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«Io, Mollo e quell'intesa tra reggini»

LAMEZIA TERME «Mi scusi per la pronuncia del cognome?», «Non avresti potuto fare di meglio», risponde con un tono sincero e sensibile. Miriam Karlkvist, il cui nome tradisce le origini calabresi, h…

Pubblicato il: 19/11/2014 – 15:19
«Io, Mollo e quell'intesa tra reggini»

LAMEZIA TERME «Mi scusi per la pronuncia del cognome?», «Non avresti potuto fare di meglio», risponde con un tono sincero e sensibile. Miriam Karlkvist, il cui nome tradisce le origini calabresi, ha nelle vene anche sangue svedese «ho tutte e due le influenze. Sono nata e cresciuta a Reggio, sono italiana e reggina doc». È timida, gentile, dai modi educati, ma questo non le ha impedito, nonostante la tenera età di diventare una delle attrici italiane emergenti su cui concentrare gli impegni futuri del cinema italiano. Ha da poco conquistato i festival cinematografici europei più ambiti per un giovane attore: l'”European Shooting Stars” all’ultimo Festival di Berlino e il premio per la migliore interpretazione femminile all’Annecy Cinema Italien, grazie a “Il Sud è niente” del conterraneo Fabio Mollo.
Come è nato il tuo percorso artistico?
«Io non ho mai provato l’esperienza di recitare in nessun ambito prima de “Il Sud è niente”. Non avevo mai pensato di recitare. Di sicuro il mondo artistico in generale è molto affascinate, ma di solito si parla della musica, della pittura. Mi sono cimentata in varie cose, ma mai in questa, perché vivendo a Reggio era una delle cose meno fruibili».
Come è stata la tua esperienza per il provino de “Il Sud è niente”?
«Ho iniziato a fare i provini quando andavo ancora a scuola. Ho fatto l’Istituto commerciale, ma ero una pessima studentessa di ragioneria. Il passaggio dai banchi dell’istituto tecnico a quelli di una prestigiosa scuola di recitazione è avvenuto nell’anno di pausa tra film e i miei studi

superiori».
In che modo ti sei rapportata al personaggio di Grazia? Quali le difficoltà incontrate e che differenze c’erano con lei?
«I punti in comune con questo personaggio sono, innanzitutto, i silenzi. Tutti viviamo di silenzi. Ora che sto studiando, so che l’immaginazione di un attore può appigliarsi a qualsiasi cosa, però vivere in una realtà dove il silenzio è prevalente e lo respiri nell’aria, quale Reggio Calabria, è cosa difficile. Io sono partita dall’atmosfera comune. Per fortuna con Fabio ci siamo ritrovati da questo punto di partenza che è l’atmosfera della stessa città, questa è la visione che si ha leggendo la sceneggiatura. Poi la costruzione è stata molto fisica e interiorizzata. Sono partita da questo suo macigno e l’ho tenuto dentro nella rigidità che non mi apparteneva, questa era la differenza con me. La difficoltà maggiore è stata arrivare all’elaborazione di questo lutto, non avendolo vissuto. La cosa che mi ha aiutato è il fatto che Grazia fosse incosciente, quindi non lo accettasse. Nel momento in cui io dovevo liberarmi, in realtà era Grazia, il personaggio, che non riusciva a liberarsi. C’è stato un momento abbastanza critico. Ho passato nel silenzio della mia camera la trasformazione di questo passaggio, pensando a come liberarla da questa sofferenza. Per fortuna è uscito fuori, poi dopo vedevo Reggio più bella, è stato pure vivere la mia città in maniera diversa».
Come è stato il lavoro sul set?
«Ho rispettato molto il lavoro. C’erano 40 persone che aspettavano che facessi quello che dovevo fare. La concentrazione era altissima e cercavo di non uscire mai dal personaggio, quindi stavo molto in silenzio. Abbiamo girato tutto in un mese, a orario continuato, cavalcando il tempo. È stato un continuo prendere decisione e rincorrere i minuti, anche se questo dipendeva da Fabio. Ero abituata al lavoro duro perché appena finite le scuole lavoravo come cameriera in un cocktail bar. Ho rispetto per il lavoro in generale».
Quando hai capito che ti saresti potuta dedicare al mestiere d’attrice?
«Durante le riprese ho incontrato delle persone che mi hanno guidata in questo percorso, mi hanno fatto capire, vedere e toccare con mano che veramente potevo fare altro e fare tanto; mi hanno fatto capire che io non ero quel personaggio, ci avevo lavorato e quindi avevo dentro di me le caratteristiche per fare questo mestiere. È lì che ho iniziato a pensare a cosa avrei potuto fare con questo lavoro».
Il tuo attuale percorso di studi e i tuoi progetti futuri?
«Sono all’ultimo anno della “Gian Maria Volonté”. Vorrei esplorare il mondo della gavetta, che so che sarà tanta nonostante questo lancio, e vedere il mondo del lavoro».
Ha in mente di dedicarsi al teatro perché «é una cosa che deve essere provata, non si potrebbe non fare del teatro, non mettersi alla prova con una platea davanti».
Questa giovane attrice che nel tempo libero ama «andare al cinema, stare all’aria aperta in mezzo al verde, godere di ottima musica live e ogni tanto fare attività fisica per scaricare», sogna di poter lavorare con Emanuele Crialese un «meridionale/migrante» come le piace definirlo, ma fra tutti spera un ritorno alle “origini”: poter lavorare nella sua terra e cimentarsi di nuovo con la regia di Fabio Mollo, col quale rifarebbe il film che l’ha lanciata nel mondo del

cinema per altre «cento volte».

 

Miriam Guinea

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