Evitato il carcere duro grazie a perizie fasulle, per i boss della 'ndrangheta si aprivano le porte di una lussuosa clinica privata dotata di tutti i comfort. Gli affiliati potevano contare non solo su stanze singole e televisione, ma anche di telefoni cellulari e addirittura facebook. A raccontare i particolari della “dolce vita” degli uomini del clan detenuti sono quattro collaboratori di giustizia. Tra questi spicca il nome di Antonio Forastefano, boss pentito della Sibaritide. Lui stesso racconta di aver scelto i suoi periti di parte su indicazione della moglie, Caterina Rizzo. Lo scopo della nomina era proprio quello di riuscire ad ottenere il trasferimento presso Villa Verde.
In un interrogatorio Forastefano ha riferito della visita effettuata congiuntamente da Ambrosio e Quattrone e di come quest’ultimo gli «faceva cenno di piangere» per rendere più credibile la messa in scena. Nel corso dello stesso interrogatorio, Forastefano ha ammesso di avere tentato di sottoalimentarsi per dimostrare la propria incompatibilità col sistema carcerario.
Ricostruzione che trova conferma nelle parole di Lucia Bariova, cognata del boss detenuto: «So che anche i periti nominati dal Tribunale sono stati “avvicinati” dalla moglie di Forastefano Antonio e so che sono stati anche corrotti con denaro. Secondo quello che mi ha detto mia cognata Caterina Rizzo il dottore Quatrone di Reggio Calabria si è reso disponibile a svolgere una perizia compiacente. Sempre secondo quanto mi ha detto mia cognata, Quattrone ha chiesto 20.000 euro, ricevendone solo 5000, per il momento». Anche Salvatore Lione, affiliato al clan Forastefano, dichiara di aver consegnato, in più tranche, migliaia di euro in contanti alla moglie di Antonio Forastefano prelevati dalla “bacinella” della cosca.
Ma a raccontare dall'interno ciò che accadeva nella clinica di Donnici è Samuele Lo Vato. Una reclusione dorata. Gli uomini del clan potevano ottenere cellulari “puliti” con schede intestate a ex pazienti della clinica. Avevano a disposizione anche computer con cui potevano connettersi a internet, controllare la posta elettronica, addirittura chattare su facebook. Il collaboratore ha fornito anche i nickname utilizzati da alcuni detenuti. Lo Vato ottenne una certificazione che attestava un tentativo di suicidio mai avvenuto. «Indicavo che la relazione avrebbe dovuto attestare che ero stato trovato esamine, con la testa infilata in un sacchetto di plastica. Ho ottenuto questa relazione il cui contenuto è completamente falso».
Favori che naturalmente avevano un prezzo. Ancora Lo Vato racconta di regalie continue ai camici bianchi disponibili: Rolex, piante, frutta esotiche, divani, lenzuola, macchine e scooter. Ma soprattutto denaro contante, migliaia di euro, per pagare i medici disposti a certificare la loro incompatibilità con il carcere.
g.maz
17/07/2012 13:55
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