MISTERI DI STATO | La “trattativa” e la storia occulta di Reggio
REGGIO CALABRIA Le indagini attualmente in corso puntano, prima di tutto, a rispondere a una domanda: Giovanni Aiello è quel killer di Stato conosciuto come “faccia di mostro”, di cui tanti pentiti s…

REGGIO CALABRIA Le indagini attualmente in corso puntano, prima di tutto, a rispondere a una domanda: Giovanni Aiello è quel killer di Stato conosciuto come “faccia di mostro”, di cui tanti pentiti siciliani e calabresi hanno parlato? Per tutti i collaboratori si tratta di un ex poliziotto, in servizio alla squadra mobile di Palermo fino alla fine degli anni Settanta, quindi in contatto con funzionari dell`Alto Commissariato antimafia dagli anni Ottanta fino al luglio 1992. Un uomo – riconoscibile perché dalla faccia orribilmente deturpata – che avrebbe avuto un ruolo in alcuni omicidi e agguati. Il primo a parlarne è stato il collaboratore Vito Lo Forte, che lo chiamava il “bruciato”. Di lui ha detto che si muoveva con una moto Suzuki e un fuoristrada Range Rover – «quella ritratta in una fotografia ritrovata in casa Aiello?» si chiedono oggi gli inquirenti – ma soprattutto che aveva rapporti con Gaetano e Pietro Scotto, entrambi coinvolti nell`attentato a Borsellino. Ancor più attendibili vengono considerate le dichiarazioni di Luigi Ilardo, il boss nisseno infiltrato dai carabinieri al seguito di Bernardo Provenzano e poi misteriosamente ucciso nel 1996. «Noi – disse Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio – sapevamo che c’era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Antonino Agostino». Il 5 agosto del 1990 – ha confermato in seguito il padre del poliziotto ucciso, Vincenzo Agostino – un uomo con il volto deturpato aveva bussato alla sua porta per cercare il figlio: «Era un uomo con i capelli biondi, dal viso orribilmente butterato».
LE TRACCE CALABRESI DI “FACCIA DI MOSTRO”
Ma la storia di “faccia di mostro” incrocia anche – se non soprattutto – la storia occulta di Reggio Calabria. E non solo perché – stando a quanto denunciato da Nino Lo Giudice nei suoi memoriali – il sostituto procuratore della Dna Gianfranco Donadio gli avrebbe fatto pressione per avere dettagli su «tale Giovanni Aiello e una certa Antonella». Le tracce di “faccia di mostro” affiorano soprattutto in quei tumultuosi quanto misteriosi anni Novanta, che hanno visto tacere le armi della guerra di mafia, affermarsi una nuova struttura delle cosche reggine, ma soprattutto hanno visto consumarsi incontri e trattative ancora in parte occulte. Pagine, rapporti ed episodi oscuri della storia di Reggio e delle sue `ndrine, che sarebbero da inscrivere nella storia grande – e non ancora raccontata – della trattativa Stato mafia. È questa l’ombra che grava su episodi ancora oscuri, per troppo tempo – forse – derubricati a casi di criminalità spicciola, come la scomparsa di Francesco Calabrò – il fratello dell’ex collaboratore Giuseppe, il cui corpo è stato trovato circa un anno fa – e degli omicidi degli appuntati Fava e Garofalo e quella stagione di attentati all’Arma che insanguinò le strade di Reggio nel `94. Vicende – come già emerso in passato in ricostruzioni giornalistiche – intrinsecamente legate e di cui anche l’ex pentito Nino Lo Giudice aveva parlato nei suoi memoriali. «Tornando sull`uccisione del carabinieri – scriveva il Nano – devo raccontare che il Villani mi disse che a uccidere quel poveri padri di famiglia era stato personalmente lui, e che l`auto usata in quella azione era di proprietà del suoi genitori, e che era guidata dal Calabrò».
