Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Giovedì, 14 Novembre 2013
Venerdì, 15 Novembre 2013 00:00

Marlane, la Marzotto pagherà un risarcimento

PRAIA A MARE Potrebbe essere formalizzato già oggi in Tribunale a Paola l`accordo raggiunto tra i legali della Marzotto e quelli delle parti civili che prevede un risarcimento tombale per i presunti danni cagionati agli operai della Marlane. La firma tra le parti è stata raggiunto nelle scorse ore e riguarderà 180 persone tra lavoratori e familiari degli operai dell`ex fabbrica tessile della cittadina del Tirreno cosentino.
In particolare, l`accordo consisterebbe nel pagamento da parte dell`azienda tessile di Valdagno – proprietaria dell`ex stabilimento praiese – di trentamila euro per ogni membro della famiglia dell`operaio deceduto o singolo lavoratore superstite. A fronte di queste somme tutti i sottoscrittori dell`accordo si dovranno ritirare dal processo in corso al Tribunale di Paola che ha messo alla sbarra i vertici e dirigenti dell`ex stabilimento Marlane.
Si tratta di 13 imputati accusati di omicidio colposo plurimo e di aver cagionato, a vario titolo, un disastro ambientale in quest`area. Un accordo – fortemente voluto dall`azienda – che in questo modo ha portato a casa il risultato di non avere più la pressione dei familiari degli operai deceduti e dei superstiti nelle prossime udienze. Resteranno, invece, ancora presenti le associazioni, i sindacati e gli enti che si sono costituiti parte civile. Visto che l`accordo ha riguardato solo i parenti degli operai morti e gli ex lavoratori.
Le trattative, in corso da diverso tempo, sono state avviate dai legali dell`azienda tessile veneta. A convincere i lavoratori e i parenti degli operai morti in quella che in molti hanno definito una fabbrica della morte, il timore di dover pagare anche cospicue parcelle per le spese legate al processo. Soprattutto se l`esito dovesse essere negativo. Un`eventualità divenuta ancor più probabile dopo la sentenza emessa dalla Corte di cassazione che ha annullato il risarcimento danni a favore di Luigi Pacchiano, uno degli ex operai dello stabilimento, che dopo aver contratto un tumore alla vescica aveva intento causa contro la Marzotto ottenendo nei due gradi di giudizio un cospicuo risarcimento.
Una decisione ribaltata dalla Suprema corte che ha accolto, viceversa, il ricorso della società proprietaria dell`ex stabilimento praiese e rinviato la vicenda alla Corte d`appello di Potenza anche per decidere le spese del giudizio. Una scelta, quella di accettare un risarcimento, che comunque vada suona per tanti come una beffa. Dato che dietro tutta questa vicenda potrebbe celarsi un possibile avvelenamento del territorio ma soprattutto uno dei casi più eclatanti di morti bianche in fabbrica per l`alto numero di decessi registrati da tumore. Un dubbio che dovrà essere sciolto dal Tribunale di Paola dove il processo penale non si è arrestato. (0090)

 

Roberto De Santo

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  • Occhiello

    L`accordo raggiunto tra i legali dell`azienda tessile riguarderà solo i lavoratori e i familiari degli operai deceduti che si erano costituiti parte civile nel processo sul presunto avvelenamento della fabbrica praiese

REGGIO CALABRIA «La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato scoprire che non venivano pagati anche i lavori per i quali esistevano fondi a destinazione vincolata e che venivano utilizzati per altro. All’inizio si trattava solo di un sospetto, poi abbiamo avuto la conferma. E non è stato difficile verificarlo. Bastava chiamare la Cassa depositi e prestiti e comunicare il codice e la pratica per avere il numero del mandato e la valuta. Poi andavamo al Comune con quei dati,  ma la Fallara ci diceva che quei fondi non erano disponibili. Una prassi che non ha mai riguardato altri enti». C’è l’indignazione e la rabbia di anni passati ad ascoltare scuse e pretesti, mentre i crediti si accumulano e le imprese reggine annaspano, nelle parole del presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea, chiamato a testimoniare al processo Fallara in qualità di presidente dell’Ance e – soprattutto dal 2008 in poi – portavoce e alfiere dei costruttori della città messi in ginocchio dai mancati versamenti del Comune.

