Corriere della Calabria - Articoli filtrati per data: Giovedì, 18 Giugno 2015

CATANZARO Ricorso in Cassazione contro una sentenza della Corte d'appello di Catanzaro. L'ha presentata la Procura generale della Repubblica – vergata dal sostituto procuratore generale Eugenio Facciolla – dopo aver letto le motivazioni del Tribunale che rigettavano la richiesta d'appello contro Gianluca Marino, ex assessore della provincia di Crotone in quota Pdl, assolto dall'accusa di voto scambio politico-mafioso ad aprile 2013. Nei suoi confronti il sostituto procuratore della Dda Pier Paolo Bruni aveva chiesto una condanna a quattro anni di reclusione ma la Corte decise per l'assoluzione e condannò Marino a un anno e quattro mesi per violazione delle legge elettorale, esclusa l'aggravante mafiosa. Rispetto a tale decisione il pubblico ministero propose il ricorso in appello che venne rigettato con la motivazione secondo cui «non è contestato che l'imputato Marino abbia versato somme di denaro a Cava e Morabito (coimputati in primo grado, ndr) per "procacciare voti" nelle elezioni provinciali di Crotone nel 2009». Si legge inoltre che «Non sussiste alcuna connotazione mafiosa mafiosa nei fatti: 1) perché non è provata l'organica appartenenza di Cava e Morabito al clan Vrenna; 2) perché la condotta partecipativa non può consistere nell'attività di procacciamento voti quand'anche posta in essere per il tramite o in concorso con soggetti contigui al sodalizio; 3) perché non emerge che il procacciamento di voti sia andato a vantaggio dell'associazione né che l'abbia rafforzata o sia stato attuato con metodo mafioso; 4) perché l'assenza di prova di condizionamento del voto connesso alla forza di intimidazione impedisce di configurare l'aggravante dell'articolo 7 perché il pm appellante avrebbe frainteso l'intercettazione della conversazione in cui Vrenna e Morabito alludono a soggetti da ammorbidire, a "famiglie", a espressioni "... che paiono rimandare a forme di costrizione"». Il procuratore ha, però, deciso di impugnare la sentenza e ricorrere in Cassazione.

 

LE RAGIONI DEL RICORSO
Secondo la Procura generale, la Corte d'appello non tiene conto del procedimento effettuato con rito abbreviato la cui sentenza ha acclarato la responsabilità, anche per l'associazione mafiosa, «quali esponenti della cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura degli imputati Vrenna Antonio e Iembo Carmelo, i quali sono stati i principali artefici del procacciamento dei voti a favore dei candidati Zurlo (Stanislao, ex presidente della provincia, ndr) e Marino e sono stati altresì i beneficiari delle somme di denaro erogate dall'imputato Gianluca Marino quale corrispettivo per il procacciamento dei voti in occasione della campagna elettorale per le elezioni provinciali dell'anno 2009».
Secondo quanto riportato nel ricorso, la Corte d'appello non tiene in considerazione il risultato di tale processo che si fonda anche sull'interrogatorio dello stesso Gianluca Marino effettuato il 21 gennaio 2011, nel corso del quale lo stesso riferì dell'impegno di Cava a condurre la campagna elettorale per Marino e Zurlo. «Il Cava – dichiarò Marino – ebbe anche a informarmi che aveva contattato Antonio Vrenna, figlio di Giuseppe Vrenna affinché si impegnasse anche il Vrenna Antonio per la campagna elettorale a favore di Zurlo. Il Cava ebbe anche a riferirmi che il Vrenna si sarebbe impegnato a procacciare voti a favore di Zurlo presso gli zingari di Crotone, in quanto legato da rapporti di parentela con alcuni appartenenti al gruppo rom. Sono ben a conoscenza del fatto che Vrenna Antonio è figlio di Vrenna Giuseppe, che notoriamente a Crotone rivestiva il ruolo di capo dell'omonima cosca».
Secondo i magistrati, inoltre, dalle intercettazioni telefoniche nel corso dello spoglio dei voti emergeva chiaramente «un notevole interesse da parte della cosca Vrenna rispetto alle sorti della campagna elettorale sia del Marino sia dello Zurlo». Inoltre lo stesso Marino, nel corso dell'interrogatorio, scrive il pm, dimostra di avere promesso ai Vrenna una somma pari a 4000 euro «a fronte di una probabile richiesta più cospicua da parte dei vertici della cosca Vrenna per il procacciamento dei voti». Inoltre, non vi sarebbe nessun fraintendimento sulle intercettazioni. Le espressioni "ammorbidire"... "devi insistere su quella cosa che mo sono costretti", "mano a mano lo portiamo dalle famiglie"... "oi compà se non pressiamo oggi, domani si sono finiti, mo dobbiamo pressare", sono «eloquenti affermazioni» che «lette in uno con tutte le emergenze acquisite avrebbero dovuto portare la Corte a ritenere dimostrato il metodo mafioso con cui la cosca a procacciato i voti». Nel ricorso si sottolinea che «la mancata valorizzazione da parte del Tribunale delle intercettazioni ha riportato una valutazione incompleta dei rapporti esistenti tra il Marino e i vertici cosca [...]». Ma, soprattutto, la Corte non tiene conto della sentenza in abbreviato che condanna i Vrenna, riassunta nelle considerazioni del Gup di Catanzaro il quale, invece, considera probanti le intercettazioni che secondo la Corte il pm avrebbe frainteso. A queste motivazioni si aggiungono le dichiarazioni del pentito Vincenzo Marino che testimoniano della vicinanza di Gianluca Marino alla cosca Vrenna «e che questi si sarebbe prestato chiedendo alla cosca di fare campagna elettorale».
Spetterà ora agli ermellini stabilire se accogliere o meno le ragioni dell'accusa.

