Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Giovedì, 21 Novembre 2013

CATANZARO «Chi ha diffuso il comunicato stampa secondo il quale la Commissione regionale per il Congresso aveva proceduto a convocare l`assemblea provinciale per domani alla Casa delle Culture e che doveva procedere all`acclamazione di Bruno?». È quanto chiedono gli esponenti di Azione democratica della provincia di Catanzaro, che si dicono anche consapevoli del fatto che «nessuno risponderà a questa domanda perché furberie e piccoli imbrogli hanno il fiato corto e non potranno esserci scusanti per poter giustificare una condotta politica al minimo della tenuta democratica e al di sotto delle condizioni minime di civiltà politica».
Nessuna scusante e nessun alibi, dunque, da parte di Areadem, «per quanti, negli organi di garanzia, hanno tradito il mandato ricevuto diventando parte in causa e faziosamente "spinto" verso una sola direzione in termini di assoluta irresponsabilità e bieco avventurismo. Indietro non si torna e nessun "trappolone" riuscirà a farci indietreggiare».

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  • Occhiello «Nessuna scusante per quanti, negli organi di garanzia, hanno tradito il mandato ricevuto diventando parte in causa»

Gli esponenti dell’area renzi calabrese starebbero portando avanti, «in maniera goffa ed inaccettabile», una campagna «di astio e denigrazione nei confronti di dirigenti prestigiosi del Pd». È quanto si legge in una nota del Comitato regionale per Cuperlo segretario, in risposta alle polemiche seguite alle dichiarazioni di Massimo D’Alema.
«È noto a tutti – è la posizione dei cuperliani – come i renziani calabresi abbiano impedito per ben due volte negli ultimi anni la celebrazione del congresso regionale. È altresì noto come, anche in questi giorni, sia in corso il tentativo di un ulteriore rinvio della data (da loro stessi proposta) del 26 Gennaio. A parole si invoca il cambiamento, con i fatti si praticano i peggiori e deleteri vecchi metodi, quelli di un correntismo inutile e dannoso per la Calabria».
È dunque venuto il momento, per il Comitato regionale per Cuperlo, di «fare chiarezza» celebrando «subito» il congresso regionale e fissando la data delle primarie per la scelta del candidato alla presidenza della giunta regionale. «Così sarà possibile costruire una reale alternativa al fallimento di Scopelliti. Questo si deve fare – si legge ancora nella nota – per consentire a tutti di esprimere i propri progetti ed ai democratici di scegliere».
Il resto, ovvero le dichiarazioni dei renziani, sarebbero «slogan e polemiche irresponsabili, delle quali non sente il bisogno chi quotidianamente soffre ed attende risposte dalla politica».

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  • Occhiello Stoccate all’area Renzi: «A parole si invoca il cambiamento, con i fatti si praticano i vecchi metodi»

REGGIO CALABRIA «Va ribadito come emerga con ogni chiarezza che la proposta ministeriale abbia dato logicamente e adeguatamente conto di fatti storicamente verificatisi e accertati e quindi concreti, che sono stati correttamente ritenuti espressivi di situazioni di condizionamento e di ingerenza nella gestione dell`ente comunale nonché rilevanti in quanto generativi di un’azione amministrativa inadeguata a garantire gli interessi della collettività». È con parole lapidarie, che non lasciano spazio alcuno all’interpretazione che la prima sezione del Tar del Lazio, presieduta dl giudice Calogero Piscitello, con a latere il consigliere Angelo Gabbricci e l’estensore Anna Bottiglieri, ha rispedito al mittente il ricorso contro il decreto di scioglimento del Comune di Reggio Calabria presentato mesi orsono dai protagonisti politici della maggioranza dell’epoca Demetrio Arena, Giuseppe Martorano, Pasquale Morisani, Paolo Anghelone, Vincenzo Roberto Leo, Walter Curatola, Monica Falcomatà, Tilde Minasi, Demetrio Porcino, Vincenzo Nociti, Pasquale Imbalzano, Daniele Romeo, Antonio Pizzimenti, Pasquale Giovanni Naso e Demetrio Berna. Per i giudici romani alla base del decreto di scioglimento c’è «un variegato e complesso contesto probatorio che si connota per congruenza, concretezza e conducenza, facendo ricavare un vivido quadro dell’influenza esercitata dalla criminalità organizzata sugli organi elettivi del Comune di cui trattasi, con conseguente grave pregiudizio alla capacità di gestione e di funzionamento dell’ente comunale, assoggettata alle scelte delle locali consorterie criminali».

