Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Mercoledì, 06 Novembre 2013
Mercoledì, 06 Novembre 2013 22:48

Un tavolo permanente per gli lsu/lpu

ROMA Il sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri Filippo Patroni Griffi ha incontrato il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, e l`assessore al Lavoro Nazzareno Salerno, nonché gli esponenti delle organizzazioni sindacali. Oggetto dell`incontro è stato un avvio del confronto sulle tematiche e problematiche che affliggono i lavoratori precari. Ne dà notizia Palazzo Chigi in una nota. «Le rappresentanze sindacali - si legge - hanno esposto le priorità e manifestato il profondo disagio in cui versano i lavoratori appartenenti alle categorie Lsu, Lpu e legge regionale numero 15 del 2008. La Regione Calabria ha illustrato una possibile soluzione progettuale, rappresentando l`esigenza di avere un sostegno del governo. È stata convenuta pertanto l`apertura di un tavolo tecnico permanente volto a studiare una possibilità giuridica e finanziaria che tenda alla risoluzione delle problematiche esposte. Nell`immediato sono stati richiesti alla Regione e alle amministrazioni statali competenti i dati indispensabili per risolvere concretamente e in tempi brevi i problemi esposti».

I SINDACATI: CONVOCAZIONE IMMEDIATA
«Un primo passo importante nella vertenza dei lavoratori lsu/lpu calabresi può esser considerato il tavolo governativo permanente ottenuto dai sindacati confederali Cgil, Cisl, Uil e Ugl della Calabria». È quanto si afferma in una nota diffusa stasera dai sindacati. «Occorre, adesso - aggiungono - dare continuità al tavolo istituzionale attraverso una sua immediata convocazione con tutti i soggetti presenti durante l`incontro di oggi (ministeri del Lavoro, dello Sviluppo economico, della Funzione pubblica e Presidenza del consiglio dei ministri) con l`obiettivo dello svuotamento del bacino e della stabilizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici Lsu e Lpu calabresi». «Nel frattempo - sostengono ancora Cgil Cisl, Uil e Ugl - occorre un`immediata risposta da parte della Regione Calabria in merito alla copertura finanziaria per tutto il 2013, come da impegni già assunti. Permane, pertanto, la mobilitazione dei lavoratori Lsu e Lpu calabresi, compresa l`iniziativa prevista in occasione del prossimo consiglio regionale, e resta alta l`attenzione sulla vertenza da parte delle organizzazioni sindacali».
«Non ci riterremo soddisfatti - conclude la nota dei sindacati - sino a quando non ci saranno garanzie concrete verso la Calabria nella Legge di stabilità in esame al Parlamento». (0040)

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  • Occhiello Il governo al lavoro per trovare una soluzione ai problemi dei precari. I sindacati: la mobilitazione continua
Mercoledì, 06 Novembre 2013 22:40

Amantea, armi e droga in un condominio

AMANTEA Pistole e cocaina ad Amantea. Una intensa attività investigativa ha permesso ai carabinieri della Compagnia di Paola, in collaborazione con il Nucleo cinofili di Vibo Valentia, il Nucleo Antisofisticazioni quello Ispettorato del lavoro di Cosenza, di rinvenire tre pistole e 16 grammi di cocaina. Durante le perquisizioni a tappeto, i militari hanno anche trovato 122 cartucce di vario calibro. Armi e droga erano state occultate nascoste in un condominio nel pieno centro di Amantea.
Nel corso dell’operazione sono state inoltre segnalate all’autorità amministrativa per violazioni in materia igienico sanitaria e lavoro 5 titolari di attività commerciali del centro di Amantea, per un totale di circa 25mila euro di contravvenzioni. Chiuso anche un noto laboratorio di pasticceria per carenza di requisiti igienici sanitari. (0040)

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  • Occhiello I carabinieri hanno rinvenuto 5 pistole e 16 grammi di cocaina
Mercoledì, 06 Novembre 2013 20:36