 


Alessia Truzzolillo
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  • Occhiello

    Alla Suprema corte si richiede di annullare la stentenza che assolve Gianluca Marino, ex assessore allo Sport di Crotone, dall'accusa di aver procacciato voti con l'aiuto della cosca Vrenna

Giovedì, 18 Giugno 2015 21:17

«Città metropolitana, laboratorio Reggio»

REGGIO CALABRIA È tutto centrato sulla sfida neanche troppo futura, ma immediata della città metropolitana, l'incontro voluto dalla fondazione "Prepare4change" che ha nell'ex consigliere regionale Demetrio Naccari l'ideatore. Un appuntamento che ha riunito attorno al tavolo esperti di fama nazionale e internazionale chiamati a dare il proprio contributo teorico e non solo alla costruzione del nuovo modello di città. Una struttura introdotta da una modificazione normativa che stravolge l'architettura istituzionale degli enti locali, ma deve essere ancora riempita di contenuti. Ad oggi, la ricetta per costruire una realtà politica, sociale, economica, architettonica ed infrastrutturale così complessa non c'è e proprio Reggio – almeno, questa è l'intenzione manifesta dell'incontro – vuole ritagliarsi un ruolo da avanguardia nella definizione dei futuri assetti. Un compito non facile per una città attanagliata da problemi diversi – e non solo economici – ma cui non sembra volersi sottrarre.

 

«PARTA DA REGGIO LA RIFLESSIONE SULLE CITTÀ METROPOLITANE»
Lo assicura il sindaco, Giuseppe Falcomatà, lo confermano il suo consigliere delegato alla città metropolitana Riccardo Mauro, e il suo assessore alle Politiche sociali, Giuseppe Marino. Forte forse anche di quanto per mesi promesso nel corso di una campagna elettorale che ha avuto nel «ripristino del diritto alla bellezza» uno dei suoi cavalli di battaglia, Falcomatà rivendica un «contributo da Sud, da Reggio come da altre città del Sud» al dibattito sulle città metropolitane, da tempo – assicura – al centro delle preoccupazioni dell'amministrazione. «In città c'è la concreta esigenza di azioni forti per programmare il futuro, prima fra tutte quella di ripensare all'ambiente in cui viviamo, riconsiderarlo in ottica di costruzione e costituzione della città metropolitana perché lo status di cittadino metropolitano comporta una rivoluzione, le città metropolitane tolgono l'idea che possa esistere una periferia». Per questo dice il primo cittadino «va creata un'identità culturale, architettonica, urbanistica, paesaggistica, e attorno a questa identità vogliamo rendere l'istituzione della città metropolitana come una sperimentazione che possa coinvolgere non solo la politica ma anche le esperienze positive che ci sono in città e non solo». Un processo che nasca dal basso, metta a regime tutte le potenzialità del territorio e punti al «recupero dell'ambiente circostanze e della qualità della vita dell'ambiente in cui si abita». Un percorso non breve e non semplice – ammette il sindaco – ma cui sembra guardare con ottimismo anche il presidente Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, Paolo Malara, per il quale la città «sta dimostrando di avere tanta voglia di riprendere un cammino verso il futuro». Un futuro che gli architetti reggini – assicura – vogliono contribuire a costruire a partire dalle riflessioni già in corso di elaborazione in seminari, convegni e studi. «Dobbiamo partire da ciò che siamo, dai nostri problemi, dalla capacità di affrontarli in maniera nuova, positiva – dice Malara – per dare un lavoro alla gente, fermando l'emigrazione giovanile».

