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"Alta tensione", ergastolo a Francesco Zindato

Francesco “Checco” Zindato è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Lauteta. Il gup di Reggio Calabria ha emesso la sentenza per il rampollo già boss dell’omonima cosca che l’11 ge…

Pubblicato il: 02/02/2012 – 19:01
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"Alta tensione", ergastolo a Francesco Zindato

Francesco “Checco” Zindato è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Lauteta.
Il gup di Reggio Calabria ha emesso la sentenza per il rampollo già boss dell’omonima cosca che l’11 gennaio 2006 avrebbe ucciso il rivale d’amore che, in quel momento, era fidanzato con la sua ex. E gli avrebbe sparato proprio davanti alla ex ragazza che, dopo la morte di Lauteta, ha riallacciato la relazione sentimentale con Zindato tanto da essere stata fermata per favoreggiamento in occasione della cattura del boss latitante.
Il giudice per le udienze preliminari ha, in sostanza, accolto le richieste del pubblico ministero Marco Colamonici. Sono stati condannati anche il fratello di “Checco”, Andrea Gaetano Zindato (14 anni e 8 mesi), e Antonino Caridi (16 anni). Otto mesi di carcere sono stati inflitti al pentito Carlo Mesiano (che ha usufruito dei benefici previsti per i collaboratori di giustizia), accusato di danneggiamento per aver sparato alla saracinesca di un esercizio commerciale. Assolti, infine, Antonino Arabesco e Sebastiano Idotta.
L’inchiesta della squadra mobile, coordinata anche dai sostituti procuratori della Dda Giuseppe Lombardo e Marco Colamonici, ha stroncato la cosca Borghetto-Zindato-Caridi, federata con la potente famiglia mafiosa dei Libri. I capi d’imputazione vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’omicidio, alle estorsioni, ai danneggiamenti, alla detenzione e porto di armi, all’intestazione fittizia di beni e attività imprenditoriali. Nell’ambito della stessa indagine, erano stati sequestrati beni per 50 milioni di euro. Il provvedimento aveva interessato 12 imprese e società operanti, per lo più, nel settore dell`edilizia. I sigilli avevano riguardato anche la “Tesi costruzioni”, riconducibile a Santo Giovanni Caridi, che ha sede a L`Aquila, un panificio di Roma, la società proprietaria di un palaghiaccio mobile a Reggio Calabria, il circolo ricreativo “Las Vegas”, tre appartamenti e tre automobili. L’inchiesta ha toccato anche gli appalti pubblici per i quali i Borghetto-Zindato-Caridi avevano una corsia preferenziale. «Particolare rilievo – scrivono i magistrati della Dda reggina – presentano le operazioni volte a infiltrare l’azione dell’amministrazione pubblica al fine di inserirsi nel circuito degli appalti e delle concessioni gestiti dagli enti pubblici, in particolare dal Comune». Le figure chiave, in questo settore, sarebbero state quelle di Giuseppe Zindato e l’ingegnere Demetrio Cento che, «seppure immuni da gravi pregiudizi penali vanno nondimeno considerati pienamente inseriti all`interno della cosca, nell’ambito della quale svolgono una funzione particolarmente importante. Infatti, permettono al sodalizio di ampliare gli ambiti di infiltrazione nel tessuto economico cittadino e le possibilità di guadagno conseguenti, attraverso l’attività svolta da cooperative e associazioni a loro riconducibili, partecipando ai bandi di gara indetti dal Comune di Reggio Calabria per l`aggiudicazione della gestione dei centri ricreativi estivi per minori e dei centri ricreativi balneari per minori, riuscendo ad ottenerne la gestione di alcuni». Attraverso l’assessorato comunale alle Politiche sociali, all’epoca diretto da Tilde Minasi, il Comune di Reggio aveva affidato a Cento (che ha scelto il rito ordinario) un incarico fiduciario di consulenza retribuito con circa 60mila euro per dodici mesi.

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