ARABA FENICE | Quei rapporti pericolosi

REGGIO CALABRIA «Con me siamo come fratelli... a parte che hanno amicizie che non ti dico.... ha amicizie... abbiamo un rapporto mio e per tante situazioni…  io con lui non guardo ... hai capito che voglio dire ecco certe cose... dire, se gli fai una cortesia te la ripagano in favori... capito come?... inc/le... hai capito che ti ho voluto fare capire? è gente seria che riconosce!». È con queste parole che il 27 gennaio 2010 l’imprenditore dei clan, Giuseppe Stefano Tito Liuzzo si rivolge ad Antonino Calabrò, per spiegargli chi sia l’avvocato Mario Giglio.
Ha bisogno di un operaio «di quelli seri però», da mandare a casa del legale per alcuni lavoretti, da fare ovviamente a titolo gratuito. Un favore che in futuro sarà ben ricompensato, assicura Liuzzi, che quasi con deferenza presenta a Calabrò il legale. Una deferenza assolutamente non casuale. Il noto professionista reggino infatti non solo si era convertito nella talpa in grado di conoscere - grazie ad «importanti agganci e amicizie» - le eventuali indagini a carico dell’imprenditore e dei suoi referenti mafiosi, nonché consigliori che aveva consentito a Liuzzo di mantenere il controllo sulla Euroedil, che in precedenza gli era stata confiscata. Per Liuzzo, Mario Giglio era il passaporto per i grandi investimenti immobiliari al nord Italia. Investimenti che portano la firma del clan De Stefano.
È lo stesso legale, intercettato e ascoltato dagli inquirenti il 10 novembre 2009 ad accreditarsi con Giuseppe Liuzzo e Osvaldo Massara, cugino dei boss Serraino, come persona storicamente vicino agli arcoti. «Una volta, quand`eravamo ragazzi, siamo partiti – racconta con assoluta nonchalance il legale –.  Vi faccio nomi e cognomi, non mi preoccupo, e siamo partiti: io, Franco (inc), Amedeo Canale ed Enzo Codispoti. Noi eravamo ragazzi, che ci frequentavamo. Dovevamo andare a Rimini per passarci... e Ninetto Romeo, quello grosso, a Rimini per farci una vacanza». Non si tratta di un semplice gruppo di amici. I compagni di viaggio dell’allora aspirante avvocato già all’epoca erano nomi noti della `ndrangheta reggina, inseriti nei ranghi del potentissimo clan De Stefano. Ed è proprio con il massimo vertice degli arcoti che i cinque almeno una sera divideranno tavola e confidenze.
Con orgoglio che non si preoccupa di celare Mario Giglio racconta infatti: «C`era una tavolata di circa venti persone, gente che tre quarti li conosco. A capotavola Paolo De Stefano, di lato il maresciallo dei carabinieri di quella località ... (omissis) ... Dici: “ma è confidente?” No! Ai vertici hanno rapporti, non è una cosa brutta». Circostanze cristalline e che quasi non meritano commento per il gip Domenico Santoro, che nell’ordinanza sottolinea: «Non è ammessa un`alternativa lettura, posto come sia lo stesso indagato (che si professa indifferente all`eventualità di essere intercettato: vi faccio nomi e cognomi, non mi preoccupo) a confessare il suo rapporto con un boss dello spessore di Paolo De Stefano, narrando di un`occasione conviviale che vedeva costui seduto accanto ad un tutore dell`ordine».
Un legame intenso e strutturato - evidenzia il gip - «tale che lo stesso Giglio avverte la necessità di chiarire ai conversanti come la contestuale presenza di un boss e di un esponente delle forze dell`ordine, competente per territorio in quel luogo, non dovesse apparire strana, atteso come, ad alti livelli, evidentemente per quanto deve essere stato da lui stesso constatato, simili intrecci non fossero casuali».
E neanche all’epoca Mario Giglio doveva essere un soldato di fila se è vero che non solo viene ammesso – giovanissimo – al tavolo di don Paolino, ma conosce nel profondo anche le reali dinamiche - che sotto la superficie dei professati falsi valori di rispetto e “ominità” – governano le ‘ndrine. «Ti sto dicendo, voglio dire ... omissis ... neanche per il cazzo gli passa ... omissis ... Al momento opportuno: tu che sei una pedina piccola? A te ti fotto e io ... inclle ... e ti faccio fottere!, (inc) Provenzano voglio dire lo ha fottuto (inc). È la verità non ti credere che imbroglio ... omissis ... Quando ha iniziato con le stragi, dice: “Qua è, qua in un (inc) prendetevelo e non rompete i coglioni”. Gente che ha vissuto una vita insieme, gente che è cresciuta insieme ... omissis ... Si sono fatti ventimila guerre insieme ed è la verità. Provenzano si è (inc), dove ci sono grossi interessi ci sono compromessi».
E forse un po’ per spiegarsi, un po’ per far capire all’interlocutore il proprio peso il legale sottolinea «Dice: “Che dobbiamo fare, dobbiamo ammazzare a Massara”, (inc), un equilibrio di... (inc)? Mi dispiace, dice (inc) ... nella politica, nelle professioni..... Vale a dire, nella professione non ti sparo ma ti... Omissis». Nonostante i numerosi tratti incomprensibili e gli omissis voluti dagli inquirenti, anche in questo caso il significato della conversazione è inequivoco. La disinvoltura con cui Giglio tratta argomenti e dinamiche che hanno a che fare con la vita interna non solo delle ‘ndrine, ma anche dei più potenti clan di Cosa Nostra lo collocano in prossimità dei massimi livelli decisionali del clan degli arcoti, lì dove assetti e strategie vengono analizzati, discussi e decisi. Non a caso Santoro, nel commentare il passaggio definisce «monco nel dialogo, ma non per questo meno inquietante, il parallelo che il legale fa con vicende relative a Bernardo Provenzano, capo di Cosa Nostra, l`organizzazione mafiosa siciliana». Inquietante anche perché – almeno fino a qualche tempo fa – l’avvocato Mario Giglio era uno degli più noti professionisti della cosiddetta Reggio bene. Eppure, già in passato, più di un collaboratore aveva parlato di lui collocandolo saldamente nell’orbita degli arcoti.

