Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Venerdì, 03 Febbraio 2017

VIBO VALENTIA Era una vera e propria guerra di nervi quella che si consumava negli uffici della Regione durante la primavera del 2014. Uno scontro che coinvolgeva i vertici del dipartimento e dell'assessorato al Lavoro: da una parte il dirigente, Bruno Calvetta, dall'altra il politico, Nazzareno Salerno.
I due, entrambi di Serra San Bruno, si conoscono bene ma almeno dall'inizio del 2014 i loro rapporti si incrinano. Così in quei mesi, in uno dei settori cruciali dell'amministrazione regionale, si crea una pesante spaccatura tra il livello burocratico e quello politico. Una guerra di logoramento, quella tra Calvetta e Salerno, che avrà le sue conseguenze e che i pm della Dda di Catanzaro titolari dell'inchiesta "Robin Hood" ricostruiscono in alcuni passaggi contenuti nell'ordinanza del gip che ha portato all'arresto di nove persone. Tra queste proprio Salerno, consigliere regionale di Forza Italia ed ex assessore della giunta Scopelliti, considerato dagli inquirenti un elemento centrale del «comitato d'affari» legato alla 'ndrangheta che, secondo le ipotesi investigative, avrebbe messo le mani sui fondi del "Credito sociale" destinati alle famiglie disagiate.

«VERRÀ FUORI IL BORDELLO...» Molte delle pagine dell'ordinanza vergata dal gip Giuseppe Perri sono riempite dalle dichiarazioni di Calvetta, che per gli inquirenti è stato vittima di un'intimidazione perpetrata da Salerno (con la "partecipazione" decisiva di due elementi ritenuti vicini ai clan del Vibonese) per costringere il dirigente a trasferire in capo all'ex dg Vincenzo Caserta (anche lui finito in manette giovedì mattina) tutta la responsabilità sulla gestione dei fondi del Credito sociale. Cosa che in effetti avviene, con Calvetta che impartisce la disposizione al telefono mentre ancora si trova in auto con i due soggetti.
L'incontro, avvenuto a metà maggio, è però preceduto da un periodo parecchio burrascoso sull'asse dipartimento-assessorato. Già ad aprile, infatti, Calvetta si sfoga con una persona, a cui confida le pressioni messe in atto da Salerno nei suoi confronti per essersi opposto all'esternalizzazione della gestione finanziaria dei fondi del Credito sociale. «A Serra ... a Serra ... a Serra va dicendo in giro – si lamenta Calvetta – che sono un bambino, che non ho capito che è lui quello che comanda, che l'assessore è lui, che devo fare...». «Lui si era impuntato – risponde l'interlocutore – su qualcosa che tu non gli hai fatto per come lui avrebbe volut...». E Calvetta conferma: «Eh si, infatti... del Credito... il Credito... è il Credito... infatti gli otto mesi che sono passati, sono passati perché lui ha mandato delle bozze di... delle bozze di avvisi, che non competeva a lui, da uno studio... infatti io ho le mail... hai capito perché lo fotto? Eh che verrà fuori il bordello, ecco perché... devo andare da un penalista per forza Savé... non è che posso... (incomprensibile)... cioè io... la cosa che non capisco, è come mai Peppe non riesce a bloccarlo... sapendo queste cose...».
A margine del testo della conversazione i pm annotano che Calvetta «si dimostra pienamente cosciente della rilevanza penale delle condotte dell'assessore, tanto da riferire all'interlocutore di doversi rivolgere ad un penalista per forza». Le pressioni che sarebbero poi culminate nell'incontro intimidatorio di maggio, insomma, erano già insostenibili nei mesi precedenti, e lo stesso Calvetta non si spiegava come mai nemmeno «Peppe», ovvero l'allora governatore Scopelliti, pur conoscendo la situazione non riuscisse a «bloccare» le ingerenze di Salerno.

