Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Mercoledì, 17 Giugno 2015
LAMEZIA TERME La Commissione parlamentare antimafia farà una lunga chiacchierata con i vescovi calabresi. Lo ha detto ieri sera Rosy Bindi, ospite a Lamezia Terme per la serata inaugurale del festival antimafia "Trame". La presidente della Commissione, intervistata dal direttore artistico della manifestazione Gaetano Savatteri, ha anticipato l'argomento della missione lametina: "Un incontro con la Conferenza episcopale calabra che, dopo la scomunica pronunciata da Papa Francesco contro le cosche, ha preso una dura posizione contro la 'ndrangheta, scrivendo una lettera ai cristiani della Calabria per ricordare loro che c'è una netta demarcazione tra Chiesa e mafia". Un omaggio, dunque, ma non solo, "perché sappiamo che non è sempre stato così: la 'ndrangheta ha saputo usare la fede per affermare la propria autorità e il proprio potere. Qualcuno, in passato, si è lasciato usare, non tutti hanno saputo dire no". Bindi cita una frase del procuratore antimafia Nicola Gratteri: "In un incontro con dei religiosi li invitò a non accettare finanziamenti per le feste religiose; meglio accontentarsi, in certi casi, di un santo patrono senza i fuochi d'artificio". Religione e non solo: due ore, nella seconda tappa della visita, saranno riservate all'incontro con il presidente della giunta regionale Mario Oliverio, "perché vogliamo avere un'interlocuzione costante con le istituzioni regionali". Chiesa e politica: "Dobbiamo ricordare che non soltanto il Vangelo, ma anche la Costituzione non ha nulla da spartire con le mafie". E questo è un concetto che vale in Calabria più che altrove, probabilmente. Rosy Bindi non sa ancora se dirsi un'esperta di mafie, "perché si evolvono troppo velocemente, ed è dura aggiornarsi", e non ha ricette certe per ciò che accade a Roma. Al più qualche domanda che suona come un suggerimento a Ignazio Marino: "Non so se il consiglio comunale di Roma possa essere sciolto, ma so che se avvenisse si tratterebbe di un'onta per l'intera nazione. Se fossi in Marino, fatta salva la sua estraneità ai fatti, mi chiederei: se dovessero esserci le condizioni per lo scioglimento, quanto potrebbe valere un mio passo indietro?". Non è un invito ("non spetta a me rispondere alla domanda") ma quasi. 
 
LEGGE SUGLI SCIOGLIMENTI DA RIVEDERE
La vicenda di Roma, tuttavia, evidenzia i limiti di una legge, quella sugli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiosi, che la presidente della Commissione antimafia vorrebbe diversa: "Da una parte è troppo rigida, dà un'alternativa troppo secca che non tiene conto della complessità della realtà, mentre in certi casi sarebbe meglio un accompagnamento, una sorta di amministrazione giudiziaria; dall'altra non fornisce abbastanza poteri ai commissari". Per rendere l'idea, Bindi racconta l'incontro con il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà: "Ci ha detto chiaramente che se la commissione prefettizia non ha a disposizione alcuni poteri, la politica rischia di ritrovare le stesse condizioni che hanno portato allo scioglimento. Perché si manda spesso a casa un intero consiglio mentre è impossibile rimuovere un singolo dirigente". 
 
GLI IMPRESENTABILI
Come va con il neogovernatore campano De Luca? "Un'altra domanda, per favore". Il tormentone degli impresentabili non è ancora finito. Ha lasciato segni e ferite profonde, specie nel Pd. Bindi rifarebbe tutto: "Ho fatto ciò che prevede la legge che istituisce la Commissione antimafia. Ed è un po' curioso che oggi mi attacchi chi, come il segretario regionale del Pd calabrese, si era detto entusiasta della nuova legge sugli impresentabili, dicendo che il partito calabrese sarebbe stato il primo ad applicarla". Bisogna essere "più rigorosi con i propri amici che con i nemici". E Rosy Bindi è rigorosissima con Renzi ("governare non è facile come proporsi da rottamatore") e con le politiche del governo ("le cose vanno maluccio per quanto si racconti che stanno andando meglio"). Specie quando si parla di Calabria: "I dati preoccupano soprattutto qui, dove c'è in più il peso delle cosche, che fanno malaffare e soldi e poi vanno a investire al Nord". La crisi del Pd è, per la presidente della Commissione antimafia, soprattutto politica (ad Arezzo su 300 schede c'era scritto "no alla Buona scuola"). Ma "non si può dire che il partito sia esente dalla questione morale".
 