LE RIVELAZIONI DEI COLLABORATORI
«Ho conosciuto i Giglio tramite Gregorio Fotia, soggetto legato ai De Stefano-Tegano, il quale mi ha detto di favori ottenuti tramite il predetto e di una amicizia particolare con Peppe ed Orazio De Stefano». È il nipote acquisito di Giovanni Tegano, Roberto Moio, a svelare agli inquirenti la caratura dei fratelli Giglio, finiti al centro di diverse indagini delle Dda di Reggio e Milano. Inchieste come quella sfociata nell’operazione Assenzio- Sistema, che nell’estate del 2011 ha svelato le cointeressenze della famiglia Giglio e del clan de Stefano nel settore della grande distribuzione alimentare, in cui il controllo della cosca De Stefano – Tegano era pressoché totale e garantito dal consapevole e concreto contributo dell’ex consigliere comunale Dominique Suraci.
Ed è proprio in proposito che Moio mette a verbale di fronte ai magistrati: «Conosco i fratelli De Angelis, originari di Sinopoli e legati alla cosca Alvaro, che hanno rapporti con i fratelli Giglio: qualche anno fa i De Angelis hanno avuto interessi commerciali in comune con i Giglio, con Cotugno e con Dominique Suraci». Circostanze confermate anche dall’ex capolocale di Gallico, oggi pentito Paolo Iannò che – sentito più volte dall’allora pm della Dda di Reggio, di recente trasferito alla Procura generale di Roma, Francesco Mollace -  affermerà: «Sono a conoscenza diretta sulla vallì perché c`era Bruno Ventura il figlio del defunto Francesco Ventura (...) partono da quando hanno aperto i discount (...) li c`era Totò Ventura, sbagliavo come chiamavo Bruno il figlio del defunto Francesco Ventura impresario della pulizia (...) che fu ucciso, c`erano Masi De Angelis socio, c`era un tale Cotugno in società e il professor e il dottor Giglio (...) erano in società loro, nella società erano tutti quattro». Non a caso dunque Mario Giglio finirà fra gli indagati quando per il fallimento del sistema Vally scatteranno le manette che porteranno dietro le sbarre anche Dominique Suraci.

