Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Lunedì, 11 Novembre 2013

Si era reso irreperibile da oltre un anno dopo essere stato condannato in via definitiva a dieci anni di carcere per violenza carnale di gruppo aggravata dall`uso delle armi. Un uomo di 29 anni, Guxim Perpepaj, di nazionalità albanese, è stato arrestato a Milano da agenti della squadra mobile del capoluogo lombardo, che hanno agito con il coordinamento della squadra di polizia giudiziaria della Polstrada di Crotone. L`arresto di Perpepaj, eseguito in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso dalla Procura della Repubblica di Crotone, scaturisce dalle indagini condotte dalla Polstrada attraverso intercettazioni telefoniche e a seguito dell`arresto del cugino Flamur, destinatario dello stesso provvedimento, avvenuto lo scorso 15 ottobre. Sulla base dell`analisi di tabulati telefonici e delle comunicazioni con una donna sua connazionale, si è riusciti a risalire all`utenza utilizzata da Perpepaj in Lombardia.
L`uomo è stato bloccato stamani dai poliziotti in una zona centrale del capoluogo lombardo assieme ad un suo connazionale, che è stato denunciato per favoreggiamento avendolo ospitato nella sua abitazione. I fatti contestati a Perpepaj, avvenuti a Cotronei (Crotone), risalgono a luglio e ottobre 2009. (0080)

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  • Occhiello È stato rintracciato grazie ai tabulati telefonici, deve scontare una condanna a dieci anni per violenza carnale di gruppo aggravata dall`uso delle armi
Lunedì, 11 Novembre 2013 21:05

Operazione "Saggezza", 46 rinvii a giudizio

REGGIO CALABRIA Si chiude con 46 rinvii a giudizio l’udienza preliminare del procedimento "Saggezza", l’indagine che nel novembre scorso non solo ha svelato l’esistenza di una nuova struttura organizzativa utilizzata dalle ‘ndrine del mandamento jonico, ma soprattutto i contatti con i massimi vertici della massoneria. Per tutti loro, accusati a vario titolo associazione mafiosa, estorsione, porto abusivo d`armi, usura, illecita concorrenza per il condizionamento di appalti pubblici, minaccia, esercizio abusivo del credito, truffa, furto di inerti e intestazione fittizia di beni,  il prossimo 13 dicembre davanti al Tribunale di Locri inizierà quello che si prospetta un lungo e complesso dibattimento. Solo in tre si salvano dalla mannaia del gup Barbara Bennato. Al termine di una camera di consiglio durata circa cinque ore, il giudice oltre a disporre il rinvio a giudizio per 46 imputati, ha decretato il non doversi procedere nei confronti di Francesco Agresta, perché caduta l’aggravante del metodo mafioso il reato è da ritenersi già estinto per prescrizione, e per Pietro Guarneri e Rocco Malafarina, per non aver commesso il fatto. Nei giorni precedenti, in sei - Giulio Basile, Giovanni Furfaro, Carmelo Gaetano Ietto, Giovanni Macrì, Bruno Parlongo, Rocco Bruno Varacalli - avevano scelto l’abbreviato, mentre tornano al pm per difetto di notifica gli atti relativi alle posizioni di Nicola Melia e Luigi Varacalli, entrambi residenti all’estero.
La decisione del gup è di fatto una prima, rotonda conferma dell’impianto accusatorio costruito dal pm Antonio De Bernardo. Al centro della monumentale indagine – agli atti ci sono oltre 60 faldoni di informative, dichiarazioni, acquisizioni e altro materiale – c’è l’attività della Corona, la struttura per anni in grado di gestire i conflitti e spartire gli affari fra i locali di Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì, rapportandosi direttamente con boss e famiglie di peso della jonica, come quali i Commisso di Siderno, i Cordl di Locri, i Pelle di San Luca, gli Aquino di Marina di Gioiosa Jonica, i Vallelunga,di Serra San Bruno, i Barbaro di Platì, gli Ietto di Natile di Careri, i Primerano di Bovalino.