 

SFIDA O OPPORTUNITÀ?
Proprio la trasformazione della sfida per costruzione della città metropolitana in opportunità e risorsa di evoluzione sembra essere la chiave degli interventi dei relatori chiamati ad animare il dibattito, il giuslavorista dell'Università di Catanzaro Antonio Viscomi, Diego Teloni, direttore della fondazione Giacomo Brodolini ed esperto internazionale di innovazione sociale, il filoso e teologo Domenico Coccolino, e l'archistar internazionale Mario Cucinella, "padre" di Sino Italian Ecological Building (Sieeb) a Pechino e il Centre for Sustainable Energy Technologies a Ningbo (Cina). Da loro sono arrivati quei contributi, ascoltati con attenzione dal sindaco falcomatà, che la Fondazione "Prepare4Change" vorrebbe come tracce del lavoro futuro, necessario anche per completare i «buchi» del passato, diventate lacune nel presente. In quest'ottica, spiega Viscomi, la città metropolitana è l'occasione per completare «l'insufficiente architettura dello Stato anche in chiave di federalismo democratico», a partire da un approccio fondato su quattro punti cardine. Primo, spiega il noto giuslavorista – «non si può affrontare un problema per volta ma inserito in un quadro generale. È necessario un approccio integrato per evitare che i problemi cadano addosso come macigni». Secondo, «bisogna ricordare che le comunità locali esistono solo se esistono servizi, ma oggi molte non sono in grado di erogarli». Per questo, continua Viscomi, la costruzione della città metropolitana potrebbe essere occasione per rompere l'equazione «comunità locale=amministrazione locale», promuovendo delle reti di piccole realtà amministrative. Terzo, «la pubblica amministrazione deve diventare funzione», nella misura in cui deve essere professionalizzata in modo tale da rendere un servizio ottimale ai cittadini, perché «bisogna dare conto non solo alla Corte dei conti ma anche alle città». Quarto ma non meno importante punto per il docente radica nella necessità di promuovere tali processi attraverso processi decisionali partecipativi. «Le pubbliche amministrazioni – conclude - hanno funzione di applicazione costituzionale, dell'articolo tre della Costituzione che vede lo Stato impegnato anche nel realizzare condizioni di eguaglianza per i cittadini, per questo parlando di pubblica amministrazione è necessario parlare di servizio, professionalità ed etica».

 

FUCINA DEL FUTURO
Una maggiore eguaglianza che probabilmente potrebbe divenire l'obiettivo di un'amministrazione in grado – e come tale auspicata da Teloni, di superare le crescenti sacche di ineguaglianza che l'evoluzione del mondo del lavoro ha creato nelle realtà sociali. Una situazione che – stando ai trend mostrati, grafici alla mano – tende al peggioramento, soprattutto in un Paese come l'Italia, che da decenni ha visto tanto lo Stato come le imprese, rinunciare a formazione e innovazione, uniche variabili in grado di invertire la tendenza. La tecnica – ammonisce tuttavia Coccolino – non può esaurire il progetto futuro di città metropolitana, perché «la realtà è una totalità relazionata, per cui toccare un elemento significa toccarne molti. Imporre agli oggetti il proprio potere è forzare la loro naturalezza e non so se questo possa dare bellezza o elementi virtuosi». Per questo spiega il teologo, citando larghi passi dell'ultima enciclica papale, anche la bellezza deve essere un architrave del nuovo progetto istituzionale.