Cuzzocrea: il sindaco sapeva
Una situazione – dice Cuzzocrea in aula, rispondendo alle domande del pm Sara Ombra – di cui il sindaco Scopelliti – imputato per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico, insieme ai revisori dei conti dell’epoca, accusati però di solo falso – era a conoscenza. «Abbiamo prospettato la questione sia alla dirigente sia al sindaco Scopelliti, sia al direttore generale, mentre le aziende finivano sul lastrico». E – chiarisce l’attuale numero uno di Confindustria – queste informazioni non sono state comunicate al primo cittadino dell’epoca solo in un’occasione.  «Ricordo diverse riunioni a palazzo San Giorgio con il sindaco, con la Fallara e altri. Abbiamo cercato di trovare soluzioni ai problemi per via diplomatica ma senza arrivare concretamente a nulla. Abbiamo anche proposto piani di rientro o cessioni del credito ma non se ne fece mai nulla». Durante quelle riunioni i costruttori reggini non si limitavano semplicemente a comunicare a Scopelliti le difficoltà degli imprenditori, tanto meno a proporre soluzioni. Facevano accuse precise. «Quando noi dicevamo che le somme vincolate erano state trasmesse, la Fallara, quando ci riceveva, si limitava a rispondere che c’erano esigenze di cassa immediate – aggiunge Cuzzocrea, su specifica domanda della presidente del Tribunale Olga Tarzia –. Ne abbiamo parlato anche con Scopelliti, che quando ci incontrava, chiamava sempre la Fallara, ma non le ha mai chiesto spiegazioni».

Il dramma dei costruttori
Parole pesanti che sembrano confermare l’accusa – alla base del processo che oggi lo vede imputato – secondo cui l’allora sindaco non poteva non essere a conoscenza degli artifizi contabili che hanno scavato un cratere di 117 milioni di euro nei bilanci del Comune e oggi si tenta di attribuire solo alla potentissima dirigente del settore Ragioneria dell’epoca, Orsola Fallara. Un cratere di bilancio che ha fagocitato anche i soldi destinati agli imprenditori che per il Comune hanno lavorato negli anni in cui il governo del “Modello Reggio” prometteva di riempire la città di faraoniche opere pubbliche. Che in larga parte attendono ancora di essere pagate. Ritardi non indolori per l’imprenditoria reggina, strozzata da debiti e impegni contratti per iniziare, a volte senza neanche riuscire a portare a termine proprio per mancanza di fondi, i lavori voluti da Palazzo San Giorgio. Una situazione che conosce bene Vito Lo Cicero, uno dei costruttori che più ha patito l’insolvenza del Comune. Ha promosso azioni legali, fatto decreti ingiuntivi, è arrivato a pignorare persino lo storico hotel Miramare pur di recuperare almeno parte delle somme dovute. «Sapevo che pur pignorando il Miramare non avrei mai potuto recuperare quello che mi spettava dalla vendita, ma volevo fare un’azione dimostrativa».

La battaglia di Lo Cicero
C’è tutta la rabbia di un uomo che ha visto la propria impresa arrivare sull’orlo del fallimento per i mancati pagamenti – quasi  1,5 milioni e mezzo di euro – e per salvarla ha lottato con le unghie e con i denti. «Dal 2009 al 2011 sono stati anni terribili. E non è una situazione che riguarda solo me, ma tutta l’imprenditoria reggina». Una situazione che il costruttore ha denunciato in Procura, discusso più volte con esponenti politici di tutte le correnti, ma soprattutto che è stata oggetto di «scontri feroci» con la Fallara. Anche perché Lo Cicero è uno degli imprenditori che ha sperimentato sulla propria pelle la frustrazione data dalla scoperta che le somme vincolate che la Cassa Depositi e prestiti aveva trasmesso per dare respiro agli imprenditor venivano destinate ad altro. Un’informazione confermata anche da alcuni funzionari del settore Bilancio che lavoravano con la Fallara gomito a gomito, ma di cui l’imprenditore non riesce a ricordare il nome. «Andavo in Ragioneria dalla dottoressa Fallara o da qualche suo collaboratore chiedendo di essere pagato perché sapevo che era in arrivo un pagamento e mi dicevano che i soldi non c’erano». Una situazione che non riguardava solo lui – ricorda Lo Cicero – ma moltissimi altri imprenditori. «Quelle poche ore e poche volte che riceveva, davanti all’ufficio della Fallara c’era la questua».