LA CORONA
Una struttura importante, in grado tanto con la massoneria, come la politica. «La massoneria – si legge nell’ordinanza dell’epoca - era vista dagli indagati come un trampolino di lancio, il modo più semplice ed ovvio per entrare in contatto con i vertici della società italiana, con il subdolo scopo di ottenerne vantaggi economici e personali, facilitare le loro condotte illecite ed accrescere il dominio sul territorio». E  quanto meno nel proprio territorio, la Corona e i suoi uomini di vertice non avevano difficoltà a farlo. Al contrario, la “capacità di entrare in contatto con ambienti istituzionali” era una delle caratteristiche principali e dei compiti peculiari della struttura. A guidarla, il boss Vincenzo Melia, individuo dalla “carriera criminale” non di poco conto, per gli inquirenti in possesso delle doti di ndrangheta almeno fin dal 1962 e dall’autorità indiscussa,  dunque scelto per dirigere la struttura,  “un`entità superiore ai locali  - spiegano i magistrati - e collegata a quello che si potrebbe individuare come il “terzo livello”, cioè con gli ambienti della massoneria e della politica». Ma a Melia spettava anche il compito di curare i rapporti con le altri articolazioni dell`associazione, che estendeva i propri tentacoli anche all’estero, fino in Australia e negli Stati Uniti. Mondi lontani, ma che mantenevano un rapporto ferreo con i cinque centri della Locride, grazie a personaggi come Luigi Varacalli, anziano uomo d’onore, considerato l’anello di congiunzione con l’articolazione australiana del sodalizio, o la famiglia Gambino, radicata in Connecticut, negli Stati Uniti. Ad affiancarlo, i due “capi consiglieri”, Nicola Romano e Nicola Nesci, considerato dagli inquirenti anche  “capo locale” di Ciminà e legato anche da vincoli di parentela alla cosca Spagnolo, coinvolta qualche anno fa nella maxi-inchiesta antidroga Stupor mundi. In posizione subordinata rispetto ai primi tre, ma comunque membri a pieno titolo della Corona erano anche Giuseppe Varacalli, Giuseppe Raso, capolocale di Canolo, e Giuseppe Fabiano, tutti “consiglieri” con fondamentali compiti tanto strategici come operativi.

POLITICA ED ECONOMIA SOTTO IL TALLONE DEI CLAN
E sotto il tallone della struttura che rendeva unica cosa i cinque locali, passava di tutto, dagli appalti alle elezioni. Dai lavori edili al taglio dei boschi, passando per gli appalti pubblici e l’esercizio abusivo del credito, fino all`elezione del presidente della Comunità montana "Aspromonte Orientale" - quel Bruno Bova tratto in arresto a novembre e oggi raggiunto da una notifica di conclusione indagini -  gli uomini della Corona controllavano tutto ed erano in grado di muoversi su tutti i piani. A rivelare in maniera plastica il potere della nuova struttura è proprio la corsa di Bova, all’epoca vicesindaco di Ardore, alla presidenza della Comunità montana. Un incarico a cui  il politico sembra tenere molto, tanto da arrivare a bussare fino alla porta dell’allora senatore Pietro Fuda «con cui discute in diverse occasioni in merito all`evoluzione della sua candidatura a presidente della Comunità montana» e dall`allora sottosegretario al ministero delle Infrastrutture, Luigi Meduri, «al quale chiedeva aiuto per sostenerlo nell`opera di convincimento degli amministratori locali chiamati a scegliere il presidente della Comunità montana», senza dimenticare i sindaci del comprensorio. Ma solo quando mette la sua candidatura al servizio dei clan, Bruno Bova inizia a sentirsi sicuro. E per i clan «favorire un affiliato al “locale” di Ardore affinché raggiungesse una posizione direttiva piuttosto importante nell`economia del territorio, alla guida di un ente periferico in grado di gestire denaro pubblico e quindi bandire gare d`appalto, interloquire con gli apparati provinciali e regionali e condizionare, mediante le alleanze politiche e la spartizione delle varie cariche al suo interno, le scelte di una parte dell`elettorato, era un`occasione da non perdere, soprattutto per quella `ndrangheta inserita maggiormente nel mondo dell`imprenditoria, di cui facevano parte gli affiliati alla “Sacra Corona”». Ma anche nel cuore dell’amministrazione di Serra San Bruno c’era un uomo dei clan. Si tratta dell’ex assessore Bruno Zaffino, campione del Pdl con 224 preferenze, defenestrato dal sindaco prima di essere coinvolto nell’indagine Saggezza, con l’accusa di violenza privata aggravata dalle modalità mafiose. Per gli inquirenti, l’assessore avrebbe minacciato un rappresentante di una ditta di Bari, operante nel settore della commercializzazione del legname, costringendolo a rinunciare ala vendita di 12.000 pali di castagno da 2 metri, in modo da favorire l`attività di Marcello Cirillo ritenuto vicino alla criminalità organizzata locale e in particolare al boss ucciso Damiano Vallelunga.