 

CATTIVI EREDI
Tutti temi riassunti nell'intervento conclusivo dell'architetto Cucinella, che proprio sul necessario rispetto della sostenibilità degli ambienti urbani ha fondato tutta la sua – brillante – carriera «perché non ha senso costruire degli edifici in cui non si sta bene», spiega ricordando che «noi abbiamo un asset molto importante che è quella del Made in Italy, che viene dal passato, da quanto di bello è stato fatto in questo Paese. Eppure noi uomini di questo tempo non stiamo lasciando questa eredità di bellezza che abbiamo ricevuto». Il risultato della modernità che ha messo da parte il rapporto con la natura presumendo che l'uomo potesse governarla – dice Cucinella – «è il prezzo altissimo che stiamo pagando dal punto di vista ambientale, della salubrità, dei cambiamenti climatici». Oggi – spiega – riflettere sulla città metropolitana significa «riportare al centro del dibattito non l'uomo leonardiano, ma il rapporto dell'uomo con la natura. Il tema della città metropolitana è un momento di riconciliazione fra gli uomini che hanno modificato il paesaggio e il paesaggio che ne ha pagato le conseguenze. Questo significa avere coraggio, significa anche demolire, ritornare al quo ante». Anche perché nel disegnare una città «c'è una responsabilità etica, perché l'ambiente costruito non è un ambiente di design, va condiviso».

 

REGGIO, LABORATORIO DI FUTURO?
Una sfida ancora più attuale e frustrante a Reggio «Bosforo mediterraneo, luogo di scambio naturale e di stravolgimento di prospettive, isola per chi si affaccia dalle sue coste, Europa per chi la guarda dalla Sicilia», ma inevitabilmente anche grande occasione mancata. «La frustrazione guardandosi attorno qui a Reggio è di non aver costruito e lasciato nulla di bello. Nel disegnare il futuro del territorio, è necessario definire non solo i metri cubi di cemento, ma anche quanta bellezza vogliamo costruire, quanto paesaggio vogliamo ripristinare», sottolinea Cucinella che infine conclude: «La città - diceva il sindaco di Nantes - si fa con gli altri. Le idee sulla città vengono dalle idee e dalle necessità della sua gente. Il sindaco abbia il coraggio di affrontare questo problema con strumenti nuovi. Città come Reggio devono diventare un centro di riflessione anche su quelli che potremmo definire "piani di felicità", che significa un piano di sostenibilità, di bellezza, di relazioni». Una sfida tutta aperta per la città calabrese dello Stretto, che per adesso però si limita ad attendere che qualcuno – con matite, delibere, ma soprattutto con coraggio – ne tracci la strada futura.

 

Alessia Candito
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    Iniziativa della fondazione "Prepare4change" sulla futura trasformazione del capoluogo calabrese

CATANZARO Il sostituto procuratore Fabiana Rapino ha ribadito la sua richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Umberto De Rose, ex presidente di Fincalabra, e dei componenti del consiglio di amministrazione Flavio Alfredo Talarico, Leonardo Molinari e Giuseppe Petronio. L'accusa nei loro confronti è di abuso d'ufficio, alla quale si aggiunge per il solo De Rose anche quella per minacce, dirette a una dirigente della Regione che avrebbe espresso parere contrario per le scelte sul personale a cui affidare gli incarichi. Il caso Fincalabra è giunto all'attenzione delle magistratura in seguito a un esposto presentato dall'ex consigliere regionale Aurelio Chizzoniti, e vide al centro dello scandalo incarichi, considerati illeciti, concessi ad Andrea e Lory Gentile, figli del senatore di Ncd Antonio. La prossima udienza è stata fissata per il 24 luglio e in quella data si terrà anche l'abbreviato per Umberto Idone, Sergio Campone, Vincenzo Ruberto e Giuseppe Frisini per i quali il magistrato ha già chiesto una condanna a un anno di reclusione.