TRENT'ANNI DI RAPPORTI PERICOLOSI Secondo le ipotesi dei pm, dunque, il politico serrese pretendeva la totale accondiscendenza alla sua volontà, e chi non ci stava era fuori dai giochi. «Così – si legge nelle carte dell'inchiesta – fu per il Calvetta, per piegare il quale, non essendosi dimostrati sufficienti la serie di contestazioni mosse per iscritto al fine di screditarne l'operato ed esasperare i toni, il Salerno non ha esitato a ricorrere all'aiuto degli "amici"». "Amici" che secondo gli inquirenti erano «collegati al clan Mancuso» e ai quali il politico serrese sarebbe stato legato «anche per il fatto che, in cambio di favori di varia natura, gli stessi, anche in passato, si erano impegnati nella raccolta dei voti per la sua elezione».
Anche nelle valutazioni sulle esigenze cautelari, infine, le parole del gip sono pesanti come macigni: Salerno «ha dimostrato di essere endemicamente inserito in ambienti legati alla criminalità organizzata dei quali non disdegna di avvantaggiarsi per raggiungere i propri obiettivi egoistici: egli infatti, attualmente membro del consiglio regionale della Calabria, ha costruito da quasi trent'anni un sistema di relazioni collaudato nei contesti delinquenziali, dimostrando di poter contare sempre sul loro appoggio».

Sergio Pelaia
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  • Occhiello

    Nelle carte dell'inchiesta "Robin Hood" gli scontri tra Salerno e l'ex dg Calvetta. Secondo il gip il consigliere regionale di Forza Italia finito in manette sarebbe «endemicamente inserito» in ambienti legati alla 'ndrangheta. «Ha costruito da quasi trent'anni un sistema di relazioni collaudato»

GROSSETO Avevano simulato la vendita di un ciclomotore sulla piattaforma e-commerce "Subito.it" ai danni di un cittadino di origini orbetellane, residente a Porto Ercole, inducendolo, interessato all'acquisto e fidatosi dell'operazione anche a seguito di ripetuti e rasserenanti contatti telefonici con i malviventi, a versare 650 euro a titolo di acconto su una postepay. Quando l'uomo si è accorto di essere stata vittima di truffa, si è presentato dai carabinieri di Porto Ercole, i quali, a seguito di serrate indagini, hanno ricostruito la vicenda e sono riusciti a dare una identità agli autori.
Si tratta di due persone di 39 e 28 anni, entrambi originari di Crotone e vicini agli ambienti della malavita locale, già noti alla giustizia per reati contro il patrimonio. I due malviventi, grazie anche alla collaborazione dell'arma locale, sono stati rintracciati in Calabria e deferiti all'autorità giudiziaria per il reato di truffa in concorso. Le indagini ovviamente proseguiranno al fine di verificare se anche altre persone siano state raggirate con lo stesso modus operandi.

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    Raggiro ai danni di un cittadino di Orbetello. Gli uomini, un 39enne e un 28enne sarebbero vicini ad ambienti malavitosi

COSENZA Il gip del Tribunale di Cosenza Francesco Branda ha rimesso in libertà Carlo Morrone, 46 anni del luogo, fermato giovedì mattina assieme a Walter Gianluca Marsico, il presunto esponente del clan Lanzino beccato dai carabinieri in un appartamento in un residence di Rende. Morrone è stato fermato con l'accusa di procurata inosservanza di pena. Il gip non ha convalidato l'arresto - chiesto dal pm della Procura bruzia Giuseppe Visconti - per Morrone, difeso dagli avvocati Filippo Cinnante e Cesare Badolato. Le indagini - condotte dal Nucleo investigativo del Reparto operativo carabinieri di Cosenza e coordinate dalla Dda di Catanzaro, in particolare dal procuratore capo Nicola Gratteri, dall'aggiunto Giovanni Bombardieri, e dal sostituto Camillo Falvo titolare del fascicolo d'indagine - hanno consentito di individuare Marsico all'interno di un appartamento del residence "Da Vinci" di Rende dove si trovava assieme a Morrone.
Il presunto esponente del clan Lanzino deve scontare una condanna a 30 anni di carcere per associazione mafiosa, omicidio, estorsione, usura, porto e detenzione illegale di armi. I carabinieri del comando provinciale di Cosenza, supportati dai colleghi dello squadrone eliportato "Cacciatori di Calabria", hanno dato esecuzione a un ordine di carcerazione, emesso il 21 aprile scorso dalla Procura generale della Corte d'appello di Catanzaro nei confronti di Marsico poiché definitivamente condannato alla pena di 30 anni di reclusione, nell'ambito dell'inchiesta "Terminator 4", a seguito della sopravvenuta irrevocabilità della sentenza della Corte di Assise di appello di Catanzaro emessa il 25 settembre 2014. Nello specifico Marsico - difeso dagli avvocati Filippo Cinnante e Cesare Badolato - è stato definitivamente condannato, tra l'altro, oltre che per l'omicidio aggravato dal metodo mafioso di Vittorio Marchio, anche per i reati di porto e detenzione abusiva di armi aggravati dal metodo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso e usura aggravata mafiosa in ordine alla sua partecipazione «a un'associazione di tipo mafioso diretta da Ettore Lanzino di cui è organizzatore e reggente Francesco Patitucci». A Marsico è stata contestata una condotta qualificata «quale esponente del sodalizio criminale dedito allo svolgimento di attività usuraria e estorsiva, oltre che in passato di attentati alla vita e alla incolumità delle persone».