STAMPA E MAFIE
Non lo è neanche la stampa. Tra pochi giorni la Commissione licenzierà una relazione tra mafia e informazione. Si parlerà di giornalisti "che sono sotto attacco e di editori e giornalisti che entrano a far parte della zona grigia. Serve attenzione sugli organi d'informazione locale e un occhio anche sulla Calabria, unica regione in cui non c'è una testata nazionale". Torna l'immagine del cono d'ombra sui fatti calabresi e degli interessi che si intrecciano: "Qui è facile ricondurre le proprietà ai capi politici locali. E poi si vedono certi titoli... Come si fa a pensare che la Cacciola si sia suicidata? Io non ci credo. Come si fa a imbastire una campagna di stampa sul suicidio della Cacciola? Non si può". Così come non si può "minimizzare e avere atteggiamenti negazionisti nei confronti della 'ndrangheta".
 
Pablo Petrasso
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    La presidente della Commissione a Trame: "In passato i clan hanno usato la fede e qualcuno non ha saputo dire no". Il monito sull'informazione: "Certi titoli sul suicidio della Cacciola mi hanno fatto rabbrividire"

  • Articoli Correlati

    - Missione a Catanzaro e Lamezia per la Commissione antimafia

COSENZA «Non ci sono rischi per l'incolumità pubblica». E' quanto afferma, in una nota, la ditta Bilotti Parking srl replicando a una nota di 15 consiglieri di Cosenza in merito ai lavori di piazza Bilotti. «La lamiera visibile nel fotogramma diffuso - è scritto nella nota - non è altro che un cassero a perdere utilizzato per evitare che durante il getto del palo il calcestruzzo defluisca all'interno del vecchio canale Santa Chiara. La presenza di un trovante (un "masso") ha provocato la formazione di un piccolo vuoto di circa 0,04 mc. Il secondo pannello, visibile nello stesso fotogramma pubblicato dagli organi di informazione, ha proprio la funzione di contenere il futuro getto di calcestruzzo a chiusura del vuoto creatosi. La fila di pali oggetto di attenzioni fotografiche è solo la prima delle due costituenti la paratia; infatti, a tergo di quella visibile, ve ne è un'altra. Infine, il tratto di paratia in questione, è stato sottoposto in passato a prove sui materiali, di carico e di integrità delle parti strutturali realizzate.

In conclusione, non vi sono rischi di alcun genere per la pubblica incolumità».

Informazioni aggiuntive

Mercoledì, 17 Giugno 2015 22:32

Tenta di investire l'ex moglie, assolto

COSENZA Il Tribunale di Cosenza ha assolto A.R., 38 anni del luogo, accusato di lesioni aggravate ai danni della moglie. All'uomo veniva contestato un episodio verificatosi davanti a un noto locale del comune di Rende nel marzo del 2010. Secondo l'accusa, A.R. avrebbe diretto a forte velocità il suo veicolo contro la moglie, all'epoca dei fatti erano separati, con la volontà di investirla, evento poi non verificatosi per la reazione della vittima la quale riusciva a evitare l'impatto con il veicolo. Per tale accusa, il 38enne veniva rinviato a giudizio. Ma il giudice Manuela Gallo lo ha assolto perché il fatto non sussiste. Il Tribunale ha accolto in pieno le motivazioni del difensore di A.R., l'avvocato Francesco Mazzotta del foro di Cosenza, il quale ha fatto emergere nel corso dell'istruttoria una serie di forti dubbi sull'effettiva sussistenza del reati. In particolare, l'avvocato Mazzotta ha rilevato come non si fosse raggiunta alcuna certezza in ordine al riconoscimento della persona che era alla guida del veicolo, che quindi non si poteva stabilire con certezza l'esatta identificazione dell'autore del gesto e, infine, che in ogni caso non era stato provato il dolo del delitto contestato, soprattutto in ragione del fatto che, la sera del tentativo di investimento, il marito non aveva posto in essere alcuna condotta da cui potesse emergere una volontà di procurare lesioni alla donna. Da qui la sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di Cosenza. La Procura aveva chiesto la condanna a quattro mesi di reclusione. 

