordata dai vertici delle mafie tutte. Un piano funzionale alla costruzione dello Stato dei clan. 

PERQUISIZIONI IN TUTTA ITALIA Sono in corso di esecuzione anche numerose perquisizioni in diverse regioni d’Italia. Alle operazioni eseguite dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, dal Servizio Centrale Antiterrorismo e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, partecipano anche i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria. I particolari dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 11 nella sala convegni della Questura di Reggio Calabria, alla presenza del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Franco Roberti dei magistrati inquirenti e degli investigatori.

IL MOSAICO A oltre vent’anni di distanza dal brutale omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e dal ferimento rimasto senza perché dei loro quattro colleghi, si ricompone in un quadro inquietante quello che all’epoca fu considerato un delitto da balordi. Per arrivarci, i magistrati hanno ascoltato centinaia di boss, pentiti e non, hanno fatto sopralluoghi, cercato riscontri, incrociato informative. Perché fra le pieghe di indagini del passato, più di un’indicazione era già affiorata. Oggi però, tutti quegli elementi sparsi trovano unità in un quadro inquietante che tiene insieme le mafie tutte, pezzi deviati dei servizi, ambienti piduisti e galassia nera. Tutti responsabili – affermano i magistrati di Reggio Calabria – di aver tentato di sovvertire l’ordine repubblicano in Italia. 

LE RIUNIONI Un piano che in Calabria è stato oggetto di almeno tre riunioni, la prima al villaggio turistico Sayonara di Nicotera, controllato dal clan Mancuso di Limbadi, legato a doppio filo al potentissimo casato mafioso dei Piromalli, le altre due a Oppido Mamertina. Al tavolo, c’erano i massimi esponenti dell’epoca della ‘ndrangheta calabrese e gli “emissari” siciliani di Totò Riina. Storicamente legato ai Piromalli, storico casato di ‘ndrangheta che vanta legami con la Sicilia fin dalle prime decadi del Novecento, il boss siciliano si era rivolto a loro per “convincere” i massimi vertici delle ‘ndrine ad aderire alla strategia degli attacchi continentali.

IL PROGETTO Questo tuttavia – emerge dall’indagine della Dda reggina – non era che un aspetto parziale di un piano ben più ampio e complesso, da maturare in più fasi. iniziato a maturare qualche anno prima. A svelarlo negli anni scorsi erano stati collaboratori di giustizia come Antonio Galliano e Pasquale Nucera, che avevano parlato ai magistrati del progetto delle mafie di «destabilizzare lo Stato». Un progetto cui la ‘ndrangheta non ha lavorato da sola.

Alessia Candito
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REGGIO CALABRIA Nove pagine. Oltre 36mila battute. Di dati, fatti, circostanze, risultati, progetti sbloccati e bocconi amari digeriti, tutto descritto con precisione, senza allusioni, né mezze parole. Lo aveva promesso Angela Marcianò: «Risponderò con una nota alle conclamate bugie». E alle striminzite “spiegazioni” a mezzo stampa del sindaco Falcomatà, che mai – sottolinea l'ex assessore – ha discusso con lei le motivazioni della revoca – ha opposto un diluvio di parole. E non per difendersi. Ma per mettere sul tavolo quello che – ad oggi – sembra essere il vero nodo dell’amministrazione Falcomatà: la questione morale. 

ECCO PERCHÈ MI HA ESTROMESSA «Sono uscita dalla simpatia del sindaco quasi subito - dice chiaro Marcianò -  e cioè quando si è accorto che non ero condizionabile, né intellettualmente né caratterialmente, ed in tempi più recenti quando sono stata cooptata nella Segreteria politica del PD, incarico al quale egli vivamente aspirava, per cui la mia estromissione dalla giunta non rappresenta solo una stolta ripicca ma è la garanzia che l’ulteriore percorso della consiliatura avrà soltanto lui come protagonista».