Mirella Molinaro
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  • Occhiello

    Scarcerato dal gip Carlo Morrone. Era stato fermato assieme a Marsico in un residence di Rende

REGGIO CALABRIA Comprendere, partecipare, comunicare la figura del "Whistleblower". È partito dal liceo statale delle scienze umane "Gullì" di Reggio Calabria il progetto pilota realizzato in collaborazione tra con l'obiettivo di individuare la traduzione italiana del termine "whistleblower". «L'idea del progetto pilota - è detto in un comunicato dell'Anac - era stata lanciata dal presidente Raffaele Cantone il 22 giugno scorso alla presentazione del primo monitoraggio italiano sul "whistleblowing" e il prototipo di un'applicazione per la gestione delle segnalazioni di illeciti. Un istituto nuovo ed estraneo alla nostra cultura, secondo il presidente Cantone, al punto che nel vocabolario della lingua italiana non vi è nemmeno una parola per indicare il segnalante. Proprio per facilitare la "nazionalizzazione" dell'istituto e farlo conoscere ai giovani, il Ministero per l'Istruzione ha proposto all'Anac di lanciare un concorso di idee per la ricerca del nome da dare al "whistleblower" nostrano, aperto agli studenti delle scuole superiori. Inizialmente i soggetti coinvolti nell'iniziativa sono tre istituti scolastici di secondo grado, uno del nord (Lombardia), uno del centro (Lazio) e uno del sud Italia (Calabria), che avessero già fatto "percorsi di legalità". Il primo workshop specifico si è svolto nella scuola di Reggio Calabria, utilizzando la piattaforma internet diariodellalegalita.it, che consente agli studenti di comunicare tramite chat e condividere i contenuti. Con questo primo progetto pilota si vogliono creare i tutor per altri progetti mirati su altre tematiche di educazione alla legalità realizzando percorsi di progettazione partecipata. I giovani studenti, infatti, diventano portavoce dei temi oggetto del percorso di educazione alla corresponsabilità». «Si potranno creare, in questo modo - conclude la nota dell'Autorità nazionale anticorruzione - significativi collegamenti tra mondo della scuola e delle istituzioni per sviluppare una comunità sensibile alle tematiche della convivenza civile e dell'educazione alla cittadinanza. Saranno gli studenti a votare i migliori lavori».

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    Voluta da Anac e Miur, l'iniziativa riguarda tre scuole in Italia, tra cui il liceo statale delle scienze umane "Gullì". Si tratta del prototipo di un'applicazione per la gestione delle segnalazioni di illeciti