ALL`OMBRA DEI GREMBIULINI
Ma è soprattutto sfruttando conoscenze e influenze dei fratelli massoni che gli uomini della Corona progettavano di imporre il proprio volere e il proprio raggio d’azione. Almeno sei dei personaggi arrestati nell’ambito dell’operazione Saggezza erano – scrive il gip – «loggia massonica con sede in via Mazzini di Siderno, facente capo alla più grande loggia madre denominata Camea (Centro attività massoniche esoteriche accettate) il cui Gran Maestro risultava essere all`epoca dei fatti "omissis" (persona estranea all`indagine e non indagata), identificato dai fratelli massoni con l`appellativo di “Ripa 33”». Insieme a politici, imprenditori, professionisti iscritti alla loggia c’erano anche uomini di peso della Corona e del locale di Ardore. È il caso del “maestro di Corona e capoconsigliere” Nicola Nesci, che anche tra i grembiulini aveva fatto una discreta carriera: l`uomo – scrivono i magistrati - è “Maestro segreto di 31° grado”, nonché “Presidente della camera di 4° grado” ed è «legato a tre soggetti, che erano gli unici in grado di riferire sulla sua persona». Sono tre “fratelli” massoni, uno dei quali, Giuseppe Siciliano, finito agli arresti perché ritenuto un uomo del clan di Ardore.  Insieme a loro, affratellati ai notabili della zona, c’erano anche Giuseppe Varacalli, Rocco Mediati, Ferdinando Parlongo e Bruno Parlongo, accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia di beni. Anche Giuseppe Varacalli non è un personaggio di poco conto nell’organigramma mafioso della zona. Ma per i “fratelli” riuniti all’ombra di squadra e compasso è solo un “cavaliere” dell’ordine massonico nato sull’isola di Malta, dove – stando a una conversazione intercettata – avrebbe ricevuto la sua investitura. L’inizio di un percorso che in seguito lo lo porterà alla loggia Zaleuco di Locri, ma che si interromperà bruscamente – si presume – nel 2008, quando Varacalli verrà accusato di aver favorito la latitanza del boss di San Luca, Antonio Pelle. Tutte circostanze che per gli inquirenti non fanno che confermare una tesi che la Dda porta avanti da tempo: «Il contatto con gli ambienti massonici costituisce un vero e proprio trampolino di lancio per gli affiliati al sodalizio mafioso, poiché li avvicina a quelle componenti della società italiana che costituiscono i veri centri decisionali in campo economico, politico e sociale». (0090)

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  • Occhiello L`inchiesta avrebbe svelato i contatti tra le `ndrine dello Jonio reggino e i vertici della massoneria

