Lo sguardo di Angela Casella si perde tra le montagne che circondano il Santuario di Polsi (foto Gigi Romano)

CATANZARO «Aveva una grande forza». Monsignor Antonio Ciliberti era il vescovo di Locri quando fu sequestrato Cesare Casella e ha un ricordo molto vivo di Angela Casella, la madre del giovane sequestrato dalla 'ndrangheta che nel 1989 venne in Calabria, attuando una serie di iniziative clamorose, per chiedere la liberazione del figlio.
Lei incontrò Angela Casella quando venne in Calabria. Che ricordo ha di lei?
«Sì la incontrai più volte e di lei ho ancora un ricordo molto vivo. Mi espresse la sua disperazione e la situazione di forte apprensione che lei e il marito vivevano per la sorte di Cesare. Mi descrisse una situazione emotivamente molto toccante e significativa. Io le dissi che la libertà dell'uomo, di qualsiasi uomo, è un bene sacro e nessuno può permettersi di metterla in discussione con la prevaricazione e il sopruso».
Cosa la colpì di lei?
«Sicuramente la grande forza e il grande coraggio. Era una donna semplice, ma allo stesso tempo capace di grandi gesti. Diventò un fenomeno mediatico, ma in realtà non era interessata più di tanto alla stampa e ai giornalisti. Voleva soltanto ottenere la liberazione del figlio ed era determinata a fare qualsiasi cosa pur di raggiungere il suo scopo. La sua passione di madre era semplicemente commovente. E venne in Calabria per proporre alcuni valori fondamentali come l'amore e il bene per il prossimo nei quali la civiltà umana deve ritrovarsi».
Si può dire che Angela Casella sia stata un'antesignana dell'impegno della comunità civile contro la 'ndrangheta?
«Certamente sì. Ma io non interpretai l'iniziativa di Angela Casella di venire in Calabria come una sfida alla 'ndrangheta, ma soltanto come un grande gesto d'amore nei confronti del figlio. In realtà è stata un esempio per tutti e per le donne della Locride in particolare. Ma anche per la Chiesa e la comunità civile e politica calabrese. Ricordo che organizzammo per lei una veglia di preghiera per chiedere la liberazione di Cesare alla quale intervennero rappresentanti delle istituzioni e della politica e in quell'occasione io mi rivolsi proprio a loro sollecitandoli a rifiutare i voti della 'ndrangheta. In caso contrario, aggiunsi, diventerete zimbelli dei mafiosi. Come Chiesa ci impegnammo al massimo per sostenere le iniziative di Angela Casella».
Che ricordo ha, monsignor Ciliberti, del periodo in cui è stato vescovo a Locri?
«È stata un'esperienza molto significativa, anche se per certi versi dura».
Si riferisce alle minacce che ha subito?
«Sicuramente non mi hanno fatto piacere. Sono arrivati a sparare contro la porta dell'episcopio. Dopo quell'episodio mi è stata assegnata una scorta che mi ha accompagnato per tutto il periodo in cui sono rimasto a Locri. E non è sicuramente bello per un vescovo essere accompagnato continuamente dalle forze dell'ordine».


Ezio De Domenico (Ansa)

10/12/2011 20:23
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