Venerdì, 03 Febbraio 2017 16:32

Acri, sfiduciato il sindaco Tenuta

ACRI Tutti i consiglieri di opposizione si sono dimessi davanti al notaio. E alle loro dimissioni si sono aggiunte quelle di Cosimo Fabbricatore, già presidente del consiglio e consigliere di maggioranza. Un terremoto politico che ha travolto il consiglio comunale di Acri. Il sindaco Nicola Tenuta dovrà lasciare, dunque, a un anno dalla scadenza naturale della sindacatura. La notizia è stata diffusa nel pomeriggio da Acrinrete e porta conseguenze anche sulle recenti elezioni alla Provincia di Cosenza. Pino Capalbo, consigliere comunale eletto nella maggioranza del neopresidente Iacucci, perderà infatti il seggio a vantaggio di Marco Ambrogio, consigliere comunale del Pd a Cosenza.
Proprio la presenza tra i dimissionari di Fabbricatore è stata determinante per far si che si raggiungesse la quota di 9 consiglieri, pari alla maggioranza dei totali, e che dunque l'atto collettivo producesse gli effetti dissolutori rispetto all'intero consiglio comunale previsto della sentenza del Consiglio di Stato, sez. V, n. 2975 del 30 maggio 2003. Fabbricatore ha deciso così di staccare la spina a una maggioranza già attraversata da polemiche.

acri

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    Si dimettono tutti i consiglieri di opposizione più uno di maggioranza. È Fabbricatore a staccare la spina. E la mossa apre un posto a Marco Ambrogio in consiglio provinciale

COSENZA Gli operatori delle volanti della Questura di Cosenza e del Reparto prevenzione crimine Calabria Settentrionale, che operano nei servizi di controllo del territorio della provincia, saranno dotati da domani del nuovo dispositivo di dissuasione e autodifesa, lo spray al peperoncino. Cosenza è una delle prime province in Italia in cui questo dispositivo viene adottato. La direttiva del questore Luigi Liguori giunge dopo che a gennaio i funzionari, i medici e gli istruttori di tecniche operative della Questura, hanno formato tutto il personale della provincia sul corretto utilizzo dello spray al peperoncino e sulle procedure di decontaminazione, al fine di garantire la massima sicurezza in caso d'uso dello stesso e dopo che, la Polizia di Stato, «ha terminato la fase di sperimentazione di un nuovo strumento di autodifesa e di dissuasione». «Il nuovo dispositivo - è scritto in una nota della Questura - è una valida alternativa alla coazione fisica che può coadiuvare l'autodifesa dell'operatore di polizia nei servizi di prevenzione, rispetta le specifiche caratteristiche di cui al Decreto Ministeriale 103/2011 che lo definisce uno strumento di autodifesa, non assimilabile ad un'arma, in grado di nebulizzare una miscela irritante oculare con effetti reversibili. Lo strumento e' stato sottoposto alla valutazione dell'Istituto Superiore di Sanità che lo ha valutato assimilabile a quello di libera vendita sul territorio nazionale, non ravvisando gravi rischi per la salute delle persone. Lo Spray al peperoncino potrà essere utilizzato dal personale delle volanti in quelle ipotesi in cui sia fallito ogni tentativo di comunicazione ordinaria, di mediazione o di dissuasione verbale ed il soggetto ha iniziato la sua azione violenta».

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    Quella bruzia è tra le prime province italiane in cui viene adottato il nuovo «dispositivo di dissuasione e autodifesa»

Venerdì, 03 Febbraio 2017 15:28

È sempre il Consiglio degli inquisiti

REGGIO CALABRIA Inquisiti, inquisiti ovunque. Il consiglio regionale si conferma per quello che è: il centro di accoglienza di politici indagati o imputati per i reati più diversi. Dall'abuso d'ufficio al voto di scambio mafioso, dalla corruzione elettorale al peculato, dal falso in atto pubblico all'associazione a delinquere: attualmente sono 10 su 30 gli eletti del parlamentino regionale messi nel mirino dalla magistratura. Un terzo dell'assemblea, il 33% degli eletti. Se non è record, poco ci manca.
Non è una novità per Palazzo Campanella, già balzata agli onori della cronaca nelle passate legislature (soprattutto in quelle di Loiero e Scopelliti) per le presunte o conclamate performance criminali dei suoi rappresentanti.
L'arresto di ieri di Nazzareno Salerno è solo l'ultimo capitolo di un romanzo che negli ultimi anni non ha mai lesinato colpi di scena e finali neanche troppo a sorpresa per chi conosce la storia della politica regionale. Perché si parla di arresti, di perversi legami con la 'ndrangheta, di truffe ai danni di poveri e disoccupati, di tracotanza del potere che divelle le regole della burocrazia.