LA TORRE D’AVORIO Nella Reggio sopravvissuta agli anni dello scioglimento per mafia e al commissariamento non è tema di secondo ordine. E non lo è per l’amministrazione che aveva promesso un palazzo di vetro ma adesso si trova rinchiusa in una torre d’avorio, con un sindaco silente a fare da guardiano. Anche perché, adesso, le sommesse denunce che Marcianò ha fatto negli ultimi mesi sono diventate urla. E non possono essere ignorate.  

LA SOLITUDINE DELLA GOLEADOR A quella maggioranza che l’ha accusata di essere «un Van Basten in una squadra di giocatori del Loreto» Marcianò dice chiaramente quale sia il problema e dove radicalmente radichi la sua incompatibilità con la giunta. Non in asserite assenze o inadempiente. Non in presunti cattivi rapporti con in colleghi, ma in una differenza – afferma – di fondo. Negli anni alla guida dell’assessorato, scrive «ho sentito ancora più prioritario l’obbligo morale di denunciare situazioni torbide interne che pregiudicavano la stessa immagine dell’ente comunale, per disperdere dai corridoi postulanti, più o meno presentabili, tutti in affanno per chiedere favori, commesse o provvidenze discutibilmente legittime, benefici che evidentemente erano stati loro promessi».

QUOTIDIANA BATTAGLIA Nel frattempo, ricorda l’ex assessore, ha dovuto «supplicare le imprese a riprendere i lavori interrotti per la buona ragione che non gli erano stati ancora pagati» e «chiedere al riottoso apparato comunale di predisporre gli atti di sua competenza che erano essenzialmente prodromici a quelli che doveva adottare il mio settore». Un lavoro titanico, meritevole, se non doveroso per un pubblico amministratore. A Reggio Calabria invece no. È stato rimproverato «più volte e con disprezzo» – ricorda l’ex assessore – come se fosse una pecca, o peggio – questa l’accusa - solo un modo per ritagliarsi un posto un po’ più al sole.

MARKETING E SOSTANZA Amministrare una città però non è equivalente a piazzare un prodotto o strutturare una campagna di marketing. E la preoccupante intimidazione che ha mostrato a tutta Italia quanto stesse dando fastidio l’intransigenza della Marcianò non è stata una mossa studiata a tavolino. Ma una minaccia di morte. Chiara, palese e probabilmente – ipotizzano alcuni – firmata da chi all’epoca in Comune aveva occhi, orecchie e uomini. Un messaggio che la città non ha avuto difficoltà alcuna a cogliere, con buona pace dei tentativi dell’amministrazione di mostrarsi interamente sotto attacco. Reggio però non si è fatta ingannare. E l’ex assessore adesso spiega perché all’epoca c’è stato chi ha voluto diluire le minacce da lei ricevute in un confuso calderone di generica ostilità diretto verso l’intera Giunta.

PARABOLE INCROCIATE Mentre l’auto di Marcianò esplodeva sotto le finestre della sua casa, Reggio assisteva – muta, ma non disinteressata – agli episodi che hanno progressivamente disinnescato e privato di senso la propaganda legalitaria dell’amministrazione. L’ex assessore è dotata di buona memoria. E a Falcomatà che assicura «siamo tutti per la legalità» non esita a ricordare come la città gli sia progressivamente sfuggita di mano.

TUTTI I "PECCATI" DI FALCOMATÀ «Penso – si legge nella nota – alla vergognosa vicenda dell’hotel Miramare affidato all’amico del sindaco senza nessuna procedura di manifestazione di interesse e con l’autorizzazione ad eseguire lavori senza autorizzazione da parte della Soprintendenza, che è obbligatoria nel caso di immobile di pregio storico ed architettonico, al Parco Caserta venduto a privati in maniera assolutamente illegittima, alla delibera sul Sistema della mobilità che mandò in rivolta mezza Città, alla vicenda dei lavori arbitrari sul Corso Garibaldi e alle vicende del sequestro penale in cui mi sono ritrovata e che faticosamente ho dovuto risolvere, assumendo l’impegno personale di ripristinare la legalità sia con la Soprintendenza che con il pm procedente».

