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Simone Borselli il disegnatore calabrese che dà forma alle Winx

Ne è passato di tempo da quelle notti in un sottoscala sporco e buio nel quale “Sim-1”, ovvero Simone Borselli, si era ritratto, spalmato sulla tastiera del computer, con accanto i suoi amici Carme…

Pubblicato il: 29/07/2011 – 16:43
Simone Borselli il disegnatore calabrese che dà forma alle Winx

Ne è passato di tempo da quelle notti in un sottoscala sporco e buio nel quale “Sim-1”, ovvero Simone Borselli, si era ritratto, spalmato sulla tastiera del computer, con accanto i suoi amici Carmelo, Giuseppe e Luca nella copertina della fanzine “Ipoman”, casa editrice Mediterronea (non è un refuso). Oggi la casa editrice di Simone è la multinazionale delle Winx, di Monster allergy e del nuovo nato Huntik, la saga dei cercatori di amuleti co-prodotta con Rai Fiction e trasmessa di mattina su Raidue, di cui è co-ideatore e vice regista. Borselli firma i disegni che girano il mondo e fanno della Rainbow, creatura del guru Igino Straffi, il marchio più importante d’Europa tra le aziende produttrici di cartoni animati.
Nel 1999 Simone lascia la sua città, Cosenza, per Firenze: diretto alla Scuola internazionale di Comics, dove pensa d’iscriversi al corso di fumetto, si orienta verso l’animazione e accetta la proposta del professore Italo Marazzi: frequenta il suo studio per uno stage e confeziona uno story-board per la “Famiglia Spaghetti” di Bruno Bozzetto. È il suo primo lavoro nel mondo dei cartoni animati, seguono tre anni passati a “farsi le ossa” allo Studio 4, quello delle animazioni del Carosello, del Draghetto Grisù, di Calimero, della Gabbianella e il gatto. Da lì il passo decisivo è breve: tramite uno studio di Bologna gli viene proposto di fare la sceneggiatura di un episodio della prima serie di “Winx”, poi comincia a lavorare direttamente per la Rainbow, prima come freelance da Firenze infine, con la seconda serie delle quattro fatine più famose del mondo, nella sede centrale come supervisore agli story-board. Impegnato un po’ meno nel disegno e sempre più alla direzione artistica di alcuni progetti della Rainbow, oggi Borselli vive a Recanati, nelle Marche. Il 26 maggio era a Valmontone per l’apertura del “Rainbow magicland”, il primo parco di divertimento a tema di Roma, che vanta trentacinque attrazioni (tre in più di Gardaland) e 600mila metri quadri di superficie tra atmosfere fatate e avventure oniriche.
Simone Borselli proviene dal mondo dell’hip hop: anche lì, come nei fumetti e nei cartoon, il tanto vituperato “commerciale”, temuto dai duri e puri del genere, è un ottimo viatico divulgativo per quella che, comunque, resta una forma d’espressione considerata minore.
Quanto del writing e dell’approccio a una cultura “di strada” è rimasto nella sua produzione da cartoonist? «Più che provenire dal mondo dell’hip hop – risponde Borselli – direi che quello è stato un punto di partenza. Quando ero ragazzo, e ora posso dirlo, quando non sapevo ancora cosa avrei fatto da grande, l’aerosol art, i graffiti per intenderci, mi ha fatto capire che nella mia vita il disegno in generale avrebbe avuto un posto dominante, fondamentale. Ho solo un diploma di ragioniere, dunque si può capire quanto fossi poco cosciente, all’epoca dei murales, di quello che sarei poi andato a fare per guadagnarmi il pane».
Possiamo dire che la passione per un genere musicale si è cristallizzata in quella per il disegno?
«Sì, in effetti è così. Ripeto:?di hip hop in quello che ora faccio non c’è praticamente nulla, se non il merito di aver acceso quella piccola fiamma che nel tempo non si è mai spenta, che anzi si è alimentata ed è ora il fuoco sacro che fa ardere la passione per il disegno. Che questa passione si esprima attraverso i cartoni animati è un punto d’arrivo (forse non l’ultimo), quello che conta è che, ora come allora, lascio dei segni colorati su una superficie vuota… Solo che adesso sono pagato per farlo».
