Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Martedì, 12 Novembre 2013

REGGIO CALABRIA Vent’anni di reclusione: è questa la pena inflitta dal gup di Reggio Calabria, Barbara Bennato, a Bruna Navella, la donna accusata di contribuito all’omicidio di Nezha Belakhdar, cinquantenne di origine marocchina, uccisa a Reggio da tre coltellate al termine di una rissa scoppiata per futili motivi. Una storia di ordinaria barbarie ricostruita dai carabinieri del Nucleo radiomobile, quella notte del 16 marzo immediatamente intervenuti nel rione Marconi di Reggio Calabria - il blocco di case popolari al confine tra viale Europa e il quartiere di Sbarre, alla periferia sud della città – dove una furibonda lite iniziata per alcuni vecchi mobili abbandonati a pochi metri da un palazzo è degenerata in tragedia. Dopo l’ennesimo, furibondo scontro con la vicina, Bruna Navella e il nipote Attilio Oliva, si scagliano contro Nezha Belakhdar. Ma Attilio Oliva ha un coltello e nel giro di pochi attimi la cinquantenne di origine marocchina finirà a terra agonizzante. Immediatamente ammanettati dai carabinieri del Nucleo radiomobile e formalmente incriminati nel giro di poche ore, Navella e Oliva hanno deciso di affrontare il giudizio con rito differenti. Di fronte al Tribunale, sarà giudicato con rito ordinario il ragazzo accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio, mentre la Navella ha deciso di affrontare il procedimento con rito abbreviato anche in ragione di una precedente favorevole sentenza del Tribunale della libertà. Secondo il giudice del Riesame, intervenuto sulla vicenda prima che il procedimento approdasse davanti al gup, la Navella – difesa dall’avvocato Vincenzina Leone - non sarebbe stata a conoscenza delle intenzioni del nipote. Escludendo anche il concorso anomalo nell’omicidio di Nezha Belakhdar, il giudice Leonardo aveva infatti affermato «l’assoluta estemporaneità della condotta criminosa e la carenza di prove circa il fatto che la Navella sapesse della disponibilità di un coltello da parte del nipote». Tutti motivi per i quali – secondo il giudice che all’epoca aveva disposto la scarcerazione della Navella – «deve pertanto escludersi qualsivoglia prevedibilità in astratto e in concreto della degenerazione in omicidio della rissa cui hanno partecipato Navella e Oliva». Argomentazioni che non sembrano aver convinto il giudice dell’udienza preliminare, che nel disporre il giudizio abbreviato, ha vincolato la propria decisione all’audizione dei due militari intervenuti quella notte sul posto per sedare la rissa, degenerata in tragedia. Stando a quanto messo a verbale dai militari, quel 16 marzo zia e nipote si sarebbero scambiati un’occhiata e qualche segno di intesa prima di scagliarsi sulla donna. Elementi considerati troppo generici dal giudice Leonardo per affermare il concorso della donna nell’omicidio della cinquantenne di origine marocchina, ma che invece sembrano fondamentali per il gup Bennato, che ha condannato la Navella a vent’anni di reclusione. Ma per la donna – che in ordinario deve affrontare anche l’accusa di rissa – i guai non sono finiti. Contro la sua scarcerazione, la Procura ha infatti disposto il ricorso in Cassazione, chiedendo l’annullamento del provvedimento del Tdl. (0050)

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  • Occhiello Bruna Navella dovrà scontare 20 anni di carcere per la morte di Nezha Belakhdar, uccisa a Reggio al termine di una rissa. Imputato anche il nipote di Navella, che ha scelto il rito abbreviato, accusato di essere l`esecutore materiale dell`omicidio

VIBO VALENTIA Due individui, spacciatisi per carabinieri, hanno rapinato nel Vibonese un pensionato che si trovava alla guida della sua autovettura. E` successo sulla strada che collega San Calogero alla contrada "Casalello" dello stesso comune. La Fiat Uno di G.M., 67 anni, di San Calogero, è stata affiancata da due individui a bordo di una Fiat Panda che hanno costretto il pensionato a fermarsi. Qualificandosi come carabinieri, i due individui hanno fatto scendere dall`auto il pensionato, spiegando di dover effettuare una perquisizione dell`autovettura alla ricerca di armi. Una volta però aperto lo sportello, il pensionato è stato malmenato e scaraventato a terra dopo essere stato rapinato del portafogli. Fuggiti a gran velocità dalla zona, i due individui sono tuttora ricercati dai militari dell`Arma della Stazione di San Calogero. Il pensionato ha riportato contusioni ad un braccio e a una gamba. Anche in passato nella stessa zona si sono verificate rapine ai danni di automobilisti con le medesime modalità. (0050)