REGGIO CALABRIA 10 marzo 2013. Al rione Marconi di Reggio Calabria, il blocco di case popolari al confine tra viale Europa e il quartiere di Sbarre, alla periferia sud della città, una furibonda lite iniziata per alcuni vecchi mobili abbandonati a pochi metri da un palazzo degenera. Bruna Navella e il nipote Attilio Oliva, si scagliano contro Nezha Belakhdar, vicina di casa della donna. Non è una novità. I rapporti fra le due – confermeranno i vicini – sono tutto meno che idilliaci. Le liti sono all’ordine del giorno. Anche quella sera volano parole grosse e insulti. Poi spunta un coltello. È morta così Nezha Belakhdar, cinquantenne di origine marocchina, uccisa da tre coltellate al termine di una rissa scoppiata per futili motivi. Immediatamente ammanettati dai carabinieri del nucleo radiomobile e formalmente incriminati nel giro di poche ore, Navella e Oliva oggi hanno affrontato la prima udienza del processo con rito ordinario che li vede a vario titolo imputati per l’omicidio della donna. Stando alla ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato Attilio Oliva, difeso dagli avvocati Michele Priolo e Sandro Furfaro, a sferrare le coltellate letali, le prime due alla schiena e ai fianchi e la terza all’altezza del cuore, ed è dunque sul suo capo che penda l’accusa di omicidio, oltre a quella di porto di coltello. La zia, Bruna Navella, in ordinario risponde solo dell’accusa di rissa, mentre si procederà con rito abbreviato di fronte al gup Bennato per le responsabilità legate al fatto di sangue. Nonostante l’arresto in flagranza abbia dissolto qualsiasi dubbio sull’identità dell’assassino, toccherà al processo chiarire la reale dinamica dei fatti di quella notte, così come le responsabilità. Riuniti i due procedimenti, che inizialmente procedevano parallelamente per un difetto di notifica, la Corte d’Assise presieduta dal giudice Ornella Pastore ha espletato le questioni preliminari che segnano l’inizio del dibattimento. Tutti i familiari della vittima – il figlio Walid Azzazi difeso dall’avvocato Demetrio Pratticò, il figlio Anouar Azzazi (avvocato Carmelo Malara), le figlie Dounia e Rania Azzazi (avvocato Albina Nucera), l’ex marito Abderrazah Azzazi (avvocato Mariateresa Pratticò), il marito Antonino D’Agostino (avvocato Polimeni) – hanno chiesto e ottenuto di essere ammesse come parti civili. Bisognerà tuttavia aspettare il prossimo 21 novembre perché il processo entri nel vivo, con la testimonianza dei militari – chiamati a deporre dal pm Annalisa Arena – che quella notte del 13 marzo sono immediatamente intervenuti sulla scena dell’ennesima folle tragedia cittadina. (0050)

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  • Occhiello Per la morte della donna sono accusati zia e nipote. Quest`ultimo avrebbe sferrato i colpi letali: i primi due alla schiena e ai fianchi e il terzo all’altezza del cuore
Lunedì, 11 Novembre 2013 21:02

Calabrese ucciso in un ristorante ad Acapulco

Moreno Gallo, il cittadino italiano ucciso ieri sera in un ristorante di Acapulco in quella che ha tutta l`aria di essere un`esecuzione, era un boss della mafia italiana di Montreal, condannato negli anni `70 in Canada per omicidio ed espulso dal Paese nel gennaio del 2012. Fonti della procura locale hanno fatto sapere che Gallo (67 anni) stava cenando in un locale chiamato "Forza Italia" quando intorno alle 21.20 (le 4.20 in Italia) un uomo vestito di nero è entrato nel ristorante e gli ha scaricato addosso per lo meno 9 spari. Gli altri clienti del ristorante sono fuggiti in preda al panico, ma nessun altro è rimasto ferito nell`incidente. Gallo, di origine calabrese, si era trasferito ad Acapulco nel 2012, dopo essere stato espulso dal Canada nel gennaio dello stesso anno, al termine di una lunga battaglia legale per evitare l`espulsione. Legato al clan Rizzuto, la principale organizzazione mafiosa attiva sulla costa occidentale del Canada, Gallo era stato condannato all`ergastolo per l`uccisione di uno spacciatore di droga nel 1975, che aveva presentato come legittima difesa ma che secondo la procura era in realtà un regolamento di conti per il controllo dei traffici illegali a Montreal. Nel 1983 ottenne la condizionale, che fu revocata nel 2007, quando fu trovato mentre distribuiva grosse somme di contanti in diversi locali del clan Rizzuto durante una retata. Al suo ritorno in carcere le autorità scoprirono che Gallo era arrivato nel Paese americano a soli 9 anni di età e non era mai stato naturalizzato: per un errore amministrativo, era stato considerato per decenni un cittadino canadese, quando non lo era affatto, il che rese possibile il suo allontanamento. Al momento della sua espulsione, la polizia di frontiera canadese dichiarò che Gallo «era colpevole di numerosi reati e delitti, fra i quali un omicidio premeditato, e aveva un legame attivo con le organizzazioni criminali». Nel giugno scorso, la stampa di Montreal scrisse che stava cercando di tornare in Canada: i suoi avvocati avevano presentato una richiesta sostenendo che aveva problemi di salute e si doveva occupare del panificio gestito da oltre 30 anni dalla sua famiglia nella Petite Italie della città. (0030)