Nessun dubbio sulla permeabilità degli amministratori
Un giudizio senza appello per la Giunta dell’epoca, che pur di vanificare il decreto ha tentato persino di scaricare le colpe sull’amministrazione che l’aveva preceduta. «Se, infatti, la proposta contiene anche un qualche riferimento alla pregressa gestione – sottolineano i giudici romani – è evidente che tutti i numerosi addebiti partitamente mossi con il procedimento in parola risultano puntualmente indirizzati alla disciolta amministrazione, postasi con l’operato della prima in termini di continuità». Tanto meno – si legge in sentenza – «assume rilievo che la commissione di accesso sia stata nominata e abbia iniziato a operare non molto tempo dopo l’insediamento dei nuovi organi elettivi». Per i giudici questa non è una discriminante, ma al contrario «tale elemento è anzi suscettibile di aggravare nei confronti di questi ultimi il peso degli addebiti, il cui numero e varietà si dimostra ancor più rilevante in rapporto al periodo in cui gli amministratori sono stati in carica». Infine, non dimentica di segnalare il Collegio, che «non è vero che gli addebiti in parola si siano limitati a individuare mere illegittimità di gestione: è infatti evidente che il ripetuto scostamento dalle ordinarie modalità che devono caratterizzare l’azione di una pubblica amministrazione ha nella fattispecie avuto connotati e effetti ben precisi, accuratamente ricostruiti nella proposta e omogeneamente riflettenti la rilevata situazione di permeabilità, a partire da quella degli amministratori».

L’inammissibile tesi della motivazione politica
Sono queste le devastanti conclusioni cui giunge il Collegio di giudici amministrativi, dopo aver demolito – una per una – le argomentazioni che gli amministratori dell’epoca – rappresentati e difesi dagli avvocati Alberto Gamberini, Francesco e Luigi Migliarotti, Roberto Nania e Giuseppe Valentino – avevano addotto per giustificare il proprio ricorso.  Argomentazioni in teoria tutte tecniche, ma stando a quanto si legge in sentenza – sembrano scivolare piuttosto nel campo grande della dialettica politica. Secondo quanto sostenuto dai ricorrenti il potere di scioglimento dell’organo elettivo comunale sarebbe  stato «consapevolmente utilizzato in totale carenza dei presupposti di legge, all’esclusivo scopo di soddisfare specifiche esigenze di visibilità dell’azione del Governo in carica alla data dello scioglimento in tema di lotta alla criminalità organizzata». Un’affermazione grave, che per il Tar è «innanzitutto inammissibile laddove ridonda in considerazioni di carattere politico, cronachistico, dietrologico»,  ma soprattutto non ha alcun tipo di rilevanza o peso  nell’ambito di un procedimento giuridico. E sono quasi stizziti i giudici nel ricordare ai ricorrenti – ma soprattutto ai loro legali, cui certi profili dovrebbero essere ben noti – che «resta estranea a siffatto giudizio ogni considerazione che – come quelle cui i ricorrenti affidano l’affermazione in discorso – non trovi diretto e immediato riscontro, secondo l’esclusiva ottica della rilevanza giuridica riguardata secondo i canoni propri del diritto amministrativo, nell’apprezzamento degli elementi di fatto e di diritto presi in considerazione dal provvedimento, ovvero che non refluisca in indizi suscettibili di rivelare – secondo le tipizzate categorie dei vizi dell’atto amministrativo – l’esistenza di anomalie e irregolarità nella formazione della determinazione amministrativa». Traduzione, le considerazioni politiche o sedicenti tali non rilevano. I giudici sono chiamati a valutare fatti e in base ad essi, decidere. Peccato però che la disamina degli elementi concreti oggetto di giudizio non sia per nulla favorevole alle tesi degli amministratori “sciolti” per contiguità mafiosa.