DALL`OMICIDIO DEI DUE CARABINIERI ALLA SCOMPARSA DI CALABRÒ
Un crimine orrendo – di cui Lo Giudice aveva parlato in dettaglio anche nel primo memoriale – ma non isolato. In quei mesi, ci saranno almeno altri due episodi simili, ai cui autori nel giro di poco gli inquirenti fanno presto a dare un nome e un volto. In breve, arrivano a Giuseppe Calabrò, uomo di fila dei Ficara-Latella e con parentele pesanti tra le `ndrine della Piana. Sarà lui, dopo aver iniziato un controverso percorso di collaborazione, a far individuare Maurizio Carella, Vittorio Quattrone e Pietro Lo Giudice, come componenti del commando. Fa ritrovare anche l’auto – una Regata – usata per l’agguato di Scilla e la mitraglietta, mentre la sua famiglia, pur di screditarlo, arriva a contattare anche due medici di fama chiamati a diagnosticargli una presunta patologia psichiatrica che i periti della Procura non riscontrano. Nel frattempo, nelle maglie delle indagini però finisce anche Consolato Villani, nipote di Pietro Lo Giudice, all’epoca minorenne. Giudicato dal Tribunale dei minori, sarà l’unico – assieme a Calabrò, che nel giro di poco tempo ritratterà tutto e uscirà dal programma di protezione – a essere condannato. Nonostante sui destinatari di quei traffici non sia mai andati oltre le congetture, per i giudici Calabrò e Villani sono i responsabili di quelle azioni di fuoco, servite per sfuggire ai controlli che avrebbero svelato un importante traffico di armi e di droga. Una ricostruzione che polverizza le prime ipotesi – sussurrate a mezza bocca in Procura e filtrate sulla stampa locale e no – che leggevano negli attentati un tentativo di intimidire lo Stato e fanno transitare in un comodo dimenticatoio quella telefonata anonima arrivata in quel periodo all` hotel Palace di Reggio, che all’epoca ospitava la sede del Comando lntermedio di rappresentanza dei carabinieri, che prometteva: «Questo non è che l`inizio di una strategia del terrore».
LE RIVELAZIONI CALABRESI DI SPATUZZA
Sarà necessario aspettare il 2009 perché nuovi elementi riaprano quelle pagine in fretta dimenticate della storia calabrese. Gaspare Spatuzza, braccio destro dei boss Graviano, ai pm rivela che il boss Graviano nell’autunno del ’93 avrebbe dato l’ordine di commettere nuovi attentati per fare pressione sui referenti istituzionali dell’epoca. «Si deve fare per dare il colpo di grazia – mette a verbale Spatuzza – Graviano mi disse che dovevamo fare la nostra parte perché i calabresi si sono mossi uccidendo due carabinieri e anche noi dovevamo dare il nostro contributo. Il nostro compito era abbattere i carabinieri e quello era il luogo dove potevano essercene molti, almeno 100-150». I due carabinieri di cui parla Spatuzza – suggeriscono le date – non sono Fava e Garofalo. Il loro omicidio sarà successivo a quell’incontro fra il collaboratore e Graviano. Ma che quegli strani conflitti a fuoco, che hanno insanguinato il reggino tra il 93 e il 94, possano avere a che fare con una strategia complessiva molto più articolata – e che va bene oltre la Calabria – è più di un elemento a dimostrarlo. E c’è soprattutto un pentito, Consolato Villani – accusato da Nino Lo Giudice di aver ucciso, plausibilmente per metterlo a tacere, il fratello dell’ex pentito Calabrò, il cui corpo è stato casualmente ritrovato solo un anno fa – che sembra essere in possesso di informazioni al riguardo. Un’ipotesi che lo stesso Villani in pubblica udienza è sembrato in grado di confermare. Interrogato come testimone al processo Meta, riguardo l’omicidio dei due carabinieri ricorda: «Io ero alla guida della macchina, Giuseppe Calabrò era al mio fianco. Fu lui a sparare. Stavamo trasportando armi da guerra, fucili e mitragliette». Il collaboratore è sorpreso, al pm Giuseppe Lombardo che lo esamina dice «come lei ben sa, dottore, non posso parlare dell’episodio». Ma a Lombardo non servono i dettagli, in quella sede al pm basta una sola informazione che – allo stato – può permettere a Villani di rivelare: «Lei si limiti a confermare o smentire se si è trattata di un’azione programmata o meno», incalza il pm. E Villani non può che confermare: «Sì dottore, programmata». Da chi e perché, Villani non è autorizzato a dirlo. Ma l’eco delle ragioni ultime di quell’azione di fuoco riecheggia nelle parole del pentito Spatuzza, che a Reggio in tanti hanno fatto finta di dimenticare.
Adesso toccherà alle indagini svelare
se – come diversi elementi sembrano testimoniare – a coordinare quell`azione ci sia stata l’ancora oscura figura di “faccia di mostro”. Allo stesso modo, dovranno dire se è questo l’appellativo sotto cui per anni si è nascosto l’ex poliziotto Giovanni Aiello. Tutti interrogativi cui forse gli elementi raccolti nel corso dell’accurata perquisizione del 10 febbraio scorso potranno rispondere.