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Se la “nuova destra” si appropria del vecchio leone socialista

COSENZA «Starai a pochi passi da Paolo Cappello, muratore socialista ucciso dai fascisti». Così parlava dieci anni fa Giacomo Mancini jr al funerale del nonno, suo omonimo. «Aveva la forza degli id…

Pubblicato il: 26/03/2012 – 10:51
Se la “nuova destra” si appropria del vecchio leone socialista

COSENZA «Starai a pochi passi da Paolo Cappello, muratore socialista ucciso dai fascisti». Così parlava dieci anni fa Giacomo Mancini jr al funerale del nonno, suo omonimo. «Aveva la forza degli ideali. Ho solo una speranza ed è un grande impegno che prendo con me stesso – rispondeva, allora deputato di centrosinistra, a una domanda del Secolo XIX –: non tradire mai la dignità delle tante battaglie che ha portato avanti. Non potrei perdonarmi di venir meno a quel che significa portare il suo nome». E invece oggi proprio i post-fascisti – gli stessi ai quali il rampollo socialista convertitosi al credo scopellitiano è organico – si appropriano di una figura figlia dell’antifascismo calabrese. Nel nome di quell’agiografia post-mortem che tutto livella, di quegli “ideali che non esistono più” e delle differenze che “vanno messe da parte”. Nel nome dei patres che non ci sono più e del rispetto che meritano.
Alla commemorazione per i dieci anni della scomparsa del vecchio leone socialista (dal 31 marzo al 2 aprile a Cosenza) ci saranno insomma gli stessi che a ottobre hanno fatto la marcia dei saluti romani nella città che – Mancini sindaco – permise ai fascisti (non ancora “post-”) di Gabriele Limido di vedere il palazzo comunale soltanto col binocolo, facendoli deviare verso i vicoli bui nei quali una città ancora orgogliosamente di sinistra – o mai di destra, fin dalla sua storia repubblicana – li relegava. Altri tempi, altre marce.
Il parterre messo su per “Caro Giacomo” è di area. Socialista? Non si direbbe. Di certo è “governativo” persino il moderatore della giornata clou: quell’Alberto Matano che è uno dei più bravi (e bei) volti del Tg1 ma è anche figlio della centrista calabrese Marisa Fagà, esperta in materia ambientale e dunque presidente Arpacal da un anno.
Non solo: la calabresità-cosentinità rivendicata dal leader del Psi da ministro e sindaco sarà salmodiata, nell’ordine, da: un direttore siciliano di un giornale siciliano che per i suoi 60 anni avrà in dono dalla Regione (Calabria, non Sicilia) un’inserzione pubblicitaria da 14mila euro; un direttore romano di un giornale calabrese quasi filoborbonico nelle battaglie contro una presunta “colonizzazione intellettuale e informativa” del Meridione di cui egli stesso potrebbe essere tacciato, essendo lui appunto non calabrese; una coppia di direttori anche loro fuori regione (un campano in Calabria e un calabrese in Lucania); alla faccia del genius loci difeso coi denti da Mancini senior. Al tavolo, accanto a loro e a Matano neppure un giornalista di quelli formati nella palestra del Giornale di Calabria – creatura manciniana e fucina naif ma combattiva, tra il mecenatismo e la Telekabul curziana – che proprio nell’anomalo e azzoppato sistema informativo degli Anni Settanta e Ottanta cercò di farsi spazio tentando di creare un’alternativa (poi fallita) e formando una leva di professionisti oggi affermati.  
Sulla locandina (destrorsa fin nei caratteri che danno un tocco “Casa Pound” ma senza scadere nel runico delle scritte sui muri romani) di “Caro Giacomo” non troverete il nome di Emanuele Macaluso ma quello di Franco Talarico; non Franco Piperno ma Renato Meduri; non Paolo Guzzanti o Lino Jannuzzi ma Renato Farina; non Giorgio Napolitano (tra i primi a dettare un ricordo commosso per «l’amico cinquantennale») ma Stefano Caldoro; e non l’avvocato di Mancini nel processo di Palmi, Enzo Paolini, perché ci sarà Mario Occhiuto; al posto di Beppe Pisanu ed Emilio Colombo – che il 10 aprile di 10 anni fa scesero a Cosenza per l’addio a Mancini – leggerete Mario Caligiuri e Giuseppe Scopelliti.
«Da domani – disse “il junior” come lo chiamavano quando ancora era in vita “il senior” – parleranno gli storici tra i quali Rosario Villari». Fu un discorso toccante, quello del nipote al funerale del nonno. Ma non cercate il nome di Villari nella brochure della tre giorni cosentina perché tanto non lo troverete. Saranno altri i cantori di questo “sdoganamento in contumacia”, di questa inedita forma di revisionismo che sa di rimozione coatta. Della memoria.
La speranza è che almeno non si piegherà al pensiero unico, senza contraddittorio, l’immancabile discorso sul garantismo (a intermittenza), partendo dal biennio nero di Mancini accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.    
PS. Forse il governatore il 2 aprile dirà – more solito – che ci siamo offesi perché non siamo stati invitati. E che dietro questo articolo anche stavolta ci siano oscuri suggeritori: l’unico ispiratore potrebbe essere proprio lo spirito dell’onorevole Mancini che si rivolta nella tomba vedendosi celebrato dagli ex fascistissimi che diedero fuoco al suo fantoccio per affermare la supremazia reggina su quella cosentina. Qualche decennio dopo, la minorità di un territorio è resa plasticamente dal taglio di posti letto (200 negli ospedali del Cosentino contro 10 nel Reggino) per decreto regionale. Al Mancini che impose l’introduzione del vaccino antipolio sarebbe piaciuto?

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