 

mi.mo. 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Un 38enne di Cosenza era accusato di lesioni aggravate ai danni della coniuge

Mercoledì, 17 Giugno 2015 22:26

Speciale Radio1 sulla Sa-Rc

ROMA L'Italia spaccata in due. La Salerno-Reggio Calabria, interrotta da più di cento giorni, taglia fuori il Sud? Quali risposte hanno dato finora la politica nazionale e quella locale? Quali sono gli effetti sul traffico delle merci e quali le prospettive di chi e' costretto a viaggiare sul percorso della cosiddetta "incompiuta"? Sono gli argomenti al centro dello speciale "La Radio ne parla", in onda giovedì 18 giugno alle 10 su Radio1 Rai in diretta da Laino Castello (Cosenza), nel tratto stradale ancora chiuso, per raccontare ciò che è accaduto dal 2 marzo e ciò che, si teme, possa accadere nei mesi estivi. Sono passati più di cento giorni da quando l'A3 è interrotta a seguito di un grave incidente a un pilone del Viadotto Italia, nel quale è morto un operaio. Lo speciale di Radio1 sarà un'occasione per fare il punto sulle difficolta' quotidiane di chi, non potendo transitare sulla Salerno-Reggio Calabria, tristemente nota come l'"incompiuta", è costretto a cercare improbabili vie alternative, per ascoltare la voce di cittadini, sindaci, imprenditori, vertici dell'Anas, e valutare le ricadute sul turismo e sull'ambiente. Conduce Ilaria Sotis, regia di Ludovico Suppa.

Mercoledì, 17 Giugno 2015 22:03

Sorbo San Basile, l'esecuzione di Guzzetti

La Commissione parlamentare antimafia farà una lunga chiacchierata con i vescovi calabresi. Lo ha detto ieri sera Rosy Bindi, ospite a Lamezia Terme per la serata inaugurale del festival antimafia "Trame". La presidente della Commissione, intervistata dal direttore artistico della manifestazione Gaetano Savatteri, ha anticipato l'argomento della missione lametina: "Un incontro con la Conferenza episcopale calabra che, dopo la scomunica pronunciata da Papa Francesco contro le cosche, ha preso una dura posizione contro la 'ndrangheta, scrivendo una lettera ai cristiani della Calabria per ricordare loro che c'è una netta demarcazione tra Chiesa e mafia". Un omaggio, dunque, ma non solo, "perché sappiamo che non è sempre stato così: la 'ndrangheta ha saputo usare la fede per affermare la propria autorità e il proprio potere. Qualcuno, in passato, si è lasciato usare, non tutti hanno saputo dire no". Bindi cita una frase del procuratore antimafia Nicola Gratteri: "In un incontro con dei religiosi li invitò a non accettare finanziamenti per le feste religiose; meglio accontentarsi, in certi casi, di un santo patrono senza i fuochi d'artificio". Religione e non solo: due ore, nella seconda tappa della visita, saranno riservate all'incontro con il presidente della giunta regionale Mario Oliverio, "perché vogliamo avere un'interlocuzione costante con le istituzioni regionali". Chiesa e politica: "Dobbiamo ricordare che non soltanto il Vangelo, ma anche la Costituzione non ha nulla da spartire con le mafie". E questo è un concetto che vale in Calabria più che altrove, probabilmente. Rosy Bindi non sa ancora se dirsi un'esperta di mafie, "perché si evolvono troppo velocemente, ed è dura aggiornarsi", e non ha ricette certe per ciò che accade a Roma. Al più qualche domanda che suona come un suggerimento a Ignazio Marino: "Non so se il consiglio comunale di Roma possa essere sciolto, ma so che se avvenisse si tratterebbe di un'onta per l'intera nazione. Se fossi in Marino, fatta salva la sua estraneità ai fatti, mi chiederei: se dovessero esserci le condizioni per lo scioglimento, quanto potrebbe valere un mio passo indietro?". Non è un invito ("non spetta a me rispondere alla domanda") ma quasi. 
 
LEGGE SUGLI SCIOGLIMENTI DA RIVEDERE
La vicenda di Roma, tuttavia, evidenzia i limiti di una legge, quella sugli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiosi, che la presidente della Commissione antimafia vorrebbe diversa: "Da una parte è troppo rigida, dà un'alternativa troppo secca che non tiene conto della complessità della realtà, mentre in certi casi sarebbe meglio un accompagnamento, una sorta di amministrazione giudiziaria; dall'altra non fornisce abbastanza poteri ai commissari". Per rendere l'idea, Bindi racconta l'incontro con il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà: "Ci ha detto chiaramente che se la commissione prefettizia non ha a disposizione alcuni poteri, la politica rischia di ritrovare le stesse condizioni che hanno portato allo scioglimento. Perché si manda spesso a casa un intero consiglio mentre è impossibile rimuovere un singolo dirigente". 
 