DAL CANILE A PAOLO ROMEO, ANCORA BUCCE DI BANANA E ancora  - aggiunge Marcianò - «ricordo la vicenda del canile municipale di Mortara, quella del trasferimento della nuora di un boss a Palazzo San Giorgio, della presenza a Palazzo San Giorgio di Paolo Romeo “invitato” come consulente ed amico di taluno e forse di tanti (come emerso dai fatti giudiziari) sulle vicende della città metropolitana che stava per nascere». In più, non dimentica di aggiungere l’ex assessore, «penso ancora alla fase attinente alla fase di preselezione della new-co Castore e Polluce, al licenziamento illegittimo della Vigilessa e da ultimo al trasferimento ritorsivo dei funzionari assegnati ai Lavori Pubblici, guarda caso tra i più operativi del mio settore, che ha mandato in tilt settori nevralgici dell’amministrazione, tanto da costringere il Dirigente ing. Romano a darne immediata comunicazione al Prefetto».

SCIMMIETTE A PALAZZO SAN GIORGIO Tutte vicende – denuncia oggi Marcianò – che l’allora assessore, paradossalmente accusata di attaccare alle spalle la maggioranza, ha posto per anni all’attenzione del primo cittadino, con «mie riservate personali dirette al Sindaco ed alla Segretaria generale, tutte datate e conservate agli atti, e precise denunce all’Autorità giudiziaria». Ma il confronto – denuncia oggi l’assessore - «è sempre stato negato». Traduzione, il sindaco ha sempre fatto finta di non vedere e non sentire. E non ha mai parlato. Alla Marcianò è sempre toccato denunciare il tutto in procura. In splendida solitudine.

CI SONO DENUNCE E DENUNCE «Quando il Sindaco dice che “siamo tutti per la legalità e non solo l’Assessore Marcianò” – sottolinea con forza l’ex assessore -  io mi limito a ricordargli che le sole denunce serie all’Autorità Giudiziaria hanno riguardato i settori fino ad ieri da me diretti, e sono solo a mia firma, tant’é che il Procuratore Cafiero de Raho dandone atto, disse, in una infuocata conferenza stampa , “ringraziamo la Marcianò, unica fiera oppositrice del Cammera“».

IL BRUSCO RISVEGLIO Lo dice la Procura, lo mormora la città. Che di fronte a piccoli e grandi clientelismi, scandali, scivoloni non ha chiuso gli occhi. Di piccole e grandi questioni, troppo spesso legate direttamente o indirettamente ai clan, comitati, associazioni, singoli cittadini hanno chiesto conto. Poi hanno protestato. Infine hanno denunciato. Ma il sindaco è sempre rimasto in silenzio o si è trincerato dietro incomprensibili «questioni tecniche e procedurali». Di fronte alle domande è fuggito. E per la città ogni silenzio è stato uno schiaffo, che progressivamente eroso lo straordinario capitale di consensi che ha accompagnato Giuseppe Falcomatà a Palazzo San Giorgio. Mentre Marcianò è diventata per molti l’unico punto di riferimento credibile.

IL NODO CAMMERA Traiettorie opposte che nella vicenda Cammera hanno avuto uno snodo centrale. Non è un mistero per nessuno e l’ex assessore non lo nasconde. Nonostante una tardiva rimozione dal dipartimento, il dirigente comunale oggi imputato per aver piegato il Comune agli interessi dei clan, ha sempre considerato i Lavori pubblici cosa propria e dei suoi amici. Per questo Marcianò era scomoda, per questo l’allora onnipotente dirigente non si è risparmiato nel metterle i bastoni fra le ruote. Dispetti, mortificazioni, trappole, ostacoli, veti. Tutti pedissequamente comunicati dall’ex assessore al suo sindaco. Tutti pedissequamente ignorati.

