Pil Calabria, 25 anni per risalire dalla crisi

Il Pil impiegherà un quarto di secolo per tornare ai livelli che aveva nel 2000, prima della recessione. I dati dell’Osservatorio banche imprese (Obi) indicano che la regione dovrà aspettare ancora per recuperare il suo gap accumulato in termini di ricchezza e occupazione Martedì, 27 Giugno 2017 23:33 Pubblicato in Società

 CATANZARO Forse ci vorrà circa un quarto di secolo per far recuperare il terreno perso nel corso della crisi che ha colpito la Calabria. Soprattutto in termini di occupazione la recessione che ha devastato la regione – non accompagnata da politiche economiche anticicliche (leggasi abbandonata a se stessa) – ha bruciato migliaia di posti di lavoro che ritorneranno ai valori dei primi anni 2000 solo nel 2025. Come se una macchina del tempo avesse riportato, appunto, indietro le lancette di 25 anni per l’economia. E se non bastasse questo dato per dipingere che futuro attende la nostra regione arrivano anche i numeri sul valore aggiunto che neppure tra sette anni toccheranno i volumi registrati nel 2007 – picco per la Calabria di questo scorcio di XXI secolo - quando l’indicatore della ricchezza prodotto nella nostra regione aveva superato i 31 miliardi di euro nell’anno. 
La fotografia che restituisce “Il rapporto sul valore aggiunto delle province meridionali” – ultimo sforzo degli analisti dell’Osservatorio banche imprese (Obi) presentato a Benevento - chiarisce lo stato di salute dell’economia del sud Italia e conseguentemente il tracollo che ha subito in questi anni la Calabria. Andando a spulciare i numeri, sviluppati con una nuova metodologia messa a punto degli analisti dell’Osservatorio, emergono due aspetti salienti: la Calabria è tra le regioni più colpite dalla crisi degli anni tra il 2008 e il 2013 ed è anche tra quelle che non riusciranno a recuperare pienamente il gap accusato in quegli anni neppure entro il 2025.
Nonostante nel prossimo futuro l’economia regionale riprenderà a camminare, anzi si è già messa in moto, ma evidentemente il passo intrapreso resta quello della tartaruga. Così come per il resto del Mezzogiorno. Almeno a giudicare appunto dai dati messi nero su bianco nel rapporto e declarati nel corso del convegno di presentazione a Benevento sul tema “L’economia delle province italiane e dei comuni del Mezzogiorno stime 1995-2017 e previsioni al 2025”. Stando al Rapporto infatti il divario con il resto del Paese – in termini di crescita economica – aumenterà, seppur in misura ridotta rispetto agli anni precedenti: 1,2 per cento il tasso di incremento di Pil da qui la 2025 per il Sud contro 1,4 per cento della media nazionale. Mentre il tasso di crescita nel Mezzogiorno sfiorerà l’uno per cento (0,9%) a fronte del 1,1 per cento del Paese. Numeri che dimostrano quanto la questione meridionale non sarà risolta neppure nel prossimo futuro.


La dinamica del valore aggiunto totale per regione
(variazioni medie annue a prezzi dell’anno precedente)

 

Regione

Prima della crisi

Durante

la crisi

Durante la ripresa

Previsioni

 

 

2000-2007

2008-2013

2014-2017

2018-2025

Liguria

0.7%

-2.5%

0.5%

1.2%

Lombardia

1.3%

-1.1%

0.9%

1.3%

Piemonte

1.1%

-1.7%

0.7%

1.2%

Valle d'Aosta

1.0%

-1.5%

0.1%

0.9%

Emilia-Romagna

1.4%

-1.0%

1.0%

1.5%

Friuli-Venezia Giulia

0.9%

-1.6%

0.5%

1.3%

Trentino-Alto Adige

1.0%

0.5%

0.9%

1.2%

Veneto

1.2%

-1.2%

0.8%

1.4%

Lazio

2.0%

-1.4%

0.6%

1.5%

Marche

1.7%

-2.0%

0.6%

1.5%

Toscana

1.1%

-1.1%

0.9%

1.3%

Umbria

0.8%

-2.9%

1.1%

1.3%

Abruzzo

0.6%

-1.1%

1.4%

1.0%

Basilicata

-0.1%

-1.3%

1.9%

1.1%

Calabria

0.5%

-2.4%

0.8%

1.3%

Campania

0.7%

-2.6%

0.4%

1.3%

Molise

0.7%

-3.4%

0.6%

1.2%

Puglia

0.3%

-1.5%

0.8%

1.1%

Sardegna

0.9%

-2.0%

0.2%

1.3%

Sicilia

0.8%

-2.1%

1.1%

1.2%

(Fonte: elaborazioni e previsioni OBI)