Lo Cicero, Scopelliti e gli 11 milioni destinati alle fiumare
Ma la potentissima burocrate non era l’unica ad essere a conoscenza della situazione. Lo stesso Scopelliti ha presenziato – anche dopo l’elezione a governatore – a diverse iniziative pubbliche organizzate dai costruttori della città. «Si facevano spesso riunioni con i politici, che più di tutto cercavano di convincere la classe imprenditoriale a non fare decreti ingiuntivi. Una volta c’era anche il governatore che ci disse che dovevano arrivare 11 milioni di euro per le fiumare che si potevano stornare a favore delle imprese. Un’altra volta invece, hanno parlato di cinque milioni di euro in arrivo dallo Stato. Ma cosa dovevano pagare con 5 milioni se c’era uno sfracello di debiti?». Difficoltà dunque pubblicamente note – a dispetto di quanto più volte dichiarato dai responsabili politici dell’epoca, che chiamati a testimoniare solo su insistenza del pm Ombra e della presidente Tarzia hanno vagamente ammesso qualche «difficoltà di cassa» – e di cui Scopelliti e la Fallara erano stati ripetutamente informati. Erano loro – insieme al dg Zoccali – i personaggi cui gli imprenditori – singolarmente o come categoria – si rivolgevano per esigere quanto dovuto. Gli assessori al Bilancio no. Una circostanza curiosa, che è lo stesso presidente di Confindustria a spiegare: «All’epoca in cui presiedevo l’Ance, abbiamo parlato più volte con il sindaco Scopelliti, mentre non lo abbiamo mai fatto con l’assessore di turno, perché era perfettamente inutile. Il vero dominus dell’assessorato era la dirigente Fallara».

Gli assessori fantasma
Carattere forte, secondo alcuni addirittura rissoso, nei racconti dei più Orsola Fallara non ammetteva che nessuno mettesse bocca, penna o testa sui “suoi” bilanci. O almeno questo è quanto emerso dal lungo dibattimento. Non dello stesso avviso è stato il primo assessore dell’era Scopelliti, l’ex funzionario del ministero delle Finanze eletto al Comune in quota Forza Italia, Pasquale Veneziano, costretto a coabitare con quella dirigente che – per sua stessa ammissione – «aveva l’abitudine di prevaricare il proprio ruolo». Tuttavia – rivendica – «alla fine io riuscivo a impormi e a agire nella legalità e nella regolarità, io portavo le delibere in commissione, quindi predisponevo quello che era giusto e lo portavo al sindaco e al segretario comunale». Un andazzo che fra liti feroci e scontri, non è durato oltre due anni e mezzo. «C’è stato un rimpasto di Giunta e per accordi fra i partiti sono stato spostato alla Cultura, perché pensavano potessi far bene anche in quel settore perché ho un grande amore per la cultura. Avevo tante idee e volevo prendere questo assessorato». Nonostante abbia rivendicato con orgoglio di essere stato nell’esecutivo di Forza Italia, Veneziano – resistendo alle ripetute domande del pm Ombra – afferma di non sapere per quale motivo sia stato defenestrato. Più candidamente Rocco La Scala, l’ultimo assessore dell’epoca Scopelliti, ammette di aver lasciato mano libera alla dirigente perché assolutamente privo di competenza in materia. Medico di professione, chiamato all’assessorato al bilancio dal 20 agosto 2008 al 18 agosto 2010, poi anche lui approdato alla – «molto gettonata», sottolinea la presidente Tarzia - Cultura. «Quando c’erano lamentele – si limita a dire La Scala, alla testa dell’assessorato proprio negli anni in cui la protesta dei creditori infuriava – chiedevo alla dirigente e le spiegazioni mi sembravano convincenti. Ad esempio,  una volta mancavano soldi per le spese elettorali e la Fallara mi disse che c’erano difficoltà di cassa. Quando si presentavano i creditori, lei diceva che c’erano problemi di liquidità simili a tutti i Comuni d’Italia».