«DIMETTITI» Anzi – ci tiene a sottolineare Marcianò – almeno in un caso,  le sue denunce le sono costate una richiesta di dimissioni. «Ad una mia nota con cui puntualizzavo le varie illegalità su un appalto, Falcomatà mi ha risposto il 29 marzo 2016 alle ore 21,22: "Domani, unitamente alla presente consegnami le tue dimissioni!"». Come mai tanta veemenza? «Forse anche perché un familiare di questi (Cammera, ndr) era un candidato della maggioranza?» si chiede Marcianò.

REGGIO PRETENDE RISPOSTE Una domanda cui il sindaco non ha risposto, né quando il Corriere della Calabria ha svelato le ripetute visite e interlocuzioni di Paolo Romeo all’interno di palazzo San Giorgio, né quando il perché di quelle visite è stato svelato dalle inchieste oggi confluite nel procedimento Gotha. Peccato che da tempo la città pretenda di sapere.

Alessia Candito
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Caso Marcianò, il Pd blinda l'ex assessore

Martedì, 25 Luglio 2017 00:17

REGGIO CALABRIA Se per il gioco del silenzio esistesse un campionato nazionale, Reggio Calabria sarebbe di certo fra le aspiranti al podio. A oltre 48 ore dal licenziamento a mezzo stampa dell’assessore Angela Marcianò e a 24 dalla versione dell’accaduto fornita – sempre a mezzo stampa – dal sindaco Falcomatà, dal Comune arriva solo silenzio. L’ufficio stampa dirama comunicati su feste di piazza, campi di calcio e attività del Palacalafiore, ma sugli assetti della nuova Giunta niente. Sulle delicate attività fino a qualche giorno fa gestite dalla Marcianò niente. Sul futuro del protocollo di Legalità firmato con Anac e ministero dell’Interno zero. Sulle veementi proteste dei cittadini per il brutale allontanamento dell’assessora, meno di zero. Il “palazzo di cristallo” promesso nei primi anni di mandato sembra essersi trasformato in una torre d’avorio, che affida ad ascari – i consiglieri di maggioranza, gli altri assessori, la moglie del sindaco – i messaggi che il sindaco vuol fare avere alla città. Ma Falcomatà non parla.

E ROMA SI MUOVE Il suo partito invece si muove. E soprattutto il coordinatore Lorenzo Guerini. A lui era affidata la mediazione sul caso Marcianò che Falcomatà ha unilateralmente – ci tengono a sottolineare ambienti romani – fatto saltare. A lui è toccato raccogliere pubblicamente i cocci. È lui incaricato di salvaguardare il rapporto con l’assessora estromessa, che il Pd ci tiene a tutelare. Quello che si teme a Roma è che Angela Marcianò, stufa delle faide di partito, esca sbattendo la porta anche dalla segreteria, per dedicarsi all’attività di docenza che non ha mai abbandonato, neanche nei giorni di lavoro intenso dell’assessorato. Uno scenario che a Roma sono determinati ad evitare. Per questo giovedì, salvo imprevisti, l’assessora defenestrata dovrebbe essere a Roma per un incontro blindato con Guerini. All’ordine del giorno, il ruolo che il Pd è determinato a ritagliarle, anche e soprattutto dopo lo schiaffo ricevuto nella sua Reggio. Cosa possa venir fuori non è dato sapere. Da sabato, Marcianò è chiusa nel silenzio. Ma ieri lo ha promesso: «La lista delle CONCLAMATE BUGIE e l'elenco dei CONVINTI BUGIARDI si estende ; Risponderò presto con una nota scritta». E chissà che non arrivi dopo l’incontro chiarificatore con Guerini. 