 

ale. tru.

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    L'accusa, per l'ex presidente di Fincalabra, è di abuso d'ufficio e minacce. Il pm vuole il processo anche per tre ex componenti del cda

Giovedì, 18 Giugno 2015 20:36

Uccise il figlio, non risponde al gip

PAOLA Si è avvalsa della facoltà di non rispondere Daniela Falcone, la donna accusata di aver ucciso il figlio undicenne Carmine De Santis, il primo marzo del 2014 in una zona di campagna tra Cosenza e Paola. Questa mattina, nel Tribunale di Paola – a oltre un anno di distanza da quel terribile omicidio, si è svolto l'interrogatorio di garanzia. Daniela Falcone – su indicazione del suo legale, l'avvocato Gianluca Serravalle – non ha risposto alle domande del giudice per le indagini preliminari per le sue condizioni di salute. La donna, infatti, si trova ricoverata in una struttura psichiatrica perché è affetta da «disturbo di conversione con amnesia psicogena». Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la donna, quel tragico 1 marzo del 2014, alle 9:30 sarebbe andata a prendere il figlio a scuola a Rovito, paesino alle porte di Cosenza. Poi, in una stradina isolata, imboccata risalendo lungo la statale che conduce a Paola, avrebbe tirato fuori un coltello e le forbici che si sarebbe portata dietro da casa e lo avrebbe colpito ripetutamente, rendendo vani i tentativi di difesa del piccolo.

Dall'autopsia eseguita, emerse sin da subito che sarebbero state usate due armi. Con un coltello da cucina la donna avrebbe sferrato il colpo mortale al torace del bimbo e poi, con un paio di forbici, lo avrebbe colpito alla gola. Il bimbo morì dopo alcune ore dissanguato. La madre avrebbe inferto al piccolo il colpo al torace con il coltello da cucina che ha perforato un polmone. Subito dopo, probabilmente per accelerare il decesso, lo avrebbe colpito al collo con le forbici. Un mese e mezzo dopo il delitto il gip del Tribunale di Paola ha disposto il trasferimento della donna in una struttura psichiatrica dopo le perizie eseguite sulla 44enne. Daniela Falcone dal giorno dopo l'omicidio non parlò con nessuno e doveva essere continuamente assistita, per evitare che una sua improvvisa presa di coscienza potesse tramutarsi in atti autolesionistici. 

 

Mirella Molinaro

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    Daniela Falcone è accusata dell'omicidio del piccolo Carmine, avvenuto il 1 marzo del 2014 nel Cosentino. A oltre un anno di distanza dal tragico delitto, l'interrogatorio di garanzia nel Tribunale di Paola

VIBO VALENTIA Un capotreno è stato stato aggredito in Calabria da due spagnoli che viaggiavano senza biglietto e con un cane di grossa taglia. Si tratta di Jose' Manuel Mendez Combarro, 40 anni, e Luis Garia, 42 anni, senza fissa dimora. Uno dei due, nel corso della colluttazione con i militari intervenuti, ha estratto anche un coltello a serramanico in genere vietato, venendo comunque disarmato. Secondo una prima ricostruzione effettuata dagli inquirenti, il capotreno del convoglio Fs Cosenza-Melito Porto Salvo, quando i due non hanno esibito il tagliando, li ha invitati a scendere a Vibo-Pizzo. Prima di farlo, però, lo hanno insultato e poi lo hanno punto con una siringa cercando di fuggire ma sono stati bloccati dai carabinieri. 
Uno dei due, per evitare di essere bloccato, si è messo sui binari bloccando, per alcuni minuti, la circolazione ferroviaria. I carabinieri sono riusciti comunque ad immobilizzarlo ed a portarlo in caserma insieme all'amico. I due hanno anche danneggiato le auto dei carabinieri. La loro posizione è ora al vaglio della Procura di Vibo Valentia. Il capotreno, dopo avere ripreso il viaggio, una volta giunto alla stazione successiva, a Melito Porto Salvo, si è fatto medicare dai sanitari del 118 che poi l'hanno portato nell'ospedale di Polistena per gli accertamenti del caso.