Guai per la tesoreria?
Ma gli artifizi contabili che hanno messo in ginocchio Palazzo San Giorgio, quasi asfissiato gli imprenditori, ma permesso per anni alla giunta del “Modello Reggio” di accumulare debiti su debiti, potrebbero oggi mettere nei guai quella filiale del Banco di Napoli che al Comune reggino fa da Tesoreria e il suo direttore, Giuseppe Callea. Stando alla perizia redatta dai consulenti della Procura, nei bilanci mancherebbero circa 39 milioni di euro relativi ai contributi dei dipendenti e ai versamenti Irpef dei professionisti. Una situazione paradossale e – almeno formalmente – impossibile. «Per me non è possibile perché per il pagamento dei dipendenti, ogni mese viene pagata ai lavoratori la parte stipendiale e i contributi vengono accantonati e versati entro il 15 del mese successivo», afferma sicuro Callea. Eppure quei 39 milioni non risultano. E sul punto, l’Agenzia delle Entrate ha anche fatto una segnalazione che ha portato la Procura ad aprire un fascicolo. Circostanze che Callea, dovrà spiegare nella prossima udienza all’esito di debite verifiche. E questa non sarà probabilmente l’unica circostanza che sarà chiamato a chiarire Agli atti dell’inchiesta ci sono infatti molti mandati di pagamento corretti, cancellati o abrasi, che – stando alla Convenzione  fra Comune e Banca – dovrebbero essere rispediti all’ente e non liquidati. Una cosa che invece – afferma la perizia – in quegli anni è puntualmente successa.

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  • Occhiello La testimonianza del presidente di Confindustria. Il dramma dei costruttori. I dubbi sulla Tesoreria del Comune
Giovedì, 14 Novembre 2013 21:31

Quindicenne tenta di strangolare la madre

BOVALINO Un ragazzo di 15 anni è stato arrestato dagli agenti del commissariato di Bovalino della polizia per estorsione e stalking nei confronti della madre e del convivente della donna. La donna ha subìto le violenze dal figlio ma non lo aveva mai denunciato anche quando l`aveva minacciata di morte con un coltello. In occasione dell`ultimo episodio il ragazzo ha tentato di strangolarla, poi è stato arrestato dalla polizia. (0050)

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  • Occhiello Un ragazzo è stato arrestato dalla polizia di Bovalino. In passato aveva anche minacciato la donna di morte con un coltello
Giovedì, 14 Novembre 2013 20:59