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  • Occhiello A San Calogero un 67enne è stato affiancato da due finti militari, che con la scusa di una perquisizione lo hanno aggredito e privato del portafogli. I malviventi sono ricercati dalle forze dell`ordine

MILANO Il pm della Dda di Milano Giuseppe D`Amico ha chiesto la condanna a 16 anni di carcere per Alessandro Gugliotta, uno dei presunti affiliati alla `ndrangheta che, secondo l`accusa, avrebbero partecipato alla ``raccolta`` dei voti per le Regionali del 2010 a favore dell`ex assessore regionale lombardo Domenico Zambetti, arrestato nell`ottobre del 2012 con le accuse di voto di scambio, corruzione e concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi per tutto il giorno, infatti, è andato avanti il procedimento, davanti al gup di Milano Andrea Ghinetti, nel quale sono imputate circa quindici persone. Alcuni imputati, come Gugliotta, hanno scelto il processo con rito abbreviato. Altri, invece - come Zambetti, il presunto boss Eugenio Costantino, l`ex sindaco di Sedriano (Comune recentemente sciolto per infiltrazioni mafiose) Alfredo Celeste e Ambrogio Crespi, fratello del noto sondaggista - sono in fase di udienza preliminare. Per loro, dunque, il gup dovrà decidere se accogliere o meno la richiesta di processo già ribadita in aula dal pm nelle scorse udienze. Oggi hanno parlato anche i difensori di Zambetti, gli avvocati Oreste Dominioni e Corrado Limentani, e di Costantino. L`ex assessore si è sempre difeso sostenendo di non aver mai comprato i voti delle cosche, ma anzi di aver subìto minacce e di essere stato costretto a pagare e a fare promesse e favori. Gugliotta, difeso dal legale Maria Teresa Zampogna, è accusato di associazione mafiosa e sequestro di persona a scopo di estorsione. Secondo il pm, avrebbe anche partecipato all`«attività di inquinamento elettorale-politico». Alla prossima udienza, fissata per il 3 dicembre, il pm formulerà le richieste di condanna per altri imputati e poi parleranno le difese. In un altro filone del procedimento poi, sempre davanti al gup Ghinetti, il pm ha già chiesto la condanna a 14 anni di carcere per Giuseppe D`Agostino, presunto boss ritenuto uno dei referenti dell`ex assessore Zambetti. Prossima udienza il 26 novembre. (0050)

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  • Occhiello Il pm di Milano ha chiesto la condanna per Alessandro Gugliotta, affiliato alle cosche calabresi, che avrebbe partecipato alla raccolta di consensi elettorali per l`ex assessore regionale

