Ultimo aggiornamento alle 23:06
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 6 minuti
Cambia colore:
 

OPERAZIONE MAUSER | Coca nel "Bimbi"

REGGIO CALABRIA «Gregorio faceva uso in casa di un frullatore marca “Bimbi”, che si faceva prestare da qualcuno. In una occasione mi chiese che gli prestassi il mio e poi me lo restituì pulito…

Pubblicato il: 01/08/2014 – 14:03
OPERAZIONE MAUSER | Coca nel "Bimbi"

REGGIO CALABRIA «Gregorio faceva uso in casa di un frullatore marca “Bimbi”, che si faceva prestare da qualcuno. In una occasione mi chiese che gli prestassi il mio e poi me lo restituì pulito. Io genere quando faceva l’uso che ho detto dei frullatori, Gregorio si chiudeva dentro e non faceva entrare nessuno a meno che non fosse uno dei fratelli, Peppe o Vincenzo. Ho notato più volte che Gregorio o qualcun altro dei suoi fratelli portasse con il secchio qualcosa verso l’albero o dall’albero di cui ho parlato. Di solito si trattava di un materiale avvolto nello scotch». Era un traffico quasi artigianale, gestito tutto all’interno della famiglia Cacciola, ma ugualmente in grado di far arrivare mensilmente a Rosarno 15- 20 chili di cocaina al mese quello scoperto dagli investigatori grazie alle rivelazioni della testimone di giustizia Giuseppina Multari, vedova di Antonio Cacciola, segregata in casa dal clan dopo il suicidio del marito. E se Gregorio Cacciola utilizzava un comune frullatore per tagliare la coca purissima che gli uomini del clan si occupavano in seguito di mettere sul mercato, toccava a Giovanbattista fare da regista all’intero traffico, gestito attraverso la compagna Girolama “Mommina” Curmace, che dalla Germania si occupava del trasferimento della droga a Rosarno. Proprio qui, nel capannone dei Cacciola, si trovava il «luogo di ideazione, destinazione e catalizzazione dello stupefacente proveniente dal nord Europa per la successiva distribuzione – in quanto ivi opera Cacciola Giovanbattista, costantemente in contatto con Curmace Girolama, la quale mantiene i contatti con il fornitore olandese Biart Marc Feren Claude». Le rotte su cui si muoveva il traffico erano semplici. La droga veniva prelevata in Olanda e trasportata a Rosarno attraverso la Germania, dove la Curmace e la sua famiglia – parte della quale lì stabilmente risiede – gestiscono una nota pizzeria. Da lì, la Curmace insieme al fratello Mercurio -attraverso autovetture, appositamente prese a noleggio per evitare eventuali microspie – trasportavano la droga in Calabria. Talvolta – sottolineano gli investigatori che per mesi hanno monitorato il traffico – «venivano utilizzate due autovetture in contemporanea, verosimilmente in modo da realizzare il classico schema a staffetta, secondo cui una prima autovettura priva di stupefacente apre la strada, segnalando eventuali pericoli (in primis, controlli delle forze dell’ordine) alla seconda». Ma questa non era l’unica precauzione. Durante il tragitto, uomini e donne del clan stavano ben attenti a evitare le comunicazioni, limitandosi a quelle strettamente necessarie, realizzate sempre e comunque attraverso diverse utenze che i singoli avevano a disposizione. Una volta a Rosarno, immediato era il contatto con i Cacciola da parte dei Curmace, che stavano ben attenti a fermarsi in Calabria solo il tempo necessario a portare a termine la consegna e organizzare la successiva. Dinamiche e ruoli confermati dalla collaboratrice Giuseppina Multari, che dall’osservatorio privilegiato della sua stessa casa ha avuto modo di scoprire i dettagli di quella che era una vera e propria attività di famiglia. «So anche che la Girolama trasportava droga anche per conto degli Ascone – dice ai magistrati – però ricordo che quando questa fu arrestata nel 2005 Cacciola Giovanni Battista si diede “latitante”, quindi ritengo che erano in affari anche con i Cacciola. I Curmace hanno