Processo ai Mauro alle battute finali

REGGIO CALABRIA Il processo “Cafittera” sul presunto giro di usura che avrebbe coinvolto gli industriali del caffè Antonio e Maurizio Mauro, padre e figlio, è ormai in dirittura d`arrivo. L`arringa dei difensori, cominciata ieri, si concluderà nell`udienza del prossimo 29 novembre. Già questa è una notizia: il procedimento avviato nel lontano 2005 dovrebbe arrivare all`esito del primo grado nel prossimo mese di dicembre. Quasi nove anni dopo l`inizio dell`inchiesta.
Sembrano appartenere a un secolo fa i fatti contenuti nel fascicolo, molti dei quali risalenti alla seconda metà degli anni Novanta. Fatti che la difesa dei Mauro (rappresentata dagli avvocati Fabio Schembri , Paolo Tommasini e Francesco Albanese) ha ricostruito e spiegato in oltre sei ore.
I legali degli industriali reggini hanno ripercorso le tappe dell`inchiesta “Cafittera” e del successivo processo, in cui Antonio e Maurizio Mauro hanno deciso di farsi giudicare passando dal dibattimento. «Perché è in aula che si deve formare la prova del reato – hanno più volte ribadito – e in aula verrà smontato l`intero castello accusatorio». Fondato, secondo la difesa dei Mauro, su «una serie di marchiani errori “attribuibili” alla consulenza tecnica del pubblico ministero». Anzi, alle consulenze: ben cinque, «ciascuna delle quali redatta con un differente sistema di calcolo». Imprecisioni «fin troppo evidenti» che emergerebbero dal confronto di quegli atti con la perizia del tribunale e con il successivo parere richiesto alla Banca d`Italia. Contraddizioni «non solo documentali, ma anche contenute nelle dichiarazioni rilasciate durante il processo dal consulente dell`accusa Domenico Larizza».
Nel corso dell`arringa, il collegio difensivo si è soffermato sulle «mancate verifiche della contabilità dell`azienda Mauro», presupposto considerato fondamentale per la ricostruzione dei flussi di denaro che invece sarebbe avvenuta «in maniera inesatta, anche in merito a banali operazioni di giroconto o a fatture incredibilmente scambiate per finanziamenti».
Questi ultimi ci sono stati, ha ammesso la difesa, ma «nel rispetto delle indicazioni date dalle associazioni di categoria, in termini del 4% del portafoglio dell`azienda. Su 60mila clienti, quelli che hanno acceso finanziamenti con la Mauro, nell`arco di dieci anni, sono stati solo 241 e solo ed esclusivamente nel canale commerciale legato ai contratti di fornitura ai bar». Tutto, dunque, verrebbe ricondotto alla fisiologia dei rapporti tra un`azienda di torrefazione e i suoi partner commerciali.
In quel periodo, peraltro, la Caffè Mauro viveva una fase particolarmente florida della sua storia. Un`azienda con una grande visibilità, anche a livello internazionale, e una chiara prospettiva di espansione, al punto da insidiare alcune posizioni leader del mercato italiano.
«Posto che i tassi d`interesse, correttamente calcolati, non sono mai andati oltre la soglia consentita dalla legge – hanno argomentato i difensori dei Mauro – quale ragione avrebbe potuto spingere, anche sul piano logico, degli industriali così pienamente realizzati a macchiarsi del reato d`usura?».
Sullo sfondo, i dubbi degli avvocati sull`applicazione del divieto di anatocismo a fatti verificatisi dal 1996 in avanti, «in evidente violazione del principio della irretroattività della legge penale». Questioni su cui tornerà, nell`udienza del prossimo 29 novembre, il professor Nico D`Ascola, che concluderà l`arringa. (0090)

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  • Occhiello Dopo nove anni dall`inchiesta sul presunto giro di usura, che avrebbe visto come protagonisti gli industriali del caffè, la sentenza è attesa a breve. Il prossimo 29 novembre si concluderà l`arriga dei difensori

C`è tutto l`armamentario classico dell`antisemitismo, mancano soltanto i Protocolli dei savi di Sion (ma non si sa mai). E tanto odio razziale quanto basta per infestare il web. Le perquisizioni disposte dalla polizia postale e dalla Digos di Roma nell`operazione “Stormfront II”, però, vogliono capire se c`è qualcosa in più. E cioè quanto quelle minacce – molte delle quali rivolte al sindaco di Lampedusa – siano un pericolo.
In questo quadro – che parla di commenti antisemiti e fantasiose ricostruzioni dell`emergenza lampedusana – ci sono i “contributi” di tre calabresi. I primi due finiscono nel mirino della Procura di Roma perché «mediante l`inserimento di post sul forum di Stormfront Italia, diffondevano idee fondate sulla superiorità o sull`odio razziale ed etnico e incitavano a commettere atti di violenza e/o di provocazione alla violenza, per motivi razziali etnici, nazionali o religiosi». I due sono accusati anche di «diffamazione e minaccia aggravata ai danni del sindaco di Lampedusa, Giuseppina Maria Nicolini».
Giuseppe Antonio Minici, 24enne originario di Cinquefrondi, utilizzava il nickname “Evoliano”. Per lui, quel sindaco è «una nemica della nazione» e molto peggio. Oggi, quelle frasi su “Stormfront”, fanno di lui uno dei principali indagati nell`operazione.
Gli agenti, inoltre, hanno bussato alla porta di Gabriele Carletti, alias “Italicamente”, un 65enne che, da Crotone, non lesinava commenti sferzanti: il sindaco è un «folle» e l`informazione è alterata. Per lui RaiNews24 diventa RaiJews24 (jew, tradotto dall`inglese, significa ebreo) e gli italiani rimarranno «i più etnicamente fottuti», sempre per limitare il campionario delle offese. I nick pescano dal Pantheon fascista e nazista: ci sono i soliti riferimenti a Julius Evola e al Signore degli Anelli (povero Tolkien), qualche folgore qua e là e un “nomondialismo” che è un manifesto.
E poi c`è un video, “Il nemico occulto – un documentario sulla questione ebraica”, che – secondo gli investigatori – «riproduceva immagini finalizzate ad accusare gli “ebrei” della crisi economica mondiale, indicando alcuni di loro come titolare di ruoli apicali all`interno di banche e altre istituzioni». Un punto di vista un po` retrò e un po` nazista, la cui diffusione si è tradotta in una perquisizione per Leonardo Garritano (lo ha postato sul suo canale YouTube il 7 gennaio scorso), 33enne residente a Longobardi ma originario di Vibo Valentia. Anche a casa sua, gli inquirenti hanno cercato «documenti idonei a dimostrare condotte volte ad attuare forme di discriminazioni razziali, di incitamento alla violenza e diffamatorie». (0020)