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  • Occhiello Moreno Gallo, 67 anni, era legato al clan Rizzuto, la principale organizzazione mafiosa attiva sulla costa occidentale del Canada

COSENZA Un falsario e 14 suoi clienti sono stati denunciati in stato di libertà dai carabinieri di Cosenza per truffa, contraffazione, falsità in scritture private e pubbliche. Le indagini, coordinate dalla Procura, hanno preso il via dal sequestro, in casa di un disoccupato, di materiale informatico e contratti assicurativi, patenti (anche estere), carte di circolazione, modelli Cud e tagliandi attestanti la regolarità dell`avvenuta revisione di automezzi. Materiale risultato falso. (0050)

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  • Occhiello Sequestrati, in casa di un disoccupato, materiale informatico e contratti assicurativi, patenti (anche estere), carte di circolazione, modelli Cud e tagliandi attestanti la regolarità dell`avvenuta revisione di automezz. Risultati non autentici

Non vi è dubbio che quello portato a termine dagli hacker di “Anonymus” sia stato un grave, odioso e per certi versi anche pericoloso delitto. Ben per questo ci meravigliammo sin da subito, e lo abbiamo scritto, del silenzio con il quale quell`episodio veniva accolto dal governatore Scopelliti e dalla giunta regionale, la cui nota arriva dopo ben tre giorni dai fatti.
Di più: ragioni d`immediatezza nei chiarimenti e trasparenza avrebbero dovuto spingere il governatore a convocare una conferenza stampa ed evitare tardivi monologhi. Questo avrebbe consentito ai calabresi di conoscere anche quegli aspetti della vicenda che un`informazione patinata impedisce di sapere. Ad esempio, come mai i costosi sistemi di sicurezza sono stati violati? Perché tra le carte dell`ufficio trovavano posto atti che in alcun modo sono assimilabili a materie o fatti di competenza della Regione Calabria? Quali sono i gli “elementi non veritieri” che qualcuno avrebbe messo tra le carte sottratte fraudolentemente all`archivio informatico del governatore?
Pienamente da condividere, invece, è il richiamo che la nota della giunta regionale rivolge alle forze dell`ordine perché «possano far luce al più presto sull`intera vicenda». Tuttavia sbaglia la giunta regionale, incorrendo al solito nell`errore di sentirsi “casta” e non parte del popolo, quando asserisce che fare chiarezza significa «ridare serenità a chi amministra» e «soprattutto al governatore».
È l`ennesimo atto di alterigia e arroganza: la serenità va ridata prima di tutto ai cittadini calabresi che debbono sapere cosa capita alla Regione Calabria; debbono poter comprendere le ragioni per le quali carte giudiziarie che nulla hanno a che fare con i compiti istituzionali di Scopelliti stavano nel suo archivio informatico; debbono essere in condizione di comprendere a chi si riferisce Scopelliti quando adombra l`ipotesi di una congiura di palazzo alla base dell`incursione degli hacker.
Infine, l`invito ad essere meno contraddittori nei comunicati stampa, se si vuole dare una mano al Governatore che così lautamente paga i suoi collaboratori: come si fa a dire a distanza di poche righe tutto e il suo contrario? Come si fa a sostenere, in un giro di valzer, che Scopelliti è stato vittima di un`incursione che è un atto gravemente «intimidatorio» e, subito dopo, esprimere compiacimento per il fatto che tale incursione «ha sortito il positivo effetto di confermare ulteriormente la trasparenza e la linearità dell`operato del presidente Scopelliti».
Delle due l`una: o Scopelliti è vittima di un`intimidazione oppure ha ricevuto un favore. A una prima lettura delle carte sul sito di Anonymus non ci pare di poter condividere questa seconda ipotesi. (0020)