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    Bloccati dai carabinieri due spagnoli che erano stati invitati a scendere a Vibo-Pizzo. Uno dei due, per evitare di essere fermato, si è messo sui binari bloccando la circolazione

CATANZARO «Se sono vere le ipotesi - ottimistiche - riferite dal presidente dell'Anas, Gianni Armani, sulla parziale riapertura, per una carreggiata, del tratto autostradale a Mormanno soltanto per fine luglio, il presidente Oliverio dovrebbe recarsi oggi stesso a Roma per protestare contro l'indifferenza del governo e del ministro Delrio rispetto ad una situazione che sta uccidendo l'economia regionale, soprattutto nel comparto turistico». Lo dice Wanda Ferro, vicecoordinatrice regionale del Pdl, che incrocia il dato sulla possibile riapertura con quelli sui flussi turistici: «Tra il 20 giugno e il 20 luglio si concretizzano il 70 per cento delle prenotazioni turistiche last minute, e questo significa che gli operatori calabresi rischiano di perdere opportunità straordinarie in un periodo molto delicato. Continuare ad assistere a questo balletto di voci in modo assolutamente passivo, così come sta facendo la Regione, significa rinunciare a difendere gli interessi di un territorio che appare addirittura privo di sovranità istituzionale. La Calabria si trova in un isolamento che aggrava i suoi problemi e la giunta regionale, peraltro dello stesso colore politico del governo del Paese, avrebbe il dovere di reagire con determinazione e indignazione, anziché mostrare un atteggiamento di totale sudditanza». 

CATANZARO Tre romeni, Zamfir Ciobanu, di 53 anni; Ionut Silviu Ciobanu (24) e Fanica Marcel Muste (34), sono stati arrestati dalla polizia a Catanzaro per rapina, lesioni e sequestro di persona a scopo di estorsione. La vittima ha incontrato nella stazione di Catanzaro Lido un connazionale e sono andati a casa. Subito dopo c'è stata l'aggressione e l'accoltellamento per rapinargli il denaro. Il ragazzo è stato rinchiuso in un casolare dal quale è fuggito denunciando l'accaduto alla Polfer.

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    La vittima è stata rinchiusa in un casolare, dal quale è riuscito a fuggire, denunciando tutto alla Polfer

Giovedì, 18 Giugno 2015 17:55

Inchiesta sul clan Molè, in 13 a processo

REGGIO CALABRIA Si dovranno tutti presentare il prossimo 16 settembre di fronte ai giudici del Tribunale di Palmi i tredici imputati del processo Mediterraneo, scaturito dall'inchiesta che ha fornito la fotografia più attuale della cosca Molè, storica famiglia mafiosa della Piana, stritolata dallo scontro con il clan Piromalli sotto la cui ala un tempo era cresciuta e costretta a spostare il baricentro dei propri interessi e affari 600 chilometri più a nord, ma con testa e direzione saldamente e coscientemente piantati nella Piana di Gioia Tauro. All'esito di una lunga udienza preliminare, il gup di Reggio Calabria, Cinzia Barillà, ha infatti rinviato a giudizio Carmelo Bonfiglio, Claudio Celano, Mirko Di Marco, Enrico Galassi, Giuseppe Galluccio, Giuseppe Salvatore Mancuso, Alessio Mocci, Massimo Modaffari, Girolamo Molè, Claudio Ruffa, Manolo Sammarco, Maria Teresa Tripodi e Ferdinando Vinci. Per tutti gli altri imputati, che in larga parte hanno scelto il rito abbreviato, la requisitoria della pubblica accusa è invece fissata per il 30 settembre, quando i pm Roberto Di Palma e Matteo Centini, tratteranno di fronte al gup le posizioni dei tre collaboratori di giustizia – Marino Belfiore, Alfonso Fufaro e Pietro Mesiani Mazzacuva, genero di Mico Molè – come di Antonio Albanese, Carmelina Albanese, Cosimo Amato, Khayi Ayoub Baba, Vincenzo Bagalà, Giuseppe Belfiore, Antonio Bonasorta, Giovanni Burzì, Fabio Cesari, Carmelo Cicciari, Gaetano Cicciari, Patrizio D'angelo, Pietro Giovanni De Leo, Patrizio Fabi, Eugenio Ferramo, Domenico Galati, Giuseppe Guardavalle, Girolamo Magnoli, Domenico Mazzitelli, Ippolito Mazzitelli, Valeria Mesiani Mazzacuva, Francesco Modaffari, Antonio Molè "U Niru", Antonio Molè "U Jancu", Annunziato Pavia, Fiorina Silvia Reitano, Vincenzo Ritrovato, Pasquale Saccà, Stefano Sammarco, Domenic Signoretta, Manuel Alesander Signoretta e Carmelo Stanganelli (cl. 1969), che hanno tutti scelto il rito alternativo.