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  • Occhiello Perquisizioni a Crotone e Longobardi. E nel mirino finisce anche un 24enne originario di Cinquefrondi. Le offese al sindaco di Lampedusa e quel video che "spiega" la crisi mondiale
Giovedì, 14 Novembre 2013 19:21

Orlandino Greco: Scopelliti, che delusione

COSENZA «Ho auspicato, presidente Scopelliti, che tu avessi la capacità di compiere quelle azioni politiche di grande impatto di cui necessita da tempo la Calabria. Oggi posso affermare, con l`amarezza tipica che accompagna una delusione o una valutazione sbagliata e con esigue possibilità di essere smentito, che per quattro anni sei stato più semplicemente il presidente dei partiti, anzi di un solo partito, il Popolo delle libertà». È quanto afferma il presidente del Consiglio provinciale di Cosenza, Orlandino Greco, in una lettera aperta indirizzata al presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti. «Un`altra pagina, tra le più tristi del tuo mandato - prosegue Greco nella lettera aperta - è quella che è stata scritta nei giorni scorsi sui lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità che hanno subito una vera e propria umiliazione, l`ennesima. Cinquemila persone rischiano di rimanere senza lavoro e la Regione non è in grado di fare alcun atto concreto che possa rassicurarle rispetto al loro futuro e oltretutto non garantisce la copertura economica necessaria al pagamento di tutte le mensilità pregresse. Come a suggello di una beffa, altri segnali negativi e preoccupanti sul tema precariato sono arrivati anche dai vertici nazionali del Pdl. Basti pensare a quanto dichiarato dal capogruppo alla Camera Brunetta che da più tempo contesta apertamente il decreto D`Alia per la stabilizzazione di 120 mila precari. Tutto questo mi fa pensare, caro presidente, che non solo non sei stato il presidente di tutti i calabresi, non solo non sei stato il presidente dei partiti, ma non sei stato nemmeno il presidente di una parte politica. Perchè se fossi stato almeno il presidente per il Popolo delle libertà avresti portato sui tavoli romani, dove il Pdl rappresenta una forza di Governo, le tante questioni irrisolte che lasciano la Calabria annaspare in mezzo ad un oceano di disperazione, e non avresti avuto alcun timore a contestare apertamente chi, come l`onorevole Brunetta, discute di numeri dimenticando che dietro quelle cifre ci sono delle famiglie in difficoltà. E allora caro Presidente, prendi atto del fallimento del tuo mandato elettorale, abbi almeno l`onestà intellettuale di riconoscere quanto sia stata limitata la capacità d`azione del tuo governo regionale, abbi almeno la sensibilità politica di essere chiaro con le 5000 famiglie calabresi che vivono con l`aspettativa di un futuro che non hai saputo difendere. Caro presidente agisci in fretta, manca ancora un anno alla fine del mandato, e qualcosa da `spenderti` in campagna elettorale dovrai pure inventartela».