REGGIO CALABRIA La Procura di Reggio Calabria ha chiesto trent`anni di reclusione per Bruno Stilo e per il nipote Fortunato Pennestrì per l`assassinio di Angela Costantino, la moglie del boss Pietro Lo Giudice, scomparsa senza lasciare traccia il 16 marzo del 1994. Secondo la ricostruzione del pm Sara Ombra, che ha sostenuto l’accusa in dibattimento, sarebbero stati rispettivamente il mandante e l’esecutore materiale di quell’omicidio scoperto a distanza di quasi vent’anni grazie alle rivelazioni del pentito Maurizio Lo Giudice. Bruno Stilo è lo zio del marito della donna.
Sposata giovanissima a Pietro Lo Giudice, Angela era solo una ragazza che a 25 anni, già madre di quattro figli e vedova bianca di un boss in galera, aveva pensato – è la ricostruzione degli inquirenti – di poter vivere un`altra vita. O anche solo di strappare alla sua quotidianità di moglie, cognata e parente di "uomo d`onore", dei momenti di felicità con un altro uomo capitato per caso nella sua vita. Un uomo con il quale Angela aveva deciso – o molto più probabilmente con il quale era capitato – di fare un figlio. Ma il marito era già da troppo tempo in galera e quella gravidanza non era giustificabile in nessun modo. Per la famiglia – che nel caso di Angela, come di tutte le donne di `ndrangheta, va molto oltre quella anagrafica e diventa un grumo di sangue, parentele e "rispetti" che ti soffoca e ti attanaglia – è un marchio di infamia, una manifestazione di debolezza, un segno di resa. Come matrimoni e fidanzamenti sanciscono alleanze fra clan, un figlio è per la famiglia – tutta la famiglia – un progetto di futuro mantenimento del potere. Un`assicurazione sulla perpetuazione stessa del clan. Per questo un figlio illegittimo, per un boss è un segno di resa, il segnale che può essere tradito, colpito. Espropriata del diritto di decidere della sua stessa vita, del suo stesso corpo, Angela china la testa. Obbedisce. Si disfa di quel figlio che forse è capitato, o forse voleva, ma che in ogni caso era suo – suo e di un altro uomo – e sul destino del quale le è stata negata qualsiasi facoltà di scelta. Ma – prosegue la ricostruzione della Procura – al clan non basta. Le notizie corrono, le voci girano e Angela è diventata, lei stessa, un marchio di infamia. Che deve essere cancellato in nome di un distorto concetto di onore, di cui le `ndrine si riempiono la bocca, ma che calpestano quotidianamente sotto le suole. In due strangolano una donna indifesa, in sei contribuiscono a occultarne il cadavere e il delitto, un`intera famiglia sa e nasconde per quasi vent`anni. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti grazie alle rivelazioni dei pentiti del clan Lo Giudice – Maurizio prima, Nino il "Nano" poi – come di altri collaboratori di giustizia come l’ex capolocale di Gallico, Paolo Iannò, Angela sarebbe stata sorpresa in casa da Natino Pennestrì, all’epoca appena diciannovenne. Su mandato dello zio, l’avrebbe strangolata e insieme avrebbero fatto sparire il corpo, mai più ritrovato. Di lei rimarrà solo l’auto, fatta ritrovare a pochi giorni dalla scomparsa a Villa San Giovanni. All’interno, saranno opportunamente collocate anche le ricette mediche del Servizio salute mentale che serviranno per giustificare la presunta depressione che – secondo le versioni fornite all’epoca dai familiari – avrebbe spinto la donna ad allontanarsi. Una versione di comodo durata vent’anni, ma su cui oggi il Tribunale reggino è chiamato a fare luce. (0050)

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  • Occhiello La Procura di Reggio ha chiesto la condanna di Bruno Stilo e Fortunato Pennestrì, accusati di aver ucciso la moglie del boss Pietro Lo Giudice. La donna sarebbe stata strangolata e il suo corpo fatto sparire

CASSANO ALLO JONIO Registra una prima, importante tappa l`inchiesta della Procura della Repubblica di Castrovilari sulle responsabilità connesse all`esondazione del fiume Crati che il 18 gennaio scorso provocò l`allagamento dell`area archeologica di Sibari, con danni rilevanti, visibili ancora oggi, per uno dei siti storici più importanti del Paese. Il pm titolare dell`inchiesta ha emesso 40 avvisi di proroga delle indagini, che si traducono di fatto in avvisi di garanzia, nei confronti di altrettante persone che si sarebbero rese responsabili, a vario titolo, dai mancati controlli che avrebbero provocato l`esondazione del Crati e il conseguente allagamento dell`area archeologica. Tra quanti hanno ricevuto gli avvisi di garanzia ci sono la direttrice del museo archeologico della Sibaritide, Silvana Luppino, e l`attuale sindaco di Cassano allo Jonio, di cui Sibari è una frazione, Giovanni Papasso. Con loro sono indagati, tra gli altri, due ex sindaci di Cassano, Gianluca Gallo, attuale consigliere regionale della Calabria, e Domenico Lione. Indagati anche il commissario straordinario per l`emergenza idrogeologica della Regione Calabria, Domenico Percolla; due funzionari della Provincia di Cosenza, settore Difesa del suolo e Protezione civile; uno dell`Autorità di Bacino regionale; alcuni funzionari e dipendenti dell`ex Afor, l`azienda per la forestazione della Calabria; i proprietari dei terreni attigui all`area archeologica che avrebbero impiantato agrumeti che, essendo disposti in filare, hanno amplificato, secondo l`accusa, le conseguenze dell`esondazione. Gli avvisi riguardano, inoltre, altre persone che avrebbero effettuato la stessa operazione in terreni demaniali confinanti con il fiume Crati. I reati ipotizzati a carico degli indagati sono omissione di atti d`ufficio, danneggiamento colposo, invasione di terreni, danneggiamento di beni culturali e realizzazione di opere in assenza di autorizzazione. Gli avvisi di proroga delle indagini si basano sulle informative di reato redatte dai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza e del Nucleo tutela patrimonio artistico, che hanno compiuto una lunga serie di sopralluoghi ed accertamenti nell`area interessata dall`allagamento. Secondo quanto è emerso dall`attività investigativa, gli indagati si sarebbero resi responsabili della mancata attuazione degli interventi per evitare l`esondazione del fiume Crati malgrado fosse stato segnalato un danneggiamento dell`argine per circa sette metri. (0050)