dei parenti in Germania che sono i loro cugini (i figli della sorella della madre), di cui non ricordo il cognome ma so che fanno di nome Carmelo, Liliana e Silvana. Carmelo ha una pizzeria e so che dieci anni fa circa gli hanno ucciso un fratello». Ma preziosa è stata la testimonianza della collaboratrice anche per individuare ruoli e canali di distribuzione della droga una volta arrivata a Rosarno. «I rapporti illeciti a cui ho avuto modo di assistere – spiega agli inquirenti – consistevano io rapporti interpersonali che io vedevo avvenire davanti casa. Dico meglio, arrivava gente che si intratteneva con mio suocero o con taluno dei miei cognati: poi si appartavano all’interno del garage. In altre occasioni, dopo aver ricevuto la visita di qualcuno, mio suocero o uno dei suoi figli si allontanavano da soli verso l’albero che è posizionato al confine con la proprietà di Mamone. Non so cosa prendessero sotto quell’albero, fatto sta che quando si recavano li non portavano mai estranei (omissis) Tornando sul discorso dell’albero e dei traffici collegati a tale punto geografico, voglio precisare che io una occasione io ho visto nel garage una sostanza a forma di pagnotta o di panetto, di colore chiaro, appoggiata sul congelatore. Ero entrata per puro caso nel garage dove già si trovava Gregorio; non ero stata né chiamata e ne tanto meno ero attesa». Attorno a quell’albero – sotto cui veniva occultata la droga come la sostanza da taglio – si concentrava l’attività dei Cacciola, che in proprio gestivano anche l’attività di taglio della droga come la vendita e la distribuzione. È sempre Giuseppina a rivelare come e a chi la coca venisse smerciata: «La roba che ho visto nei secchi e quella posizionata sul congelatore nel garage, secondo quanto già riferito, era in stretta correlazione con le visite di due individui entrambi di nome Peppe. Essi non agivano congiuntamente, nel senso che talvolta veniva uno e talvolta veniva l’altro. Non posso neppure specificare se venissero a portare la roba o a prelevarla per consegnarla altrove. E’ certo che le loro visite erano io diretta connessione con la droga, ma non ho mai capito il loro ruolo preciso. I due Peppe non erano di Rosarno, ma bensì di San Luca». Dichiarazioni che si incastrano con quelle del pentito Salvatore Facchinetto – cugino di Domenico Grasso, imparentato con Cacciola Domenico dunque pienamente a conoscenza delle dinamiche e degli interessi illeciti di quel gruppo – che ha confermato non solo la piena operatività dei Cacciola nel settore della droga, ma anche i rapporti con personaggi della jonica. Soggetti – allo stato – non ancora identificati, ma sui quali Giuseppina, qualche indicazione è riuscita a darla. Appuntano infatti gli investigatori in una relazione di servizio che «si era ricordata che uno dei due soggetti spacciatori di sostanze stupefacenti, entrambi di nome Peppe che avevano rapporti d’affari con suo cognato Cacciola Gregorio e precisamente tale Peppe originario di San Luca, alto con gli occhi chiari e “ben piazzato” aveva una bancarella di oggetti sacri al santuario della Madonna di Polsi. A tale dichiarazione le chiedevamo come facesse a sapere ciò e la donna ci rispondeva che erano andati a trovarlo con il marito durante una visita al predetto santuario». Tracce che investigatori ed inquirenti – rivelano i numerosi omissis – sembrano avere tutta l’intenzione di seguire.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

Argomenti
Categorie collegate

Corriere della Calabria - Notizie calabresi
Corriere delle Calabria è una testata giornalistica di News&Com S.r.l ©2012-. Tutti i diritti riservati.
P.IVA. 03199620794, Via del Mare, 65/3 S.Eufemia, Lamezia Terme (CZ)
Iscrizione tribunale di Lamezia Terme 5/2011 - Direttore responsabile Paola Militano
Effettua una ricerca sul Corriere delle Calabria
Design: cfweb

x

x