«Non travisate i contenuti»
Contrariamente a quanto sostenuto dalla Giunta dell’epoca tramite i propri legali, le condotte che hanno portato allo scioglimento dell’amministrazione non riguardano solo il personale dipendente, non ci sarebbe alcuna difformità tra la relazione della commissione d’accesso e quella prefettizia, tanto meno il Ministro dell’interno, «al fine di concludere in ogni caso per lo scioglimento» – esattamente questo si sostiene nel ricorso – avrebbe  aggirato «il problema costituito dall’ambivalenza della relazione prefettizia, forzandola ovvero integrandola con autonome considerazioni, attinte direttamente dalle conclusioni della commissione di indagine». Argomentazioni da respingere al mittente per il Tar perché costituiscono un «evidente travisamento del contenuto della relazione» che «non lascia alcun dubbio, diversamente da quanto lasciato intendere dai ricorrenti, su quale sia stato il punto di partenza della relazione prefettizia». Quel documento – rimarcano i giudici – «più volte richiama e fa proprie le conclusioni della commissione d’indagine di cui al comma 2 dell’art. 143 TUEL, dando atto dell’avvenuta analisi da parte di questa non solo di “tutta la struttura burocratica-amministrativa del Comune» (pag. 4) ma ancor prima «di un elevatissimo numero di atti e documenti» soprattutto in particolari settori di attività comunali ove si era registrato un «susseguirsi di inchieste giudiziarie anche durante il periodo di attività della stessa Commissione» che hanno coinvolto amministratori e dipendenti del Comune, e che risultano “dall’esaustivo elenco” contenuto nella relazione conclusiva della commissione».

Il catalogo della vergogna
Ed è un ormai noto catalogo della vergogna – messo in luce dalla relazione prefettizia, come dal decreto di scioglimento – quello che i giudici non esitano a fare ricordando come non ci fosse settore o dipartimento che non risultasse infettato dalla presenza delle ‘ndrine o di chi lavorava per favorirle. Dall’assenza di qualsivoglia protocollo di legalità nel settore appalti pubblici, all’allegra gestione degli alloggi popolari, dallo scandalo del mercato di Mortara al quanto meno curioso «affidamento, rimesso alla competenza dell`Ufficio di gabinetto del sindaco, di incarichi legali riguardanti cause di rilevante valore a un avvocato (Giampiera Nocera, ndr) compagna di un assessore comunale (Luigi Tuccio) dimessosi nel marzo 2012 a seguito dell`inchiesta giudiziaria che ha portato all`arresto della madre della medesima, rea di aver favorito la latitanza di un boss ed essa stessa imparentata con la famiglia mafiosa»; dal generoso trasferimento di quasi 2,5 milioni di euro a «soggetti giuridici operanti nel terzo settore, in rapporti di contiguità con le `ndrine locali» ai «rapporti tra alcuni amministratori comunali eletti nella tornata del 2011, anche precedentemente in carica, ed esponenti della `ndrangheta a questi legati», fino alle «comprovate cointeressenze tra la medesima criminalità organizzata, la Multiservizi RC Spa e la Leonia Spa, ove tra i fornitori è risultato figurare la ditta “Semac s.r.l.”, destinataria di informativa antimafia di natura interdittiva ed affidataria di consistenti forniture», i giudici – pur non entrando nel dettaglio – non dimenticano di citare nessuna delle gravissime circostanze indagate dai componenti della commissione d’accesso prima e dal Prefetto o poi