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  • Occhiello di Paolo Pollichieni

CATANZARO «La giunta regionale ritiene di pericolosità inaudita quanto accaduto sabato scorso ai danni del Presidente Scopelliti». Così l`esecutivo calabrese, in una nota, valuta l`attacco della rete di “Anonymous” al computer del governatore. Un gesto definito «deprecabile e deplorevole» perché  «mirato a diffondere i contenuti della sua casella di posta elettronica istituzionale» e per questo «indigna e ci inquieta per numerosi aspetti. Ci si domanda – si legge nel comunicato stampa – cosa cercasse chi ha violato la privacy del governatore Scopelliti e dispiace che siano stati evidenziati solo i contenuti prelevati indebitamente, alcuni dei quali anche di dubbia provenienza, senza aver dato risalto all’atto illegale commesso. I componenti della giunta regionale della Calabria sono preoccupati perché questa singola azione potrebbe far parte di un disegno più complesso e ampio, atto a individuare elementi finalizzati a mettere in difficoltà l’intera amministrazione regionale guidata dal presidente Scopelliti, anche attraverso la strumentalizzazione di elementi non veritieri». Una vicenda che è partita, ventilano i componenti della giunta regionale, nel momento in cui «è stata palesata la volontà del presidente Scopelliti di proseguire in questa esperienza amministrativa ancora per una nuova legislatura. Quanto accaduto sabato scorso – sottolineano –, inoltre, deve far riflettere sulla spregiudicatezza esibita da chi ritiene di poter diffondere impunemente dati sensibili, documenti istituzionali ma anche privati di chi rappresenta la pubblica amministrazione. A tal proposito, è auspicabile che le forze dell’ordine, già attivate con celerità, possano far luce al più presto sull’intera vicenda, per ridare serenità a chi amministra ma, soprattutto, al governatore di una regione che deve dedicare il proprio tempo a questioni di ben altra rilevanza, considerate le molteplici difficoltà che investono tutti i giorni la Calabria». Secondo l`esecutivo regionale, «l`azione degli hacker, peraltro, ha sortito il positivo effetto di confermare ulteriormente la trasparenza e la linearità dell`operato del presidente Scopelliti, a cui va il sostegno incondizionato di tutta la giunta regionale, insieme a quello dei calabresi che chiedono all`Amministrazione  di lavorare con impegno e abnegazione per affrontare le tante problematiche di stringente attualità, in un clima sereno e in condizioni di agibilità democratica. Nel ribadire la ferma condanna all`attacco di Anonymous – concludono –, la giunta regionale, quindi, auspica massima attenzione, a tutti i livelli istituzionali, e ribadisce la propria vicinanza al presidente Scopelliti, che non sarà minimamente turbato da questi volgari e spudorati tentativi di intimidirne l`azione amministrativa e che continuerà a lavorare nel solo interesse dei calabresi». (0090)

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  • Occhiello In una nota la giunta esprime solidarietà al governatore: azione frutto di un disegno più complesso finalizzato a mettere in difficoltà Scopelliti

VIBO VALENTIA È stata assolta per non aver commesso il fatto Anita Jarzebowska, la donna polacca di 38 anni accusata dell`omicidio del convivente Giovanni Lo Piccolo, di 48 anni, di Vibo Valentia. La sentenza è stata pronunciata dalla corte di Appello di Catanzaro che ha ribaltato il verdetto di condanna a 10 anni emesso in primo grado dal gup di Vibo. La donna, era stata arrestata ad aprile 2011 per l`omicidio di Lo Piccolo avvenuto la sera del 25 febbraio dell`anno precedente.