GLI IMPRESENTABILI
Come va con il neogovernatore campano De Luca? "Un'altra domanda, per favore". Il tormentone degli impresentabili non è ancora finito. Ha lasciato segni e ferite profonde, specie nel Pd. Bindi rifarebbe tutto: "Ho fatto ciò che prevede la legge che istituisce la Commissione antimafia. Ed è un po' curioso che oggi mi attacchi chi, come il segretario regionale del Pd calabrese, si era detto entusiasta della nuova legge sugli impresentabili, dicendo che il partito calabrese sarebbe stato il primo ad applicarla". Bisogna essere "più rigorosi con i propri amici che con i nemici". E Rosy Bindi è rigorosissima con Renzi ("governare non è facile come proporsi da rottamatore") e con le politiche del governo ("le cose vanno maluccio per quanto si racconti che stanno andando meglio"). Specie quando si parla di Calabria: "I dati preoccupano soprattutto qui, dove c'è in più il peso delle cosche, che fanno malaffare e soldi e poi vanno a investire al Nord". La crisi del Pd è, per la presidente della Commissione antimafia, soprattutto politica (ad Arezzo su 300 schede c'era scritto "no alla Buona scuola"). Ma "non si può dire che il partito sia esente dalla questione morale".
 
STAMPA E MAFIE
Non lo è neanche la stampa. Tra pochi giorni la Commissione licenzierà una relazione tra mafia e informazione. Si parlerà di giornalisti "che sono sotto attacco e di editori e giornalisti che entrano a far parte della zona grigia. Serve attenzione sugli organi d'informazione locale e un occhio anche sulla Calabria, unica regione in cui non c'è una testata nazionale". Torna l'immagine del cono d'ombra sui fatti calabresi e degli interessi che si intrecciano: "Qui è facile ricondurre le proprietà ai capi politici locali. E poi si vedono certi titoli... Come si fa a pensare che la Cacciola si sia suicidata? Io non ci credo. Come si fa a imbastire una campagna di stampa sul suicidio della Cacciola? Non si può". Così come non si può "minimizzare e avere atteggiamenti negazionisti nei confronti della 'ndrangheta".
 
Pablo Petrasso
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
 

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Il presidente della commissione parlamentare Antimafia ha partecipato all'inaugurazione del Festival dei libri sulle mafie a Lamezia Terme: "Tornerò presto e incontrerò il presidente Scalzo per sottolineare l'importanza di nominare una commissione antindrangheta"

Mercoledì, 17 Giugno 2015 21:21

Caso Sarlo, depositato il ricorso della Procura

CATANZARO La Procura della Repubblica di Catanzaro torna a dare battaglia sul caso Sarlo. Il sostituto procuratore Gerardo Dominijanni ha depositato il ricorso contro l'assoluzione di Giuseppe Scopelliti, ex presidente della Regione, e Domenico Tallini, ex assessore regionale al Personale, assolti lo scorso febbraio, in primo grado, dall'accusa di abuso d'ufficio in seguito alla nomina di Alessandra Sarlo a dirigente del dipartimento Controlli della Regione. Il magistrato aveva chiesto la condanna dei due politici a un anno e otto mesi e l'interdizione dai pubblici uffici ma il Tribunale di Catanzaro aveva assolto gli imputati "perché il fatto non sussiste". Secondo l'accusa, la nomina di Alessandra Sarlo sarebbe avvenuta, nel 2011, in maniera irregolare in seguito a un avviso interno che non aveva portato, però, al l'individuazione di un candidato che avesse i requisiti per dirigere il dipartimento controlli. Il processo scaturì dalla denuncia di Luigi Bulotta, dirigente regionale escluso dalla selezione. Nelle motivazioni della sentenza il giudice Tiziana Macrì aveva parlato di un "evidente equivoco su cui si basa l'impostazione accusatoria. L'avere la giunta regionale escluso i dirigenti cosiddetti interni ritenendoli "apoditticamente" privi delle necessarie competenze, avrebbe potuto determinare una violazione di legge ove avesse in ultima analisi consentito il conferimento di un incarico dirigenziale a un soggetto del tutto estraneo ai ruoli della pubblica dirigenza, ma dal momento che l'incarico è stato conferito a dirigente di ruolo di altra pubblica amministrazione, la prospettata violazione di legge non appare neppure ipotizzabile". Preso atto delle motivazioni, la Procura di Catanzaro si appresta a controbattere alla decisione della Corte.