Nessuna ambiguità nella relazione della prefettura
Soggetti diversi, autonomi e indipendenti, ma che sono giunti – ribadisce più di una volta il Tar – a una conclusione unanime: l’amministrazione comunale di Reggio guidata dal sindaco Arena è contigua alla ‘ndrangheta e per questo va sciolta. Non a caso i giudici citano in proposito eloquenti passaggi della relazione prefettizia. «L’analisi complessiva della situazione politico-gestionale dell’Ente, come tratteggiata dalla Commissione d’accesso – ricorda il Tar, citando la relazione del prefetto – induce a considerare l’ipotesi di una volontà specifica di non instaurare percorsi virtuosi e di non opporre un freno alla possibile intromissione, nelle articolazioni burocratiche, di personaggi collegati alla criminalità organizzata», determinazione che «deriverebbe non già – e non solo – da una forma (più o meno diffusa) di incapacità amministrativa, quanto piuttosto da un adeguamento tacito e supino a una situazione ormai risalente nel tempo e divenuta oggi difficilmente fronteggiabile». E ancora «l’omessa attivazione di meccanismi di difesa preventiva in settori nevralgico ha reso il Comune decisamente permeabile a condizionamenti esterni». Questi non sono che alcuni dei passaggi – «illuminanti» per i giudici – di quella relazione, «il Collegio – si legge in sentenza – non riesce a comprendere quali siano le titubanze e le ambiguità che i ricorrenti intendono attribuire all’Organo prefettizio nella visualizzazione del problema costituito dall’accertamento della permeabilità del Comune di Reggio Calabria all’influenza criminale delle cosche mafiose e nella individuazione dello strumento atto a fronteggiarlo».

Le identiche valutazioni del Ministero
E a conclusioni non dissimili sarebbe giunto il Ministero, dicono i giudici romani. «Non è rinvenibile – evidenziano infatti – alcuno scostamento tra la relazione della commissione di indagine, la relazione prefettizia e la proposta ministeriale, di talché tutte le argomentazioni ricorsuali in esame vedono sfiorire il loro presupposto sostanziale, consistente nella prospettazione di una relazione prefettizia contraria allo scioglimento, o comunque sul punto ambigua, che come detto non vi è, i termini assoluti fatti propri dal descritto impianto teorico non meritano condivisione». Un documento che riporta, contrariamente a quanto rappresentato dai ricorrenti, «fatti storicamente verificatisi e accertati e quindi concreti, che sono stati correttamente ritenuti univocamente espressivi di situazioni di condizionamento e di ingerenza nella gestione dell`ente comunale, cui non sono estranei anche gli  amministratori». Fatti che tanto la proposta di scioglimento, come la relazione prefettizia e la relazione della commissione di accesso, enumerano ed esaminano in dettaglio.

Il catalogo della vegogna 2
Ed è questo lo spunto che serve ai giudici per snocciolare un secondo, altrettanto noto, catalogo della vergogna che va dall’arresto dell’ex consigliere e assessore Giuseppe Plutino, alla partecipazione di Seby Vecchio al funerale di don Mico Serraino, che – ricordano i giudici – secondo due pentiti avrebbe appoggiato il politico già a partire dalle consultazioni amministrative del 2007, passando per l’allegra gestione degli alloggi popolari riconducibile a Eraclini, ma anche «l’emersione nei confronti di alcuni amministratori di situazioni non traducibili in addebiti personali, ma tali da rendere plausibile l`ipotesi di una loro soggezione alla criminalità organizzata, anche quando il valore indiziario degli elementi raccolti non si è risolto nell`avvio dell`azione penale o nell`adozione di misure individuali di prevenzione» e i vincoli parentali con «persone contigue alle cosche o gravate da vicende penali per associazione di tipo mafioso» di consiglieri e dipendenti comunali. Largo spazio riservano poi i giudici al curioso ruolo di consulente fiscale della Multiservizi – società mista in seguito sciolta per mafia – avuto tra il 2007 e il 2010 dal futuro sindaco “sciolto” Demi Arena. «Si ritiene al riguardo emblematico – si sottolinea – che l`amministrazione comunale abbia atteso l`emissione dell’interdittiva per procedere allo scioglimento della società mista, nonostante già nel corso del 2011 alcune indagini giudiziarie, che avevano anche portato all’arresto dell`ex direttore operativo della società, poi condannato in primo grado alla pena di 16 anni di reclusione, avessero fatto emergere fortissimi segnali di infiltrazione. Si segnala anche che il sindaco è stato fino al 2002 sindaco effettivo di una società il cui socio, quasi totalitario, è risultato essere contitolare di un`ulteriore società che detiene una significativa partecipazione azionaria nella società mista in parola. Il citato socio è risultato altresì possedere una partecipazione in un`ulteriore società, che annovera, fra gli altri soci: il padre di un assessore dimessosi a cagione dell`arresto della madre della compagna con l’accusa di favoreggiamento della latitanza di un noto esponente mafioso; il padre del presidente del consiglio di amministrazione della società municipalizzata; un soggetto, il cui fratello ricopre l`incarico di stretto collaboratore del sindaco e il cui coniuge ha svolto attività professionale per conto di altra società municipalizzata che gestisce il settore della raccolta dei rifiuti e che annovera fra i propri fornitori diverse imprese direttamente riconducibili al nucleo familiare di un boss mafioso nonché numerosi dipendenti con precedenti penali, pregiudizi di polizia, frequentazioni o vincoli familiari con ambienti controindicati».