IL CASO SALERNO Forse, però, il caso Salerno segna uno spartiacque e un punto di non ritorno: la politica che si fa beffe dei bisogni degli ultimi per arricchirsi e arricchire ulteriormente quegli stessi clan principali responsabili dell'impoverimento di un'intera regione. I picciotti sempre più potenti, i calabresi sempre più in ambasce: è un rapporto di causa-effetto, l'applicazione sociologica del principio dei vasi comunicanti.
L'ex assessore regionale, principale indagato nell'inchiesta "Robin Hood", è accusato di minaccia ed estorsione aggravata dal metodo mafioso, corruzione, peculato, turbativa d'asta e abuso d'ufficio, presunti reati a cui si aggiunge anche quello di voto di scambio per aver chiesto l'appoggio elettorale al clan Vallelunga alla vigilia delle regionali 2010. Un film già visto, quello della contiguità tra mafia e politica, sempre finalizzata all'elezione di un uomo di fiducia – intraneo o esterno alle cosche – nelle istituzioni allo scopo di muovere le leve del potere e di indirizzare soldi e appalti agli "amici degli amici". È, invece, forse quasi inedita la spregiudicatezza nella gestione privatistica dei fondi comunitari, in questo caso quelli destinati al Credito sociale, una misura studiata per andare incontro alle difficoltà dei calabresi meno abbienti e impossibilitati a pagare le bollette della luce o a trovare una nuova casa dopo uno sfratto.

GLI ALTRI INDAGATI Nelle stesse ore in cui Salerno finiva in manette, un altro Tribunale, il Riesame di Catanzaro, vagliava la posizione di un esponente della maggioranza in Consiglio, Orlandino Greco. Per il capogruppo di "Oliverio presidente", ex consigliere provinciale cosentino ed ex sindaco di Castrolibero, la Dda di Catanzaro aveva chiesto l'arresto, negato dal gip, per via del presunto appoggio ottenuto dalla cosca Bruni in occasione di diversi appuntamenti elettorali in un periodo di tempo compreso tra il 2003 e il 2013.
Lo scorso dicembre nel registro degli indagati è finito anche un altro capogruppo d'opposizione, Francesco Cannizzaro. Secondo la Distrettuale di Reggio Calabria, la cosca Paviglianiti di San Lorenzo si sarebbe adoperata per la sua elezione in Consiglio. Il rappresentante della Casa delle libertà – scrivono gli inquirenti – avrebbe promesso al clan «utilità di vario tipo, consistenti nella disponibilità, una volta eletto, a soddisfare gli interessi dell'associazione mafiosa».

ABUSI Ci sono poi i presunti abusi legati all'esercizio del potere. È il caso dell'attuale vicepresidente dell'Astronave, più volte assessore regionale e indiscusso signore dei consensi in provincia di Cosenza, Pino Gentile. Per lui è già stato disposto il rinvio a giudizio nell'ambito della vicenda che riguarda l'annullamento di un bando di concorso per la realizzazione di alloggi di edilizia sociale. Le accuse sono di abuso d'ufficio e falso in atto pubblico.
L'Ufficio di presidenza del Consiglio "vanta" anche un altro imputato e un altro indagato. Il primo è il segretario-questore Giuseppe Graziano, a processo (con rito abbreviato) nell'ambito dell'inchiesta sul Parco eolico "Wind farm" di Isola Capo Rizzuto, sequestrato nel luglio del 2012. Il fondatore del movimento "Il coraggio di cambiare l'Italia" all'epoca dei fatti era uno dei componenti del Nucleo di valutazione ambientale. L'indagato è invece Francesco D'Agostino, vicepresidente dell'assemblea al momento "autosospeso". Il suo nome è finito nelle carte dell'inchiesta "Alchemia" contro i clan Raso-Gullace-Albanese: per i magistrati è «una delle pedine di cui si servivano i clan per portare a termine i loro affari».
Di diverso tenore l'accusa nei confronti del consigliere d'opposizione Mimmo Tallini, per il quale la Procura di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio in seguito all'inchiesta "Multopoli". Il coordinatore provinciale di Forza Italia, all'epoca dei fatti assessore regionale e comunale in carica, con il maggiore tenente colonnello della polizia municipale Salvatore Tarantino, avrebbe indotto un vigile ad «annullare indebitamente, sia perché in assenza di alcuna motivazione, sia perché una eventuale autorizzazione "regionale" alla sosta in possesso del Tallini non facultava il parcheggio in zona rimozione», due contravvenzioni di 41 e 84 euro elevate nei confronti dello stesso politico.