L’AFFARE MILANESE IN VISTA DI EXPO
È dunque in virtù  di referenze criminali datate e di tutto rispetto, chiaramente riferibili alla galassia De Stefano, che Mario Giglio propone a Liuzzo un affare a Milano. «Abbiamo ..(omissis).. un’operazione molto bella.. ancora, ferma e bloccata, molto bella ... (omissis) ... quell’amico comune, voglio dire Giulio, l’amico mio che è a Milano». L’amico in questione è Giulio Lampada, condannato nell’aprile scorso a 16 anni per associazione mafiosa, considerato una delle principali teste di ponte dei De Stefano in Lombardia. Quando Giglio parla a Liuzzo di lui, l’ombra di indagini e manette è ancora lontana e Giulio Lampada è un affermato imprenditore dal passato nebuloso, ma con un presente di successo, che sta per mettere le mani su un affare succulento. «Ha acquistato un terreno di 10.000 metri quadri, oggi totalmente edificabile – spiega Giglio -  C`è pure una delibera del Consiglio Comunale, dove escono 220 appartamenti. A Milano».
In cambio, il politico «costituiva l’elemento di riferimento dei Lampada con il Comune di Milano, per la risoluzione delle diverse problematiche, di ordine amministrativo che potevano interessare questi ultimi». È la Dda milanese, con l’operazione che porta in carcere Lampada e gran parte della sua famiglia, a spiegare di che affare si trattasse. Un terreno agricolo, in origine di proprietà di una serie di soggetti fra cui Alberto Bonetti Baroggi, capo di gabinetto dell’allora sindaco Letizia Moratti, sito in viale Ripamonti che sarebbe presto – almeno nelle speranze del clan – diventato edificabile. Allo scopo le `ndrine possono contare anche su un opportuno emendamento presentato in consiglio comunale dal consigliere Armando Vagliati, mai indagato ma definito dal gip milanese Giuseppe Gennari uno dei politici a disposizione del clan Lampada. Ancor più grave la sua posizione per l’avvocato Vincenzo Minasi, arrestato insieme agli uomini del clan come legale e uomo di riferimento, che ai magistrati dichiarerà: «Lampada voleva comprare un terreno in via Ripamonti a Milano con Vagliati e io incontrai Vagliati per una consulenze legale. Giulio e Vagliati erano soci». Circostanze oggi – rivelano i vistosi omissis apposti sulle conversazioni che affrontano l’argomento – probabilmente tuttora al vaglio degli inquirenti.
Tuttavia, quando Giglio propone a Liuzzo l’affare, nessuno sospetta delle attività investigative in corso. Al contrario, il legale ha una missione: individuare imprenditori insospettabili che possano sviluppare l’affare senza attirare l’attenzione della magistratura. Non a caso Giglio spiega all’imprenditore: «Vi faccio una domanda, lui lo hanno avvicinato parecchi, non ha problemi di... non ha problemi (....). Cioè, tu pensa che suo fratello è sposato con la figlia di Valle ... inc..di Ciccio Valle! (inc)... che ogni tanto gli sequestrano tutti i beni, hanno imprese di costruzione. Ma (Giulio ndr) mi ha detto: “Mario  con tutto che siamo parenti, che è cognato di mio fratello io non voglio avere a che fare con `ndrangheta… con coppole di cazzi”». Una scelta – spiega il legale – né etica, né di principio ma semplicemente dettata da una visione strategica. «Non è che gli manca questo rapporto, perché ... (omissis) ... conosce cani e porci su Milano», spiega infatti Giglio. Ed è riportando le parole di Giulio Lampada che l’avvocato aggiunge: «Dice: “Mario andiamo a fare un`operazione dove ho lavorato una vita, dieci anni e ho un patrimonio e mi deve finire che me la devono confiscare o sequestrare” … (omissis) ... Quindi dice: “Non mi interessa”. Era alla ricerca di un`impresa seria, un`impresa per fare 200 appartamenti».
Un’impresa come quella dei Liuzzo, destinata nella strategia dei clan – si evince dall’ordinanza – a guidare una cordata di imprenditori insospettabili che al clan Lampada, ma soprattutto ai De Stefano loro referenti avrebbe fruttato milioni. Ed è lo stesso Giglio, quasi con fare da piazzista a spiegarne a un poco convinto Liuzzo le potenzialità: «Un`operazione di Milano è la stessa di 12 operazioni a Reggio Calabria ... (omissis) ... a Milano ..voglio dire ... ci sarà l`Expo, ci sarà il boom ... (omissis) … allora, avere le capacità in virtù delle amicizie che uno si ritrova, e nella serietà, creare anche una cordata, se ci sono le persone di cui si può creare la cordata».
Un’occasione importante e di cui bisogna approfittare in fretta, perché – spiega l’avvocato – sono tante le imprese calabresi al Nord chiaramente riconducibili a ben noti clan che sgomitano per approfittarne. Ci sono i Pio, famiglia storicamente satellite della cosca Iamonte, o i Malaspina, «il nipote di Santo Malaspina ... (omissis) ... lo sapete che hanno? non lo sapete ... (omissis) ... no, no, no, no, lo dovete vedere con gli occhi, dove sta lui Malaspina, ad Arcore, la villa di Berlusconi ... inc/le ... (omissis) ... un solo appalto che ha preso a cologno monzese, che me l`ha detto Cantalupi, l`assessore dei lavori pubblici, 284 milioni di euro, per fare ... omissis ... Malaspina e quegli altri, i Pio di fossato, dio ci liberi».
Famiglie troppo ingombranti per essere affidabili, così come – stando alle parole di Giglio – non sembrano degne di fiducia le altre imprese e famiglie mafiose radicate al Nord. Sul punto spiega il gip Santoro: «Significativo dell`approccio del Giglio alla questione dell`operazione immobiliare milanese è quanto da lui riferito circa la scarsa affidabilità di soggetti che devono comunque ritenersi contigui alla `ndrangheta, i quali si erano presentati a varie riunioni, evidentemente indette al fine di curare lo sviluppo di questo investimento, con atteggiamento formale da mafiosi (tutti con occhiali neri), ma che non erano stati in grado di contribuire efficacemente (e abbiamo perso tempo) all`impostazione di quanto era necessario ai fini dell`avvio dell`operazione». Un’operazione importante - «sto parlando di un’operazione di 20-25milioni di euro… non è che parliamo di operazioni di caramelle», esclama Giglio – che il legale si prodiga perché vada a buon fine. «Per sua stessa ammissione nelle conversazioni intrattenute con il Liuzzo e con l`Ambrogio, l`avv. Giglio abbia concretamente operato, prestando la propria attività al fine di individuare gli imprenditori giusti che avrebbero dovuto realizzare una cordata onde concretizzare una rilevantissima speculazione immobiliare in quel di Milano. Non avendo conseguito i risultati sperati – sintetizza il gip -  per la sottolineata inaffidabilità dei vari interlocutori che si erano presentati alle riunioni appositamente indette, egli ben pensava di rivolgersi all`amico Liuzzo di cui, evidentemente, conosceva l`affidabilità, non solo imprenditoriale ma, ovviamente, anche mafiosa».
Ed è probabilmente proprio alla luce di queste circostanze che si comprende perché oggi sul capo dell’avvocato Giglio penda una contestazione per associazione mafiosa piena. Il legale, volto e nome noto della Reggio bene appare infatti l’esempio più nitido dei nuovi affiliati di cui oggi le `ndrine si avvalgono per prosperare, formalmente insospettabili, insofferenti nei confronti di regole e rituali, ma assolutamente votati al culto del dio denaro, che servono come ancelle al servizio dei clan.

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  • Occhiello Dalle intercettazioni emergerebbero i legami tra boss, imprenditori e professionisti reggini anche per gestire appalti all`Expo di Milano
Mercoledì, 06 Novembre 2013 20:18

Bar distrutto da una bomba nel Vibonese

CESSANITI Una boma ad alto potenziale è stata fatta esplodere in un bar della frazione Pannaconi del Comune di Cessaniti. L`esplosione, avvenuta mentre l`esercizio commerciale era chiuso, ha distrutto il bar provocando ingenti danni all`interno della struttura. Il proprietario, un uomo di 50 anni, ha denunciato l`accaduto ai carabinieri che hanno avviato le indagini. (0050)

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  • Occhiello L`esplosione è avvenuta in un esercizio commerciale di Cessaniti, che in quel momento era chiuso