Speranze deluse
Tutte circostanze già emerse all’epoca dello scioglimento del Comune, ma che non hanno ostacolato né la carriera politica dell’ex sindaco – promosso assessore regionale, dopo aver inutilmente tentato la corsa al Parlamento – né le esternazioni contro il provvedimento del Viminale, con tanto di pubbliche manifestazioni organizzate allo scopo.  Una battaglia che nei piani del centrodestra, reggino e non, avrebbe dovuto culminare in un vittorioso ricorso amministrativo contro lo scioglimento del Comune, ma la pesantissima sentenza del Tar del Lazio sembra aver tutte le carte in regola per stroncare qualsiasi sogno di rivalsa.

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  • Occhiello L’amministrazione «assoggettata alle scelte delle locali consorterie criminali», le dure censure al ricorso e il ruolo di Arena

REGGIO CALABRIA È stata tutta dedicata alle questioni tecniche la prima giornata dell’udienza preliminare relativa al procedimento che vede l’ex numero due della Dna, Alberto Cisterna, indagato per falso unitamente  a Grazia Gatto, per presunte irregolarità nei corsi per anni tenuti dal magistrato alla Mediterranea. Stando alle indagini del pm Beatrice Ronchi – inizialmente applicata all’inchiesta, ma in seguito non riconfermata nella gestione del fascicolo – l’ex procuratore aggiunto della Dna avrebbe attestato falsamente la sua presenza all’università, dove per anni ha  tenuto un corso di Procedura penale (sino al 2009) e uno di “Ordinamento giudiziario e forense” a titolo gratuito nel 2010.
Un’inchiesta complicata, partita da una nota della Sezione crimine organizzato della Mobile del 5 marzo 2012, ma formalmente iscritta a carico di Cisterna solo il 27 giugno dello stesso anno. Una nota che – attualmente – agli atti del fascicolo non risulta, né le difese hanno mai avuto modo di vedere. Tanto meno è dato sapere – né il gup Adriana Trapani si è dichiarata competente al riguardo – come mai il pm si sia decisa a procedere a una formale iscrizione a quasi quattro mesi da quella comunicazione. Anomalie che le difese hanno sottolineato nelle prime fasi dell’udienza di ieri e costate al gup diverse ore di camera di consiglio, al termine delle quali la Trapani ha ordinato alla Procura di esibire quella documentazione fondamentale perché origine stessa dell’indagine.
Un’indagine iniziata con la contestazione da parte della Procura di due falsi per l’anno 2009 e per l’anno 2010. In seguito alla ricezione dell’avviso di conclusione indagini, Cisterna ha dimostrato – documenti alla mano – l`insussistenza delle accuse.
Tutti elementi che la Procura vaglierà a fondo, disponendo l’archiviazione per il falso del 2009 e l’incriminazione della Gatto, accusata di falso per l’incarico gratuito del 2010. Sotto tiro, ad indagine dichiarata conclusa, sono finiti però tutti gli incarichi affidati a Cisterna dall’università a partire dal 2000. In questo contesto sarebbe emerso che per l’anno 2006/2007 – l’unico in cui la Mediterranea avrebbe corrisposto un compenso a Cisterna – mancherebbero all’appello tre lezioni, per un valore di un centinaio di euro in tutto. Circostanze costate a Cisterna una nuova accusa – questa volta di truffa – e l’invio di un secondo avviso di conclusione indagini.
Circostanze ricostruite dal pm Ronchi  in oltre un anno di indagini e dopo decine di interrogatori degli studenti del corso. Adesso, toccherà aspettare il 19 dicembre per conoscere l’esito dell’udienza preliminare. Per quel giorno, su richiesta dei legali approvata dal gup Adriana Trapani, la pubblica accusa rappresentata dal pm Annamaria Frustaci dovrà produrre sia la notizia di reato alla base del procedimento, sia il decreto di archiviazione per quella ipotesi di reato.