Alessia Candito
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REGGIO CALABRIA Quattro assoluzioni, diverse riduzioni di pena,  poche conferme. Così ha deciso la Corte d’appello di Reggio Calabria per gli imputati del secondo grado del filone abbreviato del procedimento Sant’Anna, scaturito dall'inchiesta che ha fatto saltare i piani del patriarca Umberto Bellocco, dopo la scarcerazione, personalmente impegnato a ristabilire gli equilibri criminali nella "sua" Rosarno. Un'egemonia insidiata dalla famiglia Pesce e che l'anziano boss si apprestava a difendere, non solo tornando a rivestire la direzione strategica del clan, ma se necessario, anche con la forza.

ASSOLUZIONI Un progetto nel quale per i giudici Domenico Bellocco, parente del patriarca Umberto non ha avuto alcun ruolo. Assistito dai legali Gianfranco Giunta e Guido Contestabile, il giovane, condannato in primo grado a 10 anni e 8 mesi,  è stato assolto da tutte le accuse e immediatamente scarcerato. Medesima sorte è toccata a Francesco Oliveri, in precedenza condannato a 9 anni. Cadono le accuse anche per gli imputati di reati minori Antonella Bruzzese, condannata in prima istanza a 1 anno, 9 mesi e 10 giorni con pena sospesa e Domenicbello Corrao, assistito dall’avvocato Giovanni Vecchio, in precedenza punito con 2 anni 8 mesi e 10 giorni.

RIDETERMINAZIONI DI PENA Incassano invece una rideterminazione della pena nipote e delfino del patriarca, Umberto Emanuele Oliveri, che incassa una condanna a 6 anni di carcere, meno della metà di quella a 13 anni di detenzione rimediata in primo grado. Ridotte le pene anche a Salvatore Barone, che passa da 13 anni e 4 mesi a 9 anni di carcere, Giuseppe Ciraolo, condannato a 7 anni e 4 mesi in luogo dei 9 anni e 4 mesi rimediati in precedenza, Elvira Messina, punita con 6 anni e 3 mesi al posto degli 11 rimediati in prima istanza, e Michele Forte, punito con 6 anni in luogo degli 8 anni e 4 mesi rimediati in precedenza. È invece di 2 anni, 2 mesi e 20 giorni la pena inflitta ad Antonella Bartolo, in precedenza condannata a 2 anni e 8 mesi, e Rossana Bartolo in precedenza punita con 2 anni e 4 mesi. Per il patriarca Umberto Bellocco, la pena sale a 20 anni, in virtù del riconoscimento della continuazione delle condanne già rimediate in altri procedimenti. Confermate invece le condanne di Massimo Paladino, Salvatore Zangari e Giorgio Antonio Seminara, condannati in primo grado a 1 anno, 9 mesi e 10 giorni con pena sospesa per aver agevolato la latitanza del 34enne Giuseppe Pesce, e di Biagio Sergio.

RESTAURAZIONE DI UN IMPERO CRIMINALE Fatta eccezione per i favoreggiatori, per gli inquirenti gli imputati del procedimento Sant'Anna avrebbero in diverso modo collaborato alla rapida restaurazione dell'impero criminale che il boss Bellocco aveva visto vacillare. Ventun' anni di carcere sono lunghi e nonostante l'anziano patriarca non avesse mai smesso di impartire ordini e direttive, trasmessi dai familiari che regolarmente lo incontravano a colloquio, appena uscito dal carcere ha dovuto far sentire tutto il peso del suo carisma criminale per ristabilire gli equilibri nella "sua" Rosarno. Spogliata dei capi condannati a lunghe pene detentive, assottigliata nei ranghi dalle innumerevoli operazioni che l'hanno colpita, la cosca attendeva con ansia la scarcerazione dell'anziano, che uscito di cella si sarebbe immediatamente dato da fare per riattivare l'attività del clan, come per incontrare altri boss di pari peso criminale del circondario.

TUTTA COLPA DELLA MICROSPIA A svelare a inquirenti e investigatori le manovre di Umberto Bellocco è stata la microspia piazzata nella sua abitazione. Ascoltando l'anziano patriarca gli investigatori hanno infatti avuto modo di raccogliere innumerevoli elementi sui futuri progetti del clan, che sotto la guida del boss - "uomo di rispetto" anche per altri clan come i Caporosso della Sacra Corona Unita - mirava a riprendere il predominio su Rosarno, scalzando i Pesce.