COSENZA Nel Pd cosentino continuano a volare gli stracci. I competitor sono sempre gli stessi: il candidato cuperliano alla segretaria provinciale Luigi Guglielmelli e quello dimissionario, Franco Laratta. È proprio l`ex parlamentare ad andare giù duro contro quello che, fino a pochi giorni fa, era il suo avversario: «Clamorosa sconfitta di Guglielmelli! Correndo da solo e senza alcun controllo, non ha raggiunto nemmeno la metà dei votanti. Ammetta la sconfitta e si faccia da parte. Ci vuole una bella faccia tosta nel parlare di successo».
Secondo Laratta, «nonostante l`assenza totale di controlli e verifiche; nonostante la Commissione di garanzia composta esclusivamente dai sostenitori di Guglielmelli; nonostante i garanti congressuali siano stati nominati al 100% di appartenenza cuperliana; nonostante congressi truffa, congressi a sorpresa pilotati dalla cosiddetta Commissione di garanzia; nonostante nel 90% dei congressi il candidato Guglielmelli abbia potuto correre da solo, sostenuto da tutti gli apparati del Partito, il dato finale ci rivela che meno della metà degli aventi diritto ha votato per Guglielmelli! E dalle segnalazioni che da più parti ci giungono, sembrerebbe che i votanti effettivi per Guglielmelli siano molti di meno di quelli dichiarati».
«Non possiamo essere certi di nulla – continua Laratta –, visto che il congresso si è quasi interamente svolto senza il candidato della  nostra Area, senza i nostri garanti, senza gli  effettivi organi di garanzia congressuale, senza alcun rispetto per le più elementari regole del confronto democratico. Davanti ad un risultato come questo, non solo Guglielmelli non dovrebbe attendere alcuna convalida; quanto dovrebbe farsi da parte per la clamorosa sconfitta registrata. Dovrebbe farlo per il bene del partito, per riprendere un ragionamento che superi la lacerazione, per trovare soluzioni condivise».
A stretto giro arriva la replica, ovviamente piccata, di Guglielmelli, che risponde pan per focaccia alle frecciate di Laratta: «Ad essere clamoroso è il comunicato dell’area Renzi che continua in un atteggiamento di scontro totale, falsificando dati e fornendo interpretazioni di parte e che non hanno alcun riscontro. In provincia di Cosenza si è svolto un congresso regolare e partecipato nonostante il ritiro di Laratta. I numeri del resto parlano chiaro: oltre il 60% degli iscritti all’anagrafe 2012 e dei nuovi iscritti 2013 ha partecipato alla discussione e alle operazioni di voto e l’80% ha espresso un consenso per la mia candidatura. Considerata la prova di forza ingaggiata, e persa, da tutti i componenti dell’area Laratta che si sono battuti con vigore sul non voto e sull’astensione, il dato di Cosenza è straordinario considerato che nei precedenti congressi provinciali (si intende la votazione nelle convenzioni provinciali sulle mozioni nazionali e non le primarie) si è registrata un’affluenza al voto intorno al 70% degli iscritti. Basta guardare ai congressi celebrati quando ancora era in campo la candidatura di Laratta: a Montalto, dove vince Laratta, va a votare solo il 66% degli aventi diritto e nei congressi dei primi giorni abbiamo registrato una partecipazione al voto sempre intorno al 75%».
«Mi sembra – aggiunge Guglielmelli – di assistere ai commenti post-voto di chi non ha partecipato alle elezioni e pensa di aggiudicarsi il non voto degli astensionisti. Siamo davvero al ridicolo. In ogni circolo erano presenti in massa, inoltre, esponenti dell’area Renzi che hanno vigilato su tutte le procedure congressuali ed il fatto che non si sono registrati ricorsi per oltre 100 congressi di circolo è la dimostrazione lampante della correttezza delle operazioni di voto. Infine rivolgo un invito a tutti di aspettare con serenità le decisioni degli organi interni di garanzia e controllo e di non continuare con una lacerazione che fa male al PD. Ritengo che debba essere interesse di tutti tutelare e difendere il PD come patrimonio collettivo. In questo senso la continua opera di demolizione posta in essere dai falchi sconfitti non fa altro che rafforzare le forze politiche ostili al Pd. La soluzione condivisa, infine, di cui si parla nel comunicato dell’area Renzi, è stata già espressa in un processo democratico che ha visto discutere e votare migliaia di democratici e democratiche e nessuno può pensare di annullare un voto democratico per tornare nelle stanze fumose della contrattazione correntizia e della spartizione di poltrone. Spero che prevalga uno spirito costruttivo per il futuro e che tutti insieme possiamo ritornare a discutere dei problemi che interessano ai calabresi». (0040)

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  • Occhiello Duro botta e risposta tra l`ex candidato e il vincitore in pectore del congresso provinciale

Quella portata a termine oggi a Reggio Calabria è un’indagine che «ha messo a nudo la pervasività e pericolosità economica e sociale della ‘ndrangheta e le connessioni inquietanti con il mondo delle professioni e dei cosiddetti colletti bianchi». Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia, esprime «soddisfazione e apprezzamento per l’operazione della Dda di Reggio Calabria e della Guardia di finanza che oggi hanno messo a segno un duro colpo contro le cosche reggine della ‘ndrangheta. Un importante successo di contrasto delle attività criminali nella regione e non solo».  
Il livello di pervasività delle cosche svelato dall’indagine, secondo la Bindi, dimostra «quanto sia estesa la capacità di condizionamento e alterazione delle regole che penalizza lo sviluppo dell’economia legale e la crescita della regione e quanto ancora sia grande il lavoro di vigilanza e prevenzione che va sviluppato a monte della preziosa attività degli inquirenti e delle forze dell`ordine».