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  • Occhiello Secondo l’accusa l’ex procuratore aggiunto della Dna avrebbe attestato falsamente la sua presenza all’università
Giovedì, 21 Novembre 2013 21:05

I Bronzi all`Expo? Letta: «L`idea mi piace»

MILANO «L`idea mi piace»: così il presidente del Consiglio Enrico Letta, in videocollegamento con gli Stati generali della Cultura a Milano, ha espresso il suo favore all`idea lanciata da Benito Benedini, presidente del Gruppo 24 Ore, di portare anche i Bronzi di Riace all`Expo 2015. In attesa di capire se sarà fattibile, Letta ha comunque aggiunto subito di essere intanto «contento che entro Natale i Bronzi tornino nel loro luogo naturale», ovvero nel museo di Reggio Calabria. Del resto il premier ha confermato il «massimo impegno» del governo non solo per la riuscita dell`Expo ma anche perché sia una vetrina di tutta l`Italia. (0050)

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  • Occhiello Il presidente del Consiglio ha espresso parere favorevole alla proposta lanciata da Benito Benedini, presidente del Gruppo 24 Ore

REGGIO CALABRIA «Lo scioglimento per mafia del Comune di Reggio Calabria è stato legittimo, motivato e, inequivocabilmente, frutto di una pessima gestione della cosa pubblica da parte dell’amministrazione del centrodestra». Sono parole di fuoco quelle che il segretario del Pdci reggino, Ivan Tripodi, riserva alla classe dirigente che ha guidato Palazzo San Giorgio fino allo scioglimento per contiguità con le `ndrine. Parole rafforzate dalla sentenze del Tar del Lazio, che conferma in toto le motivazioni che spinsero il ministero dell`Interno ad azzerare il consiglio comunale della città dello Stretto.
«La sentenza del Tar del Lazio – dice Tripodi –, nel respingere il ricorso avverso lo scioglimento presentato dall’ex sindaco Arena e propiziato dall’ex sindaco Scopelliti insieme ai suoi sodali, rappresenta un’ulteriore limpida certificazione riguardo l’altissimo livello di infiltrazione che la ‘ndrangheta ha avuto nell’amministrazione comunale reggina. Nelle motivazioni della sentenza viene evidenziato un quadro agghiacciante rispetto alla concreta influenza esercitata dalla criminalità organizzata, quindi dalla ‘ndrangheta, sugli organi elettivi del Comune».
«I giudici amministrativi – continua il segretario dei Comunisti italiani – hanno rappresentato con estrema chiarezza quanto il funzionamento del Comune di Reggio Calabria fosse, nei fatti, sotto la totale influenza della ‘ndrangheta. Una vera e propria tragedia sociale che peserà tragicamente su un’intera comunità che, per colpa di una fallimentare e nefasta classe dirigente del centrodestra, ha subito l’onta del motivato scioglimento per mafia del Comune».
Il Pdci esprime «piena soddisfazione per la sentenza del Tar che, nel lasciare poco spazio alle interpretazioni, conferma il giudizio tranciante e la richiesta di scioglimento del civico consesso che, in tempi non sospetti e in perfetta solitudine, esprimemmo pubblicamente, subendo ripetute critiche ed attacchi personali ai limiti dell’intimidazione. Riguardo le nostre reiterate denunce pubbliche, il Tar ci rende giustizia poiché descrive come il Comune di Reggio Calabria fosse nelle mani di un putrido sistema di potere dominato dalla ‘ndrangheta e dalla criminalità. Pertanto, oggi più che mai, è necessario lavorare per costruire un percorso di forte cambiamento e di radicale rinnovamento etico, morale e amministrativo,  affinché a Reggio ritorni una nuova indispensabile Primavera caratterizzata dagli insegnamenti e dall’esempio dell’indimenticabile sindaco Italo Falcomatà». (0040)