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  • Occhiello Assieme all`attuale sindaco di Cassano allo Jonio, Gianni Papasso, sono indagati due suoi predecessori, Gianluca Gallo, attuale consigliere regionale della Calabria, e Domenico Lione. Tra gli altri anche la direttrice del museo Silvana Luppino e il commissario per l`emergenza idrogeologica della Regione Domenico Percolla

PALMI (REGGIO CALABRIA) «Di seguito alle notizie di oggi, comunico che a tutela della immagine della mia famiglia e della Città ho rassegnato le mie irrevocabili dimissioni da assessore del Comune di Palmi, rimettendo ogni incarico nelle mani del Sindaco». Lo afferma in una nota Giuseppe Mattiani, nipote dell`omonimo imprenditore al quale stamane sono stati sequestrati beni per 150 milioni di euro.
«Preciso, inoltre, che sin dal mese di agosto scorso – aggiunge – mi ero autosospeso da ogni incarico politico-amministrativo, formalizzando tale scelta durante la prima seduta di consiglio comunale del mese di settembre. Preciso infine che a seguito di tale scelta, sin da allora non ho percepito alcuna indennità di carica. Ripongo fiducia nella Giustizia, confidando che la vicenda possa risolversi al più presto e nel migliore dei modi».
L`amministrazione comunale di Palmi, è scritto in una nota, «prende atto della sensibilità espressa da Giuseppe Mattiani e della sua decisione di rassegnare le dimissioni da ogni incarico politico amministrativo. Si tratta di quella stessa sensibilità dimostrata da Giuseppe Mattiani sin dai primi giorni di agosto scorso, quando si era allontanato dall`attività di Giunta al fine di evitare strumentalizzazioni. Per come era stato anticipato nei mesi scorsi, in presenza di nuove vicende, Mattiani ha agito con coerenza e consequenzialità. L`amministrazione comunica, infine, che a breve la maggioranza si riunirà per riorganizzare le attività dell`ente». (0020)

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  • Occhiello Si era già autosospeso nell`agosto scorso: «Lo faccio per tutelare l`immagine della mia famiglia e della città»

ROMA L`Ufficio Referendum della Cassazione ha dichiarato «l`ammissibilità» del referendum chiesto da nove Consigli regionali per abrogare la riforma della geografia giudiziaria che ha tagliato mille tribunali. Ora la parola passa alla Corte costituzionale per l`ulteriore vaglio del quesito. L`Ufficio del Referendum è presieduto dal giudice Corrado Carnevale che stamani ha deliberato il via libera all`ammissibilità del quesito. La Regione Abruzzo è stata la capofila della richiesta referendaria sottoscritta da altri consigli regionali. Il referendum contro la nuova geografia giudiziaria è il primo, nella storia repubblicana, che viene proposto attraverso l`iniziativa delle Regioni. L`articolo 75 della Costituzione prevede infatti che proposte di referendum possono essere presentate con 500mila sottoscrizioni raccolte tra i cittadini, oppure su istanza di almeno 5 consigli regionali. A rivolgersi alla Cassazione erano stati, a seguito di apposite delibere, i consigli regionali di Puglia, Calabria, Basilicata, Friuli, Piemonte, Abruzzo, Liguria, Campania e Marche. Infatti, il consiglio regionale della Calabria lo scorso 23 settembre ha approvato la proposta della consultazione popolare per cercare di salvare il Tribunale di Rossano che, in base al decreto legislativo 155, dovrebbe essere accorpato a quello di Castrovillari. (0050)