 

al.truz.

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    Il pm Gerardo Dominijanni ha presentato appello contro l'assoluzione dell'ex presidente Scopelliti ed ex assessore Tallini nella vicenda che riguardava la nomina della dirigente del dipartimento Controlli della Regione

Mercoledì, 17 Giugno 2015 20:59

Il monito di Gherardo Colombo ai giovani

REGGIO CALABRIA Chi non ha rispetto dell'altro e delle regole, non ha e non può avere rispetto di se stesso. L'importanza dei principi che regolano il vivere in comunità è al centro dell'ultimo volume dell'ex magistrato Gherardo Colombo "Lettera a un figlio su Mani pulite" presentato in occasione dell'incontro reggino organizzato dall'associazione "Quello che non ho", Anpi e Magistratura democratica. «Tramite questo volume – ha affermato Francesco Alì dell'associazione "Quello che non ho" – Colombo ha voluto descrivere un pezzo di storia ai ragazzi che non hanno vissuto quegli anni. E interroga loro, e noi, sugli strumenti per combattere la corruzione. Le norme, le leggi sono strumenti secondari per sconfiggere determinate dinamiche e fangose compenetrazioni, bisogna rafforzare altri settori della società come la cultura e l'istruzione per poter cambiare le coscienza ed incidere sull'agire umano».

Il pubblico presente al Malavenda Cafè di Reggio Calabria ha potuto notare la potenza ma nello stesso tempo la malinconia delle parole dell'autore del volume che ha inteso tramandare un pezzo d'Italia ai giovani affinché capissero che «per poter vivere il presente in modo consapevole, e costruire al meglio il futuro – ha affermato – è necessario conoscere il nostro passato». Otto anni fa Colombo si è dimesso proprio per parlare ai giovani. «Volevo parlare con loro della loro relazione con le regole – ha affermato Gherardo Colombo – un dialogo costruttivo che in questo caso parte da un periodo, "Mani pulite", che credo sia essenziale conoscere. I ragazzi devono capire che è lo stato delle cose dipende da noi, dipende dal nostro modo di conoscere e praticare la Costituzione». L'importanza di ciascuno di noi come singolo e come collettivo, l'essenzialità dell'inclusione. «Sono concetti questi – ha continuato l'ex magistrato – che i giovani comprendono appieno. Io vedo circa 50mila ragazzi l'anno e noto che sono disponibili al coinvolgimento, essenziale però che ci siano adulti capaci di dare loro spazio e che diano le giuste comunicazioni. I ragazzi di oggi non devono essere considerati spettatori devono essere interpreti e protagonisti di questa società. Con il volume ho cercato di colmare un 'vuoto accademico', una parte di storia nel nostro Paese che i libri di Storia non trattano. Una sintesi degli episodi che sono accaduti in quei lunghi tredici anni e che hanno fatto emergere un sistema corruttivo incisivamente radicato nel territorio italiano. Si deve estirpare questo substrato partendo dalla persone, se formiamo onesti cittadini avremo una società sana e consapevole».

Filippo Aragona, segretario di Magistratura Democratica ha posto l'accento che il libro invita a riflettere non solo i ragazzi, a cui il testo è dedicato, ma tutti noi. «Il fenomeno della corruzione - ha affermato - incide fortemente nelle nostre vite, e in Italia in particolare. La corruzione dilaga all'interno delle società moderne a tal punto che si parla di "cancro della democrazia". Incide sull'economia, sulla distribuzione delle ricchezze sui rapporti stessi delle collettività. La corruzione attiva la mercificazione dei valori facendo prevalere la prepotenza sull'equità e la giustezza. La corruzione esprime un disvalore di fondo a prescindere dal crimine. Se comprendiamo questo capiamo che risulta fondamentale l'educazione civica". Il testo è un invito ad una crescita culturale, non è importante la pena ma è vitale lavorare sulle coscienza. «La convivenza si basa sul rispetto delle regole - ha dichiarato il partigiano Aldo Chiantella – tra gli individui e tra le collettività. Abbiamo lottato tanto per la Costituzione, per metterla in pratica dobbiamo conoscerla». «La "vera scuola" – ha sottolineato Sandro Vitale dell'Anpi – non la buona scuola che questo governo vuole proporre, è la casa dove nasce il cittadino. Se l'istituzione scolastica non rispetta la sua natura di formare le persone, la società ne pagherà le conseguenze. Ridare la missione originare della scuola di plasmare le coscienze è la soluzione alla corruzione dilagante. Per rispettare le regole bisogna conoscerle, e lo si può fare attraverso l'educazione civica che deve ritrovare all'interno delle aule la sua autorevolezza. Solo perseguendo questa via la funzione dello Stato può contribuire in quel complesso armonico che è la società sana».


