La ricetta di Padellaro: «Informazione più libera se il giornale non ha un padrone»
LAMEZIA TERME «Un giornale che non ha una proprietà, non ha un padrone. Un giornale che non deve chiedere il permesso a nessuno». Al centro dell`incontro, organizzato dal circolo di Sel di Lamezia Te…

LAMEZIA TERME «Un giornale che non ha una proprietà, non ha un padrone. Un giornale che non deve chiedere il permesso a nessuno». Al centro dell`incontro, organizzato dal circolo di Sel di Lamezia Terme, c`era “l`informazione e il potere in Italia: il caso de Il Fatto quotidiano”. Il direttore Antonio Padellaro si è sottoposto alle domande dei colleghi Filippo Veltri, direttore dell`Ansa Calabria, e Franco Papitto, per anni inviato in Belgio di Repubblica.
Tutte le poltrone occupate al teatro “Umberto” dove Padellaro ha raccontato la storia di come è nato Il Fatto quotidiano: «L`amicizia è stata la pietra angolare sulla quale si fonda il nostro giornale».
«Un bel giorno del 2008 – ha affermato il direttore – l`editore de L`Unità, Renato Soru, mi accompagnò alla porta e mi disse che aveva bisogno di rinnovamento. Presto, però, mi sono reso conto che non ero pronto al pensionamento anticipato. Insieme ad alcuni amici come Marco Travaglio abbiamo detto: “Perché parlare di un giornale e non farlo?”. Andai a fare questo discorso in giro cercando capitali nel momento in cui c`era la crisi della carta stampata. Famosi guru ci accompagnavano con previsioni sbagliate secondo le quali i giornali sarebbero finiti dopo pochi anni per l`avvento dell`informazione on line».
Tra mille difficoltà, quindi, «l`unico modo per cominciare – ha aggiunto Padellaro – era quello di metterci i soldi. Io ho investito la mia liquidazione de L`Unità e Travaglio ha fatto altrettanto. Poi abbiamo trovato alcuni imprenditori di buona volontà. Abbiamo iniziato con il minimo dello stipendio e con l`impegno che, se dopo un anno, non avessimo raggiunto le 20mila copie avremmo chiuso. La redazione era a lavoro per il primo numero quando abbiamo deciso una tiratura di 80mila copie. Bene, in edicola abbiamo visto i cartelli con la scritta “Il Fatto è esaurito”. È la cosa più bella per un direttore».
E a chi malignava che il giornale sarebbe morto dopo pochi mesi, Padellaro risponde: «Sono due anni e mezzo e Il Fatto va a gonfie e vele».
Una frecciatina anche a Eugenio Scalfari che, dopo le dimissioni di Berlusconi, aveva previsto tempi duri per il giornale diretto da Padellaro: «Le copie vendute non sono diminuite. Il successo de Il Fatto non era il berlusconismo o l`antiberlusconismo. Piuttosto una regola fondamentale: l`essere un giornale autonomo da ogni potere. Se è un prodotto “freddo” un giornale non può funzionare. Ecco perché è importante il rapporto con i lettori che deve essere sentimentale, di fiducia ma anche di critica. Ecco perché cerco di rispondere personalmente a tutte le lettere che arrivano in redazione, e in alcuni casi telefono anche. Il Fatto è un`associazione di persone che hanno esperienze diverse».
Il cambio di governo, da quello di Berlusconi a quello di Monti, è stato un momento in cui Il Fatto ha incontrato qualche difficoltà a farsi capire dai lettori: «Quando abbiamo scritto che il ministro Passera aveva un conflitto di interesse, molti ci hanno detto: “Ma non vi va bene nulla?” Occorre capire che i giornali non nascono per sostenere un governo, che la gente non sopporta più i furbi e i furbetti, gli evasori fiscali, quelli che approfittano del momento difficile dell`Italia per i propri interessi. Purtroppo la classe dirigente del nostro Paese non si è dimostrata degna della fiducia degli italiani».
Questo modo di fare giornalismo, però, ha trasformato il direttore Padellaro «in una calamita delle querele che oggi non sono più quelle penali, ma sono richieste di risarcimento danni in sede civile».
«La forza di un giornale è pubblicare tutto ciò che è interessante». Questo scatena le accuse, nei confronti de Il Fatto, di essere un giornale al servizio delle Procure.
«Meglio delle Procure che dei criminali» è stata la risposta secca di Padellaro.