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  • Occhiello Il consiglio regionale della Calabria lo scorso 23 settembre ha approvato la proposta della consultazione popolare per cercare di salvare il Tribunale di Rossano

REGGIO CALABRIA «La condizione dei precari è difficile da un punto di vista economico, indegna per quanto attiene alle garanzie che dovrebbero essere connesse allo svolgimento di importanti mansioni lavorative all`interno di enti pubblici, inqualificabile con riferimento alla sua genesi ed al carico di aspettative e speranze di stabilità deluse per tanto, troppo tempo». È quanto si afferma in un documento sottoscritto dai capigruppo di maggioranza alla Regione. «Ogni tipo di speculazione, sia essa politica o di qualsiasi genere - sostengono Gianpaolo Chiappetta (Pdl), Ottavio Gaetano Bruni (Udc), Alfonsino Grillo (Scopelliti Presidente) e Giulio Serra (Insieme per la Calabria - Scopelliti Presidente) - è per tali ragioni assolutamente inaccettabile. Non si può continuare, in Calabria, con approcci che pur di raccattare qualche consenso, a dispetto della verità, del dimostrato impegno, della sollecitudine costante, cercano di addossare colpe, ritardi e responsabilità a chi governa. È un tema cosi delicato che non è ammissibile la strumentalizzazione forzata e l`atteggiamento di chi diffonde la calunnia sperando che questa aumenti d`intensità con la forza della disperazione e del bisogno ed in fondo si traduca poi in verità magari utile elettoralmente. La Regione ha fatto e sta facendo il proprio dovere con il massimo impegno pur essendo in una situazione finanziaria tragica per l`intero Paese. La convocazione di un nuovo tavolo tecnico per il precariato calabrese a Roma con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi, è solo l`ultimo atto di un percorso lungo. E siamo in presenza di un impegno della giunta e del dipartimento regionale al Lavoro che si palesa ulteriormente con la definizione delle convenzioni con tutti i Comuni dove sono presenti lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità».
«La copertura economica per i mesi di novembre e dicembre - prosegue il documento dei capigruppo di maggioranza - era una nostra responsabilità e la stiamo assolvendo. Il punto cruciale, come sanno bene i nostri colleghi dell`opposizione, sempre prodighi nel cercare o, nel caso in questione, nel costruire responsabilità, riguarda la concreta possibilità di stabilizzazione lavorativa ed il pieno riconoscimento di tutti i diritti previsti per chi è regolarmente e legalmente assunto. Questo punto cruciale riguarda il governo nazionale, la disponibilità di risorse certe e stabili, la deroga rispetto a quei limiti che oggi non consentirebbero a molte amministrazioni di procedere alla stabilizzazione. Scaricare responsabilità sulla Regione non è né corretto, né intellettualmente onesto. In questa occasione forse i colleghi dell`opposizione dovrebbero pensare meno ai futuri cinque anni di amministrazione regionale e tanto in piu` al futuro lavorativo e familiare di questi lavoratori». (0030)

REGGIO CALABRIA «La conclusione non soddisfa affatto l`Unione sindacale di base», ma si va avanti, con la proroga delle convenzioni per tutto il 2014 e il pagamento degli arretrati. Un risultato «decisamente parziale», accettato perché da parte della Regione è arrivato «l`impegno all`apertura di un tavolo nazionale per discutere della stabilizzazione, già il prossimo 21 novembre a Roma». Un piccolo passo in avanti che non tranquillizza del tutto. E infatti l`Usb invita «tutti i lavoratori  a mantenere lo stato di agitazione fino al 21 novembre, considerando che l’unico risultato che il nostro sindacato giudica accettabile, non è il rinnovo delle convenzioni, ma la stabilizzazione per tutti». La coda polemica nei confronti dei sindacati tradizionali resta: «L`Usb ritiene anche molto positivo l’aver costretto Cgil, Cisl e Uil a non fermarsi alle vaghe promesse iniziali, ma di averle costrette ad accettare la nostra presenza al tavolo e a subire la determinazione del nostro sindacato che ha imposto un confronto vero, aspro e senza mediazioni al ribasso».
I duemila precari, adesso, tornano a casa. Ma non devono «asciare decantare l’accordo, ma spingere perché gli impegni assunti vengano mantenuti. A noi interessa ridare dignità e futuro ai lavoratori costretti ad anni ed anni di lavoro nero legalizzato e ciò significa una sola cosa: stabilizzare tutti quanti». (0020)