Alessia Candito
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CATANZARO Si è tenuto oggi, presso la sede del Coordinamento Territoriale  Calabria a Catanzaro, l'incontro tra  Anas, Gestori e Concessionari petroliferi per la verifica  dello stato delle aree di servizio presenti lungo l'A2 Autostrada 'del Mediterraneo'. La riunione – informa una nota -  è stata l'occasione per fare un punto sullo stato delle aree lungo il tratto calabrese dell'A2, sulle molte criticità risolte e su quanto deve essere ancora migliorato. Nel corso della riunione è emersa la disponibilità alla collaborazione tra i concessionari e i gestori delle aree, grazie anche  al coordinamento di Anas e all'intervento della Regione Calabria. il Presidente della Coldiretti Calabria  Pietro Molinaro e il Coordinatore regionale della Fondazione di Campagna Amica  Pietro Sirianni hanno presentato il  progetto di prossimo avvio  denominato "l’accoglienza in Calabria" che considera  l'infrastruttura autostradale veicolo  di conoscenza dei territori attraversati dall’A2, anche grazie ai prodotti locali, certificati e garantiti al 100%.  Anas prosegue in maniera programmata e costante, attraverso specifiche schede di rilevazione, la verifica dei servizi di distribuzione carburanti e di ristoro, la vigilanza sullo stato complessivo delle strutture e sul funzionamento degli impianti, l’osservanza degli adempimenti contrattuali, il trattamento riservato ai clienti da parte dei concessionari, i livelli di servizio in genere, nonché lo stato dei servizi igienico-sanitari all’interno delle aree anche durante  la fase dell’esodo e del controesodo.

 

VIBO VALENTIA Sui migranti ci si specula quando sono vivi, sfruttandoli in campi e cantieri, e persino quando sono morti. Il titolare di un’agenzia di pompe funebri di Vibo Valentia è stato denunciato in stato di libertà dai carabinieri perché ritenuto responsabile del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. L’imprenditore era stato pagato dal Comune di Vibo per occuparsi della sepoltura delle salme dei profughi giunti cadaveri negli ultimi sbarchi, ma in due casi su 31 l’uomo non si era neanche preoccupato di mettere i loro corpi in una bara. Ad accorgersene sono stati i carabinieri, che durante un un sopralluogo presso il cimitero della frazione Bivona per segnalate strane esalazioni nelle vicinanze dei loculi ospitanti le salme dei profughi giunti cadaveri negli ultimi sbarchi hanno proceduto alla verifica di alcuni di quei loculi. In 2 dei 31 ispezionati i militari accertavano la presenza della sola copertura interna in zinco senza la bara in legno con conseguente esposizione dei cadaveri all’aria. I successivi accertamenti permettevano poi di appurare come, per quei due loculi, la ditta fosse stata incaricata e regolarmente pagata dal Comune di Vibo Valentia. Oltre ai loculi controllati i Carabinieri riscontravano anche la presenza di 3 bare sigillate con all’interno cadaveri di migranti ancora da tumulare.

 

 

Moto contro auto, muore centauro 25enne

Martedì, 11 Luglio 2017 21:15

COSENZA Un ragazzo di 25 anni, Pietro Turco, è morto in un incidente avvenuto sulla strada provinciale 57, tra i comuni di Malito e Grimaldi, in provincia di Cosenza. Il giovane era a bordo della propria motocicletta quando, per cause in corso di accertamento, si è scontrato con un'auto. Sul posto sono intervenuti i carabinieri di Rogliano e i sanitari del 118 che hanno tentato invano di salvare la vita del giovane. Da Cosenza era partita un'eliambulanza ma il volo è stato interrotto dopo che i sanitari hanno constatato la morte del ragazzo.

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