RIMBORSOPOLI L'opera omnia della magistratura, ovviamente, è Rimborsopoli, l'inchiesta che ha svelato il modo in cui i consiglieri regionali della Calabria avrebbero scialacquato i fondi destinati ai gruppi. L'indagine è partita nella scorsa legislatura e coinvolge anche politici che o non si sono ricandidati o non sono stati rieletti. Limitiamo per un attimo il campo a quelli in carica tutt'oggi. Sono entrambi del Pd: Carlo Guccione e Antonio Scalzo. Per loro e tanti altri ex (Bruno Censore, Demetrio Battaglia e Ferdinando Aiello, Giovanni Bilardi, Agazio Loiero, Nicola Adamo, Giovanni Nucera, Pasquale Tripodi, Alfonso Dattolo, Alfonsino Grillo, Giuseppe Bova, Emilio De Masi, Domenico Talarico, Sandro Principe, Pietro Amato, Mario Franchino, Mario Maiolo, Francesco Sulla, Candeloro Imbalzano) la Procura di Reggio ha chiesto il rinvio a giudizio. L'udienza preliminare è fissata per il prossimo 9 febbraio. Per gli ex assessori Nino De Gaetano e Luigi Fedele, invece, il processo con rito immediato è già iniziato. 
Per tutti i consiglieri nei guai con la giustizia si tratta in ogni caso di accuse pesanti che comunque dovranno essere confermate in sede di giudizio. Per il momento resta il preoccupante dato politico e numerico.

IL PASSATO (CHE NON PASSA) Sembra che nulla cambi, sotto questo versante. Tutti ricordano ancora come fu battezzato Palazzo Campanella durante la legislatura di Agazio Loiero: era il "Consiglio degli inquisiti", quello di cui faceva parte, tra gli altri, anche il condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa Mimmo Crea. Ed è ancora troppo vicina nel tempo la legislatura 2010-2014, quella che ha spalancato le porte del carcere a Santi Zappalà (corruzione elettorale aggravata dalle modalità mafiose), Franco Morelli (concorso esterno in associazione mafiosa) e Antonio Rappoccio (corruzione elettorale aggravata). Senza contare la sfilza degli altri indagati, di centrodestra e centrosinistra, per i reati più disparati. A contarli si arriva a un totale di 17 sugli allora 50 componenti. E dal computo sono esclusi gli inquisiti in Rimborsopoli. Farci una percentuale sarebbe troppo complesso.

Pietro Bellantoni
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    Il 33% dei componenti dell'assemblea regionale è sottoposto a indagini della magistratura. Quello di Salerno è solo l'ultimo caso. Nel campionario ci sono i reati più diversi. È una storia che si ripete dall'epoca di Loiero e Scopelliti 