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  • Occhiello Mentre i precari abbandonano il presidio, l`Usb invita a mantenere lo stato d`agitazione fino al 21 novembre
Martedì, 12 Novembre 2013 19:42

Ampliamento del Museo di Reggio, gara revocata

REGGIO CALABRIA A qualche giorno dalla sollecitazione arrivata da Roma, sull`ampliamento del Museo di Reggio la Regione è costretta ad allinearsi agli indirizzi del ministero dei Beni culturali: stamattina, infatti, nel corso di un incontro tra il segretario generale del MiBac Antonia Pasqua Recchia e l’assessore regionale alla Cultura Mario Caligiuri si è deciso «di rivedere il progetto di ampliamento del Museo e, pertanto, di revocare la gara in essere – si legge in un comunicato della giunta regionale –. La nuova soluzione progettuale, da realizzarsi in tempi necessariamente serrati e sulla quale si aprirà il confronto con la cittadinanza, riguarderà la riqualificazione di Piazza De Nava e la sua integrazione con lo spazio antistante al museo. I fondi, già destinati al progetto, verranno integralmente utilizzati a questo scopo e per garantire gli spazi necessari alla piena funzionalità del museo, rispettando i tempi previsti dal finanziamento».
Alla riunione sul completamento del Museo archeologico nazionale reggino, che si è tenuta nella sede del consiglio regionale di Reggio Calabria, hanno partecipato anche il capo della segreteria del ministro dei Beni culturali Simone Silvi, il direttore dei Beni culturali della Calabria Francesco Prosperetti, il progettista del restauro di Palazzo “Piacentini” Paolo Desideri e il delegato della commissione prefettizia del Comune di Reggio Calabria Emilio Minasi.
Nei giorni scorsi era arrivata la comunicazione ufficiale indirizzata dalla Recchia al direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria Prosperetti: richiedeva senza mezzi termini la sospensione immediata della gara bandita in relazione ai lavori di ampliamento del Museo di Reggio Calabria che andavano ad incidere pesantemente sul tessuto urbano e sull`aspetto paesaggistico con la messa a rischio dell`assetto idrogeologico, dei beni archeologici e delle attività commerciali incidenti sull`area di piazza De Nava. Insomma, innegabile un «impatto negativo sulla città di Reggio Calabria e sull`intera regione – commentavano i grillini della città dello Stretto – mentre a loro dire Prosperetti «mirava a tranquillizzare palesando una “situazione oramai normalizzata”, riferendosi ovviamente alle numerose proteste provenienti dal M5S e dalle associazioni culturali cittadine. Sempre dalla missiva – notava il M5S reggino – emerge che le criticità dell`intervento erano ben note e anzitempo più volte manifestate al dottor Prosperetti, da molto tempo prima che giungesse la missiva del Governatore Scopelliti indirizzata ai ministri Bray e Trigilia. Istanze quindi che non possono che essere venute dal territorio, visto che il nostro governatore solo da poco si è interessato della vicenda. Dato che, come afferma il governatore, “le istituzioni hanno peso quando esercitano le loro funzioni” ci chiediamo perché le amministrazioni “scopellitiane” non abbiano esercitato le loro funzioni in passato ed hanno anzi sospinto il dottor Prosperetti e il suo progetto di ampliamento». Un progetto che oggi ha avuto la ratifica di uno stop che tranquillizzerà non solo i grillini, ma anche le associazioni e la società civile di Reggio. (0070)

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  • Occhiello Dietrofront della Regione: nei giorni scorsi il MiBac ne aveva chiesto la sospensione immediata, visto l`impatto negativo su piazza De Nava
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