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  • Occhiello Il Pdci di Reggio commenta il verdetto del Tribunale amministrativo: «Rende giustizia alle nostre denunce»

«L`accanimento sulla Tav che dura ormai da un ventennio deve avere delle ragioni profonde, insondabili, ma importanti, di vita o di morte». E Beppe Grillo, dal suo blog, ne propone alcune. «Perché, per esempio, persone della `ndrangheta intercettate a Torino hanno detto di votare Fassino sindaco? Perché Fassino nel suo primo discorso da sindaco ha subito perorato la causa della Tav? Perché ogni governo negli ultimi quindici anni ha avuto la Tav come priorità trascurando le vere emergenze del Paese?».
«Provate voi a dare una risposta a queste domande irrisolte. Vox populi, vox dei», scrive ancora il guru M5S dal suo blog lanciando un sondaggio on line sul tema «A chi serve la Tav in Val di Susa?».
Queste le possibili alternative: «Alla Cmc e alle cooperative rosse collegate al pdmenoelle; alla criminalita` organizzata; a finanziare i politici; agli amici di Berlusconi; a distribuire tangenti; a realizzare un`opera fondamentale per i trasporti europei; a trasportare la senape di Digione ad alta velocità; a una mangiatoia pubblica senza scadenze come la Salerno- Reggio Calabria». (0030)

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  • Occhiello Il leader del Movimento 5 Stelle attacca dal suo blog: «Perché ogni governo negli ultimi quindici anni ha avuto la Tav come priorità trascurando le vere emergenze del Paese?»

REGGIO CALABRIA «Più volte ho avuto modo di manifestare la totale sfiducia su un sistema che si fonda sull`interpretazione di una legge imperniata non su elementi concreti, univoci e rilevanti, ma su semplici indizi, se non, addirittura, suggestioni». Lo afferma, in una nota, l`ex sindaco di Reggio Calabria, Demetrio Arena, in relazione alla decisione del Tar del Lazio di rigettare il suo ricorso contro lo scioglimento del Comune per contiguità mafiose. (0050)

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  • Occhiello L`ex sindaco della città dello Stretto commenta la decisione del Tar del Lazio che ha rigettato il suo ricorso