Antonella Chirico

Informazioni aggiuntive

  • Occhiello

    L'ex magistrato ha presentato a Reggio il suo ultimo libro "Lettera a un figlio su Mani pulite"

Mercoledì, 17 Giugno 2015 20:38

SANTA FE | Il codice del clan Alvaro

REGGIO CALABRIA In chat erano Del Piero, Pavarotti, Jhonny Stecchino, Beethoven, Mozart, Brunello di Montalcino, Biancaneve, Tom e Jerry, Trinità e per comunicare utilizzavano solo schede sim intestate a cittadini stranieri appositamente richieste a Francesco Forgione, ma questo non era l'unico livello di blindatura utilizzato dal clan Alvaro per coprire le proprie comunicazioni. Quando dovevano comunicare dati sensibili - il nome della nave che trasportava il carico o il numero dei container, date, giorni d'arrivo e partenza delle imbarcazioni, appuntamenti - gli uomini del clan utilizzavano un articolato codice formato da serie numeriche che loro stessi definivano il "codice libro". E che i militari della guardia di finanza, rompendosi la testa sulle innumerevoli chat intercettate, sono riusciti a decifrare. A ogni serie numerica – hanno scoperto i militari mettendo insieme i pochi indizi che gli stessi indagati lasciavano trapelare nel corso delle conversazioni – corrispondeva una lettera dell'alfabeto o un numero, necessari agli uomini del clan per occultare quelle informazioni che dovevano necessariamente essere tenute segrete. Informazioni che sono servire a investigatori ed inquirenti per incastrare il clan.

 

a.c.

REGGIO CALABRIA I loro capi storici stanno scontando lunghe condanne, sequestri e confische hanno ridotto di molto il patrimonio disponibile del clan, ma gli Alvaro di Sinopoli, arrivati anche nel cuore di Reggio città grazie al ruolo di grande saggio assunto dal patriarca don Mico nella costruzione della pax mafiosa dei primi anni Novanta, non solo esistono ancora, ma si sono ritagliati un ruolo anche nel mondo del narcotraffico. Signori delle maestranze nel porto di Gioia Tauro, dove grazie ai propri uomini erano in grado di garantire "recuperi" sicuri della cocaina che viaggiava nei container, l'operazione Santa Fe del procuratore aggiunto Nicola Gratteri li fotografa anche nel ruolo di committenti di carichi di droga. A gestire tutto era Giuseppe Alvaro, insieme al fratello Vincenzo vero e proprio regista tanto delle operazioni di recupero, come quelle di finanziamento e importazione dei carichi destinati a diversi porti commerciali italiani, tra i quali quello di Gioia Tauro, Genova, Livorno e Vado Ligure.
A Gioia Tauro era Giuseppe Alvaro in persona a coordinare via chat Placido Giacobbe e Francesco Gioffrè, i portuali chiamati ad individuare il container indicato, recuperare il carico e – indisturbati – portarlo fuori dal porto. Tutte le comunicazioni avvenivano attraverso le chat dei blackberry, blindate non solo da un codice di difficile individuazione, ma anche da un linguaggio cifrato e allusivo, con cui pensavano di mettersi al riparo da possibili intercettazioni. Speranze vane. Sotto gli occhi dei militari della Finanza per mesi sono passati i messaggi che i portuali regolarmente mandavano ad Alvaro per aggiornarlo sulle operazioni di scarico in corso, come sugli interventi di recupero sui container, che non si fermavano neanche quando il carico era presidiato dalle forze dell'ordine. "Ci sn pufi da per ttt anche in aqua in. Quanto cn il capo a bordo abbiamo trovato una soluzione domani stai tranquillo ... Si va via domani seran ma entro domani sera si fara tranquillo", scriveva in quell'occasione Giacobbe, rassicurando Gioffrè, a sua volta chiamato a riferire ad Alvaro.