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  • Occhiello Lettera aperta del presidente del consiglio provinciale di Cosenza al governatore

COSENZA «Ancora una volta la Lega Nord non perde occasione per gettare fango sul Sud nel tentativo di rendere sempre più difficile e complicata la vita dei calabresi e dei meridionali». È quanto afferma, in una nota, il consigliere regionale del Pd, Carlo Guccione, dopo  aver appreso la notizia che la commissione Bilancio del Senato, impegnata in questi giorni nell`esame del disegno di legge di stabilità, ha dichiarato ammissibile un emendamento presentato dalla Lega Nord attraverso cui si chiede il pagamento di un pedaggio anche sulla Sa-Rc.
«Inutile dire – commenta Guccione – che quelle della Lega sono proposte provocatorie, cervellotiche e assurde, considerato che un eventuale pedaggio sulla Sa-Rc non solo andrebbe ulteriormente a penalizzare il Sud ed i meridionali già gravati del più alto carico fiscale d’Italia e fortemente discriminati in termini di infrastrutture, opere pubbliche e opportunità economiche e sociali rispetto al Nord, ma costringerebbe tutti gli automobilisti italiani a caricarsi di nuove tasse che andrebbero ad aggiungersi al pesante fardello di cui già sono abbondantemente gravati».
«Prima di parlare di pedaggio – prosegue il consigliere regionale del Pd –  la Lega Nord, insieme a noi, dovrebbe chiedere al governo nazionale l’erogazione immediata e urgente degli oltre tre miliardi di euro che ancora occorrono per completare un’autostrada che, prima di essere ultimata, rischia di diventare già superata ed obsoleta. È trascorso, ormai, mezzo secolo e quella che fu pomposamente definita “la grande via del traffico e del lavoro” rimane, infatti, solo un enorme cantiere a cielo aperto che rischia di non essere mai chiuso e completato perché mancano ancora 59 chilometri del tracciato complessivo che non sono mai stati progettati né finanziati ed i cui costi in dieci anni si sono praticamente raddoppiati, passando da 5,8 miliardi di euro a 10,2 miliardi di euro. Senza contare che in numerosi tratti del nuovo tracciato il limite di velocità non può superare i 90 chilometri orari, che continue ed improvvise sono ancora le segnalazioni di "lavori in corso" lungo tutto il percorso e che chi si ferma ad una stazione di servizio può direttamente verificare che quelli erogati sono i servizi peggiori d`Italia, mentre i prezzi del carburante praticati dalla compagnie petrolifere su questa tratta autostradale risultano essere almeno di cinque centesimi superiori rispetto ai prezzi praticati sulle altre autostrade italiane».
«È chiaro – conclude Guccione – che chi, come la Lega Nord, oggi propone il pagamento di un pedaggio, seppur minimo, sulla Sa-Rc è fuori dal mondo e gioca irresponsabilmente allo sfascio e alla provocazione, rischiando di innescare una reazione incontrollabile e pericolosissima nelle popolazioni meridionali, quotidianamente alle prese con la disperazione, il degrado e l’abbandono a cui i governi filo-leghisti di centrodestra negli anni passati hanno ridotto il Sud e la Calabria, depredandoli e dirottando al Nord i fondi e le risorse destinate a questa parte del Paese». (0030)