E qui torniamo al concetto di commerciale.
«Il discorso del “commerciale”, di ciò che non lo è, di ciò che è vera cultura, di quello che è “d’autore”, di quello che è pura arte, quello che è underground, quella che è arte di seconda scelta? Credo siano solo etichette… C’è posto per tutto e per tutti. Scegliamo quello che ci piace, facciamo quello che ci riesce, e che magari, se coincide con il lavoro, non ci dispiace. Penso che ci siano fumetti o cartoni animati che possano essere considerati vere e proprie opere d’arte, così come possono esserci graffiti assolutamente “commerciali” o, peggio ancora, inutili. E viceversa».
Quali sono i suoi modelli italiani?
«Restando al mondo del writing, all’epoca dei graffiti c’erano sicuramente ZeroT e Dayaky in Italia: per me, e non solo per me, sono stati dei miti. Ecco, del writing è rimasto il merito di avermi fatto conoscere il piacere che mi reca disegnare, di vedere un disegno, di colorare, di veder nascere da un foglio bianco una scenografia, di studiare lo stile di un personaggio, di fare uno story-board, di scegliere una musica per una sequenza, di studiare un logo, di leggere una sceneggiatura. È una questione di gusto, di stile e di passione. Bisogna che queste componenti siano fisse, ma il modo di esprimersi deve assolutamente avere delle evoluzioni: più inaspettate sono, meglio è. Se invece ci riferiamo al mio lavoro attuale posso dire che, beh, non saprei rispondere: ho conosciuto tantissimi artisti veramente bravi, gente che proviene da ogni parte d’italia e del mondo. Ne scopro di nuovi ancora oggi, di tanto in tanto. Ci sono molti ragazzi veramente bravi che non si conoscono, ma magari vediamo i loro lavori e non sappiamo che è gente che vive a Roma, in Sicilia o in un paese sperduto chissà dove. Internet non pone limiti, ormai, si può anche lavorare da casa e partecipare a produzioni internazionali».
Lei è un esempio di “cervello in fuga”, cosa direbbe a un ragazzo di Calabria che volesse intraprendere la sua stessa strada?
«Il mio cervello era già in fuga da un po’ di tempo… poi il mio corpo l’ha seguito! Il senso è che sono andato via dalla Calabria prima per un discorso personale, poi lavorativo. La mia vera vita è cominciata quando nel 2000 mi sono trasferito a Firenze. Non la solita storia di quello che rinnega le origini o che si lamenta della propria terra solo dopo che si è trasferito in un’altra città, soltanto sentivo il bisogno di cambiare, o meglio, di scuotere la mia di vita e l’ho fatto. Ora posso dire che non solo è stata una decisione giusta per la mia persona ma anche per il mio lavoro. Oggi vivo nelle Marche, a Porto Recanati, casa vicino al mare, ma mi darei un’altra bella scossa. Un consiglio per chi volesse intraprendere la mia strada? Solo uno: in bocca al lupo. Poi gli direi di essere molto critico con se stesso. Di credere nelle circostanze fortuite. Di sacrificarsi per raggiungere la meta… no, che tristezza… No, non direi niente, alza il culo e datti da fare!».
L’Organizzazione – la potente società del terrore a cui si oppongono i “buoni” del Team Huntik – potrebbe essere paragonata alla ’ndrangheta o comunque a una organizzazione criminale… Nell’immaginare la serie, è riemerso in lei il “lato oscuro” della Calabria?
«Sì, è vero: esiste eccome un parallelismo, ma c’è ovunque ci sia una fazione buona e una cattiva, in tutti gli stereotipi utilizzati per creare la struttura narrativa di ogni serie animata, film o fumetto che richieda la contrapposizione tra buoni e cattivi, si può fare un paragone come questo. La differenza è che in Huntik i buoni, alla fine, sconfiggono “l’Organizzazione”».

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