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  • Occhiello Il commento della presidente della Commissione antimafia che esprime apprezzamento per l’operazione della Dda

CATANZARO «Diversamente da quanto annunciato da Cgil, Cisl e Uil, la mobilitazione dei lavoratori Lsu/Lpu della Calabria non si arresta e va avanti». È quanto annuncia, in una nota la federazione regionale dell`Unione sindacale di Base (Usb) che attacca l`atteggiamento dei sindacati confederali definito da «pompiere, come al solito» in quanto questi avevano dichiarato sospesa la protesta dei precari dopo l`annuncio della Regione di saldare «soltanto due mensilità arretrate». Viceversa il sindacato di base rilancia e annuncia la convocazione per il 12 novembre dello sciopero di tutti i lavoratori e la manifestazione davanti al consiglio regionale.
«Noi riteniamo – motiva nel comunicato l`Usb – che fino a quando non saranno impegnate le somme necessarie per il pagamento di tutte le spettanze e per le proroghe dei progetti, i lavoratori devono restare in piazza». Per la federazione regionale del sindacato di base, «restano valide e attuali, infatti, tutte le motivazioni della protesta che dal 19 settembre stanno portando in piazza e dentro i luoghi di lavoro i precari Lsu/Lpu». Un`azione di protesta che «non è tesa – spiegano – solo ad ottenere le retribuzioni mensili dovute e alla proroga dei progetti (di cui, tra l’altro, non si fa menzione nelle dichiarazioni di impegno della Regione), ma è soprattutto finalizzata alla stabilizzazione definitiva del rapporto di lavoro».
«La (finta) stabilizzazione di alcuni precari – denunciano –, solo annunciata dal governo centrale con il decreto “ammazza precari”, non consentirà, infatti, nessuna assunzione dal bacino Lsu/Lpu della Calabria, per il mancato recepimento delle deroghe ai vincoli finanziari, richieste a più riprese dalla sola Usb, sia a livello locale che al ministero del Lavoro». Per i rappresentati regionali dell`Unione sindacale di base, «manca la volontà politica per trovare le soluzioni ai precari e il governo Letta non intende investire un euro su questa problematica».
«Se ci fosse stata – spiegano – l’avremmo trovata nella legge di stabilità appena varata o nel decreto ammazza precari appena convertito in legge. Ci fosse stata questa volontà, il governo avrebbe già istituito un tavolo permanente, che l’Usb continua a richiedere, con il coinvolgimento delle regioni del Sud, del  ministero del Lavoro, di quello dell’Economia e del ministero della Funzione Pubblica. Invece non accade nulla di ciò ed il tavolo annunciato con Patroni Griffi sarà, purtroppo, un’altra manovra per buttare fumo negli occhi ai lavoratori, con l’assenso delle stesse organizzazioni sindacali rimaste silenti e complici per anni, di fronte allo scempio e a tutte le manovre che hanno minato il diritto la lavoro, al reddito e alla dignità».
Da qui l`invito dell`Usb a «continuare la lotta vera, fin quando non verrà risolta definitivamente la vertenza con la stabilizzazione di tutti i precari». (0090)

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  • Occhiello La federazione regionale dell`Unione sindacale di base attacca la decisione della triplice di sospendere la mobilitazione dei lavoratori del bacino Lsu-Lpu. «Il 12 novembre sciopero e manifestazione davanti al consiglio regionale»
Mercoledì, 06 Novembre 2013 18:12

Gioia, sei giovani segregati in un campo rom

GIOIA TAURO Doveva essere un`operazione di polizia di routine, per cercare armi e droga, in una zona da sempre abitata dalla comunità rom di Gioia Tauro, nel Reggino, ma i carabinieri stamattina hanno scoperto sei giovanissimi, tra i quali quattro minorenni e un maggiorenne con problemi motori, rinchiusi all`interno di un appartamento fatiscente. I giovani, probabilmente, erano segregati lì  da qualche giorno, anche se accertamenti in questo senso sono in corso in questo momento da parte della Procura di Palmi, dei carabinieri di Gioia Tauro e della Procura dei minori. I giovani sono stati subito trasportati all`ospedale della città del porto per essere visitati dai medici. L`operazione di polizia era scattata questa mattina nel quartiere Ciambra di Gioia Tauro, una sorta di ghetto all`interno del quale vive da molto tempo una parte della comunità rom di Gioia Tauro. Il blitz nel quartiere avvengono a cadenza quasi regolare, di solito alla ricerca di armi e droga. Stamattina, però, gli investigatori si sono imbattuti durante la perquisizione di un appartamento in una delle palazzine del quartiere, in una porta chiusa. Appena l`hanno aperta, i carabinieri hanno scoperto i sei giovani.
Erano stati segregati in una situazione di estrema precarietà igienica e sanitaria, oltre che fisica e psichica, i sei ragazzi, quattro dei quali minorenni, liberati dai carabinieri nel quartiere Ciambra, occupato dai rom, di Gioia Tauro. Trasportati in ospedale, nella vicina Polistena, sono stati poi dimessi dopo i necessari accertamenti sul loro stato di salute. Tra loro anche delle ragazzine. Solo uno dei due maggiorenni è stato trattenuto nel reparto di psichiatria in quanto affetto da problemi di natura mentale. I ragazzi appartengono allo stesso nucleo familiare. Una situazione, la loro, definita «spaventosa» dagli inquirenti.