«La vicenda sottostante l`autorizzazione alla riattivazione della sezione numero 2 della centrale Enel del Mercure per la produzione di energia elettrica con utilizzo di biomasse, è rappresentativa del peggio che ha espresso negli ultimi anni il pur squallido consociativismo calabrese». Lo afferma in una nota il parlamentare del M5S, Sebastiano Barbanti. «Vittima predestinata - aggiunge - di scelte politiche scellerate (che, peraltro, non danno garanzie né sul piano della salute, né sul piano dell`ambiente, né su quello occupazionale) è, stavolta, il Parco nazionale del Pollino, visto che quest`impianto - concettualmente insensato ed economicamente anacronistico - andrà a ricadere in un sito che può considerarsi tra i più tutelati del mondo, trovandosi interamente nella zona 2 del perimetro del Parco. Le centrali a biomasse nascono per le esigenze di quelle comunità locali, situate in zone dalla difficile orografia e nelle quali è antieconomico l`arrivo di una linea elettrica tradizionale ; a queste caratteristiche è solitamente abbinata la presenza di una significativa quantità di scarti vegetali derivanti dall`agricoltura e dalla forestazione, necessari alla loro alimentzione. Ora, una centrale dalle dimensioni di quella del Mercure richiederebbe un quantitativo di combustibile cosi` elevato da falsare ogni calcolo di convenienza». «Tacendo del rischio - prosegue Barbanti - che nel Parco del Pollino possano essere introdotte specie non autoctone, nell`ipotesi che il legname venga importato da paesi lontani. Ma poi, in Calabria, non ha senso mettere in funzione altre centrali: la regione produce già circa tre volte l`energia che consuma e sono attualmente in corso autorizzazioni per parchi eolici e altre centrali. Diventeremo un super produttore di energia elettrica ma è una scelta miope : per l`energia trasportata a distanza ogni 100 chilometri viene disperso il 10%. L`unica parte a trarre vantaggi economici sarà l`Enel che intascherà lucrosi guadagni dallo Stato sotto forma di incentivi e - paradossalmente - certificati verdi. Il dipartimento Ambiente della Regione Calabria (con il suo Nucleo Via-Aia, esponente non si capisce bene di quali interessi) bene esprime la “longa manus” degli inconfessabili interessi di una classe politica regionale che opera impunemente fuori dalla sostanza della legalità». «Come non occorre dimenticare - conclude - il vergognoso gioco dei sindacati confederali che evidenziano sempre di più la loro distanza dagli interessi collettivi. Non permetteremo che un`altra parte di territorio calabrese così significativa venga distrutta: è arrivato il momento di dire basta». (0080)

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  • Occhiello Il parlamentare dei Cinque Stelle, Sebastiano Barbanti: «Non permetteremo che un`altra perla del territorio calabrese venga distrutta»

L`ufficio del referendum della Cassazione, presieduto dal giudice Corrado Carnevale, ha dichiarato l`ammissibilità del referendum chiesto da nove Consigli regionali per abrogare la riforma della geografia giudiziaria che ha tagliato mille tribunali. Ora la parola passa alla Corte costituzionale, per l`ulteriore vaglio del quesito.
Il referendum contro la nuova geografia giudiziaria è il primo, nella storia repubblicana, che viene proposto attraverso l`iniziativa delle Regioni. L`articolo 75 della Costituzione prevede infatti che proposte di referendum possono essere presentate con 500mila sottoscrizioni raccolte tra i cittadini, oppure su istanza di almeno 5 sonsigli regionali. A rivolgersi alla Cassazione erano stati, a seguito di apposite delibere, i consigli regionali di Puglia, Calabria, Basilicata, Friuli, Piemonte, Abruzzo, Liguria, Campania e Marche. (0030)

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  • Occhiello Ora la parola passa alla Corte costituzionale, per l`ulteriore vaglio del quesito. La richiesta era stata avanzata dai consigli regionali di Puglia, Calabria, Basilicata, Friuli, Piemonte, Abruzzo, Liguria, Campania e Marche
Giovedì, 14 Novembre 2013 18:40

A Roma c`è lo swing in salsa calabra

ROMA Andrà in scena fino all`8 dicembre al Teatro delle Muse di Roma "Dalle lasagne al brod...way", lo spettacolo con Giacomo Battaglia e Gigi Miseferi, Ivana Pellicanò e la Band Larga (Francesco Pappaletto al pianoforte, Carmelo Coglitore al sax, Pino Delfino al contrabbasso e Tonino Palamara alla batteria). Il debutto – nel teatro di via Forlì (06 44233649 – 44119185) – è previsto per venerdì 22 novembre alle ore 21.
Si tratta di uno show travolgente al ritmo di swing. A bordo di una immaginaria macchina del tempo, il pubblico potrà godersi un viaggio che, attraverso l`irriverente lente della satira e dell`ironia, lo accompagnerà passando al setaccio l`attualità, la politica, la società al tempi della crisi, tra risate e divertimento condite da atmosfere anni `30 e `40. (0070)

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  • Occhiello Fino all`8 dicembre al Teatro delle Muse lo spettacolo di Battaglia e Miseferi: sul palco anche Ivana Pellicanò e la musica dal vivo della Band Larga
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