CATANZARO «Gli esiti dell'inchiesta "Robin Hood", magistralmente condotta dalla Dda di Catanzaro e dalle forze dell'ordine, cui va il plauso da parte di Cgil, Cisl e Uil, porta nuovamente in evidenza due impegni improcrastinabili per la Calabria: la necessità di mettere mano ad una seria operazione verità sulle società partecipate e l'incapacità sino a oggi dimostrata dalla classe politica regionale di porre un freno alla gestione distorta e clientelare di questi enti». Lo sostengono, in una nota, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil della Calabria, Angelo Sposato, Paolo Tramonti e Santo Biondo. «Il fatto che la magistratura, questa volta quella di Catanzaro, abbia scoperchiato gli interessi perversi che ruotano attorno ai fondi comunitari, alla loro gestione e, soprattutto, alle strutture che sono state individuate per il loro corretto investimento - aggiungono - è il sintomo più evidente che, ancora oggi, in questa regione, c'è qualcosa che non funziona per come dovrebbe. Mettere mano a quella riforma da troppo tempo annunciata degli enti in house della Regione Calabria è un impegno irrinunciabile e non più rinviabile. Da tempo abbiamo posto all'attenzione degli amministratori regionali la necessità di portare a compimento un'operazione di verifica attenta e approfondita di queste società e l'esigenza di applicare quelle scelte di riforma che, da troppo tempo, sono rimaste lettera morta. Così come negli attivi unitari del 27 gennaio scorso, nel documento finale, abbiamo sostenuto la necessità che in Calabria per la spesa delle risorse nazionali e comunitarie, la Regione deve promuovere sia la sottoscrizione di un protocollo di legalità, che l'attivazione di quegli strumenti, tra i quali la "Stazione unica appaltante", al fine di garantire la trasparenza e la tracciabilità sull'utilizzo di questi stanziamenti fondamentali per lo sviluppo della nostra terra».
«L'inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro - sostengono ancora Cgil, Cisl e Uil - è il segnale chiaro e indiscutibile che bisogna intervenire con rinnovata prontezza al fine di estirpare definitivamente questi intrecci perversi. La politica, in questo campo, continua a farsi sostituire dalla magistratura che, nonostante ristrettezze di organico e carenza di mezzi ancora irrisolti, continua a svolgere egregiamente il suo lavoro di contrasto alla criminalità e alle logiche perverse di coloro che lucrano sul futuro dei calabresi. La "politica dei report" potrebbe inoltre, dare evidenza pubblica ai calabresi su tutta la spesa e i beneficiari della stessa, in relazione alle risorse europee della programmazione 2007/2013 e, predisporre al tempo stesso un data base, consultabile dai cittadini calabresi, in modo da tracciare la futura spesa e rendere pubblici futuri beneficiari dei progetti realizzati con il Por Calabria 2014/2020. Gli amministratori regionali, cui abbiamo rivolto questo appello sin dall'inizio della legislatura, non si possono più sottrarre dal chiarire i contorni sulla gestione delle risorse europee e sull'utilizzo degli enti pubblici che dalle risultanze investigative, e dalla relazione ultima della Corte dei Conti, vengono segnalati come centri per la gestione del potere ad uso clientelare. Il governo regionale, poi, non può più rinviare un'attenta e seria azione chiarificatrice sull'uso delle risorse regionali».
«Cgil, Cisl e Uil della Calabria - è detto ancora nella nota - sono certe che in questo ambito la cabina di regia sia uno strumento importante e la sua pronta e corretta applicazione può rappresentare un punto di svolta determinante. Lo avevamo denunciato solo pochi giorni addietro. È giunto il momento che la politica proceda ad una reale operazione di verità sul disastro della partecipazione pubblica calabrese, società pubbliche, fondazioni ed enti, a partire da Calabria verde e Fincalabra. Per quest'ultima ribadiamo la necessità di un confronto urgente per superare le gestioni opache del recente passato. In questo ambito bisogna restituire alla produttività le aziende che sono funzionali al progetto di sviluppo della regione e mettere così fine alle pratiche di illegalità che nel corso degli anni hanno permesso ai truffaldini di turno il saccheggio delle risorse pubbliche».

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Venerdì, 03 Febbraio 2017 14:31

Oltre quattromila profughi salvati nel 2016

REGGIO CALABRIA Nel 2016 sono stati 4.156 i migranti salvati in 33 operazioni di soccorso al largo delle coste calabresi condotte dai mezzi della Guardia costiera di Crotone e Roccella Ionica con il coordinamento della sala operativa del Centro di soccorso secondario di Reggio Calabria. A tracciare un bilancio dell'attività è la Direzione marittima di Reggio Calabria. Ai migranti salvati dalle unità calabresi, si aggiungono altre 27 mila persone giunte nei porti di Vibo Valentia, Reggio (13 mila), Crotone e Corigliano dopo essere state salvate nel Canale di Sicilia. Le operazioni di soccorso in Calabria sono state condotte con unità "Classe 300", appositamente studiate per la ricerca ed il salvataggio ad elevata distanza dalla costa. Una motovedetta di Reggio è stata impiegata nell'operazione Frontex "Poseidon 2016" e dislocata dal Comando generale del Corpo delle Capitanerie di porto - Guardia Costiera nel porto greco di Chios. Ha eseguito sei interventi di soccorso e salvato 201 migranti.

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    Report della direzione marittima di Reggio sull'attività svolta nel corso dell'anno. Nei porti calabresi sbarcati decine di migliaia di migranti

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