Un carabiniere del Ros

REGGIO CALABRIA È scattata all’alba l’operazione antimafia “Reale 5”. Ventisei persone sono state arrestate dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio Calabria per associazione a delinquere di stampo mafioso. I soggetti sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip su richiesta della Dda che ha colpito la ‘ndrangheta, è scritto in una nota dei carabinieri, «nelle sue articolazioni territoriali operanti nei mandamenti jonico, tirrenico e metropolitano della provincia di Reggio e in Piemonte». Al centro dell’inchiesta, la rete di alleanze della cosca Pelle di San Luca, «funzionale alla gestione dei diversificati traffici illeciti ed al sostegno logistico dei latitanti, tra i cui il noto boss defunto Antonio Pelle, arrestato dal Ros nel giugno 2009».

«CI HANNO CONSUMATO»
«Hanno fatto nomi, i nomi... di tutte le persone... praticamente del responsabile provinciale. Ci hanno consumato con un'associazione. Un'associazione di 'ndrangheta». A parlare così è il boss Giuseppe Pelle, di 52 anni, nella sua abitazione di Bovalino con due emissari delle cosche della fascia tirrenica che vanno a trovarlo per manifestare la preoccupazione di quello che sarebbe stato poi individuato come il capo crimine Domenico Oppedisano dopo il ritrovamento di due microspie nell'auto di due affiliati di Reggio Calabria. L'intercettazione è antecedente all'operazione Crimine che nel luglio del 2010 portò a oltre 300 arresti tra la Calabria e la Lombardia ed è agli atti dell'inchiesta della Dda di Reggio Calabria Crimine 5 conclusa stamani dall'operazione condotta dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio con l'arresto di 26 persone. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, favoreggiamento aggravato dalle modalità mafiose e inosservanza della pena per la rete di copertura offerta alla latitanza del boss Antonio Pelle detto "gambazza", arrestato dal Ros nel giugno del 2009 dopo 9 anni di latitanza e morto nel novembre successivo per sue precarie condizioni di salute quando aveva 77 anni. Dalle indagini è emerso che Antonio Pelle aveva goduto di una serie di appoggi. Dalle intercettazioni è emerso che dopo un periodo trascorso nei bunker di contrada Ricciolio, il vecchio boss era stato ospitato a Careri, successivamente si era spostato a Natile Vecchio di Careri, per poi essere trasferito in provincia di Cuneo. Infine, dal dicembre 2008 fino ad aprile/maggio 2009, Pelle aveva trascorso la latitanza a Santo Stefano d'Aspromonte.

L'OSSESSIONE DELLE INTERCETTAZIONI
Gli affiliati della cosca Pelle di San Luca erano ossessionati dalla paura di essere intercettati, fino a sembrare "paranoici", come vengono definiti dai militari dell'Arma. Una preoccupazione che aveva spinto gli appartenenti al clan a selezionare, sulla base dell'affidabilità personale e della capacità professionale, alcuni tecnici che provvedevano a bonificare periodicamente i mezzi e le loro abitazioni. Dalle indagini è inoltre emerso che ogni uomo dei Pelle aveva maturato una tecnica tutta propria, alla quale faceva ricorso ogni volta si trovava in auto o, comunque, in un ambiente chiuso: dialogare a voce molto bassa, inquinare le voci alzando il volume della radio o della televisione o, addirittura, non parlare. Tutti, inoltre, erano attenti a cogliere anche il più piccolo malfunzionamento elettrico, rumori o fruscii nelle loro vetture, che potesse indicare la presenza di una microspia.


16/07/2012 07:55
© riproduzione riservata.