Aldo Pecora intervistato da Michele Macrì

Di seguito l'editoriale pubblicato sul numero 43 del Corriere della Calabria

In queste pagine troverete il racconto dettagliato di una storia amara che ci parla di quando l’antimafia diventa mestiere, spettacolo, indignazione virtuale, strumento di promozione di sé, con tutti i mezzi, non ultimi, quelli dell’inganno e del travisamento della realtà. Nelle settimane scorse ha fatto scalpore la notizia da noi pubblicata del sequestro, per motivi di mafia, della casa dove abitano e risiedono due simboli dell’antimafia calabrese: Aldo Pecora, fondatore e presidente del Movimento Ammazzateci Tutti, e suo padre Giovanni, vicepresidente della Fondazione intitolata al giudice Antonino Scopelliti, ucciso in un agguato di mafia rimasto impunito. Qualcuno, i signori Pecora, in primo luogo, si è indignato per la pubblicazione della notizia e ci ha accusato di aver finanche indicato l’indirizzo di casa dei due leader antimafia, in questo modo esponendoli a ritorsioni e attacchi. È un’indignazione mal riposta, visto che l’indirizzo in questione era già pubblico. Conosciuto dalla Direzione distrettuale antimafia che ha emesso un pubblico provvedimento di sequestro del bene, la casa dei Longo, nelle mani di polizia giudiziaria e avvocati difensori, e  perché inserito negli elenchi dell’Ordine dei giornalisti della Calabria al quale il signor Aldo Pecora è iscritto in quanto pubblicista. Noto, infine, agli stessi affiliati della cosca Longo, inquisita e condannata nel processo “Crimine”. Ma non è questo il punto. Il fatto che due leader dell’antimafia, molto attivi sul web a dare lezioni di legalità e trasparenza, siano affittuari di una casa di proprietà di un soggetto accusato di essere un boss mafioso, era una notizia e come tale andava pubblicata, soprattutto se si pensa al dettaglio che quel palazzone suddiviso in quattordici appartamenti non risultava neanche finito e accatastato. Stop. Una seconda ipotesi non era e non è data per chi fa il giornalista, perché si chiama censura, occultamento della notizia, un mestiere che questo giornale non pratica. Dopo l’uscita del nostro articolo, però, si sono verificati due episodi allarmanti: il signor Pecora, presidente di Ammazzateci Tutti, ha denunciato di aver trovato sul parabrezza della sua auto un bigliettino di minacce e dei bossoli esplosi. Pochi giorni dopo, un altro allarmante attacco. «È stato aggredito da due finti giornalisti, non si sa da chi né per che cosa mandati lì. Lo avevano atteso in macchina col motore acceso per ore»: con queste parole i signori Pecora hanno lanciato l’allarme e organizzato un apposito sito web. «Aldo va protetto. Aldo è sotto tiro» lo slogan. Come potevano personalità del calibro di don Luigi Ciotti, Nando Dalla Chiesa, Maria Falcone, Ferdinando Imposimato e altri che della lotta alle mafie hanno fatto la ragione fondante della loro vita, non raccogliere l’accorato appello e non sottoscriverlo, come hanno fatto, esprimendo tutta la loro solidarietà? La Calabria e la lotta alla mafia più potente che qui ha le sue radici, i suoi legami politici e istituzionali, sono nei loro cuori e nella loro azione. La Calabria è la terra di Rocco Gatto, Peppino Valarioti, del giovane Vinci, di Franco Fortugno, di Antonino Scopelliti e altri, che dalla ’ndrangheta sono stati uccisi, e nessuno di loro era protetto.Come si vede la materia è delicatissima. Se in questa terra ci sono persone, politici, giornalisti, attivisti dell’antimafia, che non possono esprimersi liberamente perché minacciati dalla ’ndrangheta, noi abbiamo il dovere di capire e di essere in prima fila nella difesa della libertà e della vita di tutti. Quindi abbiamo approfondito entrambi gli episodi di minaccia. Sul primo stanno indagando i carabinieri che stanno analizzando la grafia del bigliettino e la provenienza dei bossoli. Per il momento c’è poco da dire: quando l’inchiesta sarà conclusa ne sapremo di più e informeremo l’opinione pubblica.Sul secondo tutto è già chiarissimo. Nelle pagine che seguono troverete i dettagli della vicenda per come li abbiamo ricostruiti e tutta la documentazione, a cominciare dal verbale stilato dai carabinieri. Come si può vedere nessuno è stato “aggredito”, i due operatori di una radio locale  – uno dei quali, minacciosissimo, era abbigliato con coppola e corona di peperoncini rossi, e presumibilmente piccanti al collo – si erano recati a intervistare il signor Pecora, Aldo, il leader di Ammazzateci Tutti, proprio sul singolare episodio della residenza nella casa del boss Longo. L’intervistatore, come si può vedere dalla foto che pubblichiamo e dallo “sbobinato” dell’intervista, può essere definito in mille modi, ma non come un «energumeno» minaccioso, potenziale killer della ’ndrangheta, espressione usata più volte sul web per indicarne l’estrema pericolosità. Basta consultare la pagina Facebook del signor Pecora Giovanni per documentarsi. E allora, vale la pena riflettere e