LE SCUSE DELLA NONNA
La nonna dei ragazzi segregati nel campo rom di Gioia Tauro, Fiorina Amato, di 60 anni, agli inquirenti ha sostenuto che all`interno della stanza era custodito solamente il ragazzo adulto con problemi psichici e motori e che tutti gli altri si sono nascosti quando «hanno sentito le sirene delle macchine delle forze dell`ordine». La donna è stata sentita dagli inquirenti ai quali ha fornito una serie di giustificazioni sull`accaduto. La sessantenne ha sostenuto anche che il ragazzo era stato sistemato nella stanza perché si temeva che «potesse fare male a qualcuno».
Poi Fiorina Amato, mentre veniva arrestata, si è detta dispiaciuta per quanto accaduto e ha sostenuto che «mi occuperò dei miei nipoti, li farò andare a scuola e gli darò tutto quello che vogliono». Quando gli investigatori sono entrati nella stanza hanno trovato una situazione definita «spaventosa» perché le condizioni igienico-sanitarie erano «pessime».
I ragazzi, una volta liberati, hanno mostrato difficolta` a camminare come segno evidente di una «lunga reclusione nella stanza dell`appartamento». (0050)

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  • Occhiello Arrestata la nonna. I carabinieri hanno scoperto i ragazzi, tra i quali quattro minorenni e un maggiorenne con problemi motori, rinchiusi all`interno di un appartamento fatiscente. Tra loro anche ragazzine. Gli inquirenti: «Situazione spaventosa».
Mercoledì, 06 Novembre 2013 17:52

Il “doppio” documento spacca il Pdl

LAMEZIA TERME Non ci sarà una spaccatura ufficiale tra lealisti e governativi nel Pdl calabrese. Ma ormai è una lotta senza quartiere tra le due fazioni in guerra. L’ultimo casus belli è quello rappresentato dalla doppia versione del documento partorito (all’Ansa è stato fatta recapitare la versione in cui si riconosce «il ruolo strategico di Angelino Alfano») al termine del vertice di lunedì scorso a Palazzo Alemanni.
Sul banco degli imputati c’è il capogruppo del Pdl in consiglio regionale Gianpaolo Chiappetta. A lui, i diversi consiglieri che in precedenza avevano dato il loro assenso al deliberato dell’ufficio di presidenza del Pdl, imputano il venir meno della «funzione di garanzia» che l’incarico ricoperto gli imporrebbe. Il malcontento si sarebbe concretizzato attorno a una comunicazione scritta riservata indirizza al capogruppo a cui si lavora e che ancora non è stata inviata proprio per evitare di ufficializzare la crisi. «Voglio stare lontano dalle polemiche, in questo momento così cruciale non possiamo dividerci», sarebbe stata la risposta univoca fornita da Chiappetta a chi lo ha cercato per ottenere spiegazioni su quanto successo.
A rasserenare gli animi non è bastata nemmeno l’azione di moral suasion portata avanti dall’assessore regionale Mimmo Tallini (inizialmente tra i firmatari del documento dei falchi per il Consiglio nazionale del partito ma che adesso è preoccupato di non far mancare il suo sostegno a Scopelliti). Niente e nessuno riesce a placare l’ira dei lealisti. Uno di loro, dietro la garanzia dell’anonimato, attacca: «Da Scopelliti ci saremmo anche potuti aspettare questo. In fondo lui è abituato a comandare da solo e convoca il partito solo per ratificare decisioni prese altrove. Ma il capogruppo avrebbe dovuto tutelarci e non l’ha fatto».
Cosa succederà adesso? Il governatore sta raccomandando a tutti i protagonisti di questa vicenda di «evitare nuove tensioni» perché tutto si «risolverà in breve tempo». Di più, dimostrando grandi doti di equilibrismo politico, a Roma dispensa interviste e dichiarazioni in cui auspica «l’unità del partito attorno al presidente Berlusconi» mentre in Calabria continua a sostenere che la corrente di Alfano (della quale lui è uno dei principali azionisti) ha i numeri necessari per far andare avanti il governo anche in caso di ritiro della fiducia da parte del Cavaliere.
In questo caos calmo, il più concreto è forse Ennio Morrone: «Il doppio documento? Io credo alla buonafede di Chiappetta. E poi a Roma sanno bene le posizioni di ognuno di noi…». Un po’ come dire: parlate pure, tanto poi le vere trattative si svolgono altrove. (0040)