 

IL CLAN SI RIORGANIZZA, MA COMANDA SEMPRE DON MOMMO
Per i pm, tutti quanti sono a vario titolo espressione del clan Molè, fotografato dall'indagine probabilmente in uno dei momenti più delicati della sua storia criminale: la riorganizzazione all'indomani delle pesanti condanne rimediate dai suoi massimi esponenti nel procedimento abbreviato "Cent'anni di storia". È un momento duro per il clan: l'omicidio di Rocco Molè, avvenuto nel febbraio 2008 secondo gli investigatori per ordine degli stessi Piromalli alla cui ombra i Molè erano cresciuti, ha messo la cosca di fronte a una situazione inedita: «per la prima volta – sottolineava il gip in sede di ordinanza di custodia cautelare - hanno dovuto accettare lo scomodo ruolo dei soccombenti e, dunque, si sono confrontati con la necessità di riorganizzarsi». A dare la linea su come il clan dovesse muoversi per uscire dall'impasse è lo stesso boss Girolamo "Mommo" Molè, che dal carcere di Secondigliano non esita a impartire precise direttive ai familiari nel corso di un colloquio registrato e valorizzato dagli investigatori. «Erano tutti piccolini ... hanno preso e sono andati via - dice ai familiari il boss come se parlasse di storie antiche e quasi dimenticate - hanno deciso di andare a Roma hanno preso una casa... nascosti in campagna. Ogni tanto scendevamo io ... e mio fratello Nino ... io e mio fratello ... poi abbiamo cominciato a uno ... uno ed abbiamo fatto una cosa (..) Hai visto? Le cose purtroppo ci vuole tempo». Con il suo tipico modo di parlare, in terza persona, indiretto, obliquo, don Mommo Piromalli ordina alla famiglia di allontanarsi temporaneamente da Gioia, verso Roma, senza dimenticare di tornare di tanto in tanto, e nel frattempo raccogliere i danari e le forze. È lucido il boss, sa che da uno scontro con i Piromalli la sua famiglia uscirebbe pesantemente sconfitta, per questo invita alla calma e a spostare tutte le attività in un altro territorio, dove recuperare soldi e quattrini per una vendetta solo dimenticata. La scelta cade su Roma, città ancora "aperta" a nuovi insediamenti criminali.

 

LA COLONIZZAZIONE DI ROMA
Nel Lazio, i Molè si infilano subito nel fiorente business delle slot machine, di cui nel giro di breve tempo arrivano ad acquisire la gestione quasi monopolistica sul litorale romano, tra Roma e Ostia. Un'infezione mascherata in modo raffinato grazie alla joint venture di più imprese, tutte amministrate da Giuseppe Galluccio, che grazie a un sistema di telecamere riusciva a monitorare l'andamento di tutti gli esercizi commerciali dalla sua casa di Gioia Tauro. Un "grande fratello" criminale che evitava agli uomini del clan numerose trasferte e il rischio di attirare l'attenzione delle forze dell'ordine con visite troppo regolari o frequenti. Ma il nuovo business delle slot, non ha indotto il clan a rinunciare a quelle che sono sempre state le attività tradizionali: il traffico di armi e di droga.