Che faranno adesso Jole Santelli e Angelino Alfano? Da esponenti del governo diranno che il Tar del Lazio è un cospiratore, amico di giornalisti cialtroni, alleato con i «nemici di Reggio» e servo dei «comunisti»? Oppure chiederanno scusa agli uomini dello Stato che hanno composto la Commissione d’accesso, al prefetto Piscitelli che ne ha condiviso le conclusioni e al ministro Cancellieri che ha disposto lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria per contiguità, si faccia attenzione alle parole, contiguità e non mera «infiltrazione», con la ’ndrangheta?
Adesso che sotto l’ipocrita ombrello delle larghe intese i senatori Caridi e Bilardi combattono in difesa della “odiata” Cancellieri, cosa diranno, posto che di quell’amministrazione sciolta per contiguità erano pur sempre parte?
E Scopelliti, l’inventore del “modello Reggio” naufragato tra contiguità e fallimenti contabili, riscopertosi improvvisamente moderato e trasformatosi in “colomba” per amore dei calabresi? Che dice Scopelliti?
Il «giornalismo di mutanda» in questi giorni si affanna a ritagliargli un ruolo da statista ma non basta una mano di vernice per cancellare quanto dichiarò il governatore della Calabria partecipando, quale grande elettore, alla designazione del nuovo presidente della Repubblica: «Se fosse vera la notizia di una candidatura della Cancellieri, io questa volta sarò un disobbediente. La Cancellieri non la voterò mai. Chi ha calpestato la dignità di una parte della comunità nazionale – concludeva la sua nota dettata all’Ansa – non può certamente avere il mio voto». Pochi mesi dopo, facendo sfoggio della sua proverbiale coerenza, eccolo mobilitato in difesa della Cancellieri per procurargli voti e solidarietà della sua scodinzolante deputazione calabra.
Peggio di lui il “colombone” Angelino Alfano che, all’indomani dello scioglimento del Comune di Reggio, attaccava duramente Annamaria Cancellieri: «Penalizza e condanna un’intera comunità e non rafforza la presenza dello Stato in questa parte di Paese. Esprimo solidarietà a tutti quegli amministratori che, col sindaco di Reggio, Demetrio Arena, hanno fatto della trasparenza, della moralità e della legalità, elementi cardine dell’azione politico-amministrativa in questi anni». Secca la replica della Cancellieri che, citando Kant, rimarcava: «Io credo che ognuno ha il diritto di esprimere le proprie opinioni come vuole, io so solo quali sono i miei imperativi categorici: la legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me».
E Arena, che alternando insulti a querele, convocava le masse per annunciare il ricorso al Tar contro il decreto di scioglimento? Che dice l’oggi assessore regionale Arena? Definì il commissariamento «frutto dei condizionamenti di moralisti di professione e avvelenatori di pozzo sempre in agguato». Salvo poi rinunciare alla sospensiva, appena avuta contezza che il suo ricorso era stato quantomeno «imprudente».
Già, «imprudente», termine che ha fatto litigare anche il fronte del volontariato “antimafia”: da quel fronte c’è chi definì «imprudente» la scelta della Cancellieri e chi giudicò «imprudente» tale esternazione.
Adesso c’è una pronuncia chiara da parte del Tar del Lazio: «Lo scioglimento è sorretto da un variegato e complesso contesto probatorio che si connota per congruenza, concretezza e conducenza, facendo ricavare un vivido quadro dell`influenza esercitata dalla criminalità organizzata sugli organi elettivi del Comune, con conseguente grave pregiudizio alla capacità di gestione e di funzionamento dell`ente comunale, assoggettata alle scelte delle locali consorterie criminali».  
Dovrebbe far arrossire i protagonisti di quelle polemiche. Ma è notorio che il nero non tinge e il bronzo non arrossisce... (0070)

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  • Occhiello di Paolo Pollichieni

COSENZA «L`amministrazione comunale di Cosenza si sta adoperando senza soluzione di continuità, attraverso controlli e monitoraggi costanti, per la fine dell`emergenza rifiuti della raccolta indifferenziata che da diversi giorni ha riprodotto in città un`invasione di sacchetti nei pressi dei cassonetti e non solo». È quanto si afferma in una nota del portavoce del sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto. «Le preoccupazioni per la salute pubblica e il decoro urbano – prosegue la nota – impongono il massimo livello di attenzione, come sta avvenendo in seno all`istituzione municipale. Al momento, come si legge in un`informativa inviata questa mattina dal gestore "Ecologia oggi", nonostante le rassicurazioni delle ultime ore sull`imminente sblocco dei conferimenti alla discarica di Pianopoli, i mezzi dell`azienda adibiti alla raccolta dei rifiuti indifferenziati di Cosenza sono impossibilitati a scaricare presso la suddetta discarica in quanto ancora interessata dalla chiusura per i lavori stradali riconducibili a smottamenti causati dal maltempo. L`accumulo delle buste ai bordi delle carreggiate e sui marciapiedi, è bene ricordarlo, si riferisce solo alla raccolta indifferenziata che di norma viene poi conferita per lo smaltimento finale presso la discarica di Pianopoli. Da qui, l`ulteriore dimostrazione dell`importanza per il territorio urbano di poter contare sui centri di riciclo e sulla raccolta differenziata, avviata gradualmente dall`esecutivo Occhiuto attraverso la rimodulazione del progetto esistente e indirizzando tutto sulla raccolta spinta porta a porta. Scelta che ha certamente mitigato le negative conseguenze dell`emergenza in corso». «I servizi quotidiani di raccolta differenziata, anche in questo momento di emergenza - conclude la nota - continuano a ritmo serrato senza alcuna interruzione e con il perfetto rispetto dei turni previsti nel calendario». (0090)

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  • Occhiello Il sindaco di Cosenza annuncia che a breve riprenderà in città la raccolta dell`immondizia
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