In realtà, Alvaro avrà ben poco da stare tranquillo e del fallimento dell'operazione sarà obbligato ad informare anche i committenti della jonica. "X l'altro speranze????? ... L altro e morto condoglianze", scrive infatti a Domenico Sainato, trait d'union con Antonio Femia, uomo del clan Aquino-Coluccio che aveva finanziato l'importazione. Per quel giorno al porto era previsto l'arrivo di due diverse spedizioni, ma una verrà intercettata e sequestrata, l'altra verrà recuperata solo a Napoli. Ed è proprio qui che si verificherà una circostanza che gli inquirenti non esitano a definire inquietante. Nonostante sulla base delle intercettazioni fossero stati predisposti i controlli, quando i militari della Finanza ispezionano i container segnalati, uno era totalmente sprovvisto di sigillo, gli altri ne avevano uno difforme da quello riportato sulla lista di sbarco e sul relativo cargo. «In ragione di ciò – appuntano quasi con rabbia gli investigatori nell'informativa - anche alla luce della inusuale assenza di reazioni negative registrate nelle chat, deve ritenersi che la sostanza stupefacente sia stata prelevata da uno dei tre container, prima che questi venissero sottoposti a perquisizione. Tale circostanza dimostra la capacità operativa dell'organizzazione, forte della collaborazione e dell'appoggio di soggetti operanti nell'ambito anche di diversi porti (e non solo in quello di Gioia Tauro)».

Anche a Vado Ligure funzionava lo stesso sistema, così come a Genova e nei porti dell'Alto Tirreno dove a coordinare operativamente gli "interventi" dei portuali erano Giuseppe Talotta e Angelo Romeo, in stretta collaborazione e continua connessione con i fratelli Alvaro. Tutte chat che sebbene rese quanto meno sibilline da un linguaggio criptico oggi sono per gli uomini dei clan, pesantissime prove a carico. E lo sono soprattutto per uomini del calibro di Giuseppe Alvaro, cui tutti fanno riferimento come regista di operazioni e traffici. Business che ha continuato impunemente a gestire con il supporto dei fratelli anche quando si è dovuto dare alla latitanza, perché raggiunto dall'esecuzione di una condanna per narcotraffico rimediata in appello. Non meno importante è il ruolo del fratello di Giuseppe Alvaro, Nicola, che quando il clan si emancipa dal ruolo di mero responsabile del recupero di stupefacenti, per gestire una propria importazione insieme a un gruppo criminale montenegrino con base nell'hinterland romano, va fino a Buenos Aires per trattare e curare il carico. Tutte circostanze ricostruite in dettaglio dagli inquirenti incrociando il contenuto delle chat captate con servizi di osservazione, perquisizioni e sequestri, che oggi pesano come prove a carico della già complicata posizione dei fratelli Alvaro.

«Dal contenuto delle conversazioni captate – scrive il gip - si ha contezza della perfetta sinergia che i diversi soggetti (ognuno nello svolgimento del proprio ruolo) hanno posto in essere, nonché della fitta trama di rapporti tra acquirenti e fornitori dello stupefacente, per non dire poi della sistematicità e della professionalità dimostrata nel trattare ingenti partite di droga. Tutti elementi che denotano una significativa e non usuale capacità a delinquere, nonché una elevata pericolosità sociale da parte degli indagati, e che, soprattutto se correlati alla circostanza che i rapporti tra gli stessi non risultano - al momento della redazione dell'informativa in atti - cessati o interrotti, determinano la necessità, di un'immediata disarticolazione della complessiva organizzazione e delle attività portate. Avanti, pure con pervicacia, a cagione della ragionevole ed elevata probabilità che gli indagati medesimi stiano tutt'ora continuando a tenere condotte criminose del tipo di quelle per cui si procede, in quanto in ciò non frenati o inibiti nemmeno dagli stringenti controlli e dai numerosi sequestri già operati». Una richiesta che la maxioperazione Santa Fe oggi ha pienamente esaudito.

 

Alessia Candito

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Informazioni aggiuntive

Pagina 1 di 6