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  • Occhiello Lealisti contro Scopelliti e Chiappetta per il «riconoscimento del ruolo strategico di Alfano» sancito nel comunicato partorito al termine del vertice di Catanzaro

REGGIO CALABRIA «La `ndrangheta qui controlla molto se non tutto». Poche parole sono state sufficienti al procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, per riassumere tutta l`inchiesta “Araba Fenice” che poggia le sue basi sulle intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte dal nucleo di Polizia tributaria e dal Gico della guardia di finanza, guidate dal colonnello Mimmo Napolitano e dal maggiore Peppino Abbruzzese.
Le cosche si sono divise il territorio. Ma non solo. Anche il lavoro nei cantieri dell`edilizia privata: le cimici delle fiamme gialle hanno dimostrato come, in riva allo Stretto, non c`è spazio per l’economia legale, per quelle società che, in un modo o nell`altro, non sono riconducibili alle consorterie.
Il sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo è riuscito a registrare addirittura un vero e proprio summit mafioso durante il quale Giuseppe Stefano Tito Liuzzo “sceglieva” «le imprese che avrebbero lavorato presso il cantiere della Edilsud».
«L’analisi eseguita – scrivono infatti i magistrati – ha consentito di acclarare che ogni impresa, che ha contribuito alla realizzazione delle costruzioni edificate dalla Edilsud S.n.c., risulta essere strettamente legata, direttamente o indirettamente, a personaggi già noti alle all’autorità giudiziaria, alle forze dell’ordine nonché alle cronache criminali reggine, in quanto organicamente inseriti nell’articolata struttura della `ndrangheta operante nella "provincia" di Reggio Calabria».
Un fiume di intercettazioni che si sono rivelate fondamentali per l`impianto accusatorio approvato dal gip che ha firmato le 43 ordinanze di custodia cautelare.
Il pm Lombardo ha definito addirittura “illuminante” il «colloquio chiarificatore, intercorso in data 27.10.2009, tra il pregiudicato mafioso Liuzzo Giuseppe Stefano Tito – reale dominus della speculazione edilizia – e il boss Latella Antonino (classe 1949), recentemente tratto in arresto nell’ambito della nota Operazione “Reale”, quale capo della ‘ndrina Ficara-Latella».
In sostanza, in quella conversazione Liuzzo ha effettuato una «parziale elencazione della “spartizione” dei lavori di completamento dell’Edilsud S.n.c.».
I due si trovavano nell’ufficio della Euroedil Sas quando Liuzzo spiega: «Voglio dirvi io... ascoltatemi... voglio dire... è stata una scelta... il Barcaiolo ha voluto fare la carpenteria... ma è stata una scelta di Barcaiolo (un altro indagato, ndr)... dice ma qua c`è tizio che la fa... io ho preso l`impegno con Barcaiolo... ohh... vostro nipote (ndr Latella Vincenzo) ha voluto fare il ferro... il ferro... Saverio (ndr Autolitano) ha voluto fare gli ascensori... gli ascensori... eh... Salvatore (ndr Saraceno) ha voluto fare... voglio dire... le mattonelle (ndr pavimenti)».
E in un`altra occasione è sempre Liuzzo a raccontare al pregiudicato Gaspare Giuseppe Gozzi «l`acclarato meccanismo mafioso alla base della spartizione dei lavori»: «Quando ci sono state delle incomprensioni... – dice Liuzzo – qua sotto (riferito al cantiere della Edilsud Snc n.d.r.), qua allora, quando si sono seduti, in un primo movimento, prima che entrassi io… omissis… lui si è seduto e ognuno si è guardato, scusa la volgarità, il cazzo e il culo suo, scusa la volgarità… omissis…scusa la volgarità... Chi si è guardato lo sbancamento, chi si è preso il lavoro del ferro, chi si è preso l`impianto elettrico, chi si è preso una cosa e chi si è preso un`altra, chi si è preso il piegamento del ferro... Dell`altra parte, chi si è tirato la pittura, chi si è preso le facciate, chi si è preso l`impianto elettrico. Poi sono subentrato io... come... società, io sono entrato con una quota... allora, quando sono entrato io tutti... pino i lavori, eh... è venuto Nino Pavone, mandato.... come rappresentante, è venuto Nino Pavone e dice... lo sbancamento, i camion, abbiamo combattuto prima noi, dice, sai Pino, un poco di lavoro…omissis sono venuti i tuoi nipoti dai... gli ho detto io a tuo nipote... non ti preoccupare, lasciami fare a me che... non ti preoccupare che ti faccio entrare, però tu devi sentire come ti dico io...».
Il “Liuzzo pensiero”, in sostanza, si può riassumere con una frase captata nel corso di un`intercettazione. Poche righe dalle quali, però, traspare la consapevolezza degli indagati di aver creato un cartello di imprese. Una vera e propria “holding criminale” con i suoi pro e suoi contro: «Se io mi devo fare un pezzo di lavoro per guadagnare quei centomila euro, mi devo fare dieci anni di carcere con qualche altra associazione, io mi sono stancato». (0090)

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  • Occhiello Nelle intercettazioni telefoniche e ambientali, raccolte dalla guardia di finanza, sarebbero emersi i particolari della divisione degli appalti dei cantieri della Edilsud
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