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  • Occhiello La sentenza della Corte d`Appello di Catanzaro ribalta il verdetto del primo grado

CATANZARO La giunta regionale si è riunita sotto la presidenza, inizialmente, della vicepresidente Antonella Stasi e, in prosieguo, del presidente Giuseppe Scopelliti - informa una nota dell`Ufficio Stampa - con l`assistenza del dirigente generale Francesco Zoccali. Su proposta dell`assessore alla Cultura Mario Caligiuri, è stato approvato, nell`ambito del progetto "Pitagora mondus" l`accordo di programma tra la Calabria, l`Iraq e la Liberia, finalizzato alla promozione di attività di cooperazione internazionale negli ambienti dell`istruzione e della formazione negli istituti secondari superiori della Calabria. L`esecutivo, su proposta dell`Assessore all`Ambiente Francesco Pugliano, ha approvato il programma di finanziamenti per il miglioramento della qualità dell`aria attraverso l`andamento del trasporto pubblico locale. È stata approvata anche, su proposta dell`assessore all`Urbanistica, Alfonso Dattolo, una proposta di legge, che passa ora all`esame del consiglio regionale, inerente le norme in materia di intervento sostitutivo regionale. Su proposta dell`assessore ai Lavori pubblici, Giuseppe Gentile, è stato deliberata l`approvazione del Piano di vendita formulato dal Comune di Sorianello che prevede la cessione di venti alloggi appartenenti al patrimonio dell`ente. Infine, su proposta dell`assessore all`Agricoltura, Michele Trematerra, è stata deliberata l`individuazione e l`istituzione del "distretto rurale del Reventino"». (0030)

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  • Occhiello È stata approvata anche, su proposta dell`assessore all`Urbanistica, Alfonso Dattolo, una proposta di legge, che passa ora all`esame del consiglio regionale, inerente le norme in materia di intervento sostitutivo regionale

L`incursione di Anonymous nei file della Regione Calabria ha fatto finire in Rete alcuni file in possesso del governatore Scopelliti, sollevando dubbi sul perché avesse sul proprio desktop stralci di un documento riservatissimo della Direzione investigativa antimafia. In ogni caso, il blitz dei pirati del web ha svelato quanto sia facile per un hacker esperto infilarsi nei pc del Palazzo e trarne documenti. Eppure la Regione cerca di difendersi da certi pericoli, evidentemente senza risultati davvero apprezzabili.
Il tentativo è riassunto in un decreto del 27 maggio 2013, con il quale gli uffici hanno deciso di dare continuità ai «servizi di connettività e sicurezza tra la Regione Calabria e la società Pathnet di Telecom Italia». Telecom si occupa della questione perché ha vinto una gara bandita a livello nazionale dalla Consip, società del ministero dell`Economia che offre consulenza, assistenza e supporto alle amministrazioni pubbliche per l`acquisto di beni e servizi. La Regione si appoggia alla Consip e, di conseguenza, si avvale del lavoro dell`azienda di telefonia. Che si prenderà cura della rete regionale dei computer per altri 24 mesi. Il contratto riguarda l`utilizzo della posta elettronica, della posta certificata, le pubblicazioni del portale istituzionale, l`accesso dalle postazioni degli uffici alla navigazione internet e i collegamenti interni con i portali di altre pubbliche amministrazioni. Un lavoro per il quale la Regione ha recentemente stilato un piano dei fabbisogni. In due atti: uno per i servizi di connettività di una serie di uffici dislocati su tutto il territorio regionale al costo di circa 39mila euro mensili) e l`altro per i servizi di sicurezza. Che costano alla collettività più di 14 mila euro al mese. Oltre 150mila euro all`anno che non hanno “schermato” i computer degli uffici.
Per gli attivisti di Anonymous quella pubblicata è soltanto una parte dei file prelevati dai computer della Regione. Gli hard disk potrebbero finire di nuovo sotto attacco. Le difese costruite costano, ma non riescono a fermare i pirati del web. (0020)

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  • Occhiello Il contratto per la sicurezza porta via alle casse regionali più di 150mila euro all`anno. E i risultati non sono eccelsi, visto il furto dei file dal pc del governatore
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