LA CALABRIA AL TEMPO DELLA CRISI Tra il 2008 e il 2013 la ricchezza prodotta in Calabria è scesa di oltre 11 punti percentuali passando cioè dai 31,2 miliardi del 2008 a 27,6 di cinque anno dopo. Dunque 3,6 miliardi volatilizzati nel nulla che si è tradotto in un meno 11,39 per cento di valore aggiunto. Peggio di noi sono andati nel Sud il Molise e la Campania che hanno lasciato sul terreno in questo lasso di tempo rispettivamente 15,97% e 12,39% della loro ricchezza. Ed è il Cosentino il territorio che ha pagato più di altri lo scotto della recessione: in questo periodo ha perso oltre 20 punti percentuali del proprio Pil. Lasciando sul terreno circa 2 miliardi di valore aggiunto. Uno tsunami che ha colpito pesantemente anche la provincia di Crotone che in questo lasso di tempo ne ha perso 16,5 di punti di Pil. Un disastro se si consideri che nella fase pre crisi l’economia del Crotonese aveva registrato una crescita del 10,7 per cento.
Una tempesta che ha investito in pieno – come era prevedibile – anche l’occupazione passata da circa 700mila unità del 2008 a 642mila del 2013. Totalizzando così circa l’8 per cento in meno di forza lavoro. Anche in questo caso a risentirne maggiormente il Cosentino: negli anni della crisi ha registrato una perdita secca del 11,20 per cento. Mentre nel Reggino si sono persi circa il 10 per cento dei posti di lavoro.

GLI ANNI DELLA “RIPRESINA” I dati dell’Osservatorio indicano che la Calabria è riuscita ad assestare in termini di valore aggiunto una crescita del 2,4 per cento negli anni post crisi. Un risultato importante – al di sotto però sia della media del Mezzogiorno sia del resto del Paese - ma soprattutto non sufficiente a far riprendere i punti di Pil persi nel corso della recessione. Fotocopia di quanto successo sul fronte dell’occupazione dove tra il 2014 e il 2017 il numero dei posti di lavoro si è incrementato di 3,31%. Anche in questo caso una crescita che però non ha consentito alla regione di riassorbire l’emorragia di posti di lavoro persi negli anni della crisi. Anche se, stando a quanto ripotato nel rapporto Obi, la Calabria è tra le regioni che in entrambi i valori - in termini di recupero del terreno perso - si è comportata meglio.

LE PREVISIONI PER IL FUTURO Gli anni che verranno saranno per la Calabria come per il resto del Mezzogiorno decisivi per ritornare ai livelli di crescita pre crisi. Gli indicatori, fissati dagli analisti dell’Obi, segnano tutti valori positivi già a partire dal prossimo anno. In particolare, stando alle elaborazioni presenti nel rapporto, i territori del sud Italia registreranno tra il 2018 e il 2025 un’impennata del valore aggiunto vicino al 9 per cento. E addirittura la Calabria dovrebbe assestare in questo lasso di tempo una crescita pari al 9,2 per cento, dunque anche al di sopra del resto del Mezzogiorno (media 8,97%). E conseguentemente questo andamento dovrebbe riversare gli effetti benefici anche in termini di occupazione. Passando cioè da circa 662mila occupati a oltre 708mila: in termini percentuali si tramuterebbe in un +7,07.
Valori che però soprattutto per quanto attiene alla ricchezza prodotto dalla Calabria sono praticamente identici a quelli del 2000. Venticinque anni prima delle previsioni del Rapporto Obi il valore aggiunto era pari a 30,475 miliardi (nel 2025 dovrebbe essere di 30,993 miliardi). Mentre l’occupazione che nel 2007 registrava 707mila unità solo 18 anni dopo dovrebbe ritornare a quel numero di posti di lavoro. Un flashback per l’economia calabrese costretta ancora una volta a rincorrere altri territori – soprattutto del nord Italia – in cui la marcia della crescita registrerà tutt’altri ritmi e da posizioni decisamente migliori.  

CORVINO: «IL SUD DEVE SFRUTTARE TUTTE LE RISORSE DISPONIBILI» «Il Mezzogiorno non può assolutamente permettersi di lasciarsi sfuggire nessuna opportunità, perché ci stiamo avvicinando rapidamente al termine del periodo di programmazione 2014-2020, che determinerà un’ulteriore contrazione delle risorse disponibili, con la conseguente necessità di individuare delle risorse sostitutive». Il commento del direttore generale dell’Obi, Antonio Corvino suona come un appello ai policy makers locali a far presto e non perde l’occasione del buon utilizzo delle risorse comunitari. «Occorre dar seguito quanto prima al  recente decreto Mezzogiorno – invita - , convertito in legge lo scorso 27 febbraio, che stabilisce la soglia (34%) degli investimenti ordinari da destinare al Sud. Entro il 30 giugno sarà emanato il Dpcm (Decreto della Presidenza del Consiglio) che definirà le modalità per il «riequilibrio territoriale» della spesa ordinaria in conto capitale». Senza dimenticare che nel pentolone delle iniziative da sfruttare appieno bolle anche la piena applicazione delle Zes. Secondo Corvino, «potranno esercitare una notevole forza attrattiva nei confronti degli investitori, grazie ad una opportuna combinazione di incentivi (fiscali e normativi)». «Le premesse per un nuovo sviluppo partono quindi – conclude il dg - da un  adeguato un mix di politiche top down e bottom up, che dovrà finalmente consentire di superare infruttuose derive localistiche scollegate da una stringente visione nazionale, in modo da evitare sterili astrazioni e affermazioni di principio prive di riferimenti concreti. Il tutto con uno sguardo attento ed acuto su ciò che succede sullo scenario mondiale».

Roberto De Santo
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.