 

I BUSINESS DEL CLAN
Quintali di hashish e cocaina arrivavano al clan da tre distinti canali – Vibo, Albania, Marocco – per poi essere smerciati su Roma e provincia sotto l'attenta regia di Arcangelo Furfaro, l'uomo scelto dal clan per gestire la conduzione operativa delle attività di narcotraffico. Mentre testa e direzione strategica rimanevano ben saldi nella Piana, due anonimi appartamenti del centralissimo quartiere di San Giovanni, distanti appena 100 metri l'uno dall'altro, erano diventati il centro di raccolta e smistamento della droga su Roma. Qui infatti arrivava regolarmente il ristretto gruppo di sodali incaricati di portare la droga dalla Calabria, come pure si facevano vedere spesso per monitorare la situazione i due figli di Molè, Antonio (cl.89) e il fratello minore, ma anche rappresentanti della cosca vibonese dei Mancuso, come il giovane Giuseppe Salavatore, figlio del boss Luni Mancuso, e del gruppo albanese. E la droga non era l'unico settore di business in cui i Mancuso e i Molè fossero partner. Il più giovane dei figli di don Mommo era infatti parte attiva della compravendita delle armi che venivano acquistate in provincia di Vibo Valentia, mentre erano l'armiere del clan Giuseppe Belfiore – ufficialmente semplice meccanico di Gioia Tauro – e il figlio Marino, ad avere aperto un canale di approvvigionamento con l'Europa dell'est.

 

Alessia Candito
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    Si dovranno presentare il prossimo 16 settembre di fronte al Tribunale di Palmi. Per gli altri imputati, che in larga parte hanno scelto il rito abbreviato, la requisitoria dell'accusa è invece fissata per il 30 settembre

Giovedì, 18 Giugno 2015 17:52

Guzzetti, è un delitto di mafia

CATANZARO Un agguato in puro stile mafioso quello di cui è stato vittima Tommaso Guzzetti, imprenditore di 54 anni originario di Sersale, ucciso ieri nel primo pomeriggio su una strada interpoderale di Sorbo San Basile che porta al capannone della sua ditta specializzata nel settore boschivo. Sul posto, subito dopo la scoperta dell’agguato da parte di un dipendente dello stesso Guzzetti, sono infatti giunti i carabinieri del comando provinciale di Catanzaro e il fascicolo è immediatamente passato dal pm di turno della procura ordinaria alla Direzione distrettuale antimafia. Sul caso indaga Vincenzo Capomolla, lo stesso magistrato che sta indagando, insieme al pm della procura ordinaria Andrea Mancuso, sull’omicidio di Domenico Bevilacqua, alias “Toro seduto”, boss degli zingari del capoluogo freddato, appena due settimane fa, da una raffica di colpi calibro nove in località Aranceto di Catanzaro Lido. Se nel caso di “Toro seduto” non è ancora uscita di scena la procura ordinaria e gli inquirenti non escludono, rispetto al delitto, una matrice diversa da quella mafiosa, nel caso di Guzzetti sembrano non esservi dubbi.
Le stesse dinamiche del delitto sembrano ricondurre a una esecuzione di tipo mafioso. Chi lo ha colpito sapeva che avrebbe percorso quella strada che collega Catanzaro al passante della Sila per recarsi in una delle sue aziende. La prima raffica di colpi, provenienti da un fucile caricato a pallettoni, ha raggiunto il parabrezza della Toyota Land cruiser della vittima. Un attacco frontale arrivato subito dopo una curva, in una zona isolata e boschiva. Pur ferito l’uomo, secondo una prima ricostruzione, avrebbe tentato di reagire all’agguato guidando ancora per pochi metri, ma è stato raggiunto da nuovi colpi di pistola sparati, questa volta, lateralmente che lo hanno attinto al lato sinistro della testa. Sarebbe morto così l’imprenditore di Sersale, Guzzetti, titolare di aziende floride, rinomate nella provincia di Catanzaro. Oltre all’impresa boschiva appartiene alla famiglia anche la ditta di autolinee “Guzzetti” che di recente aveva preso a coprire la tratta Catanzaro-Roma. Un’ascesa imprenditoriale che potrebbe non essere passata inosservata agli appetiti delle cosche.

 

Alessia Truzzolillo
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    Pochi i dubbi degli inquirenti in merito alla dinamica dell'uccisione dell'imprenditore di Sersale avvenuta ieri. I presunti collegamenti tra le cosche e la sua attività

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