porre domande. La prima riflessione è molto amara, perché affonda il pensiero in quella che è diventata oggi l’antimafia, soprattutto in terra di Calabria. C’è un’antimafia che lavora giorno dopo giorno lontano dai riflettori sui beni confiscati ai mafiosi. Coltiva terre, crea posti di lavoro, educa coscienze e indica ai calabresi tutti un’altra strada. È l’antimafia che raccoglie il testimone lasciato da Peppino Valarioti e ne esalta il messaggio: la battaglia si vince se si crea un consenso ampio, di massa, se il protagonista non è uno solo, ma sono i calabresi onesti. E c’è un’antimafia del protagonismo individuale, fatta di slogan buoni per tutti, dietro i quali anche la classe politica più corrotta e collusa si può ritrovare. Per farla breve, avevano ragione i ragazzi che nell’ultima, partecipata manifestazione a Reggio, esposero lo striscione “La ’ndrangheta è viva e lotta insieme a noi” per stigmatizzare l’ambiguità delle partecipazioni politiche a quel corteo. È l’antimafia dei convegni lautamente finanziati dalla politica, l’antimafia delle relazioni (in Calabria con Scopelliti, a Roma con Fini o Veltroni), l’antimafia dei palcoscenici (va bene quello di Santoro e quello de Il Giornale, basta che sia illuminato a dovere), l’antimafia che in Calabria evita accuratamente di occuparsi di zona grigia e di politici chiacchierati, è l’antimafia che muove coscienze, le inganna, le truffa al solo scopo di autoeleggersi a mito, simbolo farlocco di una Calabria onesta al solo scopo di ottenere un posticino al sole. Una candidatura, certo. Parigi val sempre bene una messa. Ecco perché ci siamo occupati, ci occupiamo e ci occuperemo di questa vicenda. Per il momento prendiamo atto (ma non ce ne meravigliamo) che alle domande da noi poste non sono venute risposte, ma insulti, inutili insinuazioni, sottili avvertimenti. E allora insistiamo. È legittimo che il signor Pecora Giovanni, vicepresidente di una Fondazione intitolata ad un giudice ucciso dalla ’ndrangheta la cui vita è stata sempre specchiata, limpida, trasparente, non sapesse che la casa in cui vive fosse di proprietà di un presunto boss di mafia? Ora lo ha saputo, lo sa almeno da quando la Dda ha affisso sul palazzo in cui abita il cartello che lo indica come bene di provenienza illecita perché mafiosa. Che fa, è ancora lì, il vicepresidente della Fondazione Antonino Scopelliti? Vive ancora in quella casa? Ha difficoltà a cambiare abitazione? Se è così, aiutiamolo: la Calabria migliore lo aiuti a trovare una casa “pulita”, al di sopra di ogni sospetto. Facciamolo, ma non per lui, per il rispetto che si deve alla memoria di un giudice, un servitore dello Stato che ha pagato con la vita i suoi mille, troppi no, alla mafia. E poi il signor Pecora Aldo. Il sito che invita a non lasciarlo solo ha raccolto centinaia di adesioni, ci sono le foto di facce giovani che solidarizzano con lui. Sono i volti dell’Italia migliore, di ragazzi che aspirano a un’Italia della sincerità e della trasparenza, dove i mafiosi (con le loro case e i loro ospiti) siano relegati al ruolo marginale di semplici delinquenti da strada. È a loro che bisogna dare risposte, è alla loro voglia di rivoltare la Calabria e l’Italia che bisogna rispondere con atti concreti, coerenti, eticamente inattaccabili. Tradire le pulsioni, le aspirazioni, la voglia di giustizia dei giovani, strumentalizzare e usare l’acqua limpida dei loro sentimenti per le proprie miserabili ambizioni personali è il peggior delitto che si possa compiere. Infine i firmatari dell’appello. Maria Falcone e Ferdinando Imposimato hanno due destini tragicamente simili, entrambi hanno avuto la vita lacerata dall’assassinio di un fratello. Un dolore incolmabile. Lo stesso che conosce Nando Dalla Chiesa, il figlio del Generale. Tutti e tre hanno trasformato la disperazione e l’angoscia della perdita in impegno civile. Tutti e tre con una vita trasparente, che è di esempio agli altri. E don Luigi Ciotti, che i dolori dei familiari delle vittime di mafia ha trasformato in azione concreta, quotidiana. Concludendo. Vi raccontiamo una storia amara, ve la documentiamo con atti e testimonianze, il resto, le reazioni che seguiranno (che immaginiamo, nello stile dei protagonisti, volgari) sono chiacchiere. Ci sono risposte che ancora aspettiamo, non sono venute e non verranno. C’è un appello, «Aldo è sotto tiro, Aldo va protetto», lo raccogliamo, lo facciamo nostro. La magistratura accerti e vada fino in fondo ai casi di minaccia, la Prefettura valuti se c’è bisogno di assegnare scorte e protezioni. Si faccia luce, finalmente, e se la verità che emergerà sarà un’altra (come si vede l’«energumeno» con coppola e peperoncini era solo un buontempone fatto passare per pericoloso killer di mafia) non saranno necessarie sanzioni penali o altro. Basterà la vergogna e la montagna di ridicolo scaturita dalla menzogna a schiacciare ogni falso mito.


10/04/2012 17:11
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